Emily in Paris – Recensione seconda stagione: bentornati a Parigi!

Più velocemente rispetto a quanto accada di solito e a quanto ci si aspettasse, visti i rallentamenti dovuti alla pandemia, “Emily in Paris” è tornato su Netflix per allietare le nostre vacanze natalizie.
La domanda, come avrebbe detto qualcuno, sorge spontanea: questa seconda stagione è stata all’altezza della prima?

Avendo recensito la prima stagione, con gli articoli che trovate QUI e QUI, non potevamo certo lasciarci sfuggire questa seconda, anche se gli impegni delle festività hanno rallentato un po’ il tutto. Ma adesso eccoci qui, pertanto non perdiamo tempo!

– Con forse un tocco alleggerito per quanto riguarda l’umorismo, la storia ha mantenuto in ogni caso la sua freschezza.
– I momenti umoristici ci sono stati e hanno funzionato.
– Sono stati ampliati alcuni personaggi secondari dando loro dei momenti indipendenti da Emily e questo li ha resi maggiormente caratterizzati.
– Emily sembra aver iniziato un percorso di maturazione per quanto concerne il suo modo di approcciarsi al diverso contesto culturale.
– Sono stati approfonditi i rapporti di Emily con alcuni personaggi, oltre alla sola Mindy.
– L’arrivo di Madelaine.
– Parigi è sempre protagonista e abbiamo anche avuto ben due cambi di scenario.
– Gli abiti sono sempre generalmente sensazionali.
– Il format “episodi brevi+stagione da dieci puntate” si conferma vincente.

– Le reazioni di Emily e Gabriel avrebbero dovuto essere un po’ più esplicite.
– Poco Antoine, il che è un peccato perché nonostante sia un uomo tutt’altro che perfetto è anche interessante, intelligente e dispensatore di perle di saggezza.
– La questione dei social network è stata messa da parte.

– Sylvie: questa donna ha mille vite e mille risorse!

– Emily e Luc al cimitero Père Lachaise e al cinema.
– Mindy in versione cantante.
– La lettera di Camille.
– Il padre di Camille che si amputa il dito, un momento di favoloso umorismo nero.
– La sfilata finale.

 

È vero che è passato poco più di un anno dalla prima stagione di “Emily in Paris” e dunque il ritorno dello show non è avvenuto propriamente in tempi brevi, ma visto che la serie ha prima avuto bisogno di essere rinnovata per partire con la produzione della seconda stagione e, soprattutto, visto il periodo pandemico che allunga le tempistiche, nonché considerato il fatto che la fine delle riprese è stata solo in estate, possiamo ritenerci piuttosto soddisfatti del fatto di aver già avuto i nuovi episodi per questo Natale.

La domanda, pertanto, è: questa seconda stagione è stata all’altezza della prima?

La risposta sta nel mezzo: la stagione è stata un po’ meno spumeggiante rispetto a quella di debutto dello show, ha lasciato da parte alcuni elementi che avevano aiutato a decretarne il successo e questo è di certo un peccato, tuttavia ha avuto aspetti che invece non erano presenti in precedenza e questo è ovviamente positivo.

Come si accennava, la questione dei social network è stata quasi inesistente, se non proprio in micro momenti in cui si vedeva il numero di cuori a un post, e di conseguenza anche la parte inerente alla carriera di Emily non è stata brillante come nella prima stagione, per quanto abbia avuto il suo spazio; il ruolo marginale di Antoine ha a sua volta tolto verve e momenti di riflessione interessanti.

Altro punto non molto soddisfacente è il modo in cui è stata trattata la questione del triangolo amoroso e della conseguenza del lasciarsi andare ai sentimenti da parte di Emily e Gabriel nello scorso season finale. Era ovvio che Emily dovesse sentirsi in colpa nei confronti di Camille (come giusto che sia) ed è dunque comprensibile che lei abbia deciso di porre fine a tutto e di mettere da parte i suoi sentimenti per salvare il rapporto con Camille, il fatto è che le interazioni tra Emily e Gabriel sono state un po’ troppo blande proprio nelle scene in cui i due in qualche modo affrontavano quanto avvenuto e nei momenti in cui ognuno dei due soffriva nel vedere l’altro rispettivamente con Alfie e Camille, proprio perché era ovvio che in verità Emily e Gabriel sono innamorati l’uno dell’altro. È chiaro che sviluppandosi la serie su più stagioni gli autori non possono creare la coppia tra i due nella prima parte della storia, ma un po’ più di pathos sarebbe stato apprezzabile.

Parallelamente, tuttavia, abbiamo avuto un approfondimento di diversi aspetti: innanzitutto, vari personaggi hanno avuto linee narrative completamente loro, indipendenti da Emily, e questo è molto apprezzabile (Mindy e Julian in particolare); c’è stato un approfondimento dei rapporti di Emily stessa con i personaggi parigini, basti pensare a quello con Luc e dunque alle loro uscite come amici, dei momenti davvero carini che hanno contribuito a portare avanti il tema della diversa cultura e quindi dell’immersione in essa, dell’imparare ad apprezzarne le differenze (rispetto alla propria).
Inoltre, abbiamo visto Emily immergersi sempre più nella nuova città e dunque ambientarsi sempre più e con l’entrata in scena di Alfie (un personaggio tutt’altro che noioso e spiacevole) abbiamo visto una nuova contrapposizione di culture e pregiudizi: come nella prima stagione avevamo avuto quella americana vs quella francese, in questa seconda abbiamo avuto quella britannica vs quella francese, con Emily che ha svolto il ruolo del difensore della cultura francese, come Luc lo era stato nella prima stagione e ha continuato a esserlo in questa seconda. In questo senso, Luc è stato ed è il mentore di Emily, Emily ha assunto questo ruolo per Alfie, portandolo ad apprezzare l’atmosfera e la vita parigina.

Con l’entrata in scena di Madelaine a Parigi si è tornati proprio alla fine a quanto avevamo assistito all’inizio della storia e abbiamo visto un principio di quel che si dice “sparigliare le carte”: Emily, infatti, sin dalle telefonate (quando il suo capo e amica era ancora negli Stati Uniti) si è trovata tra due fuochi, ovvero la lealtà verso la persona che le ha dato fiducia (permettendole di costruire una brillante carriera) e le è stata amica e la lealtà verso i nuovi colleghi e amici di lavoro, i quali, pur in modo a tratti peculiare, l’hanno comunque aiutata ad ambientarsi e lo fanno tuttora. Con l’arrivo di Madelaine a Parigi questa situazione si è accentuata sempre più fino ad arrivare all’inevitabile punto di rottura.
Per quanto Sylvie sin dalle interazioni telefoniche avesse contribuito a complicare immediatamente i rapporti e per quanto Madelaine in alcuni momenti non avesse del tutto torto, è altresì vero che Madelaine è arrivata a Parigi con l’atteggiamento che avevamo visto all’inizio in Emily, moltiplicato all’ennesima potenza. Lo scontro con la cultura francese, anche lavorativa, fatto non solo di profitto ma anche di fiducia e rispetto del bagaglio artistico, era inevitabile.

E questo ha condotto ovviamente al cliffhanger finale: l’offerta di Sylvie a Emily. Quest’ultima accetterà ugualmente anche se la situazione con Gabriel si è ulteriormente complicata in seguito al gioco strategico di Camille?

Infine: anche senza i meravigliosi momenti da petite robe noir della scorsa stagione, alcuni degli abiti sfoggiati in questa seconda sono stati meravigliosi.

85/100

Nonostante sia stata forse meno spuggiante della prima, questa seconda stagione ha in ogni caso confermato “Emily in Paris” come serie divertente e oltremodo piacevole da vedere con un cast di tutto rispetto, una meravigliosa fotografia e abiti favolosi. Aspettiamo con ansia la terza stagione!

Sam
Simona, che da bambina voleva diventare una principessa, una ballerina, una cantante, una scrittrice e un Cavaliere Jedi e della quale il padre diceva sempre: “E dove volete che sia? In mezzo ai libri, ovviamente. O al massimo ai cd.” Questo amore incondizionato per la lettura e la musica l'ha portata all'amore per le più diverse culture (forse aiutato dalle origini miste), le lingue (in particolare francese e inglese) e a quello per i viaggi. Vorrebbe tornare a vivere definitivamente a Parigi (per poter anche raggiungere Londra in poco più di due ore di treno). Ora è una giovane legale con, tralasciando la politica, una passione sfrenata per tutto ciò che all'ambito legale non appartiene, in particolare cucina, libri e, ovviamente, telefilm. Quando, di recente, si è chiesta in che momento, di preciso, sia divenuta addicted, si è resa conto, cominciando a elencare i telefilm seguiti durante l'infanzia (i preferiti: Fame e La Famiglia Addams... sì, nel fantasy ci sguazza più che felicemente), di esserci quasi nata. I gusti telefilmici sono i più vari, dal “classico”, allo spionaggio, all'ambito legale, al “glamour”, al comedy, al fantastico in senso lato, al fantascientifico, al “giallo” e via dicendo. Uno dei tanti sogni? Una libreria. Un problema: riuscirebbe a vendere i libri o vorrebbe tenerli per sé?

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