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Pilot addicted | The Good Fight

Diane Lockhart è tornata.
E l’inizio di The Good Fight, spin off di The Good Wife, non avrebbe potuto essere diverso: la serie si colloca immediatamente nel presente, con la reazione della Clintoniana Diane all’investitura di Donal Trump quale Presidente degli Stati Uniti.
D’altronde, quando Hillary Clinton ha perso, uno dei miei primi pensieri è stato “i sali! i sali per Diane!”, ben conoscendo l’ardore e la passione con la quale la Lockhart supportava la Clinton. Diane, la tua faccia è un po’ quella che abbiamo tutti dal fatidico 8 novembre.

Nel corso degli anni tante volte si era fantasticato su possibili spin off  della brava moglie che avrebbero potuto essere commissionati. Molti auspicavano una storia tutta incentrata su Elsbeth Tascioni, altri su Eli Gold, ma quando a maggio, in concomitanza della fine della serie madre, è stata annunciata una serie su Mrs Lockhart, ho festeggiato per giorni interi.
Non esagero dicendo che Diane è il mio personaggio preferito dell’universo seriale; la sua compostezza, eleganza, tenacia, l’essere sempre fedele a se stessa, con una nobile concezione del proprio mestiere, me la fa amare sconsideratamente.
Una frase, pronunciata nella 6×18, ben riassume il suo personaggio:

The law is suppose to be fair, not impersonal. In fact I would argue that the law is always personal. It has to see the human side too or else it’s meaningless.

 

Le prime due puntate di The Good Fight, la prima andata in onda sul network CBS quale lancio promozionale, la seconda su CBS All Access, come il resto della stagione, non tradiscono le alte aspettative.
Usufruendo della maggiore libertà garantita dall’andare in onda su una cable (ed è per questo che della prima puntata troverete la versione censurata passata su CBS) e dal numero ridotto di episodi, Robert e Michelle King riescono subito a far sentire lo spettatore a casa, introducendo con successo nuove storie e personaggi che ben si amalgamano a quanto già conoscevamo.
Il mondo di The Good Wife è ancora lì, sebbene un anno dopo il finale, ma l’aria di cambiamento si sente forte e chiara, imprimendo quella novità necessaria perché il tutto non risulti immobile e stantio.
Come era giusto che fosse il passato non viene cancellato.

 

E’ in occasione della festa per il pensionamento di Diane che arriva forte il colpo al cuore: gli inizi, quando ancora lo studio legale non cambiava nome ogni due giorni, con Stern e un giovanissimo Will, e poi, sempre Gardner, come abbiamo imparato a conoscerlo, sorridente e scherzoso con la partner con la quale formavano la coppia perfetta. Come amava dire lui “everything but the sex“.
Tutto sembrava filare liscio come l’olio, Diane che già si immaginava in Provenza, finalmente a godersi la vita, dopo tanti anni di lavoro.
Quel che succede, ricalcando in parte lo schema dell’inizio di The Good Wife, è la tragedia dietro l’angolo che sconvolge la vita delle protagoniste.
Ed è ora di parlare di Maia, interpretato da Rose Leslie (You know nothing, Jon Snow) che ha un ruolo fondamentale nella storia.
Se nella serie madre abbiamo assistito al ritorno sulla scena lavorativa di Alicia, madre di due adolescenti, travolta dallo scandalo sessuale del marito, qui non facciamo in tempo a congratularci con Maia per essere diventata avvocato, che le difficoltà piombano addosso come un treno, dopo una manciata di giorni.
Ormai è una specialità dei King distruggere i propri personaggi, minando tutte le loro sicurezze, facendoli ricominciare da capo. Se Maia la conosciamo ancora da pochi minuti e riusciamo poco ad empatizzare con lei, il tracollo finanziario e i sogni infranti di Diane fanno male. E’ Lucca Quinn, introdotta nella settima stagione di The Good Wife, il principale trait d’union con Alicia Florrick.
Veniamo a conoscenza che da soli quattro mesi ha abbandonato la Florrick per entrare a far parte di uno studio composto da soli avvocati di colore. E, da come ne parla, sembra quasi che anche l’amicizia che la legava ad Alicia sia venuta meno.
Non credo sia un caso che proprio in questo particolare periodo storico i King abbiano voluto creare una serie incentrata su personaggi di colore e femminili, trattando sin da subito temi d’attualità e particolarmente delicati, come già in passato ci avevano abituato. 
E’ un inno al pieno riconoscimento dei diritti delle minoranze, una dichiarazione contro chi inneggia, invece, alla chiusura ed al razzismo.
A ciò si aggiunge la delicatezza con la quale hanno saputo tratteggiare la relazione di Maia con la sua compagna, discostandosi totalmente dall’approccio che avevano avuto con Kalinda, forse l’unico tallone d’achille della brava moglie.


Il secondo episodio ha immediatamente riportato in scena alcuni beniamini: il ritorno del giudice Abernathy è la ciliegina sulla torta di due ottime puntate, che creano hype per il prosieguo della stagione.
Che Abernathy sia un mito assoluto è assodato, l’asticella è stata ulteriormente alzata con la sua prima scena.
Chissà poi se la sciatica del finale della quarta stagione fosse dovuta ai problemi di postura di cui ci porta a conoscenza in questa puntata!
Il secondo, graditissimo, ritorno è Marissa Gold, la figlia badass di Eli. Col suo brio e la sua ironia, riesce sempre ad alleggerire i toni della narrazione.
Tutto ciò che ho sempre amato di The Good Wife è possibile ritrovarlo in The Good Fight. Nonostante il pericolo “brutta copia” incombesse, gli autori sono riusciti a tirar fuori dal cilindro qualcosa che inevitabilmente assomiglia alla serie madre, assumendo però sin da subito una propria, definita, identità – tra cui, finalmente, una sigla.
Mi rendo conto che parlerei per ore, di Kurt e della tristezza nel vedere una coppia, che sembrava così affiatata, scoppiata, del ritorno di Ruth Wilson, dei violini di David Buckley. Mi limito a dire che i primi due episodi sono promossi a pieni voti e non vedo l’ora di incontrare facce già conosciute (tra i tanti, Carrie Preston, con la sua Elsbeth Tascioni, e Matthew Perry).

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