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Recensioni Victoria

Victoria 3×02-3×04: Lì dove fa più male

“Victoria” è stata nelle precedenti stagioni un’autentica certezza, mai prevedibile, mai scontata, mai superficiale, ma in un certo senso rassicurante perché mi cullavo nella sensazione di capirne perfettamente le psicologie umane e le scelte narrative. La terza stagione, come già anticipato nella recensione della première, ha cambiato improvvisamente ritmo alla serie, ha ridotto il glorioso romanticismo che avvolgeva gli episodi (non soltanto dal punto di vista sentimentale ma anche come atmosfera generale), ha spento in parte i colori brillanti e sebbene sia stata inaugurata e pervasa da un periodo storico definito e riconoscibile, ha ridimensionato anche l’accuratezza di quei dettagli ripresi fedelmente dalla realtà storica che hanno sempre impreziosito la serie. Questo almeno fino al quarto episodio, l’ultimo andato in onda e traguardo di metà stagione, un episodio che non soltanto sembra recuperare completamente tutti questi elementi, immergendosi nuovamente nello stile classico di “Victoria”, ma che segna anche una svolta fondamentale per l’ensemble della serie, una svolta imprevedibile e straziante che richiama nello spirito drammatico la terza stagione del period drama per eccellenza, “Downton Abbey”. Ma proseguiamo con ordine e vediamo come si è evoluta questa prima parte di stagione.

Dubbi, inganni e perdita di certezze

Coerente prolungamento della première, il secondo episodio della terza stagione di “Victoria” riprende esattamente dal punto in cui la storia si era arrestata, vale a dire della protesta dei cartisti fuori dai cancelli di Buckingham Palace proprio nel momento in cui Victoria entra in travaglio, ritrovandosi dunque a rischiare la vita sia dentro che fuori i confini domestici. La nascita della principessa Louise va a gravare ulteriormente sulla condizione incerta e precaria vissuta da Victoria, che notiamo particolarmente in balia di dilemmi che non solo scindono la sua figura di monarca da quella di madre e moglie ma che mettono in dubbio una serie di certezze di cui Victoria ha bisogno perché sono le stesse su cui ha fondato il suo ruolo a capo della monarchia britannica.

Pressata ormai su tutti i lati – da Albert, dal primo ministro John Russell, dal Duca di Wellington e dal Segretario agli Affari Esteri Lord Parlmerston, Victoria si ritrova a dubitare delle sue stesse capacità, del favore presso i suoi sudditi, della natura stessa di un popolo tradizionalmente non rivoluzionario e soprattutto di un legame, come quello tra un monarca e tutte le parti del suo regno, che ingenuamente lei reputa quasi sacro e che non concepisce come possa essere violato o tradito da una rivoluzione.

I momenti di silenzio e di riflessione, la sua lotta quotidiana e solitaria contro tutte le voci che le intimano di fuggire e di rispondere con le armi all’avanzata dei cartisti, il timore nascosto di avere effettivamente torto e di mettere così a repentaglio la vita dei suoi figli, sono tutti aspetti della più profonda individualità di Victoria che sgretolano le sue sicurezze e che conducono l’episodio a un crescendo emozionante che percorre parallelamente l’avanzata dei cartisti e la rassegnata accettazione di Victoria a ciò che le viene presentata come l’unica soluzione possibile.

La scena notturna nella sala del trono evidenzia proprio quanto il legame di Victoria con il suo ruolo vada ben oltre un attaccamento al potere o alla sua vanità, come Albert l’accuserà in seguito, si tratta invece di un’autentica parte di lei che Victoria ama tanto quanto Albert o la sua famiglia e a cui non è disposta a rinunciare, soprattutto quando è intimamente convinta di essere nella ragione.

Il secondo episodio è forse quello su cui Daisy Goodwin ha operato maggiormente con originalità ma il risultato che ne consegue diventa uno dei momenti migliori di questa prima metà di stagione. Perché sebbene accetti a malincuore di allontanarsi da Londra e rifugiarsi brevemente nella residenza di Osborne, Victoria ritorna sui suoi passi e impedisce al Duca di Wellington di arrestare l’avanzata dei cartisti, permettendo loro di entrare in città e presentare in Parlamento la Carta del Popolo, in una delle scene più emozionanti di questa stagione finora. Ma la realizzazione dell’effettiva natura pacifica del movimento cartista, che allontana dunque dall’Inghilterra il rischio di rivoluzione, infervora le emozioni di Victoria, adesso consapevole della sua ragione ma ormai strappata alla vita e al ruolo che più la definiscono.

Vanità o Dovere?

Questa prima parte di stagione è stata dunque caratterizzata anche da quella che è la risposta di Albert a tutto ciò che stava avvenendo in Gran Bretagna e in Europa, una risposta che in realtà a tratti appare confusa tra le intenzioni e le azioni, perché se da una parte il Principe si riconferma interessato alle questioni sociali e culturali del regno, dall’altra anche lui non esita ad approvare la mozione del Duca di Wellington di agire con fermezza contro i cartisti, premendo affinché Victoria accetti di rifugiarsi ad Osborne e creando in questo modo un forte distacco da sua moglie. Il confronto che ne deriva tocca nel terzo episodio il suo culmine maggiore nella crescente insofferenza di Victoria nei riguardi di una serie di aspetti di Albert, dalla rigida educazione culturale che impone a Bertie alla profonda incomprensione che dimostra nei confronti del malessere di Victoria e della sua lontananza da Londra.

Credo che questi primi quattro episodi abbiano rivelato in questo modo quella che considero la maggiore debolezza della coppia, vale a dire l’inconciliabilità di due personalità e due sistemi di pensiero che collidono e raramente trovano un vero punto d’incontro senza che l’uno soccomba all’altro. Ciò che Albert chiama “vanità”, Victoria lo definisce “dovere”, un dovere a tutti gli effetti sacrosanto che, seppure influenzato da un carattere caparbio con sfumature capricciose, le appartiene in maniera legittima e per cui non deve chiedere scusa. L’orgoglio di Albert in questo contesto non lascia troppo spazio a particolari dubbi, e sebbene continui ad ammirare profondamente il suo spirito innovativo e la modernità della sua cultura, la superiorità intellettuale con cui affronta Victoria resta uno degli aspetti più spigolosi del suo carattere, ancora intimamente infastidito forse dal ruolo di subordinazione nel regno rispetto a quello preminente di sua moglie.

Più simili di quanto sembrino

Sempre più affascinante e insolito invece si sta rivelando il rapporto tra Victoria e l’eccentrico Lord Palmerston, una figura che proprio nel terzo episodio ha anche sfiorato l’esagerazione (per quanto l’aneddoto di lui che si intrufola nella stanza di una lady sia assolutamente reale) ma che dimostra anche un’arte retorica brillante e dal fascino innegabile. È proprio sul livello delle parole che il rapporto tra Lord Palmerston e Victoria evolve in maniera sorprendente poiché al di là delle sue intenzioni spesso non del tutto sincere, Palmerston sa effettivamente come parlare alla regina, sa come attirare la sua attenzione, sa come incontrarla a metà strada e persuadere le sue resistenze. Appellarsi al ricordo di Lord Melbourne è stato forse uno dei momenti più geniali della sua eloquenza e nonostante quelle parole fossero in realtà in quel frangente uno strumento per un inganno più ampio, svelato nel finale da Victoria, Palmerston sta instaurando lentamente con la regina un rapporto basato su ciò che si sta rivelando come un rispetto reciproco o almeno un riconoscimento dell’altrui valore.

Ciò che più mi ha impressionato di Palmerston negli ultimi due episodi è la sua nuova consapevolezza di trovarsi di fronte a una regina ben più ribelle di quanto gli sia apparsa all’inizio, una donna in grado di tenergli testa e di affermare le sue posizioni senza influenze esterne. Il quarto episodio ha evidenziato proprio questo aspetto del loro rapporto nel momento in cui Palmerston accompagna Victoria in segreto in un ospedale segnato dall’epidemia del colera, una scena che dice molto sia dell’uomo che dell’immagine di Victoria che adesso si sviluppa nella sua visione.

 

“The sweetest spirit under this roof is gone”

Ho citato Downton Abbey nell’introduzione di questa recensione perché nell’esatto momento in cui Mrs Skerrett ha esalato il suo ultimo respiro, la mia memoria ha richiamato questa frase, l’unica che mi sembrava adatta a descrivere, tra le lacrime, il personaggio appena scomparso. Nella recensione della première mi ero soffermata proprio su di lei, che non soltanto era sopravvissuta al massiccio ricambio di personaggi effettuato tra la seconda e la terza stagione, ma si era affermata come fondamentale e indispensabile certezza di questa serie ormai, una presenza quasi familiare, capace di adattarsi ad ogni situazione e di trarre il meglio da ogni persona ma soprattutto un personaggio che aveva compiuto un meraviglioso percorso di crescita pur rimanendo esattamente la stessa giovane donna solare e generosa che era arrivata a Buckingham Palace sotto falso nome nel primo episodio.

Nell’arco di questi anni, Skerrett era diventata quindi una costante, radicata nella sua bontà, attenta al mondo che la circondava, coraggiosa e indipendente nella sua modestia, quel personaggio in grado riconoscere le più autentiche emozioni umane oltre la classe sociale d’appartenenza. Per questo motivo, se ci pensate, Skerrett è stata forse l’unico personaggio ad avere un ruolo chiave in entrambi i “piani” del palazzo reale, a toccare una serie di vite completamente diverse l’una dalle altre, a fare da trait d’union tra donne che apparivano fin troppo distanti e diverse per incontrarsi ma a cui Skerrett spiana la strada per una conoscenza profondamente umana.

Questo perché Skerrett aveva secondo me il dono della conoscenza, sapeva e vedeva oltre le apparenze, anche per questa ragione fin dall’inizio ha dimostrato di conoscere Victoria a volte anche meglio delle sue Ladies in Waiting. Fu Skerrett infatti al principio a notare quanto solo Lord M riuscisse a mettere Victoria di buon umore, e sempre Skerrett aveva curato Dash nei suoi ultimi giorni, quasi con la stessa attenzione della sua padrona, tanti piccoli momenti che nel tempo hanno costruito il tipo di legame che questa terza stagione ha reso evidente, un legame a cui nessuna delle due donne voleva rinunciare.

Oltre la profonda gratitudine che provava nei confronti di Victoria, Skerrett vedeva nel suo impiego la possibilità di essere indispensabile per qualcuno, per una giovane donna che a volte sembrava più simile a lei di quanto un occhio esterno potesse riconoscere, per una regina che stava definendo e segnando la storia, una storia in cui Skerrett credeva fortemente. E proprio grazie a quella sensibilità quasi accecante che Skerrett emanava, Victoria aveva cominciato a considerarla quasi una confidente, un’alleata che sarebbe stata sempre e solo dalla sua parte, che avrebbe ascoltato i suoi dubbi più nascosti e che in qualche modo sapeva anche come alleggerirli. Credo che quello tra Victoria e Skerrett sia stato forse uno dei legami su cui Daisy Goodwin ha lavorato più di fantasia ma ancora una volta ciò che ne è derivato è una scena assolutamente straziante che porta una regina al capezzale di una modesta cameriera e che per un solo momento annulla qualsiasi differenza e qualsiasi accuratezza storica lasciando che siano le emozioni a parlare.

E per quanto, scenicamente, la morte di Skerrett abbia incorniciato l’episodio migliore della stagione finora – il crescendo musicale che copre il grido di dolore di Francatelli gela il sangue nelle vene – la sua assenza nella serie peserà più di quanto si possa immaginare ora.

3×04: Foreign Bodies

Come ho appena affermato e come ho introdotto al principio, paradossalmente questo quarto episodio ha rialzato esponenzialmente il livello di questa stagione, riconducendola almeno per il momento ai fasti del passato. L’epidemia di colera diffonde nell’episodio sfumature terribilmente drammatiche che hanno in parte richiamato la questione irlandese mostrata nel 2×06 e soprattutto, com’è avvenuto in quel contesto, anche questa storia ha permesso l’introduzione di un’importante figura realmente esistita che ha anche portato con sé una denuncia al lato più distruttivo del conservatorismo britannico: si tratta del dottore John Snow, pioniere della medicina dell’epoca ed effettivo scopritore della causa della diffusione del colera nell’epidemia del 1854 (nella serie l’evento è stato anticipato al 1848 circa).

Come mostrato nella serie, John Snow fu in grado di risalire all’origine dell’epidemia del ’54 proprio grazie al supporto visivo ottenuto segnando sulla mappa della città tutti i casi di colera riscontrati, una metodologia che ancora oggi viene considerata un supporto per le indagini sulla diffusione delle epidemie. Non si hanno effettivi dati storici riguardanti i contatti tra John Snow e la regina Victoria per quanto riguarda il colera ma un indubbio riscontro lo si ritrova nei parti del 1853 (il principe Leopold) e del 1857 (la principessa Beatrice), occasioni in cui la regina usufruì del cloroformio come anestetico, altra branca della medicina della quale Snow era stato pioniere.

Anche la sorprendente presenza di Florence Nightingale diventa in questo episodio un dettaglio fondamentale che dona alla storia una profondità che lascia il segno e che, seppure con le inevitabili modifiche dovute al volerla presente nella serie -anche in questo caso la timeline si smussa per fini artistici- , permette a Victoria di porre nuova luce su persone realmente esistite che nel proprio ambito sono state progenitrici di straordinarie innovazioni che fanno parte oggi della nostra quotidianità.

Protagonista di questo episodio è anche la cultura dell’epoca e mentre l’episodio si apre con un’esibizione a palazzo di Jenny Lind, celebre soprano lirico svedese, la storia si arricchisce anche del reale aneddoto che portò il principe Albert ad essere nominato Cancelliere di Cambridge ma solo dopo un’accesa contestazione a causa delle sue idee “rivoluzionarie” per un’università pervasa dal conservatorismo.

Un po’ incastrato nel suo doppio gioco appare ancora il personaggio di Feodora mentre non colpiscono particolarmente le caratterizzazioni di Sophie e Joseph, evidentemente alle porte di una relazione impossibile. La ritrovata Abigail potrebbe invece reinventarsi ora come erede di Skerrett, archiviata ormai la proposta della Carta del Popolo.

Questa prima parte di stagione di “Victoria” quindi si rivela leggermente altalenante nelle componenti ma proprio il quarto episodio potrebbe aver ridonato alla serie la chiave per recuperare il suo stile migliore, equilibrando perfettamente gli eventi storici alla straordinaria creatività di Daisy Goodwin, mentre Jenna Coleman appare ora parte integrante di un personaggio che non può più vivere oltre la sua delicata e intensa interpretazione.

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2 comments

Kami the compiler 6 Febbraio 2019 at 15:00

Purtroppo sono sempre i migliori ad andarsene! E, come se non bastasse, al culmine della felicità! Ma purtroppo la sindrome di Dempsey si sta diffondendo a macchia d’olio: chiedetelo (come appunto già citato) a Tom Branson, a Mary Crawley, ad Azzurra Leonardi….

Reply
WalkeRita
WalkeRita 6 Febbraio 2019 at 15:50

Personalmente, credo che le ragioni di queste scelte narrative cambino da caso a caso. Shonda Rhimes ha ormai una tradizione alle spalle di personaggi eliminati, da ogni sua serie, e spesso, come è stato anche ammesso a volte, per ragioni più personali che creative. In Downton Abbey però, entrambi i casi maggiori di dipartita sono stati una conseguenza della decisione dell’interprete, sia per quanto riguarda Sybil che per Matthew, quindi lì ti trovi di fronte a due scelte: o distruggi la coppia con l’allontanamento di uno dei due o fai cadere la scure, e trattandosi di period drama, ci sta la seconda opzione. Per quanto riguarda Skerrett è stata una decisione della showrunner Daisy Goodwin, che ne ha parlato con l’attrice Nell Hudson prima delle riprese. Come ho scritto, per quanto questa scelta mi strazi l’anima perché Skerrett era davvero un personaggio fondamentale per questa serie nonché uno dei più belli, purtroppo posso capire la decisione poiché si trattava di un personaggio che, per come era stato caratterizzato, era fin troppo compiuto e correva il rischio di diventare statico. Penso che ogni “morte” telefilmica debba avere un perché, quelle che non concepisco sono quelle che non lo hanno, e per quanto mi faccia davvero male ammetterlo, quella di Skerrett ha un perché, dal punto di vista drammaturgico.

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