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Agents of S.H.I.E.L.D. Marvel Recensioni

Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. 5×17 – L’amore ai tempi di Melinda May

È un episodio di conferma l’ultimo andato in onda per “Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D.“, un episodio che si muove a piccoli passi e probabilmente il primo di questa seconda metà di stagione a tirare un po’ il “freno a mano” e a mantenersi su un livello piuttosto stabile in una scala d’intensità solitamente fuori controllo. Le dinamiche interne alla squadra riprendono esattamente dal punto in cui le avevamo lasciate, ancora frammentarie e prive di un piano a lungo termine ma ad ogni modo caratterizzate da una maggiore sicurezza e da un sostanziale ordine nell’esecuzione che permette a tutti i diversi schieramenti di raggiungere almeno quell’unico obiettivo per cui hanno messo a rischio anche i più importanti legami affettivi. E se anche la rinnovata Hydra non vanta certamente un organico unito, ciò che mi colpisce nuovamente della rinascita di questa organizzazione è la capacità di possedere sempre non una carta ma un’intera mano da giocare anche quando sembra aver incassato colpi ben assestati.

Seppure con piccoli passi, seppure ancora divisi in sottogruppi che continuano a seguire obiettivi e missioni indipendenti, lo S.H.I.E.L.D. sembra aver imboccato la giusta direzione, con più stabilità di quanto tutti loro abbiano affrontato gli ultimi eventi. A impostare in un certo senso proprio il percorso più razionale e lucido da intraprendere è ancora una volta Melinda May, l’unica, proprio in questa fase problematica, a mantenere ancora un equilibrato sguardo obbiettivo su ciò che deve essere fatto senza perdere però di vista le dinamiche più umane della squadra, una squadra che cerca di gestire e tenere insieme come ha sempre fatto, ossia dietro le quinte, riappropriandosi quasi involontariamente di quel ruolo con cui è stata introdotta nel team la prima volta, il ruolo di imprescindibile supporto. Il motivo per cui May non ha mai davvero avuto il controllo seppure ad interim dello S.H.I.E.L.D. sta secondo me proprio in questa sua “vocazione” da gregario, una figura che, incarnata da una personalità come la sua, si rivela assolutamente indispensabile proprio nei momenti di maggiore crisi poiché non solo diventa il collante tra tutte le parti che hanno perso adesione ma soprattutto è l’unica in grado di leggere e interpretare perfettamente la mentalità del leader, che si tratti di Phil Coulson o della persona a lui più simile al momento, Daisy Johnson. La lealtà di May in questo frangente rappresenta l’unico bagliore di speranza dello S.H.I.E.L.D. proprio perché illumina con impeccabile lucidità la situazione attuale, concedendo la sua fiducia anche quando è consapevole degli errori compiuti ma non tacendo sulle responsabilità che ognuno di loro deve affrontare. Il sostegno che ha dimostrato a Daisy nella sua posizione di leader, nonostante avesse notato e capito il rifiuto che la ragazza stessa opponeva a quel ruolo di comando, è risultato a mio avviso fondamentale sia per le dinamiche generali della squadra e della missione, sia per Daisy stessa che probabilmente grazie anche al tacito supporto che May le ha offerto è apparsa in questo episodio più matura rispetto alla settimana scorsa, riuscendo infatti a gestire nel migliore dei modi la missione di ritrovamento e salvataggio di Coulson e Talbot. E con la stessa umana razionalità, May ha saputo affrontare Coulson e quella sua vecchia abitudine di agire prima di parlare.

Il ritratto di Coulson stesso e di Daisy che si evince dalle parole di May è esattamente il miglior esempio di chiarezza e determinazione di cui questa squadra ha disperatamente bisogno al momento, è l’emblema di un’onestà che adesso non lascia più spazio a ulteriori dubbi, un’onestà a cui Coulson per una volta non sa replicare ma che forse gli permetterà ancora una volta di rivedere le sue priorità e di osservare la sua realtà da un diverso punto di vista, sia come uomo che come leader.

E prendendo in considerazione proprio i percorsi paralleli di Coulson & Daisy, risulta improvvisamente sorprendente notare quanto questi due personaggi si assomiglino sempre di più, dando un ennesimo scacco matto alla genetica e affermandosi sempre più radicati nel loro rapporto padre-figlia. Entrambi infatti, soprattutto nelle fasi di maggiore crisi, tendono a farsi carico delle sorti del mondo e ad affrontare in solitario i rischi che ritrovano sul loro cammino, un atteggiamento che lungi dall’essere conseguenza di una personalità egocentrica o del complesso dell’eroe, è in realtà il loro modo di evitare quei danni collaterali che poi inevitabilmente si verificano a causa proprio del loro tentativo di allontanare una squadra di supporto che ad ogni modo finirà sempre per guardar loro le spalle. L’incidente di Deke, per quanto effettivamente causato anche da un suo errore d’inesperienza, è in fondo la testimonianza più concreta di quanto Daisy, proprio come Coulson, tenda in questi momenti di confusione e incertezza a chiudersi nella convinzione di dover e poter affrontare da sola qualsiasi avversità, e se Coulson crede di doverlo fare come ultimo sacrificio per la squadra e per l’umanità prima di abbracciare fin troppo pacificamente il suo destino, Daisy è certamente ancora inseguita dalla profezia del “Destroyer of Worlds” e dai sensi di colpa che da essa derivano. È paradossale però veder agire questi due personaggi come “lupi solitari” quando sono stati proprio loro con le rispettive azioni e parole a instillare e alimentare l’idea della squadra e della famiglia in quel gruppo che adesso appare così frammentato.

E parlando proprio di quei frammenti di squadra che al momento hanno smarrito il percorso più giusto, ritroviamo gli “Invincibili Tre” in Inghilterra, dove la loro missione raggiunge un parziale successo ma paga anche le conseguenze di un atteggiamento avventato e irrazionale. Ciò che Elena, Fitz e Jemma riescono a trovare nella loro spedizione indipendente infatti non è soltanto il prototipo della “Destroyer of Worlds” alimentata a Gravitonium che Whitehall e Von Strucker avevano progettato e costruito ma a un livello più metaforico credo che tutti e tre abbiano dovuto affrontare il prezzo di una mossa che per quanto abbia dato i suoi frutti, ha anche mostrato le debolezze dell’irresponsabilità di fondo da cui è stata scaturita. Da una parte infatti, Elena è costretta a fare i conti con un’“invincibilità” ben più limitata di quanto immaginasse e la sua estrema velocità questa volta diventa un fardello impossibile da sopportare perché contrasta violentemente con un corpo a cui non è ancora abituata; dall’altra parte invece, i Fitz-Simmons, per quanto cerchino conforto e speranza nel loro rapporto, devono far fronte ai rispettivi limiti e se Jemma comincia a dubitare giustamente della logica delle sue azioni, Fitz appare invece ancora estremamente e pericolosamente razionale e questa sua improvvisa sicurezza di sé non solo stride con la pessimistica consapevolezza di non poter spezzare il loop ma rischia secondo me di risultare ancora inversamente proporzionale alla sua umanità [l’uscita infelice sulle braccia di Elena potrebbe esserne un sentore].

L’Hydra si riafferma però al momento e per me uno degli aspetti più affascinanti di questa fase e un focus particolare lo merita questa volta il demonietto ossigenato [shout out anche per Dove Cameron che mi sta sorprendendo con un’interpretazione degna di nota]. A partire dal rapporto sicuramente disfunzionale che ha con sua madre fino ad arrivare a quell’assurda ossessione che nutre nei confronti di Daisy [straordinaria la scena in cui appare quasi emozionata nel vederla davanti a sé e si sistema i capelli], il ritratto di Ruby è a tutti gli effetti quello di un’adolescente che si potrebbe quasi definire ordinaria se non fosse completamente deviata dall’ideologia Hydra.

Il legame problematico con il genitore, l’idolatria nei confronti di un eroe, sono tutti aspetti infatti che solitamente caratterizzano una normale teenager ma che sono stati intelligentemente stravolti proprio perché inseriti in un contesto fuori dall’ordinario. Il momento d’intimità che ha portato Ruby a prendere il sopravvento su sua madre non è stato a mio parere solo frutto di una recita, credo davvero infatti che a parte la gloria, la ragazza voglia effettivamente ottenere l’incondizionata stima dell’unica persona che comunque ha potuto “amare” e da cui è stata amata, seppure in maniera non salutare.

Infine meritevoli di nota sono: da una parte il generale Talbot, un personaggio che se guardato dall’esterno in realtà appare esclusivamente come la “vittima” di un fuoco incrociato in un gioco troppe volte più grande di lui, ma soprattutto il plot twist finale rivela anche quanto l’Hydra della Hale sia probabilmente la più forte dai tempi di Whitehall; dall’altra parte invece ho trovato assolutamente irresistibile l’insolita partnership tra Mack & Piper, due personaggi che si ritrovano ora ad ampliare improvvisamente i loro campi d’azione e che, seppure con realistiche incertezze, riescono nel loro intento.

In attesa dunque di una resa dei conti che è prossima ormai a giungere, io vi lascio alla tradizionale Top 3 e vi do appuntamento alla prossima settimana!

  • May confessa a Coulson di amarlo, lasciandolo finalmente senza parole e avvicinandolo ancora di più alla sua prossima dipartita! [ridiamo per non piangere]
  • Mack & Piper assistono allo spettacolo imbarazzante di Deke sotto gli effetti degli anestetici;
  • Ruby affronta Daisy per la prima volta;

 

Vi invito infine a passare da queste bellissime fanpage per restare sempre aggiornati sulle ultime novità riguardanti Clark Gregg, Chloe Bennet e Elizabeth Henstridge:

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2 comments

alan 17 Aprile 2018 at 16:28

Ciao.
In effetti puntata un po’ di transizione (la parte Mack, Piper,deke per quanto divertente sembrava messa lì tanto per dare minutaggio ai personaggi ) ma comunque interessante. Adesso è il momento di Ruby e della sua ribellione alla madre (ma è sempre bello vedere come i villain stagionali in questa serie non siano monotematici ma si cerchi sempre un loro approfondimento, qui il rapporto filiale.
Non mi e’ ben chiaro se abbiamo assistito alla morte definitiva del superiore (io ho capito che la Hale aveva messo la testa su un corpo meccanico per farlo entrare nella camera con il gravitonium.
Pollice verso per 1) Yoyo che qui ha problemi a usare il suo potere ma ne la scorsa puntata no 2) la sparatoria di Fitz simmons con i robot a tre metri che li mancano 3) l’operazione a cuore aperto un po’ troppo improvvisata.
Bell invece, e totalmente nel personaggio, il ti amo di may a coulson.

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WalkeRita 17 Aprile 2018 at 19:54

Ciao! Sì, credo che la partnership improvvisata tra Mack & Piper sia servita più che altro per dare caratterizzazione a entrambi, soprattutto a Piper, e devo dire che per quanto fine a se stessa, mi è piaciuta molto, anche perché sono momenti indispensabili per alleggerire la tensione che si respira negli episodi! Non sappiamo quante altre parti del superiore possano ancora comparire, o almeno credo! Onestamente, spero di non rivederlo più, l’ho sempre trovato molto stereotipato, soprattutto considerando il fatto che, come hai ben detto, i villain di questa serie sono sempre di un altro livello, mai banali, mai superficiali o privi di spessore! Forse Yo-Yo ha risentito ora del problema e non prima perché probabilmente ha usato il suo potere con maggiore intensità in missione, mentre la sparatoria dei Fitz-Simmons … beh credo dovesse solo fare un certo effetto! L’operazione a cuore aperto rientra nella questione sopracitata per Mack & Piper, ossia è certamente improvvisata ma in fondo fa sorridere anche per questo, sembrava che stessero giocando all’allegro chirurgo col povero Deke a fare da cavia!

Il “Ti Amo” di May va portato come modello nelle lezioni di sceneggiatura: Come scrivere la dichiarazione d’amore più “in character” della storia!! SOLO MAY! Grazie mille per il commento!

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