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Serie del 2018 da recuperare se ve le siete perse

Anche questo 2018 si avvia a conclusione e, tra cancellazioni, rinnovi e new entry, non sono mancati i soliti alti e bassi. Ma, prima di radunarci intorno a una bottiglia di spumante a fare il countdown fino alla mezzanotte, vogliamo prenderci un attimo per guardarci indietro e radunare alcune tra le nuove proposte di quest’anno che ci hanno soddisfatti. Dopo avervi già consigliato show meritevoli come Altered Carbon e Britannia nell’arco dei mesi passati, ecco qui di seguito una lista di serie lanciate nel 2018 e i motivi per recuperarle se ve le siete perse.

 

Ale: Il 2018 non è stata forse l’annata più ricca di novità accattivanti che ricordi, soprattutto di recente mi sta capitando sempre meno spesso di trovare un nuovo show che mi conquisti pienamente o mi spinga a dire “questo è davvero da consigliare”. Ci sono però un paio di esempi di cui, pur non essendo forse dei “capolavori” del loro genere, mi sento di parlare positivamente per via di una loro generale qualità nella realizzazione: si tratta di tre miniserie veloci da recuperare e che vi consiglierei per motivi diversi, a seconda di cosa vi ispira di più in questo momento.

The Assassination of Gianni Versace

Secondo capitolo della serie di Ryan Murphy American Crime Story, ho deciso di parlarne qui come di una serie limitata, non come la “seconda stagione di”, perché al contrario di altri prodotti antologici dello stesso autore qui non è solo l’ambientazione a cambiare rispetto a The People vs O.J. Simpson, ma l’intero cast. E, come già nel primo capitolo, che cast! Edgar Ramirez, Penelope Cruz… e, con mia gradita sorpresa, anche Ricky Martin porta a casa un’interpretazione assolutamente convincente. Ma a spiccare è sicuramente un Darren Criss mai così inquietante, nel ruolo del fan ossessivo/serial killer Andrew Cunanan, l’uomo che ha premuto il grilletto contro Gianni Versace di fronte alla sua villa a Miami Beach. Sulla scia del caso O.J. Simpson, la storia prende le mosse da un caso di cronaca che ha catalizzato l’attenzione mediatica negli anni ’90, ma va anche a scavare maggiormente nei dietro le quinte, si immerge nei trascorsi più o meno torbidi del futuro assassino parallelamente a parentesi perlopiù glamour del mondo in cui vive Versace. Luci e ombre nel confronto tra i due personaggi e nell’ossessione morbosa che nasce e cresce gradualmente in Cunanan, fino al tragico epilogo. I nove episodi nel complesso hanno decisamente confermato la mia buona prima impressione.

 

A Very English Scandal

Già che ho menzionato il caso O.J. Simpson, la storia dello scandalo che ha visto protagonista il parlamentare britannico Jeremy Thorpe può avere diversi parallelismi con esso, specialmente per quanto riguarda il pesante interesse mediatico che ha gravitato intorno al processo istituito sul finire degli anni ’70. La differenza più plateale è, ovviamente, il tocco puramente British non solo nelle vicende vere e proprie, basate su fatti reali, ma nella realizzazione complessiva (la regia di Stephen Frears, la sceneggiatura di Russel T Davies, l’original score e, ovviamente, l’eccellenza attoriale del cast guidato da Hugh Grant e Ben Whishaw, non a caso entrambi candidati ai prossimi Golden Globe). La miniserie BBC si sviluppa partendo dall’incontro e la seguente relazione tra Thorpe e Norman Scott, la separazione e poi l’ascesa politica del primo in parallelo alla spirale discendente del secondo, quest’ultimo dotato in più di una certa tendenza al dramma che lo aiuterà in seguito. Il legame indefinibile di timore e ossessione tra i due, entrambi abbastanza primedonne, porterà al tentato omicidio di Scott ordinato da Thorpe, in seguito processato in un contesto che sembra quasi voler evidenziare falle e contraddizioni del mondo politico e giuridico d’oltremanica. Tutto questo è presentato senza mai adagiarsi su monotoni spiegoni, nell’arco di soli tre episodi da meno di un’ora ciascuno: un recupero facile e consigliato se complicati rapporti umani e intrighi politici sono “la vostra tazza di tè”.

Kidding

Altra miniserie (solo 10 episodi) che vi consiglio per un rapido recupero durante le vacanze è un prodotto nominato, anche questo, ai prossimi Golden Globe, seppure ingiustamente inserito nella categoria “commedia o musicale”. Le canzoni ci sono in Kidding, ma sempre funzionali alla trama (il protagonista, Mr.Pickles, è il conduttore di uno show per bambini) e, riguardo la questione comedy, credo si tratti dell’ennesimo caso di nomination sulla base del sentito dire: un prodotto mal giudicato perché il personaggio principale è interpretato da un (sempre eccezionale) Jim Carrey. La serie Showtime in realtà non potrebbe essere più lontana dalla comedy: Jeff è un uomo provato da un pesante lutto che cerca di processare la spaccatura avvenuta nella sua famiglia e altre ombre quotidiane, che non riesce a comunicare con suo figlio se non tramite slogan tipici del suo personaggio televisivo e allo stesso tempo soffre sul lavoro perché impossibilitato a esprimere onestamente il dolore che sente. A tratti sembra così immerso nel mondo irreale in cui lavora da non saperlo più distinguere dalla realtà e rischia forse di perdervisi.
Anche le storyline dei comprimari si inseriscono armonicamente nel contesto generale, come la fase di ribellione di suo figlio e le crisi familiari di DeeDee, sorella di Jeff. A fare da contraltare alla confusione psicologica del protagonista, poi, c’è la figura del padre, il produttore del programma per bambini che mette il successo dello show anche davanti ai bisogni personali del figlio, incarnando quasi metatestualmente il volto venale e senza scrupoli dell’universo televisivo nel suo complesso. Nella serie c’è ironia ma sempre velata da humor nero, c’è una certa amarezza di fondo. Per cui, se decidete di approcciarvi a questa visione, vi consiglio di farlo con la consapevolezza che sarà uno show che scatenerà riflessioni sulla vita e le relazioni umane più che risate a crepapelle, ma di certo non lascia indifferenti.

 

WalkeRita: In un impeto di follia, solo pochi giorni fa ho cominciato a recuperare una manciata random di serie tv, alcune emerse proprio nel 2018, altre più vecchie, tra titoli blasonati e celebrati che in realtà non mi hanno colpito particolarmente. In una retrospettiva dunque delle serie tv protagoniste dell’anno appena trascorso, due nomi emergono prepotentemente nel mio palinsesto:

The Cry

In soli quattro episodi, questa miniserie si è imposta senza avversari nelle mie preferenze, conquistando senza troppi dubbi l’apice di qualsiasi TOP telefilmica io possa stilare per il 2018. Non ho intenzione di negare che le sole premesse di questo progetto mi avessero già rapito a partire dal casting, ma è anche vero che proprio quelle stesse premesse mi hanno permesso di seguire attentamente l’evoluzione di una miniserie che reputo straordinaria sotto ogni punto di vista. Con una narrazione assolutamente geniale e viva, ripresa fedelmente dallo stile impiegato da Helen FitzGerald nell’omonimo romanzo e tradotta perfettamente in un lavoro di editing che ha portato via buona parte del tempo a disposizione per la produzione della miniserie, The Cry mi ha conquistato con ogni singola scelta, mi ha travolto con le sue superlative interpretazioni, mi ha affascinato con il dubbio insinuato nel primo episodio, mi ha intrigato con l’impegno intellettivo che mi ha richiesto al fine di venire a capo dei suoi misteri. È proprio questo l’aspetto della miniserie che più mi è rimasto impresso, perché The Cry è quel tipo di progetto che, oltre le emozioni e la magnificenza della sua cura ai dettagli, mi lascia l’incredibile sensazione di essere stata parte della storia e non soltanto passiva spettatrice, mi spinge a osservare e non soltanto guardare, a cercare il dettaglio nascosto oltre ciò che volevano mostrarmi.

In un connubio preciso e funzionale, regia, fotografia e montaggio collaborano attivamente allo sviluppo della storia raccontata dalla sceneggiatura e portata in scena dalle interpretazioni del cast, un lavoro complessivo che permette di veicolare il significato originale dell’idea tramite un’ondata di dettagli offerti contemporaneamente e apparentemente senza ordine solo per rivelarsi alla fine lineari ed evidenti fin dal principio. Guidata da un team creativo prevalentemente femminile, dalla sceneggiatura rivoluzionaria di Jacqueline Perske alla produzione totale e assoluta di Claire Mundell fino ad arrivare all’interpretazione intensa e fenomenale di Jenna Coleman, The Cry si afferma con personalità e originalità in un panorama televisivo che troppo spesso cede alla tentazione di replicare un glorioso passato.

Counterpart

Il 2018 è anche stato testimone per me di una serie tv di cui probabilmente si ignora l’esistenza, a meno che non si sappia esattamente dove cercarla, come quel piccolo paese sperduto sulle cartine geografiche che nasconde alla vista comune uno spettacolo sorprendente e inaspettato. Counterpart rappresenta il perfetto punto d’incontro tra un eccellente spy-drama e un’orwelliana serie SciFi, lo straordinario anello di congiunzione tra gli aspetti più oscuri di Alias e l’anima puramente SciFi di The Man in the High Castle. Con una storia dalle sfumature morali, sociali e soprattutto politiche, Counterpart riesce a trovare progressivamente il suo spazio originale e unico nel mondo seriale, instillando quell’irresistibile curiosità che ti spinge a proseguire anche quando la sua storia appare ancora insicura del suo stesso potenziale. Resa viva da un cast sorprendente che porta costantemente in scena una doppia interpretazione differenziata da dettagli e particolari curati con incredibile attenzione, Counterpart è una serie che cresce esponenzialmente episodio dopo episodio, che sa osare, che presenta una varietà di storie e personalità caratterizzate con straordinaria precisione e che infine riesce ad aprire uno spiraglio oltre lo schermo, offrendo senza troppi sforzi uno specchio apparentemente distopico del quadro politico contemporaneo.

 

Sam: Quest’anno più che serie vere e proprie (a livello di lunghezza… rispetto a quello cui siamo abituati di solito, grazie soprattutto allo stile USA), ho amato moltissimo le miniserie, che si sono rivelate di assoluta qualità. Ho deciso quindi di parlarvi di queste e di due serie che sono state rinnovate.

The Bodyguard

Ammetto di doverlo ancora finire, non perché non mi sia piaciuto ma perché purtroppo la vita si è messa di mezzo, ma mi manca davvero poco e in ogni caso bastano uno o due episodi per capire perché la serie abbia avuto un tale successo in Gran Bretagna: è avvincente e mozzafiato.
La storia parte immediatamente con l’acceleratore: un giovane ufficiale, David Budd, che soffre di sindrome da stress post-traumatico, custodisce un segreto non indifferente ed è separato dalla moglie, si ritrova con i figli su un treno sul quale dovrebbe avvenire un attentato terroristico. Lui si accorge che qualcosa non va e, nonostante l’ansia crescente, interviene ed evita il disastro. Si decide dunque di premiarlo e viene inserito nella scorta del Segretario degli Interni, Julia Montague, una donna decisa che sembra voler iniziare la scalata alla premiership.
Da quel momento David si ritrova invischiato suo malgrado in una situazione torbida, nella quale è impossibile comprendere chi dica la verità e di chi ci si possa fidare e in cui si mettono di mezzo anche attrazione e sentimenti, nonché continui attentati a cui far fronte. Tirato da una parte e dall’altra, David dovrà decidere da che parte schierarsi e se restare fedele al suo Paese o porsi contro esso.
Il protagonista ha il volto dell’amatissimo King in The North (nonché Cosimo de’ Medici), Richard Madden, che ha davvero dato ottima prova di sé… e non per niente si è guadagnato una nomination ai Golden Globe.
La serie è breve, sono solo sei episodi, sebbene di circa un’ora e mezza. Tempo che passerete incollati allo schermo.


Patrick Melrose

Miniserie di quattro episodi tratta da una saga letteraria, una storia quasi autobiografica che passa dall’umorismo nero più esilarante al dramma più estremo, Patrick Melrose narra di un giovane uomo abusato dal padre che per questo trauma, inconfessato (soprattutto visto che l’uomo appartiene alla nobiltà britannica), abusa di qualunque sostanza legale e illegale esista, fino al momento in cui decide di dire basta e di dare inizio, dunque, alla sua difficile, lunga e travagliata rinascita, che passa anche attraverso la confessione al suo migliore amico di quanto vissuto, il matrimonio e la paternità. Il tutto tra tentazioni costanti, errori e ricadute, fino a quando Patrick riesce finalmente a dare una svolta alla sua vita, rinascendo dalle ceneri come una fenice.
A interpretare il protagonista è Benedict Cumberbatch, che dà il meglio di sé, mostrando anche una vena comica (per quanto da dark humor). Ed essendo lui favoloso già nella norma, è tutto dire.
Come avevo detto nei miei articoli (qui il primo e qui il secondo) dell’estate scorsa, questa miniserie vi colpirà a tradimento, vi farà provare orrore ma vi farà anche ridere fino alle lacrime e vi farà tifare sino allo stremo per quest’uomo così travagliato e sofferente.

The Alienist

Altra serie breve ideata come miniserie autoconclusiva di otto episodi, anche in questo caso adattamento di una saga letteraria, al momento una trilogia. Queste otto puntate sono l’adattamento del primo romanzo.
Gli interpreti sono fantastici: Luke Evans, Daniel Bruhl e Dakota Fanning.
La storia, ambientata in una fumosa e sinistra New York di fine Ottocento, narra della caccia a uno spietato serial killer le cui vittime sono poveri ragazzini costretti a prostituirsi proprio dalla condizione di povertà in cui versano.
Alla luce dell’incapacità della polizia di capire con chi hanno a che fare, aggravata dal fatto che alcuni esponenti ed ex esponenti di essa celano i segreti di alcuni membri altolocati della società cittadina, il Dottor Lazlo Kreizler, alienista (ovvero psichiatra), decide di indagare in prima persona con la tacita benedizione del neo Commissario della polizia (quel Theodore Roosvelt destinato a diventare Presidente degli Stati Uniti), creando un team investigativo con il suo vecchio amico John Moore, illustratore del New York Times, la segretaria del Commissario Roosvelt e due giovanissimi e geniali medici legali.
Anche in questo caso, una recitazione di indubbia qualità.
Noi ne avevamo intuito il potenziale già dal pilot (come poi ribadito nella recensione finale) e, nonostante le riserve di alcuni, siamo stati felici di vedere confermate le nostre analisi nelle nomination agli Emmy Award (che hanno portato anche all’annuncio di una seconda stagione, adattamento del secondo romanzo) e ora ai Golden Globe.
Fatevi catturare dalle menti dei protagonisti e dagli splendidi rapporti interpersonali che si creano tra loro in questa caccia senza tregua e con notevole dramma, non ve ne pentirete.

A Discovery Of Witches

Altra serie breve, come tipico degli show made in UK, anch’essa adattamento di una saga letteraria, una trilogia fantasy dell’autrice americana Deborah Harkness. Otto episodi di soli quarantadue minuti circa ognuno, di cui abbiamo parlato quando è andata in onda (ecco alcuni articoli: il più recente qui e all’interno di esso i collegamenti ai precedenti, come la breve guida alla serie – pubblicato prima del suo inizio – e le successive recensioni e gli articoli sulle scene migliori).
Una giovane docente di Yale, Diana Bishop, si trova a Oxford “in prestito” per svolgere delle ricerche importanti per la sua cattedra di Storia della Scienza. La donna, però, nasconde un segreto: è una strega, discendente di una potente stirpe che conta tra i suoi membri anche Bridget Bishop, la prima donna condannata a morte per stregoneria a Salem, e non è l’unico tipo di creatura esistente al mondo. Tra gli esseri umani, infatti, si nascondono in piena vista anche Vampiri e Daemon (non demoni, bensì creature ispirate al daimon dell’antica Grecia, di cui parlavano anche i più famosi filosofi come Socrate e Platone, posto a metà tra l’umano e il divino, intermediario tra i due piani).
Alla Bodleian Library, Diana riesce a recuperare un antico libro, noto come Ashmole 782, e subito si accorge che quel volume è pregno di magia e che le immagini alchemiche in esso rappresentate sono molto particolari, qualcosa che lei non ha mai visto prima. Ciò che Diana non sa è che quel volume è stato introvabile per chiunque, prima di lei, per secoli. La notizia che lei è riuscita a trovarlo, anche se poi lo ha restituito alla biblioteca stessa, dilaga e su Diana piomba un’orda di creature di tutte le specie che vuole mettere le mani sul libro, poiché tutti lo ritengono importantissimo. Tra queste creature c’è un vampiro, Matthew Clairmont, scienziato molto famoso e membro del college più esclusivo di tutta Oxford, nonché uomo dai mille segreti e dal passato estremamente ricco e complicato, che le si avvicina proprio per chiederle del volume, mosso da un’alta motivazione, ovvero capire perché le creature stanno mostrando segni di lenta estinzione… ma che presto si ritrova legato a lei suo malgrado.
E Diana, che si è sempre tenuta distante dal mondo cui appartiene per nascita, si ritrova improvvisamente catapultata al centro di esso, tra antiche e segretissime organizzazioni con sede a Venezia, dinastie di vampiri che si perdono nella notte dei tempi (come quella cui appartiene lo stesso Matthew, i de Clermont) e che hanno partecipato o forgiato la Storia, ordini cavallereschi di origine medievale e una profezia che la riguarda e di cui la sua stessa madre era a conoscenza.

Matthew e Diana si rendono conto di essere al centro di una quest, quella per ritrovare l’Ashmole 782, scomparso nuovamente, e quella per capire i misteri legati ai problemi che Streghe, Vampiri e Daemon presentano e stanno affrontando, ma si ritrovano anche al centro di una caccia, quella che la Congregazione (l’organizzazione segreta di cui si diceva) scatena per catturare lei e Matthew e impedire loro di infrangere lo status quo e per continuare a nascondere segreti che riguardano la morte dei genitori di Diana e del padre di Matthew, Philippe de Clermont, il più potente vampiro mai esistito.
Tra splendide ambientazioni (la serie è stata girata sui veri luoghi in cui è ambientata, dunque a Oxford, Venezia…) e un cast eccezionale che rende alla perfezione i fantastici personaggi della saga, questo show rappresenta un adattamento molto fedele del romanzo (il primo, per ora) nonché una storia avvincente (in cui la Storia è protagonista), in quella che è un’allegoria della persecuzione del diverso.

Noi ci fermiamo qui e aspettiamo i vostri consigli.
Nel frattempo, vi auguriamo FELICE ANNO NUOVO!

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