Telefilm Addicted consiglia… Rectify

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Ci sono intro che stancano dopo un paio di visioni e dopo una manciata di puntate diviene automatico saltarle, e intro che ti piacciono talmente tanto che non vedi l’ora di sentirle. Quella di Rectify rientra tra queste ultime; è stato quello che si definisce un colpo di fulmine e ne sono rimasta affascinata sin dalla prima puntata.
Sono partita con l’argomento più frivolo che però rappresenta quel piccolo pezzo di un puzzle immenso che lascia senza fiato, perché è quel pezzo che completa una serie intensa e che rasenta la perfezione come poche.

Rectify è la prima serie originale di Sundance, composta, per ora, da due stagioni, rispettivamente di 6 e 10 episodi. E’ uno di quei pochi casi in cui vi posso dire la trama senza pericolo di spoiler, perché quello che conta non è tanto la storia, ma gli effetti che questa storia ha sui suoi protagonisti.
Daniel Holden (interpretato magistralmente da Aiden Young) ha trascorso 19 lunghi anni nel braccio della morte, accusato di aver violentato ed ucciso la sua fidanzatina Hanna. Quando nuove prove del DNA fanno vacillare l’impianto accusatorio, Daniel viene rilasciato e fa ritorno nella piccola cittadina di Paulie, sua città natale. La prima stagione si concentra tutta nei primissimi giorni di Daniel come uomo libero e della sua famiglia che sembra essere uscita da un grande lungo incubo.
Ma l’incubo è realmente finito?

Rectify è una serie lenta, forse la più lenta che abbia mai visto, ma bellissima. L’argomento trattato è tra i più spinosi e profondamente tragici della Storia americana e dipinge un quadro pieno di angoscia e paura che fa sì che ogni puntata sia un pugno nello stomaco, 50 minuti di riflessione sull’esistenza e la condizione umana.

 

La serie, come avrete capito, è tutta fondata sulla psicologia dei personaggi, sulle loro reazioni. Daniel dopo 19 anni di isolamento ritorna al mondo; ha quasi 40 anni, ma deve riadattarsi ad una società che non è più quella che aveva lasciato, riscopre i piccoli piaceri che in carcere pensava di aver perso per sempre.
Ha vissuto per metà della sua vita pensando di dover morire da un momento all’altro, il rilascio è quasi un miracolo (sfuggire al braccio della morte è evento più unico che raro).

Se per noi la pena capitale è solo una pratica barbara, in alcuni Stati della “democratica” USA è tristemente ancora realtà.
E allora Rectify è da apprezzare doppiamente perché, si spera, possa smuovere le coscienze e far capire la reale tragedia della pena di morte (direte voi, una serie tv di certo non può cambiare il mondo. Vero, ma nulla è inutile, la sensibilizzazione passa anche dalla televisione).
Con un sapiente uso dei flashback, assistiamo ai momenti più duri di Daniel in carcere, ad un’esistenza vuota e senza speranza, in cui i giorni trascorrono tutti uguali, in cui l’unico appiglio alla vita è il vicino di cella, Kerwin.

I just want to hug him all the time but I know it’d freak him out.  (Amantha Holden) 

Ma Rectify non è solo la storia di Daniel, è anche la storia della sua famiglia, della mamma e della sorella Amantha (Abigail Spencer, già vista in Mad Men e Suits), che dopo l’iniziale incommensurabile gioia  del rilascio, sono costrette ad affrontare una dura realtà: diffidenza ed odio da parte dei cittadini di Paulie che considerano Daniel colpevole e impotenza davanti alle difficoltà di adattamento dello stesso.

Perché guardare Rectify?
Perché è una serie intensa che colpisce l’anima (difficile fare una maratona, la portata emotiva è troppo grande).
Perché gli interpreti sono eccezionali e ha una fotografia che rapisce.
Perché il tema trattato è sempre attuale e la sensibilizzazione sul tema non è mai abbastanza.
Perché la seconda stagione non delude le aspettative e continua sulla scia vincente della prima.

Spero di avervi convinto ad iniziare Rectify. Gli Emmy l’hanno snobbata ingiustamente, non fatelo anche voi!

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