Nascita e Morte: così lontane, così vicine

Ebbene sì, oggi è il mio compleanno. “Grande festa!” direte voi. “Insomma…” rispondo io. Perché diciamocelo, quando oltrepassi quel confine oltre il quale i compleanni sono più dramma (è la triste verità, ve lo assicuro) che motivo di giubilo, ti resta ben poco da festeggiare. By-passando le mie paturnie personali, ho riflettuto su cosa rappresenti, in definitiva, questo giorno nella vita di un essere vivente. Un compleanno altro non è che la celebrazione di una nascita. E quale altro evento è indissolubilmente legato alla Nascita, essendone il suo esatto opposto? La Morte, ovviamente. Nascita e Morte sono due facce della stessa medaglia (la Vita è soltanto ciò che vi passa in mezzo) e l’una non potrebbe esistere senza l’altra. Sono totalmente complementari. Nel momento in cui un essere vivente viene al mondo, la sua morte si delinea all’orizzonte. Perché, come recita un vecchio detto, ci sono solo due cose certe nella vita: le tasse e la morte. D’altra parte, però, non si può parlare di morte se prima non vi è stata nascita.

Ma che argomenti allegri che stai sviscerando il giorno del tuo compleanno! Beh, ve l’ho detto, voglia di festeggiare zero…

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Tutto questo per dire che se mi metto a ripensare a quali nascite telefilmiche mi hanno scosso e toccato maggiormente, sia per quanto riguarda l’epicità della loro rappresentazione visiva, sia per la vagonata di emozioni/riflessioni-sull-esistenza che hanno scaturito in me (e di cui vi renderò partecipi con questo articolo), me ne vengono subito in mente tre. E tutte sono, in maniera diversa, strettamente legate al tema della morte. Perché, se nel mondo reale una nascita è (quasi) sempre sinonimo di lieto evento, di certo non si può dire la stessa cosa del mondo telefilmico.

La prima in assoluto che mi salta in mente proviene da una serie-tv pietra-miliare-della-storia-della-televisione ormai conclusasi da tempo (sigh, sob), ovvero la nascita di Aaron Littleton in LOST; la seconda, da una serie-tv nel pieno del suo svolgimento e all’apice del suo successo: la nascita di Judith Grimes in THE WALKING DEAD; ultima (ma solo perché temporalmente è quella più recente) è la nascita della Creatura (sto parlando del primogenito del Dr. Frankenstein) in PENNY DREADFUL.
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“Kate ha detto che stiamo per andare via”
“No. Non e’ un andare via. E’ un andare avanti”
“Per andare dove?”
“Scopriamolo”

(LOST – 6.18 “The End”)

Mai come in LOST il tema del dualismo salta all’occhio quanto le plastiche di Nina Moric: ricordiamo tutti il nero ed il bianco del Backgammon, lo scontro tra l’uomo di scienza e l’uomo di fede, Blackman vs Jacob, l’oscurità contro la luce e chi più ne ha più ne metta. E poi abbiamo la nascita di Aaron che coincide esattamente con la morte di Boone. Durante l’episodio 1.20 Do No Harm, Claire entra in travaglio nel bel mezzo della giungla, assistita da Kate e Charlie, mentre Jack, alle grotte, sta tentando invano di salvare la vita di Boone (gravemente ferito in seguito allo schianto del piccolo velivolo, scoperto da lui e da Locke, in cui stava smanettando con la radio di bordo).

Tralasciando i vari misteri (di cui la maggior parte tuttora irrisolti) che si celano dietro la figura di questo benedetto bambino, dato che di parole e teorie ne sono state spese a migliaia nel corso degli anni, quello che mi preme sottolineare è il simbolismo di questi due eventi che sono l’uno l’opposto dell’altro ma che, guarda caso, ci vengono mostrati contemporaneamente all’interno dello stesso episodio. Se da una parte abbiamo Jack che non vuole arrendersi e tenta il tutto e per tutto pur di tenere ancorato Boone alla sua vita terrena, dall’altra vediamo Claire che, spaventata a morte dalle premonizioni del veggente, cerca di opporsi con tutte le sue forze al parto imminente. Ma la natura deve fare il suo corso…

Boone diventa il primo dei sopravvissuti del volo Oceanic 815 a morire sull’isola, mentre Aaron è il primo essere umano che vi nasce in seguito allo schianto dello stesso volo.

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Uno esce, l’altro entra. Ed ecco che nella mia mente prende forma l’immagine di un treno (la Vita), fermo per alcuni minuti alla stazione, durante la discesa (Morte) e la salita (Nascita) dei passeggeri. Ma la stazione cosa rappresenta?

Personalmente, immagino il percorso di quel treno come circolare (e non lineare, visione più “religiosa” se vogliamo) e la stazione altro non è che il punto di partenza e di arrivo. Il luogo da cui tutti veniamo e verso cui tutti andiamo una volta che la Morte sopraggiunge. “Nulla viene dal nulla”. Questo pensiero, che emerge dall’antica filosofia greca dei fisici pluralisti (e ripreso in epoca più moderna da Antoine Lavoisier nel suo Principio di Conservazione della Massa), ben si applica a questo concetto:

«L’unione di elementi determina la nascita delle cose e la loro separazione, la morte. Si tratta di apparenti nascite e apparenti morti, dal momento che appunto “Gli elementi (l’Essere) non si creano e non si distruggono, ma soltanto si trasformano”».

Con la nascita di Aaron è quasi come se l’Isola (IL vero protagonista di LOST) reclamasse il mantenimento di quell’equilibrio naturale senza il quale l’universo imploderebbe. Non essendo una persona religiosa, la mia idea di nascita, esistenza e morte si avvicina quindi più a questa filosofia che all’idea paradisiaca di una vita ultraterrena. Gli esseri viventi non sono forse fatti di elementi? E attraverso la combinazione di determinati elementi non si genera forse energia? I nostri pensieri, ovvero l’essenza del nostro “esistere” (l’anima, se vogliamo chiamarla così) non sono forse il prodotto di migliaia di connessioni elettriche (sinapsi) che si formano nel nostro cervello? L’essere vivente è, di fatto, energia pura. E l’energia, che può esistere in una forma piuttosto che in un’altra, non può essere distrutta ma continua a scorrere inesorabilmente da un luogo ad un altro in un ciclo infinito.

Ho detto prima che il dualismo è uno dei temi ricorrenti più evidenti in LOST. Va sottolineato, però, che nella rappresentazione di questo dualismo onnipresente, le “fazioni opposte” si contaminano costantemente tra loro, muovendosi in realtà in una zona di penombra dove nulla è totalmente bianco o nero (nessun personaggio ci viene presentato come totalmente “buono” o “cattivo”; la ragione non si trova mai da una parte o dall’altra, ecc…) Così, anche Nascita e Morte, che in linea teorica sono sì l’opposto l’una dell’altra, in realtà sono più vicine che mai perché la porta di quel treno, attraverso la quale uno sale ed un altro scende, è sostanzialmente la stessa.

La genialità del finale di LOST è che ognuno può interpretarlo secondo il proprio credo (infatti, se ricordate, su una delle vetrate della chiesa sono rappresentati tutti i simboli delle principali religioni e filosofie). A me piace immaginare che il luogo creato dai nostri Losties per ritrovarsi una volta morti (e finalmente “andare oltre”) sia la stazione di cui sopra. E che quella porta inondata di luce accecante (come in un’esplosione di energia, appunto), spalancata da Christian nell’ultima sequenza, altro non sia che la porta scorrevole del treno.

Nascita e Morte, quindi, condividono costantemente lo stesso piccolo spazio in un movimento infinito da e verso lo stesso “luogo”, in quell’eterno balletto necessario a mantenere l’ordine e l’equilibrio dell’universo.

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“Cosa sono quelle luci?”  

“Sono la vita di una persona…le esperienze, i ricordi. Tutto. Da qualche parte, in tutto quel cablaggio organico, in tutte quelle onde di luce ci siete voi. La cosa che vi rende unici. E umani. Sono sinapsi. Impulsi elettrici nel cervello che portano tutti i messaggi. Determinano tutto quello che una persona dice, fa o pensa, dal momento della nascita a quello della morte”   

“Che cos’e’?”    

“Invade il cervello come la meningite… Poi c’e’ la morte. Quello che sei mai stato o mai sarai…e’ andato. La parte umana, quella non torna in vita. La parte che   ti rende te stesso. Solo un guscio, guidato da un cieco istinto”

(THE WALKING DEAD – 1.06 “TS-19”)

Judith Grimes nasce in un mondo letteralmente dominato dalla morte. Lei stessa è causa di morte. Sua madre sacrifica sé stessa per dare una possibilità alla nuova vita che porta in grembo, in una delle scene più strazianti e crude mai viste in un episodio di THE WALKING DEAD (3.04 “Killer Within”). In seguito ad alcune complicazioni, infatti,  Maggie è costretta a sventrare Lori per estrarre la nascitura, il tutto sotto gli occhi di un Carl cresciuto troppo in fretta.

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La morte, inoltre, aleggia intorno alla piccola asskicker ancora prima della sua nascita. Quando Lori scopre di essere incinta, infatti, viene travolta da un treno in corsa carico di dubbi e paure ed arriva quasi ad abortire. Oltre all’incerta paternità della piccola, infatti, Lori si pone altri grandi interrogativi: che qualità di vita (per quanto questa vita durerà) potrà mai avere un bambino in un mondo del genere? Con quali valori potrà mai crescere in un universo in cui ogni regola è stata stravolta e le altre persone, i vivi, si sono trasformate nel vero pericolo da cui guardarsi le spalle? Perché mettere al mondo un figlio sapendo che questo, probabilmente, dovrà soffrire la fame e chissà quali altre pene? Seppur, come la maggior parte degli spettatori, non amassi Lori alla follia, non posso biasimarla per essersi posta queste domande. Domande che mi hanno fatto riflettere su alcune realtà del NOSTRO mondo, quello vero, costellato di paesi flagellati da guerre e malattie e in cui spesso i bambini sono i primi a pagarne le conseguenze.

Tornando a THE WALKING DEAD, superato questo momento di incertezza, ecco che la morte fa capolino di nuovo ad oscurare l’esistenza di Judith ancora prima che la piccola sia venuta al mondo: quando Rick, alla fine della Season 2, rivela al gruppo che tutti loro sono già infetti, un’altra grande paura assale Lori: e se la creatura che porta in grembo fosse già una di quelle cose orribili e cercasse di divorarla dall’interno? In uno scenario del genere, quindi, nascita e morte sarebbero letteralmente coincise, avendo, di fatto, la venuta al mondo di un essere che è la morte fatta persona. Certo, se scendiamo ad un livello più profondo e andiamo a leggere tra le righe, quello che sta in realtà divorando l’anima di Lori è il dubbio sulle sue capacità di moglie e soprattutto di madre (“Sarebbe stato meglio se fossi morta alla fattoria…Mio figlio non mi sopporta più e mio marito, dopo ciò che gli ho fatto passare…”, “So che sono una moglie di merda e che non vincerò mai il premio di madre dell’anno”). In definitiva si sta chiedendo “Sarò all’altezza del compito?” E questo è uno di quegli interrogativi universali e legittimi che credo si siano posti, almeno una volta nella vita, tutti i genitori o futuri tali. Io stessa, che non sono madre e non so neanche se lo vorrò mai diventare, mi sono posta a volte questa domanda.

Fortunatamente Judith viene al mondo bella e sana ma, in definitiva, la sua nascita si può considerare un lieto evento nell’economia della storia? Io credo fermamente di sì, seppur con tutte le difficoltà che ciò comporta per la sopravvivenza del gruppo e nonostante il suo stesso padre (o presunto tale) inizialmente la rifiuti perché in lei vede solo la causa della morte della donna che amava.

Ma Judith è come uno di quei piccoli fiori ostinati e meravigliosi (ovviamente rosso come il sangue, che è simbolo di morte ma anche di vita) che a volte nasce nel grigio di una distesa di cemento. Rappresenta la rinascita della vita in un mondo ormai morto e instilla un barlume di speranza laddóve di speranza ne era rimasta ben poca (“Senza speranza, che senso ha vivere?” – Beth).

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La piccola spaccaculi diventa una delle ragioni di vita per tutti i nostri sopravvissuti, un motivo per continuare ad andare avanti quando, apparentemente, di motivi non ne sono rimasti molti. Perché vivere e sopravvivere (“Non lo so se voglio vivere. O se devo farlo. O se è solo un abitudine”- Andrea) sono due cose totalmente differenti (ricordo a tale proposito e per chi ancora, dopo tutti questi anni non lo sapesse, che i “Walking Dead”del titolo fanno riferimento ai vivi e non agli zombie) e se si sceglie di non arrendersi allora è necessario trovare qualcosa per cui combattere. Pena trasformarsi nell’ombra di sé stessi, in gusci vuoti che respirano e si muovono senza nemmeno sapere perché.

E questo non è forse un monito che vale anche per ognuno di noi?

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“Si tratto’ di una nascita complicata. Su questo non vi e’ dubbio alcuno. Venni alla luce nella piu’ assoluta e terrificante delle agonie. Certamente non era quella la creatura che avevi concepito. Non si trattava di un dorato trionfo sulla mortalita’, il poetico Adone descritto in versi da Shelley. Si trattava…di un abominio. E cosi’ sei fuggito. La prima azione umana che vissi fu il rifiuto. Quindi non meravigliarti del mio disgusto per la tua specie. Aspettai. Ma tu non tornasti. E’ mai esistita una creatura cosi’ sola? Cosi’ totalmente indifesa? Ogni nuova creatura veniva abbandonata al momento della nascita? Era questa la vita?”

(PENNY DREADFUL – 1.03 “Resurrection”)

Le parole di Caliban, primogenito di Frankenstein, sono pura poesia i cui versi strazianti, densi e pregni di quella verità propria soltanto di una creatura disperata, sono feroci stilettate nel cuore. Ho odiato la Creatura la prima volta in cui è comparso sul mio schermo. L’ho odiata per aver ucciso Proteo, uno degli esseri più innocenti mai rappresentati (“Uccidere tuo figlio, prima che iniziasse a provare dolore, e’ un atto di pieta’”)

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Ma il mio odio nei suoi confronti è durato ben poco e in breve tempo la sua storia è diventata una delle ragioni principali per cui ho apprezzato così tanto PENNY DREADFUL.

Mai come nella storia di Caliban, nascita e morte meglio rappresentano la circolarità che le contraddistingue: come l’Uroboro (il serpente che si morde la coda), simbolo della ciclità degli eventi, dell’eterno ritorno e del dualismo di tutte le cose, l’esistenza di questo essere è fatta di nascita, vita, morte, ancora nascita e di nuovo vita. Forse. (“Era questa la vita?”) Un corpo inanimato – morto – rinasce. Ma a quale prezzo?  “Tu mi hai fatto nascere solo per provare dolore!” . Con questa semplice verità, Caliban prende a schiaffi l’egoismo di Frankstein ed uccide definitivamente il piccolo Victor, quello mosso da sogni, speranze e buone intenzioni. La nascita della Creautura, di fatto, coincide con la morte dell’umanità di colui che l’ha generato.

Come  ogni essere che nasce, anche Caliban urla. bp6puzsxwu8fcqn919imMa il suo urlo è una sinfonia di dolore  dove ogni nota è un gradino in più verso un baratro fatto di miseria e solitudine. E  mentre le immagini, così efficaci e strazianti, scorrevano sullo schermo (episodio  1.03 “Resurrection“), sulle mie  guance scorrevano lacrime perché stavo  scendendo anch’io, insieme a lui, quella  scala buia e fredda, fatta di occhi paterni  pietrificati dall’orrore, di una mano protesa  invano alla ricerca di un conforto, fatta  di rifiuto ed infine di abbandono. Perché la  disperazione di questa creatura non  scaturisce solo dalla rabbia per la sua  mostruosità fisica, ma anche dalla  consapevolezza di non appartenere né ai vivi né ai  morti. Non sa qual è il suo posto  nel mondo. La sua unicità è la sua condanna: “E’ mai  esistita una creatura cosi’  sola? Ogni nuova creatura veniva abbandonata al  momento della nascita?”  No, non ogni creatura. Ma questa è l’unica realtà che il povero Caliban impara, iniziando così ad odiare la razza umana. Lo si può forse biasimare per questo?

Che la Creatura rappresenti l’essenza dell’emarginazione penso sia chiaro anche ai sassi. La metafora è più che ovvia. Ed è questo che fa male e che ci disturba anche, in un certo senso. Perché se da una parte coloro che hanno provato sulla propria pelle il dolore del rifiuto altrui si identificheranno in Caliban, dall’altra ci saranno schiere di spettatori (me compresa) che, di fronte alla sua storia (eccellente riflesso della società “civile”), non potranno che provare vergogna e disgusto per quello che la nostra specie, sempre più spesso, è in grado di fare (bullismo e suicidi che riempiono le pagine di cronaca ne sono solo un esempio). E per Caliban il poter  brevemente godere  della gentilezza di quei pochi (di uno solo, in realtà) che riescono a guardare oltre il suo volto, è la sfortuna più grande che gli potesse capitare. Perché quando anche quest’unico barlume di umanità e di amore gli viene strappato via, la delusione ed il dolore che ne derivano sono definitivamente la goccia che fa traboccare il vaso. Se prima Caliban era una vittima in tutto e per tutto, a quel punto la metamorfosi è completa. Caliban altro non è che la personificazione della malvagità degli uomini. La vera nascita del mostro è adesso.

In Grand Guignol infatti, ultimo episodio della Season 1, un altro monologo da brividi esce dalla bocca della Creatura e squarcia quel velo che nasconde l’amara verità:

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“Sognavo un altro essere… che guardava dentro questi occhi. Che guardava questo volto senza allontanarsi. Ma come poteva succedere? Perche’ il mostro non risiede sul mio volto ma nella mia anima. Una volta credevo che se fossi stato come gli altri uomini, sarei stato felice. E amato. La malvagita’ e’ cresciuta, lo vedi? Da fuori a dentro. E questo volto martoriato riflette a malapena quell’abominio che e’ il mio cuore. Mio creatore, perche’ perche’ non mi hai fatto d’acciaio e pietra? Perche’ mi hai permesso di provare sentimenti? Preferirei essere il cadavere che ero prima piuttosto che l’uomo che sono adesso.”

Caliban realizza che il vero mostro risiede all’interno di lui, in quel suo cuore abominevole (ma, comunque, in grado di provare sentimenti) e non in quella pelle diafana costellata di cicatrici e rettiliani occhi arancioni. La consapevolezza di una felicità che non arriverà mai e l’odio profondo che prova per sé stesso e per quello che è diventato, lo porta a desiderare ardentemente di tornare ad essere un corpo freddo ed immobile perché, forse, quella è l’unica strada per trovare finalmente un po’ di pace.

Nessuna creatura chiede di essere messa al mondo, ma una volta nata, essa brama l’amore, l’accettazione e la felicità. È un istinto naturale ed un diritto sacrosanto. O dovrebbe esserlo, per lo meno. La triste realtà è che spesso le cose non vanno esattamente in questa maniera. Ed ecco allora che queste sfortunate creature, vessate da una società che non le comprende o private di quell’amore naturale e incondizionato che ogni genitore dovrebbe dare loro, si autoconvincono di essere mostri e agognano la fine perché quella, per loro, è l’unica alternativa possibile ad una vita/non-vita fatta solo di dolore e solitudine.

Concludendo, quello che emerge da questo marasma di pensieri farneticanti è che probabilmente ho bisogno di uno psichiatra. E di uno bravo anche…Scherzi a parte (mica tanto! ahahaha), posso dire che spesso, almeno per quanto mi riguarda, le serie-tv non si limitano ad essere soltanto un piacevole passatempo con cui sollazzarsi a fine giornata. Sarà l’età che avanza inesorabilmente, sarà che arrivati ad un certo punto inizi a tirare le somme e a fare bilanci, sarà che oggi sono pesa come il piombo e avevo voglia di filosofeggiare, sarà…sarà…sarà…

Sarà che su questo benedetto/maledetto treno ci siamo finiti tutti, senza la possibilità di scegliere né quando né con chi. Quello che possiamo scegliere è come comportarci durante il viaggio, cedendo l’ultimo sedile libero alla vecchina di turno o prendendo per il culo il nostro vicino di posto tutto ciccia e brufoli; possiamo anche scegliere come goderci il viaggio, stando semplicemente seduti in silenzio a guardare il paesaggio che scorre fuori dal finestrino o interagendo divertendoci con gli altri passeggeri.

C’è un’ultima cosa che possiamo scegliere, ovvero quando scendere da quel treno. Ma questa è un’altra storia…

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