Hannah Horvath: il mio alter ego

Dicono che di cultura non si mangi. Io, invece, direi che di cultura non ti fanno mangiare. Perché indubbiamente qualcuno si ingrossa le tasche grazie alla preparazione e alla creatività altrui, ma solitamente non è mai chi di questa cultura ne è il portatore. Mi rivedo tre anni fa, quando cominciai il mio percorso di laurea in Lettere Moderne. Ero già stata avvisata che non sarebbe stato facile, che il mercato editoriale è già depresso di per sé e in continuo declino, che alla gente tendenzialmente non interessa leggere (a meno che non si tratti di quelle cinque righe che parlano di calcio o dei recenti ma popolarissimi elenchi puntati), che, insomma, la mia non sarebbe stata una scelta come si suol dire vincente. Ma all’epoca decisi di tapparmi orecchie, occhi e bocca, e di proseguire quella che credevo fosse la mia strada, il mio sogno. Ero animata dalla convinzione che, in fin dei conti, nel momento in cui sei dotato di passione per quello che fai, le porte si sarebbero aperte comunque, volenti o nolenti. Mi sbagliavo. Mi ritrovo a un passo dalla fine della mia carriera universitaria, e le forze cominciano a mancare notevolmente: perché sentirsi dire, sempre, di continuo, che la mia laurea, e di conseguenza le mie aspirazioni, sono destinate a nient’altro se non a ingrossare le fila di dipendenti di qualche nota multinazionale di fastfood, è a dir poco avvilente. Ci tengo a citare le parole in merito di Stefano Feltri, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano: “fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere”, oppure “Se poi volete comunque studiare filologia romanza o teatro, se ve lo potete permettere o se vi attrae un’esistenza da intellettuale bohemien, fate pure. Affari vostri. L’importante è che siate consapevoli del costo futuro che dovrete pagare”.
A questo punto, mi domando perché sia ancora possibile frequentare facoltà di studi umanistici, dal momento che parrebbe proprio che non servano a nulla e che siano solo un inutile dispendio di tempo e di soldi. Certo, forse una soluzione c’è: emigrare. Ma se uno non volesse partecipare alla massiccia fuga di cervelli che caratterizza il nostro periodo storico? Che soluzioni gli si prospettano davanti? E comunque, parrebbe che nemmeno altrove esista un paese dei balocchi per chi, come me, ha delle ambizioni artistiche. A tal proposito, mi collegherei ad una serie televisiva che a me ha letteralmente folgorato – dal momento che mi sono completamente immedesimata nella protagonista, una giovane e un po’ goffa ragazza che con me condivide le medesime ambizioni letterarie, e le medesime difficoltà e frustrazioni nel renderle realtà concreta – ma che in Italia non ha preso particolarmente piede, dato che dalla metà della seconda stagione in poi è possibile vederla solo in inglese sottotitolato in italiano: sto parlando di Girls, serie creata, interpretata e prodotta da Lena Dunham (che definirei come la ‘nuova Woody Allen’) nel 2012.

I personaggi principali sono quattro ragazze poco più che ventenni – Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna – le quali stanno cercando di costruirsi una vita dopo essersi trasferite a New York. La protagonista, Hannah, è per l’appunto un’aspirante scrittrice, che vede messa in crisi la propria stabilità economica a causa della decisione dei genitori di tagliarle i fondi, dal momento che continuavano a mantenerla nonostante si fosse laureata da un paio di anni. Stando a quello che le prime puntate mettono in scena, anche nella Grande Mela le cose non funzionerebbero molto diversamente rispetto a ciò che succede nella penisola Italiana: ti laurei e dopo comincia l’infinita trafila di stage che, ovviamente, non contemplano alcun tipo di pagamento, se non quello dell’esperienza. Dopo una serie di sforzi che vedono Hannah impegnata nel tentativo di pubblicare le proprie memorie, la nostra protagonista ripiegherà sull’insegnamento, lavoro in cui si dimostrerà anche particolarmente capace. Ma è giusto? È giusto cercare di ripiegare le proprie ambizioni in un lavoro come quello dell’insegnante, lavoro per cui bisognerebbe possedere anche una certa vocazione? Non saprei. Oltre ad Hannah, anche Marnie lavora nell’ambito artistico-culturale: è impiegata, infatti, come assistente all’interno di una galleria d’arte, dalla quale verrà licenziata per mancanza di fondi (ovviamente). Da qui comincerà la sua carriera come hostess in un club per uomini, carriera destinata a finire presto, in quanto, improvvisatasi cantante, finirà col diventare una sorta di stella nascente nel panorama indie – folk americano (ci troviamo pur sempre all’interno di una serie televisiva, non sperate di avere un’altrettanta botta di culo nella vita reale). Un altro personaggio della serie che cerca di barcamenarsi nelle proprie aspirazioni artistiche è Adam, aspirante attore teatrale, nonché ragazzo di Hannah. Anche lui riesce a vivere nella caotica e costosa New York City grazie ad una piccola somma che ogni mese riceve da sua nonna, la quale gli permette di dedicarsi interamente alla propria preparazione teatrale. Riuscirà ad avere una parte in uno spettacolo di Broadway, che però non gli frutterà nient’altro.

Che altro aggiungere? Non mi resta che sperare che Mike Judge si sia sbagliato nel suo film Idiocracy, in cui dipinge uno scenario distopico del futuro dove, a causa della maggiore prolificità delle persone stupide, il livello di intelligenza medio raggiunge livelli talmente bassi da mettere a rischio la sopravvivenza del genere umano. Anche se non lo trovo poi tanto impossibile.

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