American Gods terza stagione

American Gods terza stagione: dove eravamo rimasti e cosa aspettarsi

Questa terza stagione di American Gods si apre con una parentesi un po’ fine a se stessa e che sembra fare perlopiù da transizione verso il periodo di permanenza di Shadow a Lakeside. Credevo infatti che Lakeside sarebbe stata la sua destinazione già nel momento in cui è salito sul bus con la nuova identità di Mike Ainsel nello scorso season finale, quindi questo suo periodo off-the-radar a Milwaukee, la reunion con Wednesday, lo scontro, i rifiuti e alla fine la rassegnazione a fare quanto impostogli sembrano giusto allungare un po’ il brodo. Suppongo però, d’altronde, che un minimo di riempitivo fosse da mettere in conto quando si è scelto di adattare su più stagioni una storia che, sebbene ricca, è pur sempre un romanzo di meno di 800 pagine.
Immagino poi che questo dettaglio e le altre scelte stilistiche per questa première siano state anche un modo per il nuovo showrunner di indicare la direzione che vorrebbe dare al suo lavoro, volendo quasi richiamare le dinamiche della prima stagione (con la resistenza di Shadow alle pressioni di Wednesday che strizzano l’occhio alle loro prime interazioni).

Da parte mia, dopo una seconda stagione buona ma decisamente non al pari dei fasti (sia visivi che narrativi) della prima, ben venga un tentativo di riportare lo show a un punto focale precedente. È inutile nascondersi dietro a un grissino: Bryan Fuller e Michael Green sono quelli che finora trovo abbiano abbracciato meglio lo spirito del romanzo di Gaiman. American Gods è una storia complessa e multisfaccettata: un dramma esistenziale, un road trip, a suo modo anche una classica quest che segue molti dei tradizionali topos del genere ed è intriso di temi come spiritualità, sentimenti, un pizzico di humor nero, vita e morte. Ho apprezzato molto come la prima stagione abbia seguito quasi fedelmente le pagine del romanzo, ricreando gli incontri con le varie divinità (anche quelle scene teoricamente più difficili da riportare su schermo, tipo gli incontri sessuali di Bilquis e la sua “voragine inghiottipersone”) e la loro introduzione nella storia come interludi a quella che è la narrazione principale, ovvero il viaggio di Shadow e Wednesday e la graduale scoperta dell’identità e degli scopi di quest’ultimo.
La serie finora ha affiancato in maniera più solida ai due principali attori in gioco quella nutrita schiera di personaggi che il romanzo spesso presentava solo en passant, in alcuni casi riuscendo anche piuttosto bene (non sono una grande fan di Laura, ma il suo maggiore spazio nella serie rispetto al libro è stato ben gestito, creando spessore per il personaggio e scrivendole una storyline tutto sommato interessante. Anche se, per dire, il suo legame con Mad Sweeney è totalmente inventato, si lascia seguire e a suo modo appassiona perché ben costruito), in altri un po’ meno (molti dei Nuovi Dei non trovo abbiano abbastanza incisività per reggere una propria narrazione individuale).

Proprio riguardo l’arco narrativo di Laura, in questa première vediamo un ulteriore discostarsi dalla storia originale nel momento in cui la “ragazza morta”, a seguito dell’impossibilità dichiarata dal Barone Samdi di riportare in vita Sweeney, decide di ricorrere all’ultima carta in suo possesso: la moneta fortunata che si strappa letteralmente dalle viscere e che prova a mettere in mano al defunto lepricano (con scarso successo). L’atto estremo della ragazza le costa anche quella non-vita che si era conquistata in questo tempo, facendola finire in polvere accanto al cadavere purtroppo ancora inanimato di Sweeney. Un gesto motivato dalla ferrea determinazione della ragazza a uccidere Odino, per cui ha bisogno della lancia che Sweeney ha fatto scomparire come ultimo smacco al Padre degli Dei nordici prima di morire e che solo lui potrebbe perciò recuperare, ma che non può non essere letto in parte anche come connesso al legame ambiguo e particolare instaurato con il lepricano.
Questo risvolto non mi dispiace estremamente di per sé, ma sono un po’ in dubbio in relazione al prosieguo della storia: come ricorderà chi ha letto il romanzo (senza spoiler), Laura avrebbe ancora un paio di funzioni da svolgere all’interno della guerra tra divinità, legate proprio a quella lancia che vorrebbe recuperare… il promo della terza stagione di American Gods sembrerebbe suggerire che la rivedremo, ma mi chiedo come a questo punto.
Anche nel caso di Sweeney, la sua scomparsa non riflette quella del libro, ma contestualmente con lo sviluppo della trama dello show trovo sia perfettamente in linea. Nel romanzo Sweeney appare giusto un paio di volte e dal suo ultimo incontro con Shadow (che precede il momento in cui quest’ultimo, allora residente da Ibis e Jacquel, ne recupera il corpo senza vita accanto a una bottiglia presumibilmente acquistata con i soldi ricevuti proprio da lui) ci arriva l’immagine di un uomo profondamente cambiato, distrutto… supponiamo quindi che una disperata ricerca della sua moneta fortunata sia avvenuta, anche se “off-screen”, quindi ho apprezzato il renderla palese nello show, usandola come spunto anche per creare l’inedita “partnership” con Laura. Inoltre dal suo avvertimento a Shadow che “Grimnir non è affidabile” leggiamo solo una minima parte di quella diffidenza che nello show è diventato invece un vero e proprio (e più diretto) astio, culminato nella scena della sua uccisione indirettamente proprio per mano di questo dio. Come detto c’era necessariamente bisogno di filler qua e là, ma questo tipo di approfondimenti creano narrazioni parallele interessanti, quindi ben venga il distanziarsi dal materiale originale per aggiungere spessore a personaggi che potenzialmente possono (potevano?) raccontare qualcosa di più.

Tornando a questa terza stagione di American Gods, come ben sappiamo la serie ha avuto una vita piuttosto movimentata prima di arrivare a questo punto, tra partenze ritardate, cambi di network prima e di showrunner poi e un viavai impressionante di attori. Su quest’ultima nota, ad esempio, oltre alla controversia con Orlando Jones di cui già si sapeva, questa première ci ha presentato la sostituta del Mr. World di Crispin Glover (con la scusa che “l’uomo bianco non è più di tendenza”) e, non vorrei sbagliare, i sostituti di New Media. Di quest’ultimo punto non sono sicura al 100%, ma le quattro entità nella stanza con Ms. World (anche basandosi sui nomi come Trending, Meme e Viral a loro assegnati) sembrano proprio svolgere le funzioni precedentemente affidate a lei… che dopo l’abbandono di Gillian Anderson questo ruolo sia diventato maledetto?
Confesso che il subentro di New Media la scorsa stagione mi abbia un po’ fatto storcere il naso: nonostante sia innegabile che il romanzo di Neil Gaiman abbia il pregio di adattarsi ancora incredibilmente bene a una trasposizione televisiva a ben venti anni dalla pubblicazione, prestandosi tra le altre cose ad accorgimenti come questo (cogliere un recasting come occasione per portare la narrazione a un piano attuale, inserendo i social media nelle fila dei Nuovi Dei), ho provato fin da subito una leggera antipatia per il nuovo personaggio… forse un po’ per il fatto che la performance della Anderson nella prima stagione era stata ottima, ma anche perché provo un sottile odio in generale per l’estrema dipendenza da social media che tutti sembriamo avere (o dobbiamo avere per “validare” la nostra presenza online, anche a scopi lavorativi), quindi la personificazione di questo fenomeno non poteva che incontrare la mia scarsa simpatia… ma vabbè, pareri che lasciano il tempo che trovano.

Detto questo, fondamentalmente in questa premiere della terza stagione American Gods non sembra avanzare particolarmente nello sviluppo della guerra tra Vecchi e Nuovi Dei, visto che questi ultimi appaiono soltanto per ricordarci che esistono (anche se si accenna al nuovo strumento tecnologico a cui il team sta lavorando, che a quanto pare una volta online avrà il potere di controllare l’attenzione dell’intera umanità… e si sa, “attention is worship“) mentre Wednesday va a trovare un’ennesima divinità che però, analogamente a molte altre prima, si rifiuta categoricamente di arruolarsi con lui e reprime a malapena il proprio astio nei suoi confronti. Si presagisce però che il periodo di “confinamento” per Shadow sarà un periodo di riflessione e scoperta di sé e della sua essenza semi-divina, probabilmente anche del suo ruolo all’interno dello schema di Odino per questa guerra ormai sempre più alle porte.

Note sparse:
  • Sono abbastanza sicura che l’abbiano tutti riconosciuto (anche perché la sua partecipazione era stata annunciata) ma Johan, il cantante che porge la spada a Wednesday a inizio episodio, è Marilyn Manson;
  • Riguardo il cast, sappiamo che sebbene Crispin Glover abbia ufficialmente lasciato il posto di “Dio della Globalizzazione” e leader dei Nuovi Dei (al momento interpretato da Dominique Jackson ma per cui si è fatto anche il nome di Danny Trejo) farà delle apparizioni da guest star. Sicuramente l’abilità di mutaforma del personaggio è tornata utile in questo contesto! Tra le altre aggiunte degne di nota di questa terza stagione di American Gods ci saranno poi Iwan Rheon (Misfits, Game of Thrones) nei panni di un altro lepricano e Blythe Danner (Will&Grace, Patrick Melrose e una sfilza di film tra cui anche un paio al fianco della figlia Gwyneth Paltrow) nel ruolo della dea greca Demetra. Abbiamo poi già intravisto Ashley Reyes nel ruolo di Cordelia, attualmente in viaggio con Wednesday, ed Eric Johnson (Smallville, The Knick, Vikings) nel ruolo del poliziotto di Lakeside Chad Mulligan;
  • la divinità dei Nativi Americani incontrata da Wednesday e Shadow, a cui si fa riferimento come “Whiskey Jack”, è in realtà la figura di Wisakedjak (nome di cui Whiskey Jack è ovviamente una distorsione). Questa entità è presente nel folklore delle popolazioni native che abitavano gran parte dei territori nord-orientali, principalmente dell’attuale Canada, come una figura intelligente ma scaltra e spesso dedita all’inganno. Le diverse tradizioni orali locali gli attribuiscono vari aneddoti, tra cui la creazione del mondo ma anche la sua temporanea distruzione per mezzo di una sorta di diluvio universale.
    In questo episodio la divinità è interpretata da Graham Greene, che curiosamente ha interpretato un personaggio che si presume essere proprio questa stessa figura anche nel film canadese del ’91 Clearcut.

In definitiva un episodio che di per sé non ha quindi entusiasmato, forse, ma come anticipato lo prendo per quello che è: un episodio che, sebbene posizionato a inizio stagione, è a tutti gli effetti di transizione, in quanto introduzione al lavoro che il nuovo showrunner Charles Eglee punta a perseguire con questa terza stagione di American Gods.
Voi che ne pensate invece, siete curiosi di vedere il prosieguo di questa serie? Attendo di leggere i vostri pareri qui sotto nei commenti.
American Gods ci accompagnerà per altri nove episodi, rilasciati settimanalmente da Amazon Prime Video… io (a meno che non ci saranno sconvolgimenti tali da giustificare un ulteriore articolo prima) vi attendo per un commento riepilogativo direttamente a fine stagione.
Alla prossima!

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