Supernatural 15×20 – Recensione: Carry on… [SERIES FINALE]

Supernatural 15×20 – Recensione: Carry on…

È molto, molto, molto difficile recensire un finale di serie – soprattutto se la serie in questione è la tua preferita in assoluto, ti ha fatto compagnia per quindici lunghi anni e contiene il tuo personaggio preferito dell’intero universo telefilmico (Sam Winchester). Sono state due ore intensissime – e mi raccomando, non fate l’enorme errore di saltare l’episodio con le interviste, è la migliore preparazione possibile per ciò che arriverà dopo, perché ripercorre alcune delle parti più salienti di questi quindici anni.

Visto che riassumere il mio stato d’animo post visione è impossibile a parole, vi lascerò con la reazione a caldo di Misha Collins – che penso riassuma bene quella di chiunque.

 

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✔ Dato che di tutto il resto vi parlerò poi, qua vi cito solo il fatto che Bobby sottolinei che il cambiamento del Paradiso è avvenuto per mano di Jack e che Cass helped. Quindi, pur non mostrandocelo, ci ha detto che Castiel non è stato abbandonato alla mercé del Vuoto, ma che Jack è riuscito a salvarlo. Perché siamo in Supernatural, dove la famiglia conta più di ogni altra cosa e nessuno, mai, in nessun caso, viene abbandonato.

✘ Niente

I fratelli Winchester – Sono i soli e unici protagonisti di questo finale, in un episodio che non ha dato spazio a nient’altro al di fuori del loro rapporto indissolubile perché Supernatural – non dimentichiamolo mai – prima di ogni altra cosa, è la storia di questo legame potentissimo.

La scena nel fienile – Io sono completamente d’accordo con Richard, è la scena migliore nella storia della televisione. E magari io e lui saremo di parte perché abbiamo votato gran parte delle nostre esistenze – lui professionalmente e io da fan – a questa serie, ma da qualunque parte la si rigiri, questa scena è immensa. È scritta in maniera superba, recitata in un modo indescrivibile. Abbiamo sempre saputo che per me sarebbe finita così, dice Dean e anch’io ve l’ho sempre detto che non poteva finire in molte altre maniere, eppure avevo lasciato che il finale-non-finale della scorsa settimana mi illudesse, come avevo già scritto.

Dean muore in maniera banale, ma non è così che se ne vanno la maggior parte degli esseri umani? Non ci sono molti modi non banali per morire e sebbene io stata la prima a pensare “whaaaaat?” poi mi sono resa conto che farlo morire più eroicamente – ad esempio nello scontro finale con Chuck – avrebbe tolto profondità e spazio al saluto finale fra lui e Sam.

I LOVE YOU SO MUCH, MY BABY BROTHER. 

Ci sarebbe da riportare l’intero dialogo, Dean che si rende conto di essere fottuto, Sam che per un istante si illude di aver tempo di chiamare i soccorsi. Dean che gli chiede di stare con lui, Sam che gli promette che lo riporterà indietro, Dean che gli fa giurare che invece stavolta lo lascerà andare. Dean che gli dice che è fiero di lui e che è il suo orgoglio più grande. Dean che lo supplica di dirgli che andrà tutto bene. Sam che lo lascia andare, donandogli la pace. Sam e Dean. Dean e Sam. L’uno il centro dell’universo dell’altro. Dall’inizio fino alla fine.

Supernatural 15×20 – Recensione: Carry on…

Lo dico spesso che il mondo di Supernatural è assimilabile all’universo Marvel come tipologia di narrazione e in questo episodio l’hanno dimostrato una volta di più. Nel giro di tre scene si passa dalla Pie Fest agli agenti Singer e Kripke, dalle battute su dei presunti vampiri muti alla morte di Dean. Dalla più frivola delle atmosfere, alla scena più intensa di quindici anni di show.

Questo è l’episodio di Sam e Dean. L’ultima celebrazione della fratellanza, dell’amicizia, della devozione e della lealtà che li lega. Ed è proprio questo a colpire ancora più della morte di Dean, è il vuoto e la solitudine che rimangono a Sam. Nel momento in cui Dean muore, Sam è solo. Non perché non ci sia nessuno a volergli bene – Jody, Donna, tutti i cacciatori salvati da quella che io continuerò sempre a chiamare Earth 2 – ma perché per lui stare senza Dean significa essere solo, punto. E lo sarebbe rimasto per sempre se non fosse stato uno dei cellulari del fratello a suonare. Sam non avrebbe risposto al proprio telefono, ma era quasi un tradimento ignorare lo squillo di quello di Dean. In qualche maniera, è Dean a farlo riaffiorare in superficie, a fargli lasciare il bunker. E mentre le luci del rifiugio dei men of letters si spengono, capiamo definitivamente che è tutto finito.

Intanto Dean scopre che il paradiso – grazie a Jack – è cambiato, che in paradiso si possono realmente ritrovare i propri cari, e nel frattempo Sam è costretto a ricominciare a vivere. E così, Dean sale sull’Impala per farsi un lunghissimo giro, Sam mette su famiglia e vive ciò che rimane della propria esistenza, ricordandoci sempre l’ovvio – ovvero che si sveglia e va a dormire ogni giorno pensando a Dean.

Ho trovato meraviglioso il fatto che abbiano deciso di non mostrarci l’identità della compagna di Sam – possiamo presumere sia Eileen, ma potrebbe essere chiunque – e che al figlio venga dato un volto solo perché è giusto sottolineare che si chiama Dean e che porta il loro stesso tatuaggio. Perché anche qui, non importa cosa Sam stia facendo e con chi, quello che importa è che lui sta vivendo la propria vita solo perché lo deve a Dean e nell’attesa di poterlo riabbracciare. Sulle note di Carry On My Wayward Son – l’inno di questa serie fin dal primo episodio – Dean e Sam si aspettano, pazientemente. 

E poi si ritrovano.

“SAMMY.”
“DEAN.”

E per cortesia, perché io già le sento le contestazioni, non chiamatelo un finale alla Lost. Quello di The Vampire Diaries (di cui, neanche a farlo apposta, vi avevo parlato sempre io, qui) era un assurdo finale senza senso che copiava malissimo quello di Lost. Questo è tutt’altra cosa. Questi sono i fratelli Winchester che finalmente trovano la pace insieme. Sono i fratelli Winchester che dopo aver salvato tutti, si salvano a vicenda. Sono i fratelli Winchester che nella morte rimangono ciò che sono stati in vita: inseparabili, alla faccia di tutto il resto. 

100/100

E se non capite come mai, andate a rileggervi il tweet di Richard che vi ho lasciato poco più sù.

Carry on, my wayward son
There’ll be peace when you are done
Lay your weary head to rest
Don’t you cry no more

Elsa Hysteria
Nella sua testa vive nella Londra degli anni cinquanta guadagnandosi da vivere scrivendo romanzi noir, nella realtà è un’addetta alle vendite disperata che si chiede cosa debba farne della sua laurea in comunicazione mentre aspetta pazientemente che il decimo Dottore la venga a salvare dalla monotonia bergamasca sulla sua scintillante Tardis blu. Ama più di ogni altra cosa al mondo l’accento british e scrivere, al punto da usare qualunque cosa per farlo. Il suo primo amore telefilmico è stato Beverly Hills 90210 (insieme a Dylan McKay) e da allora non si è più fermata, arrivando a guardare più serie tv di quelle a cui è possibile stare dietro in una settimana fatta di soli sette giorni (il che ha aiutato la sua insonnia a passare da cronica a senza speranza di salvezza). Le sue maggiori ossessioni negli anni sono state Roswell, Supernatural, Doctor Who, Smallville e i Warblers di Glee.

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