Strappare Lungo i Bordi – Recensione della serie Netflix di Zerocalcare

RECENSIONE “STRAPPARE LUNGO I BORDI”

Ieri è (finalmente) uscita Strappare Lungo i Bordi, la serie animata di Netflix scritta, diretta e disegnata da Zerocalcare. Gli episodi sono pochi e corti – sei, lunghezza media venti minuti – quindi facilmente fruibili dal primo all’ultimo in un’unica visione che ne amplifica il messaggio emotivo – potentissimo.

 

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Per chi ha già dimestichezza con lo stile di Zerocalcare, non c’è nulla di nuovo nello sviluppo della trama, che vede quella orizzontale spezzettata da flashback e racconti vari di vita vissuta. I personaggi principali sono quelli di sempre: Zerocalcare himself, Sara, Secco, l’Armadillo – doppiato da Valerio Mastrandea – le cui vicissitudini animate sono accompagnate da una colonna sonora studiatissima che da un valore aggiunto alla narrazione. Ma soprattutto, a essere presente con forza, è quell’ironia pungente che è il suo tratto distintivo più marcato – sempre.

✔ C’è un rischio enorme quando si passa dalla carta stampata alla pellicola, ed è quello di perdersi per strada, snaturarsi. Con i fumetti è leggermente meno problematico che con i romanzi veri e propri, ma in ogni caso qui non è successo, perché leggere un libro di Zerocalcare o guardare questa serie è la stessa identica cosa, cambia solo l’esperienza sensoriale.
✔ Tra una storia e l’altra, Zerocalcare riesce anche stavolta a inserire con naturalezza argomenti di discussione attuali e controversi: dal G8 di Genova, alla violenza sulle donne al concetto di “non si può più dire niente”. La sua bravura sta nel fatto che non sembrano inserzioni messe lì tanto per far finta di parlarne, ma sono sempre ben accorpate al contesto.
✔ Le citazioni continue alla cultura pop contemporanea, che si tratti di Star Wars, del Trono di Spade, degli anime della nostra infanzia o di qualunque altra cosa, la serie è giogloriosamente farcita di riferimenti spettacolari.

✘ Seppur la durata e il numero degli episodi siano stati entrambi ottimali per la tipologia di narrazione, diciamoci la verità: ce ne fossero stati altri cinquanta, li avremmo guardati con estremo piacere. Insomma, è finito tutto troppo in fretta.

Zerocalcare – Non esiste un personaggio in grado di dar voce al disagio esistenziale ed emotivo di svariate generazioni – quelle dagli anni ’80 in poi – come l’alter ego di Michele Rech. Che è poi il motivo per il quale tutto ciò che fa riscuote così tanto successo: immedesimarsi nelle situazioni che vive/ha vissuto e nei suoi monologhi interiori è terribilmente semplice, con la conseguenza che poi iniziano a smuovertisi dentro ricordi, emozioni, sensazioni che non ti ricordavi nemmeno più di aver vissuto o provato.

✔ Gli ultimi due episodi nella loro interezza – Questa riflessione lunga quaranta minuti sul fatto che non esiste una spiegazione semplice a scelte drastiche, che c’è sempre un groviglio di motivi dietro a simili tragedie e che ci possono essere stati momenti spettacolarmente felici anche nelle vite di chi non trova più una motivazione per andare avanti. Il fatto che spesso ci scocciamo a stare dietro alle persone senza riuscire a capire che ne hanno un disperato bisogno, e l’interrogativo senza risposta al “sarebbe cambiato qualcosa se…?”. Perché in fondo ognuno di noi non è nulla più che un filo d’erba, nel nostro piccolo possiamo fare molto ma non sempre è sufficiente. Questo, però, non significa che sia colpa nostra.

Immergersi nel mondo di Zerocalcare è un po’ come fare una seduta di psicoterapia perché, come dicevo prima, immedesimarsi è di una facilità estrema. Che si tratti di MSN usato come mezzo di accoppiamento per sociopatici, del dramma di una ruota bucata o dell’assurdità dell’aria condizionata sparata a mille sui treni – non c’è una situazione che non sia stata vissuta da ognuno di noi almeno una volta nella vita e, spesso, con lo stesso grado di dramma e disagio che trasuda dalle sue narrazioni piene di ironia. Ma queste sono frivolezze, perché poi con lui arriva sempre anche la mazzata emotiva, quella portata avanti dalla storyline principale nella quale tutti gli altri aneddoti sono solo un intercalare per stemperare l’atmosfera. Alla fine però, la mazzata alla Macerie Prime o alla Scheletri – giusto per citarne due – arriva puntuale e ti fa sgretolare di fronte allo schermo.

Strappare Lungo i Bordi ci racconta di come sia impossibile seguire la linea tratteggiata che dovrebbe portarci alla realizzazione in qualunque campo possibile. Prendete un foglio di carta, tracciateci una riga, poi due, poi tre, provate a strapparle e vediamo quante volte riuscirete ad andare dritti. Impossibile, per l’appunto. La sola e unica cosa che possiamo fare, eventualmente, è illuderci di essere sulla strada giusta, non cedere alla disperazione di aver tragicamente deviato dal tragitto preimpostato. Non avere la presunzione di credere che solo perché le vite degli altri sembrano più scintillanti delle nostre, allora siano davvero migliori.

Tutti abbiamo scheletri nell’armadio, tutti soffriamo. A tutti viene più semplice ignorare le sofferenze altrui – ma anche le proprie – piuttosto che affrontarle. Per tutti è più facile dire “va che st**nzo quello, ha avuto tutto nella vita”, piuttosto che soffermarci a osservare, a capire se sia tutta apparenza o la verità.

Come dice Zero nel primo episodio, siamo tutti difettosi e non possiamo trovare fuori quello che ci manca dentro. E come dice nel quarto, dire le cose ad alta voce è ciò che fa rompere il giocattolo. 

La nostra quotidianità è fatta di questo, quella di tutti noi: dribbliamo i problemi, nostri e degli altri, gli ignoriamo, pensiamo che siano degli accolli ma poi ci lasciamo sommergere dai sensi di colpa. Alla fine però, siamo solo dei singoli fili d’erba e facciamo ciò che possiamo nel nostro piccolo. Da soli però il mondo non lo possiamo cambiare, possiamo solo provare a sopravvivere come meglio ci viene.

100/100

Si può dire che è uno dei prodotti migliori che Netflix abbia mai prodotto? Be’, io l’ho appena detto. E anche se è un po’ strano vedere Zerocalcare nel contesto mainstream per eccellenza, ben venga se può aiutare a espandere ulteriormente la sua fama e l’apprezzamento per il suo lavoro. E, a proposito, il 25 esce il suo nuovo libro – Niente di nuovo sul fronte Rebibbia.

Elsa Hysteria
Nella sua testa vive nella Londra degli anni cinquanta guadagnandosi da vivere scrivendo romanzi noir, nella realtà è un’addetta alle vendite disperata che si chiede cosa debba farne della sua laurea in comunicazione mentre aspetta pazientemente che il decimo Dottore la venga a salvare dalla monotonia bergamasca sulla sua scintillante Tardis blu. Ama più di ogni altra cosa al mondo l’accento british e scrivere, al punto da usare qualunque cosa per farlo. Il suo primo amore telefilmico è stato Beverly Hills 90210 (insieme a Dylan McKay) e da allora non si è più fermata, arrivando a guardare più serie tv di quelle a cui è possibile stare dietro in una settimana fatta di soli sette giorni (il che ha aiutato la sua insonnia a passare da cronica a senza speranza di salvezza). Le sue maggiori ossessioni negli anni sono state Roswell, Supernatural, Doctor Who, Smallville e i Warblers di Glee.

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