Supergirl | Recensione 2×20 – City of Lost Children

Supergirl — “City of Lost Children” — SPG220a_0083.jpg ñ Pictured (L-R): Lonnie Chavis as Marcus and Mehcad Brooks as James Olsen/Guardian — Photo: Bettina Strauss/The CW — © 2017 The CW Network, LLC. All Rights Reserved

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di una storyline che preannuncia un promettente ed esplosivo season finale che vedrà riuniti tutti i volti femminili più importanti di National City, “Supergirl” porta in scena una straordinaria anticamera di quello che sarà il suo ultimo atto per questa stagione, presentando un episodio focalizzato quasi esclusivamente su due protagonisti, all’apparenza estremamente diversi e distanti ma che, mai come in questa occasione, mi appaiono “legati” da un desiderio profondo e radicato in entrambi che diventa in questo modo motivo conduttore dell’episodio, vale a dire le possibilità, quelle concesse, quelle negate, quelle richieste, quelle sperate.

Non ci avevo mai fatto caso prima ma James Olsen e Lena Luthor hanno condotto finora vite parallele, costruite su background familiari e sociali che non sarebbero potuti essere più differenti ma ciò che più li allontanava era probabilmente l’appartenenza a una “fazione” in una guerra che in fondo neanche li riguardava. In un passato di cui conosciamo solo le storie raccontate, James e Lena sono stati definiti totalmente dalle persone a cui erano legati, accettando di vivere all’ombra di chi li aveva fatti sentire a casa e al sicuro, giurando lealtà incondizionata e diventando progressivamente solo un supporto, con i loro sogni e le loro capacità messi perennemente in stand-by, mentre abbracciavano consapevolmente o meno le etichette che l’opinione pubblica creava per entrambi, “l’amico di Superman” e “la sorella di Lex Luthor”, ruoli che nel bene e nel male erano ormai costretti a interpretare. E proprio l’aspetto che quindi più li rendeva così diversi e lontani, diventava in questo modo la loro prima essenziale somiglianza. National City rappresenta per entrambi la prima “possibilità” di sfuggire a queste etichette, il primo tentativo di avere qualcosa che fosse soltanto loro, che gli appartenesse e li definisse individualmente e non solo come riflesso di coloro che avevano affiancato in passato. Ma più di qualsiasi altro aspetto caratterizzante, credo che National City abbia reso fin troppo evidente quanto James e Lena abbiano passato la loro vita fino a quel momento vessati dalle diversità di cui sono portatori e “prigionieri” dei pregiudizi e delle loro stesse potenzialità lasciate inespresse a causa di quelle “possibilità” che nessuno aveva mai offerto.

Mi sento di dover riconoscere purtroppo che il personaggio di James Olsen sia stato privato della sua “possibilità” in primis dagli autori della serie stessa e dalla nuova “dimora” che ha ospitato questa seconda stagione dello show. L’ho già detto in passato ma in un episodio come l’ultimo andato in onda diventa terribilmente chiaro e anche vagamente frustrante quanto la caratterizzazione di James sia stata inesorabilmente abbandonata e a tratti dimenticata con consapevolezza per fare spazio alle new entry che avrebbero progressivamente preso il suo posto nelle dinamiche principali della storia. È facile purtroppo in momenti come questi restare in qualche modo destabilizzati e confusi dall’improvvisa centralità che James ha ottenuto in questo episodio quando per intere puntate ha accumulato uno screentime pari a quello del secondo figlio di Cat Grant ma ciò che più mi lascia interdetta di quella che è a tutti gli effetti una scelta ponderata di trascurare un personaggio con tali potenzialità è la dimostrazione di quanto effettivamente James Olsen avrebbe potuto portare allo show se solo si fosse trovato lo spazio e il tempo necessario per permetterglielo. Oltre una personalità forse fin troppo “pacata”, al di là di un carattere che anche nella prima stagione non era sempre particolarmente attivo, affascinante ed entusiasmante, credo che James, sia come personaggio della serie che come persona nella storia, avesse bisogno soltanto di un obiettivo.

La profonda crisi personale che lo attanaglia in questo episodio, immobilizzandolo tra dubbi e paure, esula dalla semplice necessità di trovare la propria strada o di avere obbligatoriamente un ruolo all’interno del team dei “superfriends” per farsi “valere”, si tratta in realtà di una sensazione a mio parere molto più intensa che lo definisce al punto tale da travolgerlo, è un contrasto che lo caratterizza forse da sempre ma che soltanto ora riesce ad esprimere tra ciò che si sente chiamato a fare, quasi come una vocazione repressa per tutto questo tempo, e ciò che invece concretamente riesce a fare con i propri mezzi a disposizione. Sarò sincera, è stato quasi demoralizzante vedere quanto i tentativi di James di “fare di più”, di influire positivamente sulla sua realtà lasciando un segno importante si infrangessero, volta dopo volta, sui limiti della sua umanità. Io per prima non ho mai considerato geniale l’idea della sua “trasformazione” in The Guardian, riconoscendo fin dal principio questa scelta come una decisione improvvisa ma soprattutto destinata a restare perennemente nell’ombra, senza alcuna evoluzione utile alla storia o al personaggio, ma ciò che ancora apprezzo molto di James, nonostante questa inevitabile e triste débâcle subita nella stagione, è la sua voglia di provarci, è la consapevolezza di non poter essere un supereroe e di non poter cambiare le sorti del mondo ma di voler comunque tentare, di voler provare a ispirare e migliorare la vita di pochi con le sue azioni, le azioni di un uomo come tanti, completamente ordinario e “noioso”, che però ha una sola possibilità a disposizione e sceglie comunque di sfruttarla per aiutare il prossimo, chiunque egli sia. È questo che per lui doveva significare The Guardian al principio ed è questa certezza che perde nell’episodio, arrivando inevitabilmente a rimettere tutto in dubbio, tutto in discussione.

E proprio nel momento in cui James appare totalmente in balia di un obiettivo che continua a sfuggirgli, colui che in qualche modo lo aveva cinicamente respinto per tutto l’episodio gli restituisce sorprendentemente ciò che aveva perso, gli dona quella “possibilità” che James cercava disperatamente da sempre e crede in lui come forse nessuno, neanche Kara, aveva mai fatto. Nel loro inedito confronto, J’onn riesce ad arrivare al cuore delle paure di James senza neanche usufruire del suo potere telepatico ma fa anche di più, riuscendo a riconoscere in lui la “stoffa” dell’eroe, di chi combatte ogni giorno contro i suoi stessi limiti per fare la differenza, per dare un senso a una quotidianità che troppe volte gira a vuoto. Offrendogli una parte del suo passato e di quella sua personalità che mi è sempre apparsa estremamente umana, J’onn prova a illuminare James, a mostrargli la via per abbracciare non la missione di cui ha bisogno ma quella a cui è destinato. E questa missione James la ritrova in Marcus, rivendendosi in lui a causa di quella diversità che li accomuna e della solitudine che troppo spesso questa comporta.

James riesce a raggiungere Marcus così in profondità da superare anche il giogo a cui i poteri del bambino e della sua gente erano sottomessi, ma soprattutto James non si arrende, non lo abbandona e lotta per lui, per farlo sentire a casa, per ricordargli di non essere solo. Come lo apostrofa Winn nel finale, James è “un eroe senza costume” e forse non diventerà mai il protettore di National City ma certamente lo è stato per Marcus e avrebbe potuto esserlo per molti altri se solo gli fosse stata concessa una possibilità.

 

“Not power, balance”

Esattamente come James, anche Lena è stata perennemente mancante della sua occasione di emergere dall’ombra di Lex, privata della sua possibilità di mostrare davvero il suo potenziale, di cambiare il modo in cui la gente la osservava a causa del suo cognome. Se James possiede l’ardente desiderio di agire e in qualche modo anche l’appoggio di persone come Winn, Kara e J’onn che in fondo credono in lui ma non i mezzi per realizzare concretamente la sua vocazione, Lena si ritrova a vivere una condizione “opposta” possedendo sia la volontà che i mezzi per lasciare la sua impronta positiva sul mondo ma non avendo mai avuto nessuno, prima di Kara, che riuscisse a vedere “lei” nella sua individualità e non soltanto come parte di una famiglia simbolo di oscurità e potere.

Per questo motivo non posso fare a meno di ricollegarmi al pensiero espresso nella precedente recensione e ammettere che, per quanto Rhea l’abbia fondamentalmente usata per i suoi scopi, le dinamiche del rapporto tra la regina daxamita e Lena sono state assolutamente affascinanti, in parte forse anche sincere [nei limiti consentiti dalla fiera crudeltà di una donna che, sono certa, sarebbe in grado di uccidere il suo stesso figlio se fosse necessario] ma soprattutto quasi indispensabili per la caratterizzazione di Lena Luthor. Il modo in cui Lena ha guardato Rhea per tutta la durata di questo episodio mi ha fatto capire, forse per la prima volta, quanto ancora “pura” sia al momento la sua personalità, innocente, se posso osare tanto, e a tratti anche più ingenua di quanto Lena non sia in realtà, perché Rhea ha saputo riconoscere perfettamente e poi sfruttare a suo vantaggio le maggiori debolezze di una donna adulta che però nasconde ancora, poco sotto la superficie, le fragilità di una bambina alla perenne ricerca di un affetto e di un’approvazione materna che non sono mai arrivati.

Rhea ha concesso a Lena in pochi momenti tutto ciò che ha sempre desiderato: fiducia incondizionata nelle sue potenzialità, supporto, collaborazione, insegnamenti ma più di ogni altra cosa le ha fatto credere di averla finalmente “vista”, oltre Lex, oltre le delusioni di sua madre, oltre le insicurezze e le etichette sociali, Lena aveva visto le sue capacità riconosciute, si era sentita considerata nel suo lavoro e apprezzata come donna individualmente, senza più paragoni, senza più pregiudizi.

E credo che sia stata proprio questa la parte sincera del rapporto tra le due donne, poiché anche nella sua distruttiva determinazione, Rhea ha avuto la possibilità di conoscere e apprezzare davvero Lena, tanto da portarla con sé sulla sua nave daxamita in seguito all’invasione dei sopravvissuti del suo pianeta. Ma dal punto di vista del personaggio di Lena, credo purtroppo che i “colpi bassi” che la vita le stia riservando stiano cominciando ad essere troppi e frequenti, si accumulano e minano alla base quell’equilibrio instabile che ho sempre riconosciuto in lei. Temo quindi che, oltre a caratterizzare in questo modo il personaggio, si stia cercando di “creare” una “giustificazione” per quella che potrebbe diventare in un prossimo futuro una sua evoluzione più oscura.

Infine voglio soffermarmi proprio su quel personaggio che ha messo in moto le incredibili dinamiche che ci condurranno alla fine della stagione. Fin dalla sua prima comparsa, ho reputato Rhea un personaggio di forte fascino, interpretato con immensa esperienza da Teri Hatcher e scritto anche piuttosto bene, soprattutto in questa ultima fase di inedita collaborazione con Lena Luthor. Ma ciò che mi ha sorpreso in realtà di questa oscura “new entry” è la quasi assoluta e totale mancanza di umanità. Senza troppe scusanti, senza particolari giustificazioni emotive o sentimentali, Rhea si è mostrata progressivamente come una donna e una regina semplicemente disposta a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi, pur di tornare ad essere soltanto potente. Tirannica e crudele, Rhea è, almeno fino ad ora, un villain che non va giustificato o umanizzato per creare empatia, anche il suo pseudo amore per Mon-El è assolutamente secondario ai suoi piani per ottenere esattamente ciò che desidera. E ciò che la rende ancora più intensa come personalità è il modo in cui si rapporta adesso con Kara, con estrema sicurezza ma soprattutto con letale intelligenza, riuscendo a fare breccia nel suo “senso di colpa” per non aver rinunciato a Mon-El e facendo dunque ricadere su di lei ogni tragica conseguenza delle sue azioni.

In un finale di episodio dal sapore quasi apocalittico, mentre la Terra rischia ora di diventare la nuova Daxam, “Supergirl” decide di alzare il tiro per i restanti due episodi, che si preannunciano imperdibili. E se ne volete la prova, vi lascio scrivendo solo due parole: CAT GRANT.

1 comment
  1. Nel caso di James, finalmente entrato in gioco, l’accettazione dei propri limiti e il superamento di questa condizione per trovare la giusta strada personale è difficilissimo, complimenti a lui. Io suonavo il pianoforte, ma quando mi sono reso conto che non avrei mai raggiunto il livello dei miei idoli, ho smesso. Solo col tempo me ne sono fatto una ragione e ho ricominciato, ma senza quell’ardore iniziale e il sacro fuoco interiore. Allora, a che serve? Si deve virare su altri traguardi o semplicemente passioni, ma non è affatto facile trovarne e rimane dentro comunque il rimpianto per non essere migliori di come si è. Salieri impazziva nel confrontarsi con Mozart, perché era in grado di comprendere la sua arte ma non di fare altrettanto. E’ dura, durissima.

    Recensione stupenda, semplicemente perfetta.
    Grazie.

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