Supergirl | Recensione 2×03 – Welcome to Earth

La strada intrapresa da questa stagione di “Supergirl” mi convince sempre di più, episodio dopo episodio, ma soprattutto mi entusiasma particolarmente perché mi offre ogni volta spunti di riflessione ben definiti da esplorare nello spazio delle mie recensioni. Ciò che più apprezzo di questa serie sono le tematiche contemporanee, sociali e politiche, che a volte affronta attraverso la lente dei suoi espedienti narrativi ma in cui si possono facilmente riconoscere argomentazioni più realistiche e attuali. Non metto in dubbio che l’ottica con cui “Supergirl” presenta la loro, e allo stesso tempo, la nostra realtà sia particolarmente luminosa e magari a volte più semplicistica di quanto sia effettivamente, ma in fondo si tratta di una serie tv che ha fatto della positività il suo marchio di fabbrica e dato che questo succede una volta su mille, a me sta bene così. Ma nonostante questa premessa, mi ha colpito notare quanto, seppure in maniera palese, la serie ci abbia mostrato diverse sfumature di pensiero che ruotano tutte intorno al nucleo centrale dell’episodio e che ci permettono dunque, in quanto spettatori, di riflettere sulle posizioni di ciascun personaggio prima di puntare il dito e giudicare ciò che è nero e ciò che è bianco, quello che è giusto e quello che è sbagliato. Sì, la visione complessiva può sembrare buonista ma secondo me è anche più profonda di quanto si possa credere.

 

UGUALI & DIVERSI

Il punto di partenza e il traguardo di questo episodio è fondamentalmente lo stesso e rappresenta la base su cui si fonda la società moderna, oggi come in passato, nel nostro mondo come a National City: la diversità, la sua accettazione e l’integrazione sociale. Nel momento in cui si decide di introdurre il personaggio del Presidente degli Stati Uniti che guarda caso è una donna, è inevitabile che i riferimenti alla situazione politica contemporanea si sprechino, soprattutto tra il “I’m with her” di Superman nel precedente episodio e il “Non so come abbiano potuto votare per quell’altro tipo” di Kara in questo. Ma al di là di evidenti parteggiamenti politici, la presenza del POTUS a National City apre una discussione dalle tinte morali ed etiche lampanti di cui la Presidente stessa si fa portavoce mentre tutti i personaggi che le ruotano intorno scelgono, uno dopo l’altro, da che parte stare ma soprattutto credo che molti di loro comincino anche a capire la labilità dei confini delle loro posizioni, inizialmente ben definite ma sempre più sfumate mentre ci avviciniamo al finale.

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Partiamo dall’inizio:

  • Madame President, Wonder Woman
    Sapete come si dice, “once Wonder Woman, always Wonder Woman” ed effettivamente è così che si mostra il Presidente degli Stati Uniti di Lynda Carter nell’universo di “Supergirl”, una donna che sfiora la perfezione, con una dialettica in grado di ispirare i migliori articoli giornalistici e di cambiare il corso della storia, con una determinazione profondamente umana capace di illuminare le menti, con una morale e un’etica talmente accecanti e radicate nel più autentico “sogno americano” da far sembrare Steve Rogers un predicatore della domenica, una donna le cui parole sono sempre così giuste e fonte d’ispirazione per chiunque le ascolti che gli svedesi al momento le darebbero volentieri il Nobel per la Letteratura di Bob Dylan e visto che ci siamo, anche quello per la pace. E solo una donna del genere poteva farsi portavoce di un cambiamento sociale in grado di lasciare un segno indelebile nella storia dell’umanità: aprirsi alla diversità, includerla nella nostra quotidianità, convivere fianco a fianco con chiunque cerchi rifugio nell’immenso oceano di possibilità che è l’America, indipendentemente dalla razza a cui appartiene e dal pianeta di provenienza, il Presidente degli Stati Uniti sceglie di abbattere finalmente tutti quei muri che ancora persistono tra i proverbiali “noi” & “loro”, promuovendo la nascita di una comunità eterogenea in cui le differenze cessano di essere caratterizzanti. Il progetto e la mentalità di questo personaggio sono certamente utopici ma nonostante spesso siamo portati a pensare cinicamente “non può essere vero, da qualche parte c’è il trucco”, devo ammettere che se mi fossi trovata anch’io di fronte alla saggezza senza limiti di una donna che sembra possedere la risposta giusta per ogni dubbio, probabilmente per un momento mi sarei lasciata cullare dal sogno americano, dalla speranza di vivere finalmente nel mondo descritto da John Lennon e che questo Presidente intende realizzare davvero. Ma come ho detto, una mentalità così aperta e umanamente coinvolgente non trova spazio neanche nella realtà luminosa e ottimista di National City di cui Supergirl è l’emblema quindi le opposizioni cominciano a farsi sentire non appena il Presidente atterra in città.

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  • J’onn J’onzz, l’alieno più umano di “Supergirl”
    Paradossalmente, la prima vera opposizione al programma di amnistia promosso dal Presidente arriva proprio da J’onn J’onzz che si rivela ancora una volta, come abbiamo visto negli episodi precedenti, la parte più realisticamente umana di tutta la questione, lui che è in realtà l’ultimo figlio di Marte (“ultimo” in senso lato). Il modo di guardare il suo mondo, l’interpretazione dell’umanità che ci fornisce di volta in volta, la profondità delle sue opinioni forgiate sulle sue esperienze rendono a mio parere il personaggio di J’onn uno dei migliori della serie nonché quello che ascolterei parlare per ore perché nelle sue parole c’è sempre una verità sofferta ma innegabile, non cinica o intollerante, semplicemente consapevole, di quella che è la mentalità umana e che difficilmente potrà rivoluzionarsi tanto da accettare di considerare il diverso come un suo pari. Nel momento in cui la sua decisione di lasciare a Clark l’arsenale di kryptonite rivela il suo pessimo tempismo visto che quelle armi avrebbero potuto facilmente arrestare la fuga del bell’addormentato Mon-El, J’onn si ritrova di fronte all’ennesima conferma di ciò che ha imparato nel corso degli anni vivendo sotto mentite spoglie in una società che non accetterebbe il suo vero volto tanto quanto non ha sempre accettato quello umano di Hank Henshaw. Con consapevole cognizione e rassegnata accettazione, J’onn non riesce più ad abbracciare quella speranza di cambiamento che il Presidente sembra decisa a proporgli, vedendola purtroppo solo come un’illusione, con gli occhi completamente umani di un soldato che ha dedicato la sua vita sulla Terra a combattere quegli alieni che “morderebbero” la mano amica che il Presidente vorrebbe porgere. E in fondo la stessa identica ottica è condivisa anche da Alex Danvers, ancora una volta sulla medesima lunghezza d’onda di pensiero di J’onn, nonostante anche lei viva quotidianamente una realtà in cui da una parte darebbe la sua vita per un’aliena, ma dall’altra è pronta a combattere senza riserve tutti gli altri che rappresentano una minaccia per la Terra e per l’umanità che la popola. J’onn & Alex sono per me eroi fondamentalmente disillusi, credono nel bene ma hanno perso la speranza che questo possa sempre prevalere e non c’è nulla di più umano e straordinario di questo secondo me.

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  • Lena Luthor, avvocato per l’accusa Il ritorno di Lena in questo episodio è provvidenziale per affidare a lei una sfumatura di pensiero sottile ma illuminante e certamente punto di partenza di importanti riflessioni. Affascinante, intelligente e sicura delle sue idee e della posizione che occupa in questo frangente, Lena Luthor mi appare davvero come l’avvocato che l’umanità “assolderebbe” per contrastare almeno in parte il piano d’integrazione che il Presidente intende attuare. Intervistata per l’occasione proprio da Kara, Lena Luthor è una donna tanto sveglia e preparata da riuscire a presentare un punto di vista sulla questione forse non moralmente apprezzabile ma che, alla fine della giornata, rischia di rivelarsi anche potenzialmente giusto. Distaccandosi con convinzione dalle idee razziste anti-alieni che avevano caratterizzato la visione di suo fratello Lex, Lena sembra disposta ad accogliere la diversità, finché questa venga però in qualche modo riconosciuta, registrata ed etichettata, obiettivo che sta alla base della creazione del prototipo di uno strumento che permetta il riconoscimento immediato del dna, come precauzione e difesa contro quegli alieni che non fanno propria la proverbiale citazione del “veniamo in pace”. Per quanto l’accettazione della diversità non dovrebbe essere sottoposta a limitazioni e controlli periodici, credo che il punto di vista di Lena non sia in fondo completamente condannabile in quanto basato su esperienze personali che l’hanno condotta, proprio come J’onn, a perdere fiducia nella possibilità del cambiamento e a focalizzarsi invece sulla propria protezione. Ma ciò che più ho amato di questa sua visione “grigia” della realtà è stata l’influenza e l’insegnamento che alla fine hanno raggiunto anche le posizioni inizialmente decise e irremovibili di Kara, lei che aveva appoggiato ogni singola parola pronunciata dal Presidente come Debra Messing con la Clinton.

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  • Being Supergirl
    Essere Supergirl ha un suo significato ben preciso. La “S” che Kara indossa con immenso orgoglio rappresenta il suo manifesto e la sua visione del mondo, una visione che inevitabilmente non prevede nel suo starter pack una zona grigia. Ecco perché all’inizio di questo episodio le sue posizioni politiche sono ben evidenti: Presidente buona, Lena cattiva. Di fronte a quel Presidente degli Stati Uniti che rappresenta l’emblema di tutto ciò in cui crede, Kara si trasforma inevitabilmente in un convinto fedele al cospetto del suo dio … o peggio, diventa me di fronte alle apparizioni di Jenna Coleman, e, tralasciando per un momento le riflessioni serie, le reazioni della ragazza in questo frangente sono onestamente irresistibili, riportando in auge l’aspetto che più amo di questo personaggio ossia la sua innata goffaggine, il suo entusiasmo senza paragoni, il suo animo da ragazzina emozionata, in definitiva, una pura fangirl che incontra il suo idolo!

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Ma andando oltre questo lato terribilmente umano di sé, Kara ammira profondamente quella donna che adesso si batte per l’uguaglianza, per il riconoscimento delle diversità, per rendere l’America e magari la Terra la casa di cui lei e tanti altri “ospiti immigrati” hanno estremamente bisogno, un porto sicuro in cui rifugiarsi, una comunità in cui riconoscersi per non essere soli. E se il POTUS è la sua “Supergirl”, Lena diventa per lei inevitabilmente la sua … Luthor. Kara si scaglia con passione e orgoglio contro le idee di Lena nel suo articolo, convinta di aver colpito nel segno e di aver unito con furbizia la sua opinione a un ottimo pezzo da reporter, un’illusione che le dura circa un minuto prima che Carr stronchi senza pietà il suo pezzo proprio a causa dell’invadente componente personale che lo caratterizza. Ma è in realtà il confronto con Mon-El ad aprire gli occhi di Kara sulla realtà che sta vivendo, permettendole di capire quell’involontaria ipocrisia di cui si stava macchiando. Scoprire infatti che l’alieno irriverente e sicuro di sé che ha affrontato provenga in realtà da Daxam, un pianeta storicamente avverso a Krypton, fa cadere Kara nella stessa trappola di pregiudizi e preconcetti che alimentano quelle posizioni anti-aliene che si diffondono tra gli umani e che ora si fanno sempre più pressanti in seguito al programma d’integrazione intrapreso dal Presidente. Se da una parte infatti si batte per la difesa del suo idolo e delle idee che promuove, dall’altra Kara riconosce in Mon-El il suo nemico numero uno, senza neanche concedergli il beneficio del dubbio, esclusivamente sulla base di un’inimicizia che si è tramandata per generazioni e che adesso colpisce anche lei, la ragazza che ha fatto del rispetto per le differenze il suo cavallo di battaglia. Proprio l’obbligo di dover riconsiderare il suo articolo su Lena Luthor, permette a Kara di rivedere anche le sue posizioni intransigenti alla luce del suo confronto con Mon-El, e questa crescita personale che Kara affronta si trasforma ancora una volta nella sua arma vincente per riconoscere e contrastare la vera minaccia ma soprattutto per concedersi la possibilità di vedere sia Mon-El che Lena sotto una luce diversa.

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E se in conclusione il Presidente degli Stati Uniti mostra finalmente il suo vero volto (sarebbe stato davvero deludente il contrario) dando vita a una serie di interrogativi inquietanti, non cambia il fatto che la sua presenza abbia permesso all’episodio, ai suoi protagonisti e a noi spettatori di intavolare una riflessione sociale e morale più profonda di quanto pensassimo.

 

“I don’t know how to stay emotionally neutral when I’m writing something I’m passionate about”

Un aspetto che ho personalmente amato di questo episodio riguarda la finestra che hanno ufficialmente aperto sul mondo del giornalismo e sul lavoro di Kara come nuova reporter. Per quanto sia a tratti insopportabile, la figura di Snapper Carr diventa un po’ l’emblema del settore editoriale della CatCo Media e a colpirmi particolarmente è stato innanzitutto il momento iniziale in cui, scavalcando un’autorità inesistente di James, Carr comincia ad affidare i diversi pezzi ai suoi reporter e se fate attenzione sono tutti articoli che vanno a colpire i maggiori dubbi che ci assalgono quando si apre l’argomento “immigrazione” e “integrazione”, dubbi che si traducono quasi sempre nel radicato timore di ciò che non conosciamo ed è proprio su questo punto che Carr insiste, in una gestione della rivista certamente geniale ed esperta. Ma, seppure sempre in maniera molto cinica e diretta, la vera leadership di Carr si fa sentire prepotentemente nel momento in cui stronca l’articolo di Kara su Lena Luthor, obbligandola a riscriverlo, epurandolo da tutte le opinioni personali troppo evidenti con cui la giovane reporter lo aveva farcito. Ho apprezzato in particolar modo questa dinamica perché se da una parte, come ho detto prima, questo ha permesso a Kara di riconoscere la sua intransigenza di partenza e smussarla nel corso dell’episodio approdando a una zona grigia che fondamentalmente non le apparteneva, dall’altra sono stata travolta dalla passione con cui Kara si è immersa nella creazione del suo pezzo, una passione che non può essere ridimensionata quando si parla o si scrive di qualcosa che sentiamo dentro, che ci appartiene e che ci pervade in maniera totalizzante prendendo il sopravvento su di noi, è una sensazione che conosco fin troppo bene! Anche la conclusione di questa storyline è stata abbastanza soddisfacente, perché ha permesso finalmente anche a James di emergere un po’ dalla sua ombra e riappropriarsi almeno in parte del suo spessore caratteriale, la strada per diventare un personaggio di peso per lo show è ancora lunga ma questo è certamente un inizio.

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Il mio peggior incubo …

Qui entriamo in uno spazio pericoloso e assolutamente unpopular. Premetto che, come sempre, è soltanto una mia opinione personale e questo comunque non significa che io non possa apprezzare il personaggio o la sua storyline futura, ma comincio a credere che il fanservice sia approdato a National City e abbia assunto per l’occasione le affascinanti sembianze di Maggie Sawyer.

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Il personaggio della sorprendente, sveglia e coraggiosa detective Sawyer è onestamente il prototipo del personaggio che piace immediatamente e che io per prima solitamente apprezzo a partire dallo script o dal casting call. E senza dubbio infatti, Maggie ha lasciato un segno ben visibile alla sua prima comparsa, presentandosi come una concreta sostenitrice del programma promosso dal Presidente, non la vedrete di certo inneggiare a lei con il cartellone colorato ma sostiene con i fatti la sua politica d’integrazione, rivelandosi presto incredibilmente inserita in una comunità aliena che si è ritagliata il suo spazio in una zona d’ombra della città, dove poter essere se stessi e vivere in pace. Spigliata, furba e piena di risorse, Maggie è un personaggio che tante volte nel suo passato si è riconosciuta nelle difficoltà affrontate dalla minoranza aliena sulla Terra e questo le dona immediatamente uno spessore caratteriale che ha l’obiettivo di colpire senza mezzi termini l’interesse dello spettatore.

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Ma forse l’arma vincente in questo frangente è un’altra. Vi ho parlato dell’odiatissimo termine “fanservice” perché, seguendo suoi social networks le dinamiche del fandom di “Supergirl”, ho notato che praticamente fin dal pilot i fan reclamavano a gran voce un focus sulla sessualità di Alex, o meglio sulla sua presunta e sperata omosessualità. È vero che finora in realtà, a parte un singolo momento in cui Maxwell ha flirtato, non corrisposto, con lei, della vita personale di Alex non sappiamo praticamente nulla, tranne che non ha un appuntamento da due anni, ed è anche vero che se le uniche scelte a disposizione per lei sarebbero Maxwell Lord e Maggie Sawyer, preferirei anch’io la Sawyer senza ombra di dubbio. Sta di fatto però che “Supergirl” approda sulla CW e improvvisamente arriva Maggie che comincia a flirtare come se non ci fosse un domani con Alex, la chimica c’è, le scintille quasi si notano anche a occhio nudo e il sogno dei fan sembra a un passo dalla realizzazione. Ora, non nego che la dinamica del rapporto tra Alex & Maggie non mi sia dispiaciuta e ripeto anche che non avrei problemi con questa evoluzione, se la storia dovesse effettivamente intraprendere questa strada, purché venga costruita con cognizione e attenzione, l’unico pensiero che purtroppo non riesco ad allontanare è che ancora una volta il potere dei fan potrebbe essersi rivelato più forte di quanto dovrebbe essere e questo è un aspetto che personalmente mi terrorizza. Detto questo, “porto a casa” questo nuovo focus su Alex [è sempre una vittoria per me] e prego per il meglio!

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E in una perfetta chiusura circolare di quella che è stata la trama essenziale di questo episodio, J’onn J’onzz prova nel finale a riappropriarsi per la prima volta dopo troppo tempo della sua vera identità e questa decisione lo pone di fronte ad una verità più sconvolgente di quanto immaginasse: a quanto sembra infatti, non è davvero l’ultimo della sua specie [Non lo sono mai, YANA J’onn, YANA].

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Io adesso vi lascio liberi dalla mia morsa e vi do appuntamento alla prossima settimana!

4 comments
  1. Complimenti per la recensione, che ha messo in risalto i tanti punti salienti di questa che è stata, senza alcun dubbio, la miglior puntata della serie.
    Spero solo che Lena Luthor nel resto della serie sia più “cattiva” che “buona” e penso proprio che tornerà anche Max Lord.

    1. Grazie mille!!!! Anch’io mi aspetto inevitabilmente un volto più dark per Lena, non credo che si rivelerà un vero villain ma al momento è troppo perfetta e un personaggio così è indubbiamente inutile, quindi resto molto in guardia con lei! Di Lord onestamente farei volentieri a meno, anche perchè credo che la posizione di ambiguità in questa stagione possa essere occupata proprio da Lena Luthor, Max risulterebbe ridondante! Grazie ancora per il commento!

  2. Mah, non lo so. Sicuramente non è il mio genere preferito e altrettanto sicuramente non so adattarmici come dovrei. Tuttavia, lo guardo molto volentieri, ad esempio più di Flash che trovo sempre più ridicolo, però mi piacerebbe che i temi in oggetto venissero trattati un po’ meno superficialmente.
    Non mi va che Kara suggerisca a James come fare il capo e costui tre secondi dopo sistemi per le feste Carr, oppure che si abbondi di frasi ad effetto che hanno sempre il potere di far cambiare parere a chi le ascolta. Tipico dei film e telefilm in generale. La realtà la vedo un po’ diversa e necessitante di percorsi più lunghi nell’introspezione di ciascuno di noi. Facile obiettare che qui di reale non c’è nulla, al che mi devo arrendere. E’ vero e probabilmente la mia insoddisfazione è fuori luogo e contesto. Però mi rimane, che ci posso fare.
    Poi, non ho capito bene: Kara quanti anni ha? Mi sembra spesso un pochino troppo stupidina, ben al di là dell’ingenuità e freschezza che la caratterizzano e che adoro. Molto più complesso e profondo il profilo della sorella, per capirci.
    Comunque, ottima recensione come al solito, ancora più meritevole di elogio se si tiene conto dell’insieme, non certo paragonabile a serie come This is us, per dirne una, che offre spunti evidentemente maggiori da indagare e commentare.
    Complimenti. Davvero.

    1. Ciao! Allora innanzitutto ti ringrazio sinceramente di cuore per il commento e per i complimenti! E poi capisco TOTALMENTE il tuo punto di vista e i dubbi che ti hanno lasciato perplesso, è quello che ho voluto premettere anch’io all’inizio della recensione. Fin dal pilot secondo me, Supergirl si è presentata come una serie senza troppe pretese, evidentemente non puntava all’Emmy, nè alle sfumature “dark” di Arrow e tantomeno ai complicati giochi di storyline di The Flash, Supergirl voleva essere una serie sfacciatamente semplice, luminosa, quasi elementare a volte ma nel senso positivo del termine e ti dirò, forse è quello che mi ha colpito di questo show. I buoni sentimenti, le frasi a effetto, la visione a volte utopica della realtà e dell’umanità sono elementi di cui la serie non ha mai fatto mistero, quindi “purtroppo” io mi aspettavo che, anche determinati argomenti, fossero trattati con più “superficialità” rispetto a quanto potrebbe fare un drama puro che VIVE di queste tematiche(come appunto This is us che hai nominato). Supergirl secondo me fa quello che può, questo è il suo stile, e nel suo piccolo prova a far passare valori e tematiche importanti, che certamente meriterebbero più approfondimento, ma che in questo caso devono rimanere in linea con quello che è lo spirito della serie! Il lato nerd e infantile di Kara a me piace tanto, non è il classico supereroe maturo e sicuro di sè, lei è ancora molto ragazzina e in fondo secondo me ci sta, sicuramente col tempo avrà la sua crescita ma qualche momento da fangirl è ancora accettabile, proprio perchè poi va a contrastare invece con l’incredibile maturità del tutto umana di Alex, quindi sono aspetti che si compensano! Grazie mille ancora per il commento perchè mi piace molto confrontarmi con altri fan!

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