Supergirl | Recensione 2×09 – Supergirl Lives

Supergirl — “Supergirl Lives” — SPG209b_0032.jpg — Pictured: (L-R) Chris Wood as Mike/Mon-El and Melissa Benoist as Kara/Supergirl — Photo: Robert Falconer/The CW — © 2017 The CW Network, LLC. All Rights Reserved

And we’re back!!! La vita di una supereroina non conosce giorni di pausa e così, dopo aver marciato a favore delle donne e di tutte le minoranze contro il nostro reale Lex Luthor, Melissa Benoist torna a indossare con orgoglio la sua “S” e riporta da noi Kara Danvers & Supergirl, entrambe manifesto ed emblema di una speranza che per quanto utopistica e buonista tante volte possa apparire, rappresenta ancora un baluardo di luce contro l’incombente oscurità. Ma al di là di quei significati simbolici a cui una serie e un personaggio del genere sono inevitabilmente legati, “Supergirl” torna da noi con un episodio regolare, equilibrato, ben fatto, non perfetto, ma con un paio di personaggi che denotano sfumature psicologiche concrete e realistiche, accompagnate in entrambi i casi da interpretazioni sempre “sul pezzo”, che hanno reso determinati momenti degni di essere guardati.

L’equilibrio narrativo dell’episodio si nota particolarmente in due dinamiche relazionali che riprendono le fila della storia esattamente lì dove si erano fermate prima della pausa e mi riferisco ai rapporti tra Kara & Mon-El e tra Supergirl & la ritrovata Roulette.

Il legame tra Kara & Mon-El mi era apparso a inizio episodio particolarmente statico, fermo in un’impasse che credevo si fosse sbloccata nel momento in cui il daxamita aveva cominciato ad abbracciare la possibilità di fare altro nella vita, oltre a restare seduto su uno sgabello di un bar. E infatti adesso lo ritroviamo dietro il suddetto bancone, sempre ben attento a non farsi coinvolgere da nessuna eventualità possa metterlo in prima linea, ma ancora con la stessa attitudine al lavoro che lo contraddistingue dall’inizio, ossia sfociante nei numeri negativi. Alla luce di ciò che è successo in questo episodio e di una teoria riguardante il personaggio a cui sinceramente non avevo ancora pensato, la personalità e i comportamenti di Mon-El si caricano di nuovi significati. La sua sicurezza, che sfocia spesso in spavalderia, la sua labile propensione all’impegno, il suo istinto primario di indossare i paraocchi e guardare dritto davanti a sé al fine di preservare principalmente la sua sicurezza, sono tutti elementi facilmente riscontrabili in una persona che in passato era abituata a vivere una realtà privilegiata, non avvezza al lavoro ma al divertimento, una persona spesso priva di responsabilità costantemente delegate a un subordinato… o a un suddito, in breve uno stereotipato membro di una famiglia reale.



La ricerca misteriosa e costante di cui ha appena scoperto essere l’obiettivo e il suo carattere viziato e inadatto a una vita più concreta suggeriscono evidentemente un segreto nella sua identità non ancora svelato ma ancora più interessante di questo invece è secondo me l’influenza che Kara continua ad avere su di lui, che sia o meno il principe di Daxam. Quello che Mon-El crede essere una propensione al pericolo e alla ricerca auto-distruttiva di problemi e avversità da affrontare, diventa invece per Kara il nucleo della sua intera esistenza.


Per quanto a volte sembri perdere le speranze su una sua maggiore consapevolezza della vita e su un suo impegno più profondo nella salvaguardia della Terra, Kara cerca ancora di illuminare Mon-El mostrandogli la realtà che stanno vivendo attraverso i suoi occhi, spiegandogli quanto il pianeta dal “il sole giallo” le abbia concesso non solo poteri quasi illimitati, ma più di ogni altra cosa le abbia donato una casa, una famiglia e soprattutto una possibilità di dare un senso alla vita che le è stata risparmiata, credendo che ci sia una ragione per la sua condizione privilegiata rispetto all’umanità e rendendo omaggio alla sua seconda chance mettendosi al servizio di chi ne ha bisogno, di chi può contare esclusivamente sulle sue forze ordinariamente umane. Kara diventa per Mon-El un modello che non ha mai avuto e che certamente non è mai stato, il coraggio di affrontare un pianeta sconosciuto solo per riportare una ragazza da sua madre, la caparbietà di fare scudo con la sua vita anche quando è priva di quell’invincibilità che la Terra le dona, la rivolta eroica che ispira nelle persone che cerca di salvare, sono tutti momenti che si rivelano agli occhi del daxamita come continue sorprese che lo affascinano e lo spingono a voler essere migliore di quanto abbia mai creduto di poter essere.


È sempre stato questo l’aspetto che più apprezzo del legame tra Kara e Mon-El, vale a dire quanto, nella sua semplicità, lei riesca ad apparire tanto unica ai suoi occhi da portare il ragazzo a voler rompere con la persona che è sempre stato per diventare di più, per diventare un eroe e un uomo degno di restare al fianco di Kara.

Ma se le differenze tra Kara & Mon-El sono facilmente appianabili, degno di nota, nonostante la superficiale attenzione dedicatogli, ritorna ad essere il binomio assolutamente antitetico tra Supergirl & Roulette, portato in scena sul pianeta Maaldoria, centro intergalattico del traffico di schiavi.

Personalmente è questo un confronto su cui, nei panni degli sceneggiatori, avrei puntato con costanza, rendendo il personaggio di Roulette la nemesi principale in questa seconda parte di stagione, una volta archiviato infatti il capitolo CADMUS. Il fascino del personaggio secondo me, oltre ad avere la fortuna di essere interpretato con incredibile naturalezza e spessore da Dichen Lachman, consiste nel suo essere non solo una semplice villain sia per Supergirl che per Kara ma ancor di più nel mostrarsi con nonchalance e sicurezza come il manifesto di tutte quelle caratteristiche che Kara cerca di combattere, Victoria distrugge con naturale perseveranza tutto ciò in cui Kara crede e che Supergirl vorrebbe rappresentare e lo fa in maniera cinicamente umana.

Per quanto mi riguarda, Roulette non è una mente del crimine diabolica che mira a conquistare il mondo o alla distruzione di massa, le sue motivazioni, le sue azioni sono molto più ordinarie e umane di così, perché ancora una volta in maniera quasi crudelmente realistica, il suo comportamento potrebbe essere definito “istinto di sopravvivenza” di una donna intelligente che fa delle debolezze altrui il suo punto di forza. Roulette è un avvoltoio che indossa un vestito elegante e si circonda di diamanti, è una donna di classe che ha sempre un piano di riserva, una via di fuga che le permetterà di tornare nuovamente in scena perché le persone come lei “cadono sempre in piedi”, ed è questo che la rende così pericolosa, Roulette è il nemico che non sconfiggi mai del tutto, perché è ciò che rappresenta a restare vivo, che sia in lei o in che verrà dopo. Mi colpisce ogni volta come il suo modo di fare, la sua totale noncuranza del prossimo, la sua capacità di trovare sempre un accordo vantaggioso per lei, quella espressione quasi di noia dipinta sul suo volto quando i suoi piani vengono ribaltati, siano tutti aspetti che entrano quasi sotto la pelle di Kara quando si ritrova di fronte a Roulette perché se affrontare un alieno con poteri misteriosi e manie di grandezza diventa per lei quasi routine, sconfiggere un’attitudine all’indifferenza e al cinismo così umana è una sfida più difficile di quanto avesse messo in conto, soprattutto per chi ha una visione del mondo e dell’umanità così pura e ricolma di speranza. Kara ancora crede nel prossimo, crede nella bontà e nella possibilità di creare una reazione a catena in cui bene genera bene; Victoria è il suo esatto opposto ed è per Kara la realizzazione di un incubo, in quanto diventa l’emblema di un particolare genere di essere umano che ha smesso di credere molto tempo fa e che adesso riconosce la sua sopravvivenza nella sconfitta altrui.

Se dunque i rapporti con Mon-El e Roulette hanno rappresentato una conferma di quanto già mostrato in precedenza, un nuovo capitolo sembra aprirsi nelle storie di Winn e Alex.

Da una parte infatti, Winn si ritrova a dover affrontare un altro aspetto della vita del sidekick, di un ruolo che ha sempre voluto credere appartenesse esclusivamente alle quinte del palcoscenico, fondamentalmente al sicuro quindi da qualsiasi pericolo e relegato a un ruolo di regia a distanza di sicurezza dall’azione. Ma per quanto le missioni dell’improvvisato vigilante The Guardian non fossero mai state un’idea nelle sue corde, le decisioni prese da Winn non sono neanche state dettate da un ricatto o da un ordine e semplicemente adesso si mostrano in tutta la loro realistica completezza e lo colpiscono in pieno volto come un pugno che non ha visto arrivare. Il crollo emotivo vissuto da Winn in questo episodio è vero, è profondo, Jeremy Jordan riesce a trasmettere con intensità la pura paura di non essere pronto alla prima linea, un atteggiamento completamente differente da quello di Mon-El perché in Winn c’è la volontà di fare di più, di fare la differenza, ma a questa si unisce inevitabilmente la consapevolezza di essere sempre stato una “spalla”, un aiutante che fa ciò che gli compete e che gli riesce perché provare a uscire dai propri confini si rivela improvvisamente un rischio troppo grande da correre. Affiancare James nelle sue missioni, unirsi alla DEO, sono scelte che Winn ha compiuto consapevolmente e che non può rinnegare nel momento in cui diventano troppo reali e concrete per gli standard a cui è abituato.

Ma è proprio nel culmine di quel crollo emotivo che subisce che si evidenzia ancora una volta un rapporto piuttosto sottovalutato, ma che sta diventando lentamente una piccola costante dello show, ossia il legame con Alex. Determinata e saggia, esperta e umana, Alex diventa per Winn la mano che lo costringe a rialzarsi ma anche la voce che lo spinge a riconoscersi in una forza che non credeva di avere, che lo convince ad abbracciare un obiettivo per cui vale la pena rischiare e oltrepassare quei confini che lui stesso aveva impostato intorno a sé.



È grazie ad Alex che Winn affronta e supera la paura che lo teneva ancorato a terra, permettendogli di riacquistare la fiducia persa e di fare suo quell’universo che in fondo aveva sempre invidiato, senza trovare mai il coraggio di viverlo.


Dall’altra parte, ritroviamo invece Alex, alle prese con una strana sensazione che non sa ancora gestire bene: la felicità. Per la prima volta libera da responsabilità extra nei confronti di sua sorella o del mondo intero, arricchita e resa più forte da un’accettazione di sé e dei suoi sentimenti che per troppo tempo aveva negato e relegato in una zona buia della sua persona, Alex è raggiante, innamorata, semplicemente se stessa, una definizione che può sembrare banale e ovvia ma che per lei assume ora sfumature inedite.

Ma un cambiamento così radicale e importante, per una donna come lei che ha vissuto la sua intera vita fino a quel momento nel dubbio di non essere abbastanza e di trovarsi sempre sull’orlo del precipizio della decisione sbagliata, non arriva con leggerezza e non annulla in un istante tutti i timori messi da parte momentaneamente e pronti a far sentire il loro peso prepotentemente quando il suo punto debole viene inevitabilmente colpito nel centro. Perdere improvvisamente Kara diventa per Alex quasi la conferma di un karma che le rema contro ogni volta che prova ad essere felice e questo non solo la respinge immediatamente indietro nelle sue insicurezze ma soprattutto la porta ad allontanare la persona che ritiene responsabile di quella felicità.


Per quanto stia imparando a prendere in mano la sua vita, Kara resta per Alex la sua responsabilità primaria, la priorità assoluta dalla quale non vuole sottrarsi, essendo stata per lei una delle poche costanti su cui non aveva dubbi. E dall’altra parte, Kara sembra quasi ancora sorpresa dei limiti che sua sorella sarebbe capace di oltrepassare pur di raggiungerla e riportarla a casa sana e salva. “You found us?” “Always”, è uno scambio di battute che riassume perfettamente la profondità di questo rapporto, in cui non ci sarà mai pianeta o realtà onirica che Alex non raggiungerà per trovare Kara.

Ma quando il pericolo è sventato e la quiete ritorna a National City che Alex è costretta a fare i conti con le conseguenze delle sue azioni e qui entra in gioco Maggie.

C’ERI QUASI, MAGGIE, C’ERI QUASI …

Sull’importanza che la storia tra Alex & Maggie stia avendo sulla quotidianità di tante persone che si rivedono in loro e nel coraggio mostrato nell’accettarsi pienamente, non discuto; sulla centralità a volte esagerata che la relazione sta conquistando nella serie non faccio polemica, finché l’equilibrio nelle dinamiche relazionali dei personaggi viene mantenuto come è accaduto in questo episodio; sul potenziale che Maggie potrebbe avere come personaggio singolo se di lei ci mostrassero più di un talento nel biliardo e di una personalità troppe volte altalenante non mi esprimo al momento, ma quello di cui voglio parlare ora è quel lato del suo carattere che mi rende ancora difficile, se non affezionarmi a lei, quantomeno apprezzarla quanto basta per non avvertirla completamente indifferente. Per tutto l’episodio infatti credevo di aver compiuto dei passi in avanti nel mio rapporto con il personaggio, era solare e rendeva luminosa anche Alex, era presente per lei e soprattutto ho davvero amato il suo essere tanto sveglia e attenta ai modi di fare della persona che frequenta da scoprire senza bisogno di insegne luminose l’alter ego senza occhiali di Kara, l’unica per cui Alex perderebbe la testa come ha fatto.


Ma poi, con sole tre parole, Maggie mi respinge indietro e vanifica quel tentativo di avvicinamento che avevo compiuto. “You get one”. Che sia preoccupata di impegnarsi in una relazione con una donna che potrebbe non essere ancora pronta a compiere questo passo è legittimo, così come legittima è stata la sua reazione contrariata in seguito alle distanze che Alex aveva nuovamente messo tra loro due, ma dare un ultimatum alla donna con cui hai appena iniziato una storia e che vive costantemente con il timore di sbagliare e di crollare sotto il peso delle pressioni che mette su se stessa, non è stata esattamente una mossa da “Fidanzata dell’anno”. Proprio pochi istanti prima, Maggie aveva dimostrato di conoscere Alex, ma se così fosse forse capirebbe di doverle concedere più di una chance, perché certamente non è stato il primo e non sarà l’ultimo errore che Alex farà in questa relazione e convivere con la paura di perderla non la aiuterà a lasciar andare le sue insicurezze di partenza. Try again, Maggie, try again!

 

L’episodio è stato fondamentalmente auto-conclusivo, senza troppi strascichi da affrontare, mentre l’unico anello di collegamento con gli sviluppi futuri è rappresentato proprio dall’alone di mistero che ruota intorno a Mon-El. Aspettando che le basi di una trama orizzontale vengano poste, io vi lascio e vi do appuntamento alla prossima recensione!

 

5 comments
  1. Semplicemente, credo che Maggie, abituata a cavarsela da sola e a fronteggiare criminali, sia una tipa dura e aiuta Alex per come può e sa. Però l’aiuta. Toccava ad Alex manifestare la sua esigenza di proteggi/Kara, mettendolo in chiaro fin dall’inizio. Ammesso che intenda come seria la loro storia. Capisco però che la novità della sua situazione personale la renda ancora confusa e in questo sì, Maggie dovrebbe essere più comprensiva. Così come capisco che il suo carattere non te la faccia piacere.

  2. Esattamente! Io credo che Alex sia costantemente spaventata dal fare un passo falso perché vuole essere felice con Maggie e non vuole “sbagliare” con lei ma è umana e inevitabilmente lo farà. Quindi se Maggie prima si dimostra tanto sveglia da aver capito da sola che Kara è Supergirl perchè Alex perde la ragione solo per lei, allora come può non capire che Alex già si sente sempre sotto pressione e lei non aiuta facendo così? Non dimenticando comunque che anche lei ha cambiato idea un paio di volte nell’arco di 2 episodi! Opinioni personali a parte (e comunque non le ho mai negate), credo davvero che Maggie abbia un potenziale (o almeno lo aveva nel suo primo episodio, adesso mi sembra già un altro personaggio) ma quando fa così non riesco davvero a creare un rapporto col personaggio!

    1. Dipende anche da cosa s’intende per creare un rapporto. Lo creiamo solo con chi ci piace o in chi ci immedesimiamo, oppure siamo in grado di farlo anche con i “cattivi” o con chi manifesta difetti che non corrispondono alle nostre aspettative? Chi cioè non è come vorremmo che fosse, non dice e non fa quello che noi vorremmo dicesse e facesse.
      Spesso, gli errori di alcuni personaggi li rendono più umani, più veri e magari proprio per questo più adorabili, tipo quelli fatti da Kate Beckett, per capirci (chissà perché mi è venuta in mente proprio lei, mah!…).
      Mi ricordo quanto per la tua “collega” Syl fosse insulsa la presenza di Hayley in Castle (ancora, ma basta!), parere che condividevo anch’io. Beh, effettivamente c’erano dei motivi più che validi, ma non direi che sia il caso di Maggie. Non per il momento, almeno.
      Spero di essermi spiegato.

      1. Ti sei spiegato benissimo e per quanto mi riguarda, anche se non rientra nei miei preferiti, mi piace quando un personaggio è talmente tridimensionale da fornirmi per esempio motivi di discussione, spunti di riflessione sul suo carattere e sulla sua storia, ecco cosa intendo con “creare un rapporto”, non intendo “amarlo alla follia” come mi è successo con Alex, J’onn o Cat, ma quantomeno riuscire a vederlo nel suo spessore, che sia buono o cattivo. Probabilmente non sarai d’accordo, ma io considero Hayley una delle cose migliori dell’ottava stagione di Castle e avrei tranquillamente prodotto uno spin-off su lei & Alexis perché era diversa, aveva un passato da scoprire, una personalità particolare, abituata a restare sola, a chiudersi dietro mura di sarcasmo, almeno fino al momento in cui i Castle sono entrati nella sua vita! Di Maggie io non ho visto quasi nulla e quello che mostra a volte mi lascia molto perplessa! Mon-El non è un mio preferito ma lui, almeno ai miei occhi, ha una storia da raccontare, ha qualcosa da dire; pensiero amplificato ancora di più per Lena che probabilmente ha avuto meno screen time di Maggie ma secondo me ha mostrato il doppio. Sono assolutamente pronta a ricredermi su Maggie ma che ci siano le basi per farlo

        1. In effetti, avevo un po’ frainteso il tuo “creare un rapporto”. Messo come dici, sono pienamente d’accordo con te.
          Non so se in questo spazio si può dire, ma ho trovato che quando Hayley era in scena, diventava tutto più lento, molle, senza la verve o lo spessore necessari ad un personaggio con un passato da scoprire, come lo definisci tu. L’ho trovata poco incisiva e non so se per colpa degli autori o dell’attrice. A parte l’ovvia differenza di personaggio, ma hai presente come riempie la scena Martha? Tutto l’opposto, insomma. Così come il padre di Kate al matrimonio, sembrava uno capitato lì per caso.
          Comunque, aspetto a sentenziare su Maggie e gli do ancora una possibilità. Certo, dipenderà dagli autori, ma in ogni caso noto una bella differenza di “incisività” fra lei e Hayley, anche a livello di attrice. Poi, chissà, magari sono gusti personali.

          Caskett, dove siete?

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