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Pretty Little Liars Recensioni

Pretty Little Liars | Recensione 7×13 – Hold your piece

L’ordine e l’equilibrio con cui la trama si sta sviluppando in questi ultimi dieci episodi di “Pretty Little Liars” sono aspetti quasi inediti per la serie, bisogna ammetterlo, ma le sensazioni che personalmente mi stanno evocando sono conflittuali. Da una parte infatti mi sembra di essere ancora piuttosto distante dalla chiusura del cerchio, mai come in questo episodio soprattutto ho avvertito ancora quell’angosciante sensazione di attesa, di preparazione, come se il gioco fosse appena cominciato anziché giunto ormai quasi al suo traguardo, e non parlo per mancanza di avvenimenti o di evoluzioni della storia, ma proprio per quel ritmo così regolare con cui al momento il gioco viene condotto, sia da A.D. che dalle sue pedine. Dall’altra parte però mi sembra che stia succedendo qualcosa che non riesco a vedere, credo che in qualche modo la risposta si stia svelando esattamente davanti ai nostri occhi ma non riusciamo ancora ad afferrarla, temo infatti che questa intera storyline potrà essere pienamente apprezzata e giudicata solo dopo la sua conclusione, quando la partita sarà terminata. E sebbene questo episodio ci abbia mostrato il turno di Hanna, sono intrigata e spaventata dalla possibilità che possa essere Aria, nel bene e nel male, a dare effettivamente una svolta alla storia.

L’inizio dell’episodio ha rappresentato, secondo me, anche il suo momento migliore. Arricchito dall’inquietante insistenza di A.D. nel suo tentativo di stuzzicare costantemente la pazienza di Spencer con giochi quasi immaturi ma che vanno a scalfire progressivamente la sopportazione psicologica della ragazza, lo scenario d’apertura è per me ancora oggi il simbolo dell’autentico cuore della serie e non mi riferisco solo a un aspetto “sentimentale” ma anche a ciò che una scena del genere significhi per la trama alla fine di queste sette stagioni. Esauste, esasperate, al limite della lucidità, Spencer, Aria, Hanna e Emily portano i segni di una storia che le sta logorando, di un’ennesima notte insonne, di un gioco che ancora non capiscono ma di cui sono inevitabilmente preda, eppure sono ancora lì, mentre cercano una soluzione che sfugge continuamente, mentre inseguono temporanei rimedi che impediscano loro di impazzire, mentre lottano ancora una volta per far fronte a ciò che seguirà, insieme.

Oltre le distanze che ci sono state, oltre le debolezze che in molti hanno usato e forse ancora useranno proprio per dividerle [e temo che il peggio debba ancora arrivare], quelle quattro giovani donne così vessate eppure così tenaci ancora resistono e lo fanno reggendosi all’unica costante che le accomuna fin dal pilot, vale a dire la consapevolezza di avere ancora qualcosa per cui combattere, di avere ancora l’un l’altra alla fine di questa partita.

Il “turno” di Hanna comincia proprio nella notte che apre l’episodio ma la sua evoluzione mi ha lasciato onestamente perplessa. Per qualche ragione ancora misteriosa, Hanna è stata l’unica finora a non aver usufruito dei “favori” del gioco di A.D., sperimentando invece fin dall’inizio i suoi ricatti e i suoi lati peggiori e deviati. Ma nonostante la pericolosità del gioco di cui è stata vittima, mi sembra quasi che il modo di A.D. di rapportarsi ad Hanna sia al momento quello più impersonale seppure a tratti il più inquietante e crudele.

Sarà solo una mia impressione, ma il turno di Hanna, le richieste, il tentativo di distruggere la sua nascente carriera, persino il concreto promemoria del rapimento e delle torture, avvenute in seguito alla confessione di aver ucciso Charlotte, sono tutte vessazioni e ricatti “distaccati”, non c’è l’occhio di riguardo concesso ad Emily, non c’è la sfida psicologica riservata a Spencer, c’è freddezza, cinismo, “basilare” crudeltà, come se fosse una voce da spuntare nella lista: tormentare Hanna Marin, fatto. L’inserimento a sorpresa di Caleb nella partita impone al turno una deviazione inaspettata, lasciando A.D. privo della soddisfazione della compiutezza del ricatto ma privando ancora di più Hanna della sua ricompensa, del suo pezzo del puzzle, di quel passo avanti che A.D. stesso sembra voglia far compiere alle sue pedine, forse per attirarle a sé nell’atto finale.

Di un altro stampo mi appare invece la storyline di Aria. Nonostante infatti A.D. non abbia ancora cominciato il suo gioco con lei, sembra quasi che il destino stia già facendo un ottimo lavoro per conto suo per esacerbare una condizione precaria che diventa così sempre più appetibile per il momento in cui scatterà il suo turno. Personalmente, ho trovato la caratterizzazione di Aria in questo episodio la più interessante ma al tempo stesso la più preoccupante proprio per questa crescente esasperazione che, puntata dopo puntata, lei prova a controllare, a razionalizzare, spingendo però semplicemente il punto di rottura a livelli di tensione sempre più intensi.

Più appare stanca e sfinita dai continui dubbi, dalle costanti paure e dai promemoria giornalieri di quanto la sua relazione con Ezra stia vivendo ora un equilibrio fortemente instabile, più Aria si carica ai miei occhi di una rabbia che, se non riesce a sfogare nella giusta direzione, preferisce canalizzare in una lotta contro un nemico che non può vedere o toccare ma che le permette almeno di giustificare e lasciare libere tutte quelle sensazioni negative che adesso la riempiono. L’assoluta e lucida determinazione impiegata nell’inseguire la pista segnata da Jenna Marshall spinge Aria a superare i suoi limiti, ad assorbire ogni nuova capacità che possa permetterle di affrontare il gioco a viso aperto, a trasformare la frustrazione e la paura anche in aggressività e furbizia se serve allo scopo, perché sapete cosa dicono della paura, “è un superpotere”.

E Aria si regge con tutte le sue forze a questa “verità”, riversa nella disperata ricerca di risposte tutta la rabbia che la paura le scatena, scegliendo ora Sydney come obiettivo designato, come momentaneo villain della sua storia. Ciò che più spaventa Aria in questo frangente è, secondo me, la sensazione di non aver il controllo su nessun lato della sua vita, di essere in perenne attesa, bloccata a metà strada e incerta sulla possibilità di tornare indietro o combattere per andare avanti. E la sua unica certezza paradossalmente è proprio A.D., è la consapevolezza di dover continuare a giocare, di provare a lottare per mettere la parola fine alla partita. Ma al termine della giornata, quando la determinazione viene meno, quando rientra in un appartamento vuoto e silenzioso, Aria si ritrova nuovamente al punto di partenza, costretta a riconoscere e ad affrontare quel pensiero costante che la annienta un giorno per volta e che adesso assume le sembianze concrete di una “minaccia” che non può neanche odiare o combattere, essendo lei per prima una vittima degli eventi.

Episodio prettamente personale e in parte meritatamente più sereno invece per Spencer, la cui pausa dalla ricerca di Mary Drake, di risposte e di un’identità che adesso le sfugge era essenziale, ed è ciò che in fondo riesce a regalarle Marco anche solo per poche ore. Ciò che ho apprezzato di una storyline che alla fine considero comunque momentanea è stato proprio il momento in cui Spencer si riappropria del sorriso, del “bisogno di vincere”, di affermarsi nuovamente in pieno stile Hastings, dominante in qualsiasi attività si possa competere. Marco ricorda a Spencer cosa voglia dire affrontare e accettare la vita così come arriva, riconoscerla ordinaria e normale anche nei momenti più assurdi, sapere con certezza di non essere unici e soli nei drammi familiari e soprattutto lottare senza sosta per non lasciarsi definire da essi. Senza pensare al futuro, senza dover obbligatoriamente trovare una spiegazione o una risposta, Spencer impara la lezione accettando quella giornata per ciò che è: la possibilità per una gioia anche nei giorni peggiori.

Ho avuto la sensazione però che quello di Spencer in questo episodio fosse anche un percorso. Il successivo confronto con Caleb infatti sembra voler chiudere definitivamente un capitolo importante del suo passato e soprattutto intende farlo con serena accettazione in particolar modo per l’amore condiviso che entrambi provano per Hanna. Ma è il momento con Toby a sigillare la sua storyline nell’episodio e questo non può non essere significativo.

L’ultimo aspetto dell’episodio su cui vorrei soffermarmi riguarda proprio Toby e una storia che in questo momento esula, secondo me, da qualsiasi discussione possibile sulle relazioni sentimentali e sulle cosiddette ship. Credo infatti che, sebbene una parte di lui sarà sempre innamorata di Spencer, Toby fosse sinceramente desideroso di impegnarsi con Yvonne, di dedicarle il suo futuro e di condividere con lei sogni e progetti, nella forma di viaggi o case, di idee e ricordi da creare al suo fianco. Per questo ho ritenuto emozionante quella promessa confermata nell’istante in cui lei ha riaperto gli occhi, quel bisogno di valorizzare ogni minuto vissuto al suo fianco, quell’onesto e puro desiderio di condividere con Yvonne tutto il tempo a loro disposizione.

 

Toby non si è mai tirato indietro e non l’ha fatto per un dovere che si sentiva in obbligo di rispettare, lo ha fatto impegnando tutto se stesso in una storia in cui ha creduto fino alla fine e che poi l’ha lasciato col cuore in pezzi, straziato. Il modo in cui lui si lascia cadere tra le braccia di Spencer è la dimostrazione di quanto, in questa fase della storia, non importi che loro tornino insieme o meno perché il legame che li unisce da sempre vale più di qualsiasi happy ending.

Nonostante gli alti e i bassi della trama, l’episodio ha seguito un ritmo lineare, con poche emozioni forti ma con piccoli dettagli che rafforzano la base su cui si appoggerà la risoluzione finale. La figura di Sydney sembra destinata a svanire progressivamente, essendo ormai solo una pedina spaventata nelle mani di Jenna mentre il nuovo turno sta per cominciare a spese di Aria Montgomery. Nell’attesa del prossimo episodio, io vi lascio e vi aspetto la prossima settimana.

Sempre vostra, Walkerit-A.D.

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