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Sense8, costanti e anime gemelle

Lunedì scorso era San Lorenzo. Notte di stelle cadenti, di desideri sussurrati nel vento che profuma di erba appena tagliata, di scuse per stare fuori (davanti a casa) a fare le sei di mattina con gli amici quando sei ancora ragazzina perché, in altre circostanze, i tuoi non te lo permetterebbero mai…Notte di confidenze e risate sotto la luce della luna e tumblr_n724w5OWiC1sat8rxo1_500di coperte stese in un prato sopra la collina, con il naso rivolto all’insù a ricordarci quanto siamo minuscoli rispetto a quello che ci circonda. Era la notte più magica e romantica dell’anno, e io me la sono persa. Il brutto tempo ha fatto sì che tradissi quella che ormai considero una tradizione sacrosanta. Da quando sono nata, infatti, in questo periodo dell’anno cerco di tornare nel luogo che più amo al mondo per guardare ancora una volta quel determinato pezzo di cielo, che sovrasta quella montagna e quel pezzo d’Italia a cavallo tra l’Emilia e la Toscana, per tenere fede a quella flebile fiammella di innocente irrazionalità che ormai, l’età e le esperienze vissute, avrebbero dovuto soffocare da tempo.

Fortunatamente così non è stato ma, quest’anno, nonostante mi trovassi esattamente dove dovevo essere, quel cielo nero, profondo e bellissimo non l’ho potuto guardare. Inizialmente me ne sono rammaricata. Poi, con calma, ho passato in rassegna quelli che solitamente erano i miei desideri e mi sono resa conto che quasi sempre tutto si riduceva ad un unico banalissimo desiderio: trovare l’amore con la A maiuscola, quello che ti sconvolge l’esistenza e ti fa mettere in dubbio tutte le convinzioni che avevi, fino a tre secondi prima di incontrarlo, sul come avresti voluto fosse il tuo futuro. La persona (non Una persona). Lui (o Lei). “The One” insomma…

For every wish upon a star

That goes unanswered in the dark

There is a dream, I’ve dreamt about you.

Così recita il ritornello di una delle canzoni più dolci di Eddie Vedder, arrangiata soltanto con voce e ukulele. A questo pensiero, un sorriso mi è spuntato sulle labbra e qualche lacrima dolce-amara mi ha velato gli occhi. Il primo perché quel desiderio, quel “you”, prima soltanto sognato e immaginato, da qualche mese, le stelle me lo hanno finalmente concesso. Le seconde, sia per la felicità di essere stata così fortunata, sia perché il mio amore, in quel momento, non era lì al mio fianco, ma si trovava per un viaggio dall’altra parte del mondo già da una settimana, prima di altre due non sarebbe tornato, mi stava mancando da morire e in più, come se non bastasse, stava avendo qualche problema di salute. In quel momento, nonostante avessi già trovato quello che avevo agognato da tempo, ho realizzato che un’ultima cosa da chiedere alle stelle, in realtà, ce l’avevo: ho desiderato fortemente che sia io che lui fossimo dei sensate. Pensateci: come Riley e Will o Kala e Wolfgang, le nostre essenze (o energie psichiche o anime, chiamatele come meglio credete) avrebbero potuto abbattere le barriere spazio temporali per ricongiungersi e aiutarsi.

Ora quasi rido se penso a quale livello di follia ci porta, a volte, la nostra condizione di telefilm-addicted, ma la nostra fortuna non risiede proprio in questo? In questo essere sognatori, romantici e visionari fino al midollo e a qualsiasi età, nonostante il mutuo da pagare, il lavoro che non ci soddisfa, la suocera che ci rompe le palle all’ennesima potenza, le brutture e i conti salati che la vita ci presenta cinque giorni sì e uno no. Ho quasi 33 anni e ho seriamente (e ardentemente) desiderato di essere un qualcosa/qualcuno che, fino a prova contraria, nella realtà non esiste, pur essendo ben consapevole dell’assurdità della cosa.

Mi sono vergognata di tutto ciò? Per niente, anzi…sono estremamente felice di essere ancora in grado di perdermi in riflessioni tanto assurde quanto terapeutiche. Immaginare di essere un sensate, infatti, mi ha aiutato a superare il momento di tristezza che mi stava trapanando il cuore perché mi ha portato a riflettere sul concetto di anime gemelle e di come le persone siano, consapevoli o meno, perennemente alla ricerca di quella costante che vada a stabilizzare la loro esistenza. Mi è tornato in mente il discorso di Jonas, quando spiega cosa siano i sensate ed insinua il dubbio che i loro “poteri” non rappresentino lo step successivo all’attuale condizione umana ma, al contrario, qualcosa di primordiale (quasi animalesco) che, in seguito a milioni di anni di evoluzione e civilizzazione, l’homo sapiens ha piano piano perduto per strada. I sensate, infatti, potrebbero essere paragonati ad uno sciame di api che, come un unico organismo, agisce in sinergia. Sono persone che, tramite il loro elevato livello di empatia, riescono a sviluppare una profonda connessione psichica con i membri del loro “cluster” (gruppo, clan). Ora, pensate per un attimo se fosse davvero così. Provate ad ipotizzare che quell’innato desiderio di trovare la persona che ci fa sentire completa e di cui siamo costantemente alla ricerca non fosse proprio il rimasuglio di quel primordiale istinto di ricongiungerci ai membri del nostro cluster e, ancora più nello specifico, alla persona che sentiamo ci completa e intorno alla quale non possiamo fare a meno di gravitare (“Thank God for Gravity”). Qual è, in fondo, la definizione più comune di anima gemella? “L’altra metà della mela”, dico bene? Due parti che unite formano un unico essere altrimenti incompleto (e che soffre per tale condizione).

Un’altra rappresentazione che, personalmente, ritengo ben si addica al concetto di anima gemella è quella di costante. In “The Costant” (episodio 4.05 di LOST) Desmond riesce finalmente a telefonare a Penny (la sua costante, appunto), riuscendo a fermare così i continui salti temporali che stava subendo come effetti collaterali della sua presenza sull’isola. Questa scena è sicuramente una delle mie preferite di LOST (mi commuovo ogni volta che la guardo) e resterà per sempre una delle mie favorite in assoluto tra tutte le serie che seguo e ho seguito. Non tanto per quello che rappresenta a livello di trama, ma per quello che rappresenta in generale: è tutta questione di trovare la propria costante. Un po’ come quando cerchiamo di sintonizzarci su una determinata stazione radio e, dopo mille tentativi, alla fine troviamo la frequenza giusta: quel fastidioso gracchiare svanisce e tutto quello che sentiamo è un suono limpido e regolare.

Ecco, quando si ha la fortuna di trovare la propria costante, tutto acquista un senso. Abbiamo l’illuminazione, l’epifania. Riusciamo a immaginare il nostro futuro come se fosse un film, ma allo stesso tempo non riusciamo più a concepirlo senza l’altro. Iniziamo a desiderare cose e a fare progetti che fino a poco tempo prima ci apparivano inconcepibili ed erano l’ultima cosa che avremmo pensato di volere (credetemi, succede davvero). È un meccanismo strano che ti scatta in testa e ti sconvolge totalmente. E il concetto di costante mi è caro soprattutto perché è quello con cui ho cercato di spiegare alla persona di cui sono innamorata quello che ha sempre rappresentato per me, ancora prima che tra noi sbocciasse quello che alla fine è esploso qualche mese fa…Perché a volte succede che conosci una persona da tutta la vita (letteralmente, dato che le vostre famiglie sono amiche da ben prima che voi veniste al mondo) e realizzi che per questa persona, con cui hai giocato da bambina e che hai rivisto l’ultima volta tanti anni prima, quand’eravate ragazzini, hai sempre sentito un’attrazione particolare. Una cotta che, nonostante la distanza spaziale e temporale, nonostante gli innamoramenti che andavano e venivano e le fasi dell’età e della vita che si susseguivano, nonostante le altre storie e relazioni importanti che hai vissuto, è sempre rimasta costante e presente in un angolino del tuo cuore. E allora ti ritrovi a riflettere sull’esistenza del destino (a cui non sai ancora se credere o no) e al fatto che ci siano persone che entrano nella nostra vita e da cui, in un modo o nell’altro, sentiamo di dover  fare ritorno.

Posso immaginare cosa starete pensando: questa è cotta e stracotta, sono i primi mesi di relazione e la vita sembra meravigliosa perché l’innamoramento offusca tutto il resto…Tre mesi fa, se avessi sentito tali “deliri” da qualcun altro, avrei probabilmente condiviso questo pensiero, non perché ci credessi veramente (sono e resterò sempre un’inguaribile romantica), ma solo perché mi sarei basata sulle esperienze avute fino ad allora. Esperienze che non facevano altro che confermare quanto detto sopra. Ma è proprio grazie a quelle esperienze, però, che ho capito in seguito la differenza tra quello che avevo avuto prima e quello che ho adesso. In uno dei miei ultimi pezzi avevo parlato dell’amore tra Derek e Meredith, di come quel tipo di amore sia davvero difficile da trovare (ma non per questo sia un’idea a cui dobbiamo rinunciare a priori accontendandoci di qualcos’altro per paura di restare soli) e del dolore immenso che ci si ritrovi a provare in seguito alla perdita di tale tipo di amore. Avevo parlato del rischio che si corre quando si sceglie di buttarsi sempre e comunque (nonostante la certezza matematica di soffrire e stare male) per sentirsi vivi fino in fondo.

Ecco, io mi sono buttata, mi sono fatta male, ho sbagliato, ho ricominciato e ho rifatto gli stessi errori più e più volte. Ero irrequieta. Adesso capisco che, probabilmente, cercavo qualcosa senza nemmeno esserne consapevole. Non mi pento di nulla. Tutto quello che ho vissuto mi ha portato dove sono adesso. Se ho voluto condividere con voi questa mia esperienza e anche questa mia felicità è perché voglio che il mondo continui a credere nella possibilità di trovare la propria anima gemella, la propria costante, in mezzo a tutto questo trambusto che è la vita. Perché il nostro Derek (o la nostra Meredith) potrebbe arrivare da un momento all’altro oppure, più semplicemente, potrebbe essere sempre stato lì senza che noi ce ne rendessimo davvero conto…

A presto!

 

 

 

 

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1 comment

Hytok 16 Agosto 2015 at 15:43

Bellissimo articolo.

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