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Recensioni The Cry

The Cry – Il risveglio di Joanna Lyndsay

Le aspettative di partenza su questa miniserie erano moderate probabilmente perché presentava una “rischiosa” commistione di elementi innovativi e aspetti più celebri e tradizionali della televisione britannica. Alla certezza del marchio BBC infatti corrispondeva una produzione indipendente e ancora relativamente nuova come quella della compagnia scozzese “Synchronicity Films” fondata dalla produttrice Claire Mundell; alla garanzia di un genere come il thriller-psicologico che proprio negli ultimi anni ha vissuto una particolare evoluzione sul piccolo schermo del Regno Unito corrispondeva in maniera uguale e contraria il rischio di inciampare in una stereotipata ripetitività; a un cast parzialmente sconosciuto almeno dal punto di vista della popolarità si affiancava un nome che è uscito dall’ombra circa sei anni fa ma che solo adesso comincia ad essere considerato per davvero. In definitiva “The Cry” si era presentato nel palinsesto autunnale della BBC come una scommessa piuttosto antitetica che aveva tutte le carte in regola per lasciare un segno o passare relativamente inosservata.

Ciò che “The Cry” ha portato in scena però nelle ultime quattro settimane non è soltanto una scommessa vinta o un sorprendente successivo di pubblico e critica, è l’apoteosi di un genere in cui ogni singolo elemento si è rivelato nella sua totale e assoluta eccellenza, è la creazione di un micro-universo che si presenta più lineare, ordinato e compiuto di quanto potesse apparire nel suo primo episodio, è la realizzazione di una storia che non solo regge in maniera impeccabile il mistero alla base dell’anima thriller della narrazione ma soprattutto si mostra con progressiva evidenza nella sua profonda, disturbante, straziante e travolgente essenza drammatica e psicologica, confermando l’obiettivo alla base dell’intera serie che non ha mai voluto risolvere la verità sulla scomparsa di Noah ma affrontare il graduale risveglio di una donna oltre l’incubo peggiore che una compagna e una madre possano mai vivere.

The Cry” non ha soltanto armonizzato con straordinaria maestria tutte le sue componenti ossimoriche, non ha semplicemente tagliato un ottimo traguardo nel responso ottenuto, ciò che questa miniserie ha conquistato è uno spazio ben definito, caratteristico e di originale spessore nel panorama televisivo moderno, nel genere in cui prende vita con tutte le concrete sfumature che gli appartengono e infine in un pubblico di riferimento che per quanto dubbioso sia apparso al principio si è ritrovato coinvolto e travolto dagli eventi e dalle interpretazioni oltre ogni aspettativa iniziale.


Il risveglio di Joanna
– “Quel che l’uomo vede, Amor gli fa invisibile

I tre episodi successivi alla première di “The Cry” di cui ho parlato proprio qui su Telefilm Addicted circa 3 settimane fa si ricongiungono al principio con un equilibrato ordine che lascia assolutamente esterrefatti per la precisione con cui ogni dettaglio trova la sua conferma anche in un contesto che adesso appare completamente differente. Tutte le sfumature di Joanna analizzate con occhio oggettivamente critico, tutti quei frammenti sparsi e confusi che avevano abbozzato il suo ritratto al principio si riconoscono ora nel quadro completo, si riconfermano e al tempo stesso però conducono a un risultato differente, a una visione del personaggio uguale e diversa da quella che avevamo teorizzato, uguale nella forma, diversa nelle motivazioni. Ti avvicini alla sua storia con il desiderio di fidarti di lei ma con la terribile sensazione di non poterlo fare, ti congedi dalla sua storia con la volontà di proteggerla e aiutarla in qualunque sia il suo piano finale; la première si pone nei confronti di Joanna con uno sguardo oggettivo, senza giudizi, senza coinvolgimenti personali – io per prima l’ho descritta semplicemente come una madre, né buona, né cattiva – i successivi episodi ti avvicinano così tanto a lei, al suo inferno quotidiano, alla sua spirale autodistruttiva, ai suoi segreti inconfessabili da renderla parte di te, oltre ogni limite empatico, avverti il suo dolore, la frustrazione, la disperazione e quella lenta, impercettibile, graduale volontà di rinascere.

Soprattutto nella sua seconda metà, The Cry” porta in scena proprio il percorso di Joanna, il suo risveglio, la riconquista della sua verità e della sua libertà, ed è un percorso che Jenna Coleman affronta in realtà in silenzio, oltre il pianto straziante e disperato di una madre, oltre l’asfissiante senso di colpa, quando Joanna rinasce come donna lo fa con lo sguardo, con poche parole, con sorrisi appena accennati, con una rabbia furente che la pervade e al tempo stesso la stabilizza e rimette in ordine ciò che resta della persona che era e ciò che è diventata dopo.

Se il secondo episodio in particolar modo pone Joanna di fronte a una realtà che prima non riusciva a vedere nella sua totalità ma che in fondo sentiva in quella parte di sé che non riusciva a raggiungere, vale a dire l’esperienza della maternità in tutte le sue sfumature più difficili, complicate e sfinenti che le impedivano a volte di guardare il suo legame con Noah in prospettiva, il terzo episodio diventa per Joanna la transizione verso il suo risveglio, si rivela con straordinaria evidenza il momento in cui Joanna comincia a vedere se stessa e soprattutto Alistair con occhi disillusi e razionali, riuscendo ad ascoltare le parole che prima ignorava, a notare quegli atteggiamenti che l’amore per Alistair sfumava.

Tra il terzo e il quarto episodio Joanna comincia a guardare Alistair per l’uomo manipolatore, bugiardo, distaccato ai limiti della sociopatia che è sempre stato, un uomo fin troppo portato per il lavoro che svolge da riuscire ad affrontare la morte di un figlio con la stessa cinica razionalità con cui nasconde e copre i segreti dei politici, un uomo di già pronto a ricominciare e a chiudere quello che ai suoi occhi sembra solo un capitolo negativo della sua vita mentre Joanna rimette in dubbio la sua intera esistenza. Lo si vede nel suo sguardo, nella sua crescente consapevolezza, nella sua timorata sfiducia, più gli è accanto, più lo guarda esultare per la fine delle indagini, ridere con una semplice conoscente mentre lei non riesce neanche a vivere il rapporto con la sua migliore amica, più impara a conoscerlo, più Joanna appare quasi disgustata dall’uomo che ha al suo fianco nonostante non riesca ancora a trovare in lei la forza di recidere una relazione malata che l’ha cambiata più di quanto lei stessa riuscisse a notare.

Fin dal primo episodio, una delle storyline più affascinanti e illuminanti di questa serie è stata raccontata dalla timeline conclusiva che vedeva Joanna in un frammentario colloquio con la psicologa del tribunale per accertare la sua stabilità mentale nell’affrontare un processo dalle motivazioni inizialmente misteriose. In un primo momento infatti, trovarsi di fronte a una donna così lucida, composta, elegante e sicura di sé mi aveva trasmesso una sensazione di estrema inquietudine, era una donna che sembrava rinata dopo la scomparsa di suo figlio e che appariva talmente in controllo della situazione e delle sue emozioni da spingermi a dubitare seriamente della sua effettiva lucidità e della sua innocenza. È straordinario notare come una tale rappresentazione effettivamente trovi in parte conferma anche nell’ultimo episodio ma per ragioni totalmente differenti. La donna che vediamo in tribunale durante il processo, la donna che si confronta con la psicologa sul suo stesso livello, senza rimorsi e senza paure, è una donna che è davvero rinata ma non dopo la scomparsa di suo figlio, bensì dopo quella del suo compagno Alistair.

La Joanna che vediamo nel colloquio con la dottoressa, che osserviamo al processo con una tranquillità quasi preoccupante è il risultato del suo risveglio, il risultato di una rinascita che si fonda comunque su delle macerie e la scena finale della serie lo conferma ma è comunque una Joanna stanca del ruolo di vittima e pronta ad abbracciare qualsiasi conseguenza derivi dalle sue azioni, perché finalmente libera se non dal suo dolore almeno dalle aspettative, dalle etichette e dal senso di colpa che ingiustamente le stava distruggendo l’esistenza.

In quella che si rivela senza ombra di dubbio come una delle scene migliori dell’intera serie, Joanna si riappropria per la prima volta della sua verità e della sua indipendenza nello stesso momento in cui abbandona al destino la sua vita, ossia quando lascia il controllo dell’auto e si lancia fuori strada, non prima di aver slacciato la cintura di sicurezza di Alistair. Credo in quel preciso istante Joanna abbia in un certo senso scommesso con la sorte: la possibilità di morire nell’incidente sicuramente non le appariva in quel momento così drammatica ma essere sopravvissuta invece le trasmette secondo me una sensazione di ritrovata forza, oserei quasi dire di invincibilità perché la donna che si risveglia in ospedale ha tutto da guadagnare e ricostruire e nulla da perdere in fondo.

Credo che nel suo finale Joanna sia solo all’inizio di un altro percorso, un percorso di guarigione che forse durerà per il resto della sua vita, ma la donna che ritroviamo in Australia nella casa costruita proprio sulle sue stesse macerie emotive è una donna che cerca una chiusura e lo fa adesso parzialmente in pace coi suoi demoni. E mi piace immaginarla in un futuro migliore in cui i fantasmi del passato non faranno più così paura.


Melbourne & Glasgow. Fuoco & Vetro.

Uno degli aspetti più geniali di questa miniserie, curato così minuziosamente da riuscire a scorgerne la maestosità solo nel finale, è rappresentato dal binomio antitetico dei due scenari principali, vale a dire la fredda, intensa, caratteristica e grigia Glasgow e la luminosa e accogliente Melbourne, due ambientazioni agli “antipodi” del mondo che custodiscono non solo dettagli fondamentali per la risoluzione del mistero alla base della scomparsa di Noah ma anche due aspetti caratterizzanti di Joanna.

Glasgow è il posto in cui Joanna ha perso se stessa per la prima volta, avviando la sua relazione con Alistair e diventando giorno dopo giorno, senza rendersene conto, una succube dormiente, e nel momento in cui fa ritorno in Scozia, Joanna si rende conto di quanto si senta ormai fuori posto e a disagio nella sua vecchia vita, avvertendo dentro di sé quell’imminente risveglio che era cominciato già in Australia. Ma in un certo senso è proprio l’inquietante e maestoso scenario scozzese a rimettere la sua verità in prospettiva e a permetterle infine di ritornare ad essere la donna forte che aveva dimenticato da qualche parte nel suo passato, e lo fa avvolta da frammenti di vetro gelido che simboleggiano forse i cocci che Joanna decide di rimettere insieme dopo il suo risveglio.


Melbourne invece, nella sua ardente luminosità, diventa per Joanna il palcoscenico su cui va in scena il suo inferno personale, uno scenario in cui sono appunto frequenti elementi di fuoco, come gli incendi boschivi che distruggono paesaggi naturali poco fuori la città o le fiamme che distruggono le prove del tragico destino di Noah. Lo stesso fuoco che sembra rappresentare quindi una costante dell’ambientazione australiana brucia e annienta la psicologia di Joanna, la insegue nei suoi incubi, la avvolge anche sulle rive del mare circondata dai colori accesi e ardenti del tramonto o tenui e caldi dell’alba. Ma è proprio il dolce calore delle prime ore del giorno di Melbourne (e la persona con cui Joanna le condivide) a diventare per lei l’inizio di una nuova alba, di un primo, debole risveglio.

Di fronte alla scena finale dell’incidente causato da Joanna a Glasgow per strappare ad Alistair le redini della sua vita, redini che lei ammette di avergli donato con il suo amore, anche la sigla iniziale della miniserie assume uno stupefacente valore inedito, diventando praticamente la chiave della storia nascosta in bella vista e la conciliazione dei due opposti primordiali che caratterizzano e dividono il volto di “The Cry”.


Il mondo intorno: Alex, Kirsty e Chloe

Uno degli elementi del primo episodio e della prima recensione di questa miniserie che si riconfermano drammaticamente nel restante proseguo della storia è rappresentato purtroppo dalla solitudine di Joanna, la stessa solitudine che l’aveva attanagliata nella depressione post-partum e che tante volte le impediva di realizzare quanto normale fosse la sua condizione e quanto comunque stesse facendo del suo meglio col piccolo Noah, anche quando le sembrava di non essere all’altezza.

In questa condizione di solitudine però, per quanto possibile, si inseriscono delle figure che appaiono quasi come spiragli di luce e ombre che attraversano la sua “reclusione” e la raggiungono in maniera differente.

Seppure la relazione con Alistair e in seguito la maternità avessero allontanato particolarmente Joanna e Kirsty, quest’ultima si afferma per me come l’unica vera possibilità per Joanna di avere almeno una forma di affetto sincero e puro nella sua vita. Distante dalle sue esperienze, dal suo dolore e dai suoi segreti, e probabilmente non esattamente la fan numero uno di Alistair, Kirsty non ha mai vacillato nella sua lealtà e nel suo amore fraterno nei confronti di Joanna, cercando nel suo piccolo di rientrare nella sua vita e di essere presente per lei nei modi e nei tempi che Joanna le concedeva.

E nonostante la confusione e lo shock distruttivo in cui la perdita di Noah l’aveva fatta precipitare, una parte di Joanna cercava ancora conforto nell’unica persona di cui voleva fidarsi, la stessa che l’accompagna per tutta la durata del processo e che la difende senza esitazioni sul banco dei testimoni. Per quanto sia stata complessivamente breve, la presenza di Kirsty nella serie e nella vita di Joanna mi è apparsa quasi indispensabile, l’unica vera speranza per lei di non chiudersi totalmente nella sua struggente solitudine.

Il rapporto che però più mi ha affascinato in questa storia è quello tra Joanna e Alexandra, un rapporto costituito in realtà da una sola scena condivisa e da altri brevi momenti di contorno. Fin dal principio, fin dalla telefonata del primo episodio, Alex non si è mai posta nei confronti di Joanna con rancore o risentimento, c’è sempre stata nel suo atteggiamento una sorta di compassione e comprensione, anche prima della scomparsa di Noah, conoscendo già la sorte a cui Joanna sarebbe andata incontro in una vita accanto ad Alistair. È quasi straordinariamente paradossale infatti notare come Alexandra non abbia mai davvero accusato Joanna della fine del suo matrimonio con Alistair e una parte di lei forse le era quasi grata per averle dato la motivazione necessaria per lasciarlo definitivamente. La scomparsa di Noah in seguito porta Alexandra a condividere con Joanna un dispiacere genuino, autentico, che si trasforma anche in reale preoccupazione per il suo futuro.


La scena sulla spiaggia in cui Alexandra richiama e distoglie Joanna da pensieri che se lasciati liberi avrebbero potuto condurla alla deriva si caratterizza con una pura e umana dolcezza, in un’atmosfera intensa ma delicata che rappresenta una vera rarità per la serie. Il confronto tra Joanna e Alexandra è onesto, incondizionato, libero, senza risentimento, senza conti in sospeso, e proprio in quella libertà di emozioni Alexandra prova a mettere in guardia Joanna dalle manipolazioni di Alistair e oltre ogni previsione, in una fase della sua vita in cui nessuna voce riusciva davvero a raggiungerla, Joanna ascolta Alexandra e apre gli occhi per la prima volta.

Anche la testimonianza in tribunale conferma l’umana maturità di Alexandra, che osserva Joanna e indipendentemente dalla sua innocenza o dalla sua colpevolezza, l’assolve perché riconosce nella sua vita con Alistair una condanna già scontata.

La colpevole che Alexandra non ha mai visto in Joanna è stata invece riconosciuta da Chloe, che si è rivelata nel corso della storia più ostile e in parte machiavellica di quanto si fosse capito al principio. Segnata a giusta ragione da ciò che aveva testimoniato con i suoi stessi occhi, la rabbia e la giovane età di Chloe l’hanno spinta a vedere in Joanna il “cattivo” della sua storia, non riuscendo inevitabilmente a riconoscere in suo padre Alistair il responsabile della distruzione della sua famiglia.

La realtà social: non così distopica

Perla di regia e di montaggio è la rappresentazione della risposta dei media e dei social networks alla scomparsa di Noah. Realistico e disumano, il rapporto dell’opinione pubblica, nascosta dietro uno schermo, con la tragedia che colpisce il prossimo ricalca il voyerismo tipico della società moderna e riprende lievemente nella trasposizione sullo schermo quella concreta distopia portata in scena da Black Mirror, mentre Joanna vede e sente intorno a sé, nella disperata intimità del suo dolore e dei suoi segreti, i volti e le voci di coloro che dissezionano il suo dramma, cercando colpevoli da giustiziare tra un tweet e un post.

Protagonista assoluta si rivela quindi per tutta la durata della serie la presenza imponente della regia di Glendyn Ivin e della fotografia di Sam Chiplin, entrambe sontuosamente racchiuse in una cornice musicale impeccabile composta da Lorne Balfe.


Giunta nel panorama televisivo britannico e nella mia vita un po’ in punta di piedi, “The Cry” ha forse nascosto il suo reale potenziale fino alla prima messa in onda, in cui ha portato in scena una dopo l’altra una serie di eccellenze che toglievano il respiro e ti lasciavano costantemente stupefatto e soddisfatto della compiutezza della storia. Jenna Coleman riesce ancora a sorprendermi non tanto per il suo talento innato e passionale, per la generosità nel mettere una parte di sé in ogni ruolo e per l’irruenta grazia dei suoi modi, quanto per il coraggio che dimostra nel continuare ad abbattere i suoi limiti raggiungendo sempre nuovi traguardi e superandosi ogni volta. Lo “scozzie noir” (Scottish + Auzzie – scozzese + australiano) che nessuno aveva davvero visto arrivare adesso lascia un segno evidente del suo passaggio che non verrà dimenticato tanto in fretta. O nel mio caso, mai.

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WalkeRita

3 comments

Syl 23 ottobre 2018 at 13:42

Devo necessariamente iniziare con delle invettive contro quell’uomo (seguono coloriti insulti).
Ora, potrei anche star qui a provare a incasellarlo in una definizione psicologica che parli di psicopatia, narcisismo, totale assenza di empatia, ma questo qui è un poveretto. Punto. Nemmeno merita di avere una sua categoria.
In effetti, incidentalmente, avevo pensato: “Come fa a saperlo?”, quando si era detto convinto che si trattasse della boccetta scambiata. Giustamente, i motivi potevano essere diversi, anche congeniti, no? Perché doveva per forza essere omicidio colposo e lui sicurissimo che lo fosse? Ma avevo ritenuto che fosse un escamotage narrativo tipico dei procedurali, quando seguono una catena di eventi che si rivela quella giusta, seguendo degli indizi non sempre a prova di tribunale, ecco 😀
Così come mi era sembrato poco credibile che lei entrasse nel supermercato, l’avevo trovato forzato e ci credo! Lo era.
Comunque, potrei star qui a insultarlo per ore, per quello che le ha fatto passare, per la totale mancanza di qualsiasi caratteristica che possa farlo rientrare nel genere umano, anche prendendolo largo, questo genere umano (senza tralasciare che, nella manipolazione, ha dato sfoggio di tendenze classiche vittimistiche da manuale), ma la verità che rende tutto più agghiacciante è il MOTIVO per cui avrebbe fatto tutto questo. E lo dice anche, a un certo punto “Se ti condannano, perdo la custodia di Choe”. Non ho mai capito questa sua ossessione per avere indietro la figlia, a qualsiasi costo, strappandola a sua madre.
Quello che mi ha colpito più di tutto è stata la solidarietà femminile. Io VOGLIO essere circondata da donne del genere. Indubbiamente sapevano che uomo fosse, ma decidere di schierarsi con una donna che, di fatto, aveva portato scompiglio nelle loro vite (parlo di Alex e suocera), è qualcosa da ammirare, quasi celebrare.
Sono felice che alla fine Jo si rinata. Come dici tu, proprio dalla morte di Alistair, come se si fosse riappropriata di una parte di sé che aveva temporaneamente perso.
Per il resto d’accordissimo con la tua superba analisi, come sempre (intendo, sarebbe superba pure se non fossi d’accordo).
Ah, io ero convinta che la-troppo-amichevole-addetta-alle-pubbliche-relazioni sarebbe diventata la nuova amante!

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WalkeRita
WalkeRita 23 ottobre 2018 at 14:21

Innanzitutto, GRAZIE MILLE per averla letta, per aver commentato e per le tue parole sempre troppo gentili, ti adoro!! Comincio dalla fine e ti dico che anch’io ero CONVINTA che avesse già una storia con l’addetta alle pubbliche relazioni o che sarebbe cominciata a breve, me lo sentivo, e credo che sarebbe successo se Jo non ci avesse fatto quel grande favore prima! Per me Alistair è assolutamente un poveretto e un essere spregevole ma credo davvero che mostri alcuni tratti di sociopatia perché non è normale il suo distacco emotivo da un evento del genere, la sua continua manipolazione del prossimo e la sua mancanza di rimorso, è un sociopatico poveretto!

Alex mi è entrata nel cuore dall’inizio proprio per questo motivo, perché non ha mai davvero incolpato Joanna per la fine del suo matrimonio e dal momento in cui Noah è “scomparso” l’ha guardata solo con comprensione e dolcezza! Elizabeth amava suo figlio ma lo conosceva bene, per questo è rimasta vicina a Jo anche dopo! E io non credo che Alistair volesse per forza la custodia di Chloe perché un uomo del genere secondo me non sa amare nessuno, credo che volesse solo vincere su Alexandra e ferirla, era una missione la sua. Alex sarà per sempre grata a Jo … .

Grazie ancora per tutto, darling!

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Syl 23 ottobre 2018 at 15:49

Figurati, è stato un piacere passare 4 settimane immersa nel tuo entusiamo! (Ci vorrebbe una parola più intensa di entusiamo, che non trovo). E ho anche “vissuto” Jenna attraverso i tuoi occhi, è stato come passare di colpo al livello superiore! <3

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