Farewell To … The Halcyon

È sempre orribile assistere alla cancellazione di uno show che amiamo. Lo è ancora di più quando lo show in questione ha tutte le carte per essere un successo (come dimostrano anche i risultati) e ha solo bisogno di spazio e tempo per svilupparsi.
Eccoci qui, dunque, a dire addio a un altro show di qualità, questa volta britannico, ovvero “The Halcyon”.

Scrivere adesso questo pezzo non è facile. Indubbiamente non è mai facile scrivere un “Farewell To” per una serie tv, non importa se il suo percorso conti una, cinque o dieci stagioni, non saremo mai davvero pronti a dire addio a un telefilm che in un modo o nell’altro ci è entrato dentro e ci ha emozionato. È ancora più difficile farlo per me ora, perché solo un paio di settimane fa questo articolo intendeva essere una recensione complessiva della prima stagione diThe Halcyon, un consiglio magari per spingere altri addicted a recuperare la serie, e invece adesso mi ritrovo a dover omaggiare l’ennesima serie tv chiusa troppo presto e, aggiungerei, immeritatamente e senza preavviso. Nonostante, infatti, gli ascolti più che dignitosi che “The Halcyon” ha portato al canale britannico ITV, la rete ha scelto ugualmente di non proseguire con la produzione dello show, penalizzato probabilmente da uno scarso feedback dovuto anche, secondo me, a una mediocre pubblicità ma soprattutto al peso di un paragone non facile da sostenere.

Non negherò di essere stata la prima ad aver riconosciuto l’inevitabile veridicità di questo paragone, in realtà è stato ciò che mi ha attratto fin dall’inizio e che mi ha convinto istintivamente a provare questa serie di cui nessuno in fondo parlava. Ho sempre definito infatti “The Halcyon” un perfetto mix tra due period drama britannici di cui sono follemente innamorata, vale a dire il colosso Downton Abbey e la miniserie di nicchiaDancing on the Edge [qui un breve pezzo a riguardo], il primo per quanto riguarda lo schema caratteriale dei personaggi, il secondo per il ruolo onnipresente della musica nella storia. Ma la verità è che, oltre dunque la partenza avvantaggiata che la serie aveva nel mio caso proprio per le iniziali somiglianze con i due period citati, “The Halcyon” mi ha conquistato fin dal pilot e non perché era “come qualcun altro”, ma perché mi ha mostrato in un solo episodio tutto ciò che amo in una serie tv e lo ha fatto senza paragoni o tentativi di emulazione, portando in scena storie, personaggi e rapporti personali già nitidamente definiti ma proprio per questo motivo, facilmente “accessibili” a partire dai primi minuti, come se li conoscessimo da sempre e fossimo sempre stati ospiti di quell’hotel così sfarzoso.

E se a colpirmi profondamente in partenza è stata la sequenza delle scene iniziali che compongono il flashforward, seguite immediatamente da una sigla straordinaria che sembra sposarsi perfettamente con lo stile e le tonalità della serie, uno degli aspetti che più ho amato di questo show lo si nota a partire dal primo episodio, ma forse lo si apprezza davvero facendo un passo indietro e guardando il quadro della serie nella sua definizione complessiva, trattandosi proprio del ruolo che l’aristocratico albergo svolge nella storia e nelle vite di tutti i personaggi che gravitano intorno a esso. Lungi infatti dall’essere apparentemente solo un mero custode di scandali e segreti, l’Halcyon Hotel rappresenta per me un porto sicuro, “a safe haven”, rappresenta quella fioca speranza di riuscire a mantenere un briciolo di normalità in una realtà in cui non c’è più nulla di costante e di sicuro. La Seconda Guerra Mondiale imperversa fuori dalle sue porte; i dubbi, le paure, gli schieramenti, le ideologie e le strategie politiche si insinuano in maniera sempre più insistente e persistente in tutti gli strati della società; le tragedie e i sacrifici colpiscono indistintamente le vite di tutti coloro che popolano e vivono la quotidianità dell’albergo; eppure, nonostante la guerra riesca a entrare in maniera subdola e penetrante nelle sue mura, l’Halcyon non si ferma mai, si protegge, cade se è costretto a farlo, ma si rialza ogni volta, scuote la polvere dal vestito o dalla divisa, raccoglie i suoi stessi cocci e ricomincia, giorno dopo giorno, si riappropria del suo splendore, del suo nome importante, delle sue luci, della sua sottovalutata ordinarietà. L’Halcyon fa credere ai suoi ospiti che ci sia ancora un appiglio di normalità anche mentre il mondo lì fuori cade letteralmente a pezzi, non chiude fuori la realtà, non potrebbe farlo neanche se lo volesse, ma prova a lottare affinché non diventi preponderante, affinché il lavoro quotidiano garantisca a tutti loro un’illusoria speranza di un futuro migliore.  E in questa battaglia contro la guerra stessa, l’arma vincente dell’Halcyon Hotel è la musica.

La musica di “The Halcyon” mi ha concesso di perdermi totalmente in questa serie tv, mi ha travolto, mi ha lasciato senza difese davanti a una serie che ormai aveva via libera con me perché già le appartenevo, senza riserve. Ora che ci ripenso,The Halcyon” si apre e si chiude nello stesso modo, con la voce intensa, morbida, elegante e coinvolgente di Betsey Day, affascinante vocalist della jazz band di Sonny Sullivan nello show e interpretata dall’eclettica Kara Tointon.

Lasciare alla musica il compito di introdurre e concludere, quasi ciclicamente, la sua storia è sintomo dell’importanza che questa componente ha avuto fin dalle prime fasi di questo progetto, sia ai fini della vicenda che nella costruzione della serie stessa, diventando co-star di tutti i protagonisti ma soprattutto scandendo momenti, emozioni, scene, eventi e, inevitabilmente, personaggi. Questo perché, come ho già anticipato, mentre per la serie le musiche sono in realtà state composte da Samuel Sim e Chris Egan, all’interno delle storie dell’Halcyon Hotel la musica unisce principalmente i due protagonisti che le danno voce e corpo, Betsey Day & Sonny Sullivan.

Betsey e Sonny sono per me gli eroi che scendono sul campo di battaglia a nome dell’Halcyon per combattere in prima fila contro le invasioni degli orrori della guerra in quella stabile quotidianità che l’hotel cerca disperatamente di mantenere per i suoi ospiti e per chiunque cerchi conforto e rifugio tra quelle mura. Così come accade nella prima scena della serie, [il flasforward che ritroviamo nel finale] quando le note frizzanti di “Honeytrap” accompagnano una celebrazione per l’hotel stesso ma vengono interrotte da un’abitudinaria e odiata sirena che rovina per l’ennesima volta il mood della serata, nello stesso modo questo schema si ripete in quasi ogni episodio. E in ogni episodio Betsey & Sonny rispondono a quell’ “attacco” con l’unica arma a disposizione nel loro arsenale. Quando il maledetto suono asettico della sirena, che preannuncia un’imminente incursione aerea dei bombardieri tedeschi, penetra subdolo nelle atmosfere festive dell’Halcyon, gelando il sangue nelle vene e spegnendo gli entusiasmi e le speranze, prima che tutti i presenti si allontanino delusi e spaventati per radunarsi nel rifugio sotterraneo, Betsey & Sonny portano in scena il loro show più importante, ribellandosi forse invano alle conseguenze che quel rumore infernale porta con sé e contrastandolo finché possono con l’ultimo baluardo di difesa dell’hotel, vale a dire la loro musica.

Più la sirena si insinua prepotentemente nelle loro vite, più Sonny suona con maggiore veemenza e accompagna la sua Betsey che quasi per sfregio canta con più convinzione e determinazione, in quella che diventa quasi una sfida tra l’Halcyon hotel e la guerra intorno a loro, una sfida in cui inevitabilmente sono destinati a soccombere ma non prima di aver lottato fino all’ultima nota. La musica di questa serie mi appare come un atto di coraggio, come quel tentativo impavido di resistere anche quando non è possibile, di alzare la voce anche quando la realtà lì fuori cerca di mettere tutti a tacere; ma la verità è che nessuno può davvero mettere a tacere Betsey Day.

Un momento esemplare da questo punto di vista, sia per il ruolo della musica nella serie sia per la caratterizzazione dei due personaggi che ne sono l’emblema, lo ritroviamo nel sesto episodio, in un frangente in cui la guerra fa avvertire pesantemente la sua presenza per tutti i protagonisti della storia. Di fronte infatti all’ennesima sirena, mentre gli ospiti dell’hotel lasciano in fretta la sala per scendere nel rifugio, Betsey e Sonny restano ancora una volta indietro, soli, come stoici guerrieri che affrontano una battaglia che soltanto loro riescono a vedere. E alla loro personale missione, si intrecciano inevitabilmente le vicende più intime che li uniscono in una storia e in un legame che mi hanno rapito il cuore come poche volte prima.

“Because the west end is the best end, you said the best end is the West End, I mean the West End is the best end for me.”

Il litigio che li aveva coinvolti pochi minuti prima perde importanza a ogni istante che passa e mentre Betsey si rifiuta di lasciare Sonny, noncurante di quali possano essere le conseguenze, lui comincia a suonare per lei, solo per lei. E in quel momento, mentre cantano e lottano insieme contro la guerra che cerca di entrare nel loro mondo, non c’è nulla che sembri riuscire a spaventarli e a ogni boato corrisponde una musica più incisiva e una tonalità più alta in entrambe le voci che quella sera appaiono quasi invincibili. Sotto l’ennesimo raid, soli su quel piano dell’Halcyon, Betsey e Sonny cantano, ballano e affrontano finalmente quei sentimenti troppo intensi e importanti da nascondere o tacere in un momento in cui il tempo non era più un lusso che potevano concedersi. E improvvisamente, per quella sera, la guerra sembra sconfitta, almeno per loro due.

E “infine”, oltre l’hotel e la musica, ci pensano ovviamente i personaggi a riempire pienamente ogni stanza e ogni istante di questa realtà, questa volta anche oltre le mura dell’Halcyon. È forse troppo facile perdere la testa per tutti i personaggi di questa serie perché, come ho anticipato, sono estremamente definiti fin dal principio al punto tale da sentirli immediatamente vicini e familiari, tanto da capirne ogni forza e ogni debolezza, ogni desiderio e ogni paura. E poi le relazioni interpersonali riempiono gli spazi che restano, rendendo questo panorama caratteriale un mondo in cui è bellissimo perdersi. Personalmente il primo rapporto che mi ha colpito, o meglio investito come un treno in corsa, oltre quello già citato tra Betsey & Sonny, è quello tra Betsey Day & Emma Garland, due giovani donne che non potrebbero essere più diverse ma che sembrano completarsi quando sono insieme perché in quelle differenze trovano un sostegno incondizionato e un angelo custode, pronte a guardarsi le spalle a vicenda quando più ne hanno bisogno. Betsey & Emma sono legate da un rapporto incredibilmente onesto, condividendo senza timori o riserve ogni lato della loro quotidianità o del loro carattere, con l’assoluta certezza di non essere mai giudicate dai reciproci sguardi. Emma conosce Betsey in tutte le sue eccentriche sfumature e in questo modo la accetta, riuscendo a riconoscere in lei anche quelle fragilità che prova a nascondere sotto strati di ostentata sicurezza; Betsey, dal suo canto, tende costantemente a fare scudo davanti a Emma, sentendosi quasi chiamata a proteggere la sua innocenza e la sua purezza.

Ma un altro personaggio legato sorprendentemente ad Emma è quello di Joe O’Hara, radio giornalista americano, determinato e sicuro di sé, abituato forse troppo a restarsene in disparte a raccontare il mondo anziché lasciarsi coinvolgere in prima persona.

Individualmente, Joe è per me uno dei personaggi più affascinanti della serie, sia inevitabilmente per il suo background sociale che lo rende un intrigante outsider in un contesto prettamente nazionalistico, sia per il suo ruolo nella storia, in cui si inserisce a volte come voice-over che accompagna l’evolversi della guerra, a volte come protagonista, me in entrambi i casi Joe sembra possedere a mio parere un’incredibile sensibilità che gli permette di andare oltre la notizia e raggiungere il cuore più umano di ogni situazione che affronta. E in questa sua evoluzione personale e “sociale” che lo avvicina progressivamente alla realtà in cui è inserito, gioca un ruolo fondamentale proprio la figura di Emma, l’unica per cui Joe comincia a mostrarsi apertamente, con onestà, ma anche l’unica che riesce a raggiungere e riconoscere quella nobiltà d’animo che a volte neanche Joe ammette a se stesso.

Volendo discorrere sui personaggi e sui rapporti presentati in questa serie, avremmo probabilmente materiale per una tesi di laurea, a partire dai legami familiari come quello tra Emma e suo padre Richard o quello tra i fratelli Hamilton, così come affascinante appare il rapporto tra Richard Garland e Lady Hamilton soprattutto nel finale di stagione, ma in questo frangente vorrei soffermarmi in ultimo su una delle storie più emozionanti e profonde raccontate nello show, vale a dire quella del rifugiato austriaco ed ebreo, Max Klein.

Scritta prima ancora dei recenti cambiamenti socio-politici avvenuti negli ultimi tempi nella nostra realtà contemporanea, la storia di Mr. Klein non solo sembra anticipare e prevedere il nostro futuro, ma più di tutto riesce secondo me a illuminarlo con un bagliore di umana speranza. Giudicato, temuto e disprezzato dalle posizioni politiche radicali e xenofobe dello chef dell’Halcyon, Klein è costantemente vittima dei suoi pregiudizi e delle sue vessazioni almeno fino al momento in cui Emma, promossa assistente manager dell’hotel, fa propria la condizione di Klein e usa per la prima volta la sua autorità per fare scudo davanti a un indifeso padre di famiglia, cambiando lo schema gerarchico della cucina e ristabilendo così all’Halcyon quel ruolo di rifugio e porto sicuro di cui parlavo all’inizio del mio pezzo.

In definitiva, purtroppo, questo è il mio addio a “The Halcyon”, una serie che in soli otto episodi mi ha totalmente rapito e si è imposta in pianta stabile tra le mie preferenze come a volte neanche intere stagioni riescono a fare. “The Halcyon” meritava una possibilità, ma più di tutto meritava di essere apprezzato [e pubblicizzato] nella sua individualità, senza subire il peso di un paragone che in fondo non aveva  ragione di sussistere se solo non si fossero fermati davanti alle apparenze così inizialmente familiari. “The Halcyon” aveva fascino, aveva storia, aveva personaggi e relazioni, aveva tutto ciò di cui una serie ha bisogno per lasciare un segno, ciò che  non ha avuto è stato il tempo e questo sarà sempre un grande rimpianto.

WalkeRita

Eccoci per un altro triste addio a uno show.
Sfortunatamente, parliamo di “The Halcyon”, show britannico dell’emittente di ITV, ormai nota anche a noi per “Downton Abbey”, “Victoria” e vari altri show.
Incredibile ma vero, “The Halcyon” non è stato cancellato per ascolti bassi, infatti essi sono risultati essere di tutto rispetto (persino se lo show fosse stato americano, pensate un po’): “The Halcyon” ha debuttato con sette milioni e mezzo di telespettatori, per poi scendere (come è fisiologico per qualunque nuovo show) e assestarsi stabilmente su una media di cinque milioni e mezzo a ogni episodio. E cinque milioni e mezzo di spettatori, di lunedì sera (giorno di messa in onda delle puntate), per un nuovo show sono davvero un buon risultato, in particolare nella piccola Nazione che è l’isola della Gran Bretagna. Infatti, gli autori e il resto del team tecnico erano già al lavoro sulla seconda stagione, evidentemente quasi sicuri di un rinnovo (forse, chissà, anche per conferme ricevute in qualche modo). Un rinnovo che non è arrivato, essendo invece giunta l’infausta cancellazione, appunto non per risultati non raggiunti ma, a quanto pare, per “far posto a nuovi show di ambientazione storica”. Insomma, cancellano uno show nuovo che ha fatto ascolti di tutto rispetto per puntare sull’ignoto, che potrebbe anche fallire o fare risultati analoghi a “The Halcyon”.
Che dire, un’ottima politica, non è vero?

“The Halcyon” mi ha attirato sin dalla sua immagine promozionale, per l’evidente stile anni ’30-’40 che la connaturava, stile ovviamente confermatosi poi con il pilot.
Come si può immaginare, sì, la storia presenta qualche similitudine con “Downton Abbey”, poiché narra della vita di una famiglia nobile proprietaria di questo albergo lussuoso nel pieno centro di Londra e, parallelamente, dei dipendenti dello stesso; inoltre, c’è una morte che ricorda vagamente una avvenuta in “Downton Abbey”. Le similitudini, però, si fermano qui e iniziano le numerosissime differenze.
Innanzi tutto, “The Halcyon” non ha la grandiosità abbagliante sin dal pilot di “Downton Abbey”, è un progetto più modesto che non voleva nemmeno provare a imitare l’illustre precedente. Il fatto che fosse più modesto, però, non vuol dire che non avesse valore, anzi, esattamente il contrario, anche perché non tutto deve avere quella grandiosità di “Downton Abbey” per essere un buon prodotto e “The Halcyon” lo è senza dubbio.
Un’altra caratteristica fondamentale di “The Halcyon”, che lo ha differenziato in modo profondo da “Downton Abbey”, è proprio il periodo in cui era ambientato, ovvero la Seconda Guerra Mondiale, sin dal suo inizio per la Gran Bretagna. Lo scopo degli autori era di mostrare un anno di guerra per ogni stagione, sviluppando, dunque, lo show in un arco di cinque stagioni e difatti gli otto episodi che compongono la prima e (sfortunatamente) unica stagione coprono i primi otto mesi del conflitto che ha devastato l’Europa settant’anni fa.

Il periodo e, dunque, ciò che da esso consegue: come già anticipato in modo implicito da Walkerita con la sua analisi, infatti, nello show è stato affrontato il tema di coloro che scappavano dalla Germania nazista, pur essendo di nazionalità tedesca, e di come queste persone venissero trattate una volta giunte nelle Nazioni libere per la sola “colpa” di essere nati in quello che era poi divenuto il Terzo Reich.
Una tematica importante, profonda, che, attraverso la rappresentazione di tale situazione tragica (soprattutto quando una parte della famiglia restava indietro), era atta a ricordare che il passaggio dalla parte “giusta” a quella sbagliata è più facile di quanto si possa pensare.
Una tematica, dunque, politica, che ha aperto lo show. Nel primo episodio, infatti, poco prima dell’inizio della guerra per il Regno Unito si è visto lo svolgimento di un incontro segreto ma importante tra alcuni esponenti di spicco dell’alta società britannica e politica, tra i quali vi era Lord Hamilton, il proprietario dell’Halcyon Hotel.
Seduti al tavolo della sala da pranzo dell’elegantissima suite che costituiva gli appartamenti privati degli Hamilton, gli uomini riunitisi, entrando dalle cucine per non essere visti dalla popolazione, sono stati rappresentati intenti a discutere su quale fosse la cosa migliore da fare, nonché su chi sarebbe dovuto succedere alla guida del Governo, visto che la politica di Chamberlain si era rivelata del tutto fallimentare ed errata (Chamberlain era uno di coloro che asserivano fosse necessario stringere accordi con Hitler e che il Fuhrer non rappresentava un pericolo per l’Europa) e le previsioni di Winston Churchill, invece, si erano concretizzate.
Tra di loro vi era una sola donna, l’amante di Lord Hamilton: Charity Wakefield, una filo-nazista, che è risultata avere conoscenze apparentemente di alto rango tra i gerarchi tedeschi e ritenere giusta la politica di Hitler e, dunque, allearsi con lui la cosa migliore da fare.

Successivamente, lo show aveva introdotto la Battaglia d’Inghilterra, con le sue drammatiche conseguenze: i bombardamenti su Londra, le perdite subite da tutti, anche e soprattutto umane, nonché quello dello spionaggio interno.
E la rappresentazione di questa situazione drammatica aveva permesso anche di mostrare il mondo dell’Halcyon, le persone che vi vivevano, che vi lavoravano nella loro quotidianità, poiché ciò era inerente al modo in cui i Britannici avevano reagito alla guerra e al tentativo di invasione da parte dei Nazisti, ovvero nel modo più normale possibile. La vita a Londra doveva continuare e continuava, le persone andavano al lavoro e uscivano, andavano a ballare, cercavano di combattere la tragicità con la normalità: “Business as usual”. E all’oscurità della guerra opponevano la gioia della vita.
Una rappresentazione tutt’altro che romanzata o eccessiva, quella vista in “The Halcyon”, poiché è risaputo che i Britannici hanno uno spirito particolare (e lo avevano anche allora), la Nazione non era stata invasa, la famiglia reale e il Governo erano rimasti a Londra e dalla Capitale continuavano a operare, nonostante a tutti loro fosse stato chiesto di evacuare… e Winston Churchill, una volta divenuto Primo Ministro, camminava per le strade della città per risollevare e mantenere alto lo spirito della sua popolazione, mentre i piloti della RAF, inferiori di numero e per mezzi rispetto alla Luftwaffe, opponevano strenua resistenza rispedendo con fierezza al mittente tutti i tentativi di piegare la Gran Bretagna.

Ed era proprio l’ambientazione storica a permettere lo sviluppo di alcuni meravigliosi rapporti interpersonali tra i personaggi. Non ripeterò ciò che è stato già evidenziato, su cui concordo totalmente (uno dei miei preferiti era proprio il rapporto di amicizia tra Emma e Betsey), ma non sono gli unici.
Innanzi tutto, va sottolineato il personaggio di Richard Garland, il Direttore dell’Halcyon, un uomo apparentemente quasi “anonimo” per la pacatezza che lo contraddistingueva, ma in realtà straordinario, intelligente, dotato di continue e quasi infinite risorse, deciso, capace, giusto e leale. Una bellissima dicotomia che lo faceva emergere, poiché era davvero interessante vedere questo carattere ferreo mostrarsi senza mai bisogno di alzare la voce e senza mai perdere la calma.
E il primo meraviglioso rapporto era proprio quello tra quest’uomo, detentore di numerosi segreti e avente un passato a sua volta drammatico (forse proprio grazie al quale era in grado di affrontare tutto con pacatezza e la sua voce così tranquillizzante), ed Emma, sua figlia, luminosa e dolce, ma dotata della stessa forza di volontà. La costante fiducia che Richard dimostrava in lei, la fierezza che traspariva anche nei momenti di attrito tra padre e figlia, era una caratteristica meravigliosa dello show, soprattutto se si pensa che l’uomo era rimasto solo a crescerla e che quelli erano gli anni ’40, in cui vigeva ancora una visione patriarcale della famiglia. Tale rapporto era, dunque, un tocco di intelligente modernità.
Nel corso degli otto episodi, però, Richard Garland era stato mostrato al centro di numerosi rapporti altrettanto belli: Peggy, che aveva protetto e di cui si era preso cura dopo quanto successo a Billy, Lord Hamilton prima e Lady Hamilton dopo, in un percorso difficile ma davvero bello da vedere… e soprattutto i figli di questi ultimi, Freddie e Toby, che in lui avevano trovato un solido punto di riferimento, una volta scomparso il discutibile padre.


E proprio i due fratelli Hamilton, Freddie (il nuovo Lord Hamilton) e Toby erano alcuni dei personaggi più promettenti: entrambi così fermi nel dimostrarsi diversi dal padre, ambedue di animo nobile nella loro imperfetta umanità, entrambi assolutamente decisi a fare la cosa giusta per il proprio Paese.

Toby, il più fragile, in un certo senso, il più insicuro e sofferente, eppure anche lui così coraggioso e amorevole, deciso a fare il suo dovere per la sua Nazione in guerra e a proteggere chi ama, tanto da correre attraverso la città sotto un bombardamento, per farlo.


Freddie, con il suo grado di ufficiale della RAF, impegnato negli scontri aerei per difendere il Regno Unito, diviso tra il suo dovere di ufficiale dell’aviazione e il suo ruolo di “capo famiglia” degli Hamilton, con la carica di Lord scesa a gravare sulle sue spalle, un fratello minore da proteggere, l’eredità di famiglia da mandare avanti, la nomea della famiglia da migliorare… così gentleman e così innamorato di Emma. Nel suo piccolo, una versione dell’eroe tragico, diviso tra dovere e cuore, consapevole del costante rischio derivante dal pilotare un caccia della RAF e desideroso di risparmiare dolori alle persone amate e per questo capace di allontanare la giovane donna di cui era perdutamente innamorato, salvo poi rendersi conto di non aver preso in considerazione le conseguenze dolorose di questo gesto altruistico e allora in grado di chiedere una seconda possibilità in modo umile.

“E se fosse troppo tardi ora?”
“E’ sicuramente troppo tardi, ma non potrei vivere con me stesso se almeno non ci provassi.”



Infine, le due caratteristiche che davvero contraddistinguevano lo show: la musica e i monologhi radiofonici di Joe O’Hara, attraverso i quali si raccontava la drammaticità di una Nazione in guerra che, sola, tentava di opporsi alla schiacciante macchina bellica del Terzo Reich.


E in ultimo, la musica. Splendida, costante, un elemento imprescindibile per questa storia già a partire dalla bellissima sigla, quest’ultima un perfetto mix tra lo stile degli anni ’40 ma anche peculiare e originale, che ricordava quelle di James Bond, con il suono degli allarmi anti-arei sul finale di essa a ricordare che nello show c’era più del solo stile, della sola epopea di un lussuoso albergo e della famiglia nobile a cui esso apparteneva, bensì che “The Halcyon” era la storia di una Nazione in guerra e della forza dei suoi cittadini, comuni e nobili.

– Sam




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WalkeRita
Giovane 23enne sulla carta d’identità ma con un passato tormentato e vissuto più di quanto voi possiate immaginare. Tutto è cominciato frequentando il liceo di Beverly Hills 90210 ma la vera epifania è avvenuta quando ha scoperto di avere poteri magici da dividere con tre sorelle in una splendida casa vittoriana. Ciò che segue è storia: ha cominciato a combattere i vampiri con una biondina esplosiva mentre nel tempo libero frequentava assiduamente gli alieni del New Mexico. Tra innumerevoli viaggi e incontri variegati, ha trovato la sua vera essenza solo in tre posti: una piccola cittadina del North Carolina, un negozio di elettronica intriso di Nerd e una missione ad alto rischio e tasso adrenalinico al fianco di un’agente Cia doppiogiochista, nome in codice: Fenice. Non ha mai smesso di visitare mondi e tempi diversi e quando credeva di non potersi più innamorare come era successo in un glorioso passato, è stata folgorata da uno scrittore e dalla sua musa, da un’angelica vendicatrice (che è QUASI certa di aver incontrato in una vita precedente) e da una Salvatrice e la sua famiglia. Tutto questo le ha ridato carica ed energia e l'ha fatta sentire inarrestabile: si è persa in uno strano Magazzino del South Dakota, ha ammirato un’affascinante scienziata appassionata di ossa, ha fatto persino una visita indimenticabile in un ospedale di Seattle ma quando ha notato che i dottori morivano più dei pazienti, ha deciso di andarsene, in cerca di nuove avventure. Ha trovato così i suoi alter ego: una geniale hacker conosciuta come Watchtower e una sorprendente artista di Broadway. Infine quest’estate si è iscritta ad una società segreta chiamata Divisione, ha viaggiato con mezzi alternativi come una cabina della polizia e si è resa conto di essere una piccola graziosa bugiarda. Può sembrarlo, ma non è pazza, è invece Folle per le serie tv, con il sogno impossibile di essere nata negli USA e con l’abitudine di sfogare questa passione scrivendo!!

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