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How To Get Away With Murder Recensioni

How To Get Away With Murder 4×15 – Chiusura di una stagione non sempre in focus

HTGAWM ci saluta chiudendo un’altra stagione con un episodio ricco di risvolti adrenalinici, momenti carichi di emozioni e una carambola di hype che va però poi affievolendosi gradualmente verso un’effettiva conclusione dai toni più soffusi, un finale che non è un cliffhanger agghiacciante ma si istalla quasi in punta di piedi all’interno di una sequenza di chiusura che richiama le atmosfere più intime e ovattate del secondo season finale “Anna Mae”.

Fin dal cold opening l’episodio si impegna a tenerci sulle spine: non avevo notato sul finale della scorsa puntata che il furgone su cui viene caricato il corpo della vittima dell’incidente non era un’ambulanza ma aveva la scritta Coroner, e lì già mi è scappato un sonoro “NOOOO” di fronte alla certezza che il titolo “Nobody Else is Dying” non includesse Bonnie… e la sequenza fa un ottimo lavoro in questo senso, se non fosse che viene tirata per le lunghe quel tanto che basta a farci mangiare la foglia con un bel po’ di anticipo, e all’effettiva apparizione di Bonnie nel parcheggio (che è ormai il punto di ritrovo surrogato di un bar di paese) sappiamo già che la vittima non poteva essere lei. La scomparsa di Denver non crea però la giusta dose di pathos per il prosieguo dell’episodio, che fortunatamente riesce ad ancorarsi abilmente ad altre storyline che mantengono il ritmo narrativo galoppante e fanno volare via la puntata senza neanche accorgerci del tempo passato. A costo di sembrare un disco rotto, è specialmente nei momenti in cui HTGAWM si immerge nell’emotività e nell’analisi psicologica dei suoi personaggi che la trama riesce a toccare le corde giuste anche per noi spettatori, che ci preoccupiamo, sorridiamo, trepidiamo e ci commuoviamo con loro.

Più che ripercorrere passo per passo questa 4×15 vorrei quindi parlare di quelle scene, spesso solo momenti, che mi hanno regalato positività in un contesto sempre molto tendente al dark: parlando di Bonnie, ho apprezzato ad esempio quella micro-parentesi sul finale, in cui l’imbarazzo passeggero con il collega le fa sfoggiare un raro sorriso di vera leggerezza. In molti mi verranno a dire che come base per una storyline Bonnie-centrica questo potenziale romance con il sostituto di Denver non sia nulla di incisivo, e di certo nulla all’altezza del potenziale di Bonnie come personaggio che meriterebbe più spazio narrativo aggiungo io, ma nel contesto di questo finale di stagione mi è bastato l’accenno per lei a un qualcosa di spensierato e innocuo come può essere cercare una tresca su una app di incontri e l’imbarazzo quasi adolescenziale nello scambiarsi uno sguardo complice: Bonnie è un personaggio che apprezzo moltissimo, drammatico e complesso, con la possibilità di catalizzare la nostra attenzione quando non relegata ad appendice della narrazione, e mi piacerebbe che venisse sfruttata di più, ma a livello meramente umano mi fa piacere vedere perlomeno la parvenza di una gioia per una donna che finora non ha avuto quasi per nulla tregua dalla sfiga.

Mi è piaciuta la sequenza finale di Annalise con il piccolo Christopher, una sequenza così ovattata e perfetta nell’equilibrio del rapporto quasi materno che la donna ha con il piccolo che, in pieno stile murderiano, sono rimasta fino all’ultimo sulle spine ad attendere un ribaltamento improvviso della situazione: un soffocamento del bambino, un malore di Laurel nell’altra stanza, un’esplosione nucleare, qualunque cosa che interrompesse bruscamente l’idillio… perché a questo siamo stati abituati. Invece ho apprezzato che la chiusura sia rimasta su questa linea, che si intraveda già all’orizzonte una nuova catena di eventi incasinati (il ragazzo che Frank vede al campus, i graffi sulle braccia di Laurel ecc.) ma che, almeno per ora, c’è pace a regnare nella giornata di Annalise.
Sempre dal fronte Annalise vorrei evidenziare la bellezza del momento di faccia a faccia tra lei e Jorge, quando lui la accusa di non essere in grado di capire cosa significhi essere un genitore che perde un figlio, avendo dato alla luce un figlio già morto, e lei risponde ancora una volta, come ha già fatto un paio di volte in passato, associando Wes alla figura del figlio che non ha mai avuto, una cosa che mi tocca sempre per il trasporto che la donna mette in queste dichiarazioni. Tra l’altro è emblematico che nell’arco dell’intero episodio, mentre gran parte degli altri personaggi andavano alla deriva (le ragazze principalmente), sia lei a provare sempre a mantenere la bussola morale del gruppo fissa… una specie di ribaltamento dei ruoli rispetto agli albori della serie, marcato visivamente anche dalla scelta degli abiti (al contrario della predominanza di nero negli outifit degli altri lei appare spessissimo avvolta in un cappotto candido… una contrapposizione visiva un po’ alla “cappello bianco per il cowboy buono e nero per il bandito cattivo” nei western classici).

Riguardo le faccende più complesse, menzione d’onore va sicuramente alle due giovani donne tra le Keating 4, Laurel e Michaela, che tengono banco per gran parte dell’episodio con le loro scelte autonome, il loro agire spesso contestabile ma, a prescindere da tutto, forti e decise nelle loro prese di posizione. Dopo una stagione che ci ha regalato sempre più una Karla Souza in stato di grazia, questo episodio ha fatto risplendere un po’ di più anche il personaggio di Aja Naomi King, che io ho imparato ad amare col tempo e che ora mi dispiace per questo veder scivolare in comportamenti discutibili. Già il tradimento di Asher poteva essere materiale da discussione: perdonare è difficile ma sono tendenzialmente d’accordo con Oliver che Asher vuole chiaramente dimenticare e andare avanti, sta solo tenendo ostinatamente il punto, lo si capisce dalle trentordici volte in cui riesce forzatamente a infilare una frecciatina velenosa all’accaduto nel mezzo di qualsiasi discorso… e per quanto mi riguarda mi piacerebbe vederli ancora insieme, perché in qualche modo Asher aveva una buona influenza su di lei. Qualcuno potrebbe dire che fosse una zavorra e che liberandosene lei possa ora spiccare il volo, per me invece si trattava di mutuo supporto e tornare da Asher non sarebbe affatto un regredire per il personaggio di Michaela, trovo che anzi le farebbe bene: sia lei che Laurel condividono la condizione di ragazze cresciute in famiglie disfunzionali, così come la maggior parte dei personaggi femminili in questo show sono dovute maturare a discapito di condizioni familiari e background ostili, e in entrambe vediamo gli strascichi di questo passato emergere in comportamenti al limite del sociopatico. Laurel è particolarmente (e direi volutamente) presentata in maniera ambigua nel contesto della misteriosa scomparsa di sua madre, casualmente dopo l’incontro con minacce dell’episodio scorso, e il sospetto che Jorge continua a istillare negli spettatori dalla prima metà di questa stagione si va a insinuare ora anche negli altri Keating 4, che discutono in privato della reale possibilità che la loro amica sia capace di far del male alla propria madre. In questo senso non saprei onestamente cosa pensare ancora, certo i segni sulle braccia che vediamo sul finale e il sonno disturbato di Laurel sembrerebbero suggerire qualcosa di sinistro, ma proprio perché così evidente sarei anche propensa a scartare l’ipotesi come troppo telefonata. Certo è vero che, se decidessero di intraprendere questa strada per il personaggio, si percorrerebbe una via tortuosa e si andrebbe a creare una sfumatura negativa senza possibilità di ritorno per Laurel, ma allo stesso tempo apprezzerei la coraggiosa scelta narrativa e sarei senz’altro interessata a vederne i succosi sviluppi.

Senza possibilità di ritorno non è invece come definirei la scelta intrapresa da Michaela riguardo Simon, sebbene di certo borderline: come fa notare lei stessa, “non è come se l’avessi ammazzato”. Certo però, anche denunciarlo all’Ufficio Immigrazione per farlo deportare non è un atto di buona coscienza, per quanto finalizzato a sistemare in via definitiva la situazione a favore di tutti i coinvolti. Michaela è certamente consapevole del peso della propria azione, lo fa capire, ma è anche convinta di aver intrapreso il cammino più efficace… nello stile di Annalise dei tempi d’oro, come la Keating stessa fa notare. E sebbene Michaela affermi fiera che quello che è diventata non è Annalise ma una nuova sè, è difficile non vederci una punta di emulazione della donna che in passato non guardava in faccia nessuno per tenere al sicuro le persone a cui teneva. Il character development di Michaela, a prima vista estremo, risulta quindi in ultima analisi perfettamente coerente con quello che la ragazza è stata fin da subito: ambiziosa, decisa e determinata, professionalmente e in privato, e forse da questo punto di vista il quadro dipinto da Asher, per quanto molto lapidario nelle sue parole, è tutto sommato realistico e anche l’errore di cedere alla libido con Marcus è parte di un carattere che perfetto non lo è mai stato, che in fondo quella punta di malizia e, se vogliamo, incapacità di individuare un limite morale invalicabile (mancanza di un’adeguata formazione sentimentale a livello familiare) è sempre stato parte di chi è Michaela. Come le dice Connor più tardi, “tutti facciamo cose cattive prima o poi”, e questo è stato un altro dei momenti che ho apprezzato anche perché in quel frammento di secondo ho rivisto quel bel rapporto di complicità tra i due che amavo tanto ma che latitava da un po’.

Note sparse:

  • Di Connor mi limito a dire che la rivelazione sul non aver realmente lasciato Legge ma di essere stato bocciato non è proprio il fulmine a ciel sereno che forse mirava a essere, ma questo sicuramente per via del fatto che un episodio denso come questo non aveva spazio adeguato per processare anche un’altra sottotrama come questa, quindi il momento viene vissuto come un semplice scambio di informazioni alla stregua di una discussione sul meteo;
  • Reitero l’appello di qualche giorno fa: dateci più Tegan! Ho il sospetto che dalla prossima stagione non rivedremo più (o almeno non con altrettanta frequenza) la Caplan&Gold e quindi potrebbe non esserci più spazio per questo personaggio, ma in questo caso sono sinceramente dispiaciuta perché, anche se inserita con poco screentime e come un’aggiunta poco tridimensionale (così come i vari Denver, Isaac ecc.), il personaggio ha in realtà finito col bucare lo schermo grazie al suo carisma. Credo che se le avessero fatto dono di una storyline coi controcoglioni Tegan avrebbe potuto regalarci grosse emozioni, ma per ora dovremo accontentarci della gioia di averla rivista ancora una volta contrapposta ad Annalise e, in questo frangente, infine alleata. #soddisfazioni
  • Dai fascicoli che Nate OVVIAMENTE non aveva distrutto e che gli vediamo leggere durante il monologo fuori-campo di Annalise (monologo meraviglioso, tra l’altro: la scena in cui si scopre che alla class action è stato dato il via libera dalla Corte Suprema è stata un altro notevole picco di emozione nell’episodio) sembra trasparire che il figlio forse ancora in vita (punto interrogativo) sia di Bonnie, perché era il file “Winterbottom” che vediamo aperto… eppure un tarlo in testa continua a suggerirmi che, sembrando la scelta su cui gli autori vogliono instradarci, sarebbe troppo scontato se fosse così. L’idea che la progenie potesse essere di Annalise mi ha sfiorata per un attimo, non solo per una questione di genetica (che comunque nell’universo Shondaland sappiamo essere un’opinione), ma anche per la reazione di Frank nel sentire il nome del ragazzo al campus. A me personalmente il cognome Maddox non dice nulla, se a voi si accende qualche lampadina magari fatemi sapere qui sotto nei commenti, ma Frank comunque sembra capire esattamente di chi si tratta. Però non ci saremmo con l’età per collegare il ragazzo ad Annalise, quindi a ipotesi sono di nuovo al punto di partenza e, sebbene telefonato, che sia il figlio di Bonnie avrebbe comunque il suo perché visto come la gravidanza risultato di vari stupri da adolescente sia stata abilmente costruita nella trama nell’arco degli episodi e addirittura delle stagioni precedenti…
    Ad ogni modo la rivelazione, come scrivevo prima, tende a sparire nel mare di eventi di questo episodio e, di per sé, non ha la potenza e l’incisività di altri twist passati. Forse volutamente, forse no, ma a prescindere ho apprezzato il finale anche così, con questa nota che ci fa presagire nuovi misteri da sviscerare in futuro ma nel contesto di un momento di pace… temporanea, lo sappiamo già, ma vera e palpabile in quell’istante e proprio per la fugacità che sappiamo permeare tutti i momenti di serenità in questo show da assaporare come acqua nel deserto.

Mi sono sbrodolata un po’ più del solito e non ho comunque scritto tutto quello che mi è frullato in testa durante la visione di questo episodio, che conclude una stagione non sempre al top rispetto al passato ma che comunque entro la fine è riuscita a tirare le fila di gran parte delle sottotrame aperte; un episodio che eccelle, come spesso è accaduto, nel regalarci momenti coinvolgenti dal punto di vista emotivo, creando nel complesso un’altalena di eventi dal ritmo incalzante e che intriga e intrattiene al punto giusto, con qualche risvolto interessante qua e là anche senza ricorrere a sconvolgimenti epocali.

Voi invece che ne pensate di questo season finale? E cosa vi aspettate dalla prossima stagione? Aspetto di leggere i vostri pareri anche complessivamente su questa quarta stagione qui sotto nei commenti, vi ringrazio per aver seguito con me questa quarta annata di How To Get Away With Murder e, indipendentemente da se sarò ancora io o meno al timone in autunno, spero di rivedervi ancora tutti qui per un nuovo inizio.
Grazie anche agli amici di

How To Get Away With Murder Italia

per le condivisioni settimanali, vi invito a passare da loro durante questi mesi di pausa per rimanere sempre aggiornati sullo show e i suoi interpreti.
A presto!

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