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Pretty Little Liars Recensioni

Pretty Little Liars | Recensione 7×15 – In the eye abides the heart

Guardare la realtà tramite gli occhi di un altro. C’è un momento nell’episodio, una frase pronunciata da Alison, che mi ha fornito questa piccola chiave di lettura per la puntata ma che soprattutto mi aiuta a definire quella sensazione di spaesamento e inquietante incertezza che avverto ultimamente mentre mi addentro nella fase finale di una storia che sembra avere ancora tanto, forse troppo, da dire. Mi è capitato in passato di ritrovarmi spesso in perfetta sintonia con questa serie e credo fosse una sensazione dovuta principalmente a una narrazione della storia e una caratterizzazione dei suoi protagonisti presentate da un singolo punto di vista, quello dello showrunner, di Marlene King, e di chi in quel momento portava le sue idee da noi assumendosi la responsabilità di scrivere l’episodio. Con la settima stagione in particolar modo invece, mi è sembrato che la serie fosse cresciuta con le ragazze, maturando come mai prima e mettendo in moto un gioco a tratti davvero simile a quello di A.D., in cui il punto di vista con cui la storia viene raccontata cambia pelle e voce a seconda delle esigenze, diventando quasi camaleontico e lasciandoti in balia di dubbi che vanno a minare anche le certezze più insite di questo show. Questo episodio, secondo me, porta una tale struttura narrativa al massimo compimento della sua forma, perché il primo punto di vista con cui veniamo introdotti alla storia è quello di Troian Bellisario, al suo debutto alla regia in una serie che probabilmente conosce bene tanto quanto la sua creatrice. Dico questo perché il modo in cui la Bellisario traduce sullo schermo la sceneggiatura composta da Joseph Dougherty porta in superficie, attraverso proprio uno sguardo personale ed esperto in quanto proveniente dal cuore della serie stessa, aspetti dei personaggi quasi inediti ma che appaiono anche stranamente familiari, come se fossero sempre stati lì e aspettassero solo di essere espressi. Credo che la particolarità di questo episodio derivi proprio dalla capacità della sua regista di presentarci la storia tramite i suoi occhi ma al tempo stesso caratterizzando quei diversi punti di vista che si alternano nella puntata e che Troian Bellisario gestisce con esperienza conoscendo quei personaggi e soprattutto quelle interpreti come solo poche persone possono vantarsi di fare.

La novità più particolare la ritroviamo inevitabilmente nella caratterizzazione di Aria Montgomery ma soprattutto in questo caso credo che proprio nel suo carattere inedito si celi in realtà una conferma che quasi mi rassicura. Il punto di vista con cui ci viene presentata Aria in questo episodio è, secondo me, quello di A.D., di una personalità che mai come in questo momento si sta esponendo pericolosamente e lo sta facendo perché l’idea di avere Aria dalla sua parte lo entusiasma forse più del dovuto. A.D. sente di essere riuscito lì dove i suoi predecessori hanno fallito, sente di aver finalmente preso il controllo dell’unica debolezza del gruppo che gli permetterebbe di vincere la partita, e su questa possibilità A.D. punta tutto, avvicinandosi sempre di più ad Aria, stringendo la morsa intorno a lei per obbligarla a vendere la sua lealtà, a volte con un’offerta, a volte con un ricatto, tutto pur di averla con sé. Ed è tramite il suo “sguardo” che anche noi siamo veniamo “spinti” a considerare le azioni di Aria come un tradimento o un atto di egoismo, un tentativo di tagliare la corda noncurante di chi si lascerà alle spalle.


Ma nonostante l’ovvia apparenza, mi sembra quasi che si cerchi di evidenziare e al tempo stesso ribaltare questa caratterizzazione, per due ragioni principalmente: la prima è che al momento il coinvolgimento di Aria nel gioco di A.D. è assolutamente superficiale ma più di tutto non è niente che Spencer e Toby non abbiano già fatto nella terza stagione e fondamentalmente spinti dalle stesse motivazioni; la seconda è che più che un’alleata, Aria mi appare al momento come vittima della sua intera vita e non solo del gioco di A.D.. In una fase della sua relazione in cui Ezra, mi pesa dirlo, è al limite della sopportabilità, la pazienza di Aria diventa lacerante per lei, la annienta giorno dopo giorno, soprattutto alla luce di un segreto la cui sola menzione la terrorizza e la travolge lasciandola sola e in balia di un burattinaio che sa perfettamente come e dove colpire. Condizionata probabilmente anche dalla mia soggettività, non riesco a biasimare Aria per un comportamento che credo ancora nasconda ragioni e motivazioni taciute ma che soprattutto è frutto di paure, emozioni e frustrazioni lasciate inespresse per troppo tempo e che cercano adesso disperatamente una via di fuga che riesca ad alleggerirne il peso. Se agli occhi di tutti Aria sembra disposta a salire sulla scialuppa di salvataggio da sola, a me sembra che in realtà sia lei quella che annega più velocemente.

Più emozionante e intrigante di quanto avessi mai creduto possibile è invece il modo in cui ci viene presentata Emily in questo episodio, una caratterizzazione che per quanto mi riguarda vive tramite tre punti di vista, tutti assolutamente concordi nel ritratto che intendono dipingere della ragazza ma diversificati nel modo di rapportarsi a lei e nelle conseguenze che ne deriveranno. Il primo punto di vista che riscontriamo è quello più ordinario, di chi scrive e chi porta in scena l’episodio, in una caratterizzazione che rappresenta una rassicurante conferma. In una storia come quella della gravidanza di cui, secondo me, a volte non si riesce a capire davvero la gravità della violazione della profonda intimità di due donne, Emily si rivela ancora una volta una costante, l’espressione più luminosa di un animo a volte ingenuo ma intensamente puro, di una personalità che non si tira indietro quando c’è da fare la proverbiale “cosa giusta” anche quando una terza parte ha deciso per lei, condannandola ad affrontare una realtà che non aveva messo in conto. Voler concedere una possibilità al bambino che Alison porta in grembo per lei, pur non conoscendone la paternità, è una decisione quasi inevitabile per Emily, è una scelta ponderata in cui la ragazza si riconosce perfettamente, perché adesso riprende le redini della sua vita e decide di portarla avanti rispettando lealmente la persona che è sempre stata.

Ma ciò che più mi ha colpito è stato vedere Emily attraverso gli occhi delle due donne più influenti nelle sue dinamiche sentimentali, vale a dire Paige e Alison. Da una parte, la mia opinione su Paige non è mai stata un segreto, l’ho sempre considerata un personaggio “trasparente” e non per la sua nitidezza nella caratterizzazione ma per un apporto alla storia che non ha mai avuto un particolare peso, una presenza senza infamia e senza lode. Ma questo episodio è riuscito a mostrarmi due aspetti del personaggio assolutamente conflittuali eppure a distanza di pochi secondi. Se da un lato infatti, per la prima volta, ho apprezzato la maturità di Paige nel lasciare andare Emily dopo aver ascoltato la sua verità, consapevole del bisogno della ragazza di abbracciare questa nuova responsabilità perché questo è ciò che la sua coscienza le ha sempre dettato, dall’altro ancora mi sorprende quanto rapidamente Paige riesca a mutare le espressioni del suo volto non appena si allontani da Emily. Mi sembra quasi che Paige considerasse quest’ultimo tentativo di far funzionare la sua relazione come un’ancora che la tenesse legata a una vita che ha mai avuto modo di sfruttare pienamente, una vita fatta di occasioni perse e di imprevisti che hanno definito il suo futuro. Travolta da rimpianti e rimorsi, Paige riesce a circondarsi facilmente di ombre difficili da interpretare. Anche il suo confronto con Alison, per quanto abbia rappresentato un momento di pura onestà di cui entrambe avevano bisogno, è riuscito a mostrare Paige sotto una luce che all’inizio appare incredibilmente inquietante mentre nel finale sembra quasi restituirle una relativa innocenza. È questo ciò che il ritorno di Paige ha portato in questa stagione, un’ambiguità nella sua personalità che è sempre stata parte del personaggio ma che in questi ultimi episodi mi spinge a prendere in considerazione la possibilità che le conseguenze delle sue ferite mai davvero superate possano essersi tradotte nella decisione di cominciare a giocare col “team vincente”.

Ed è proprio tramite il confronto con Paige, che Alison ci permette di vedere Emily attraverso i suoi occhi e così facendo ci concede contemporaneamente la possibilità di conoscere un lato di se stessa che non aveva mai avuto il coraggio di affrontare. Il modo in cui Ali si perde nella sua stessa verità di fronte alla domanda catartica posta da Paige è totalmente inedito per il personaggio e per una volta è stato davvero soddisfacente riconoscere Emily in quelle parole, capire che finalmente la si vede così merita di essere vista, soprattutto da Alison, da quella persona che aveva sempre beneficiato della sua lealtà più incondizionata e del suo amore più profondo. Ed è per Emily che Ali sceglie di portare avanti la gravidanza, con la speranza di trasformare un incubo in un nuovo inizio per loro due, insieme.

Indefinita, paradossalmente, considerata la regia, è proprio la storyline di Spencer. Credo innanzitutto che si sia trattato di una storyline molto individuale, quasi alla pari della solitudine di quella di Aria, con una caratterizzazione del personaggio corredata di segreti in fondo evitabili. Se da una parte Furey riesce a metterla alle corde, seguendo “purtroppo” il percorso d’indagini migliore che la polizia di Rosewood abbia mai intrapreso, il legame che unisce Spencer al “fantasma” di Mary Drake rischia di diventare per lei una strana dipendenza, portandola pericolosamente al limite dell’errore. Ma, inutile girarci intorno, è l’incontro inaspettato con Wren ad approfondire la mole di segreti di cui Spencer si circonda. Conflittuale e criptico, il confronto tra i due sembra avere radici ben più stabili di quanto appaia in questo frangente mentre il coinvolgimento del dottore nella storia di Charlotte assume lineamenti sempre più labili.

Infine, l’ultimo punto di vista su cui vorrei soffermarmi è quello di Mona e della sua capacità di “vedere” il gioco di A.D. come nessuno ha mai fatto finora. La psicologia che Mona riesce ad estrapolare dalla tavola da gioco è legata a doppio filo con il fascino che circonda il personaggio a partire dalla rivelazione della sua effettiva genialità ma ciò che cambia le dinamiche della partita adesso è il suo coinvolgimento attivo. Oltre la richiesta di Hanna, oltre le sue prime riserve per quella che avverte come una dipendenza, il fascino del gioco è per Mona una tentazione troppo forte da respingere proprio perché il rapporto che si instaura tra lei e A.D. rappresenta ora quasi una sfida, un gioco che Mona ha cominciato e che adesso muore dalla voglia di portare a termine, nell’unico modo che conosce: trionfando.

In un episodio che cerca di spingerci disperatamente in una direzione prestabilita per depistarci forse e allontanarci da una soluzione nascosta alla luce del sole, il ricordo dell’amicizia infantile tra Lucas e Charles si intensifica e si colora di oscure sfumature di sofferenza e bisogno di vendetta. Con soli 5 episodi ancora da affrontare, Pretty Little Liars si avvia inesorabilmente alla conclusione rimettendo tutti in gioco e rivelando i volti effettivi di personaggi che conosciamo da sempre. Io invece vi lascio e vi do appuntamento alla prossima settimana!

Sempre vostra, WalkeRit-A.D.

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