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Godless Recensioni

Godless | Non è un paese per uomini … o così dicevano

Ah, cosa non si fa per amore! Ancora attanagliata dai sensi di colpa per aver archiviato “Good Behaviour” da Tv Show Time dopo i primi due episodi senza troppe possibilità di recupero, ho presto capito di dover fare ammenda nei confronti di una delle mie attrici preferite e riprovarci con la sua seconda “fatica”, pregando tutti gli dei delle serie tv che questa volta riuscissi ad arrivare almeno fino al terzo episodio. Tanto era dunque il mio entusiasmo per “l’ultimo” acquisto di casa Netflix, che mi sono avvicinata al pilot con una conoscenza pregressa eufemisticamente limitata: è un western e Michelle Dockery è protagonista. Una delle due affermazioni è stata causa di autentica sorpresa per i miei gusti, l’altra no. Spoiler Alert: la sorpresa non è stata la Dockery.

In realtà però, prima di esprimermi in generale sulla serie, vorrei sfatare un piccolo “mito” che aleggia sullo show ma che, a conti fatti, non è del tutto vero: lo definiscono un western “tutto al femminile” e il problema di veridicità di questa descrizione sta secondo me nella parola “tutto”. La caratteristica originale di questa storia nonché l’aspetto che certamente ho preferito maggiormente è senza dubbio l’inedita caratterizzazione del ruolo della donna nel genere e nell’ambientazione western, non più infatti relegata nel saloon o nel bordello ma inserita attivamente in svariate occupazioni cittadine, dalle forze dell’ordine all’insegnamento, fino a comporre anche il consiglio comunale che affronta collettivamente tutte le questioni politiche e sociali riguardanti la comunità. Questo stravolgimento sociale è dovuto però a una tragica stranezza più che a un’effettiva scelta: la modesta cittadina di LaBelle infatti è abitata quasi esclusivamente da donne a causa del crollo di una miniera che ha provocato la morte istantanea di 83 uomini, lasciando dunque alla guida della comunità le vedove costrette dalle circostanze ad abbandonare il loro ruolo di “angelo del focolare” e inventarsi una nuova posizione sociale. La verità però, per quanto dunque la serie abbia certamente rivoluzionato un aspetto del genere, è che in realtà ben poche delle donne presenti a LaBelle incarnano quell’ideale di indipendenza femminile su cui la promozione dello show vuole puntare [almeno prima dell’ultimo episodio] e soprattutto l’intera storia raccontata nel corso dei sette episodi si regge in buona parte sulla diatriba tra due uomini e su tutti i topoi più classici del western. Mi sembra doveroso quindi smentire almeno in parte la presentazione “femminista” di questa serie e riconoscere invece un sostanziale equilibrio tra i due sessi nella vicenda, un aspetto che, lungi dall’essere una critica negativa, è in realtà il cuore dello show e fondamentalmente potrebbe andar bene così.

 

Prima di entrare nel merito della caratterizzazione di questi personaggi, facciamo un passo indietro. Non che mi ritenga chissà quale conoscitrice del genere, come anticipavo nell’introduzione, ciò che mi ha sorpreso particolarmente di questa serie è che mi sia effettivamente piaciuta, intrigandomi e affascinandomi proprio a causa della sua caratteristica ambientazione da Far West e soprattutto portando in scena ciò che ad occhi inesperti è apparso come un puro western drasticamente realistico, classico nella sua modernità ma non stereotipato, con una storia abbastanza regolare che ha dedicato il giusto spazio almeno a quelli che evidentemente erano i suoi punti di forza [avrei posto l’accento almeno su un altro paio di personaggi ma forse un’ipotetica seconda stagione potrebbe rimediare alla mancanza].

A colpirmi principalmente è stata Michelle Dockery  la soundtrack originale della serie, a partire dalla sigla che non solo ha trovato strada libera con me in quanto mi ricordava molto quella di “Haven” ma che, man mano che andavo avanti con la visione legandomi quindi sempre più alla storia, diventava sorprendentemente emozionante poiché riusciva quasi a tradurre in musica quella stessa sensazione di oscurità e innegabile fascino che pervade la serie, su note fatalmente dolci che rispettano la migliore tradizione del genere.

Una delle protagoniste indiscusse dello show è ad ogni modo la fotografia, capace spesso di creare piccoli capolavori di scenografia e di aiutare sostanzialmente la missione della storia di lasciare un segno visibile del suo racconto, di affascinare tanto da permettere al caratteristico periodo storico in cui è ambientata la serie di prendere vita intorno a chi guarda, coinvolgendo lentamente in quella realtà anche chi invece non ne ha mai subito il fascino.

Proseguendo oltre e addentrandoci dunque nella narrazione originale dello show, arriviamo finalmente ai personaggi e alla storia che intrecciano e che prende vita dalle loro azioni. Non negherò che in alcuni frangenti è stato davvero difficile proseguire con la visione perché la serie non fa assolutamente sconti né sulla violenza né sulla drammatica e realistica rappresentazione della povertà ma devo anche ammettere che mai ho avuto la sensazione che queste scene, per me onestamente anche impossibili da guardare, fossero gratuite e che non servissero invece allo spessore dello storytelling. Per questa ragione dunque, ma soprattutto anche grazie a una caratterizzazione individuale che stacca determinati personaggi dallo sfondo puramente western rendendoli tridimensionali e meritevoli di analisi psicologiche ed empatiche, dal terzo episodio in poi, per quanto mi riguarda, la serie comincia a catturarti progressivamente sempre più.

Il nome su cui in realtà non ho avuto dubbi fin dal primo episodio è quello di Alice Flatcher. Ora, sicuramente il confirmation bias causato da Michelle Dockery ha su di me un’influenza evidente che non intendo rinnegare ma coltivare con orgoglio, ma ad ogni modo, tenendo sempre presente quanto purtroppo la straordinaria maestria recitativa della Dockery non sia stata “abbastanza” da convincermi a proseguire con “Good Behaviour”, prendo questa consapevolezza come dimostrazione primaria di quanto Alice sia “oggettivamente” un personaggio straordinario a cui la sua interprete ha poi dato vita in maniera sublime. Ciò che mi ha colpito di Alice fin dall’inizio sono i suoi silenzi, la luce spenta del suo volto, la sua ricercata solitudine e la sua indifferenza nei confronti del pensiero che gli altri hanno su di lei.

Alice ha il viso segnato da tutti gli orrori che ha vissuto, dalle continue tragedie che l’hanno travolta, dalle ferite visibili ma soprattutto da quelle invisibili che l’hanno segnata irrimediabilmente, dalla diffidenza che ne deriva e dalla stanchezza che esprime svuotando il suo volto da ogni possibile emozione. Ma nonostante tutto, mi sorprende e mi avvicina molto a lei notare quanto Alice sappia ancora come essere profondamente umana, gentile, sfiduciata certo ma capace ancora di lasciarsi sorprendere, di riconoscere il bene e di perdonare. Meravigliosa nel suo ruolo di madre e vedova, e consapevole anche dei suoi limiti tanto da accettare lentamente che un uomo si avvicini a suo figlio per educarlo in quei frangenti che lei non riesce oggettivamente ad affrontare completamente sola, Alice si dimostra una donna di cultura e non soltanto per la sua istruzione ma anche nel modo di affrontare la sua quotidianità con saggezza, portando costantemente con sé un dolore che però non la definisce [e in questo aspetto rivedo molto anche la sua interprete] e non l’acceca, diventando quasi un compagno costante e ormai rabbonito. Credo anche però che Alice rappresenti, nella sua caratterizzazione, un caso a parte, vivendo infatti appartata fuori dal centro cittadino di LaBelle e non avendo subito la tragedia della miniera, entrambi aspetti che spesso la pongono in una posizione di conflitto con le donne del paese, tendenzialmente portate a vederla come “diversa” dallo standard a cui Alice chiaramente non si confà.

È proprio a causa di questa “apparente” modernità che caratterizza le donne di LaBelle che tra tutte loro emerge l’unica [o quasi] che secondo me incarna davvero il cambiamento e l’indipendenza, vale a dire Mary-Agnes (Maggie) McNue [Merritt Wever], sceriffo in via ufficiosa al posto di suo fratello Bill e vedova che ha fatto della sua tragedia “un’illuminazione” su come prendere le redini della sua vita rendendosi conto di non aver bisogno di un uomo che le dica come comportarsi e quale posto occupare.

Mary-Agnes rende quel “sopravvalutato” femminismo riscontrato nella serie tristemente evidente ad ogni passo, in ogni decisione che dimostra quanto, nonostante il loro coraggio, le altre donne di LaBelle sentano la mancanza del supporto e della presenza degli uomini mentre lei riesce a guardare spesso oltre le apparenze, riconoscendo proprio nella loro solitudine un lato scoperto da proteggere per evitare ingerenze esterne ma soprattutto un’occasione per prendere il controllo di una quotidianità in cui di solito erano lasciate a margine. Mary-Agnes è una presenza costante nella storia, per la sua famiglia, per gli amici e anche per tutti gli abitanti di LaBelle che hanno bisogno di lei, non è un caso che sia quasi esclusivamente l’unica a riconoscere in Alice una valida alleata degna di rispetto.

Continuo a ripetere “quasi” quando mi riferisco all’esclusività che caratterizza Mary-Agnes perché proprio accanto a lei emerge un’altra figura femminile sorprendente, vale a dire Callie, ex prostituta adesso maestra per i bambini del paese. Callie è una donna estremamente differente da Mary-Agnes e Alice, è elegante, dolce, acculturata e ricca, fiera di sé stessa nonostante il suo passato e noncurante del pensiero altrui, tanto da non aver paura di rivelare la natura dei suoi sentimenti e del suo rapporto con Mary-Agnes. Nella sua “semplicità” e in quell’apparente fragilità che dimostra, Callie è in realtà l’unica altra donna che lotta per la sua indipendenza, decisa come si rivela nel finale a non tornare alla sua vita precedente.

Sul fronte maschile, come anticipato nell’introduzione, si ritrova secondo me una perfetta corrispondenza di personaggi forti e di spessore che reggono la serie. La storia nasce ed è alimentata innegabilmente dallo scontro tra due uomini, Frank Griffin [Jeff Daniels] e Roy Goode [Jack O’Connor], una diatriba che in realtà si caratterizza come una caccia che non accetta ostacoli. Frank e Roy incarnano i due poli opposti di una qualsiasi caratterizzazione ma soprattutto indossano i panni tipici del “buono” e del “cattivo” di una storia western. I due infatti, lungi comunque dall’essere piatti e “cromaticamente” monotoni, sono “campioni” autentici e portatori degli opposti primordiali.

Roy è un uomo fondamentalmente buono, solo, a causa non soltanto dell’abbandono da parte del fratello ma anche di una mancata istruzione che inevitabilmente lo taglia fuori dalla conoscenza, lasciandolo negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza alla mercé della prima persona che gli ha dimostrato una parvenza di affetto, ma nonostante la sua unica educazione sia stata quella criminale accanto a Frank Griffin, Roy ha conservato quasi intatta la sua moralità, distinguendosi costantemente dal gruppo deviato e crudele di Frank e allontanandosene non appena raggiunte la forza e l’età necessarie per intraprendere la sua strada e in seguito anche per contrastare quella sanguinaria di Griffin. La bontà dell’animo di Roy la si evince chiaramente dal suo inserimento nelle dinamiche familiari di Alice, affiancandola con discrezione nell’educazione di suo figlio Truckee ma rapportandosi al ragazzo in maniera differente rispetto alla sua esperienza, proteggendo la sua sensibilità e spingendolo però a fortificare le sue insicurezze senza ricorrere necessariamente alle armi o alla violenza. Anche la richiesta avanzata ad Alice di insegnargli a leggere è simbolo di quanto Roy aspiri costantemente a diventare un uomo diverso dal modello che Frank aveva plasmato, inseguendo un ideale che non conosceva ma che comunque aveva ben chiaro nella sua mente.

Frank Griffin invece è un personaggio che ho capito per davvero solo nel finale. Privo per quanto mi riguarda di un qualsiasi aspetto positivo, anche quello che nel percorso della narrazione può apparire come spontanea generosità [come nei confronti del piccolo Roy] è in realtà secondo me solo il frutto del complesso del “salvatore” che lo caratterizza, del bisogno di sentirsi un uomo indispensabile e da cui dipendere, un “padre” di famiglia a cui rivolgersi per essere salvati. Ritengo questo aspetto del personaggio particolarmente affascinante perché in questo modo anche il suo essere un “villain” feroce non è gratuito ma è il risultato di una sociopatia causata sicuramente da un trauma pregresso che però certamente non giustifica la sua disumanità.

Completamente differente da entrambi è invece Bill McNeu [Scott McNairy], sceriffo ormai caduto in disgrazia in seguito alla morte di sua moglie. Tacciato di codardia, Bill è in realtà un uomo che ha perso anche la voglia di lottare, debilitato soprattutto da problemi fisici che nasconde accuratamente ma che stanno lentamente intaccando la sua vista, ragione per cui infatti ricaccia i duelli armati. Tra un cuore spezzato [in grado però di amare ancora, come dimostra anche il suo profondo affetto per Alice] e insicurezze personali dovute proprio alle debolezze fisiche, Bill si mostra come un uomo alla ricerca di se stesso e proprio il suo essere quasi totalmente in viaggio durante tutta la stagione mi sembra un aspetto quasi simbolico del personaggio. Ritrovandosi nel finale fianco a fianco con Roy Goode, Bill torna a LaBelle a testa alta, deciso a non lasciare che le sue fragilità definiscano il resto della sua vita ma soprattutto si riappropria di quell’animo nobile e coraggioso che in passato aveva trovato e portato in salvo proprio Alice e che adesso combatte senza timori accanto alle donne di LaBelle contro Frank Griffin e i suoi uomini.

La scena della battaglia finale tra le donne di LaBelle, lasciate sole dagli uomini che avevano promesso di difenderle, e la gang di Frank è probabilmente il vero punto di svolta femminista della serie, è emozionante, drammatico, suggestivo nel montaggio e nella regia [regia che si lascia andare spesso a primi piani classici del western], rappresenta la possibilità anche per donne come Charlotte, che avevano ricercato il supporto maschile non credendo forse nel capovolgimento di ruoli in società, di abbracciare finalmente una nuova realtà e di oltrepassare magari la loro “comfort zone” prendendo davvero in mano le redini delle loro esistenze. Classico è invece il duello finale tra Roy & Frank, che conclude in questo modo il cerchio ricongiungendolo nel suo inizio.

Ultima menzione per 3 personaggi secondari degni di nota:

Whitey Winn [Thomas Brodie-Sangster], giovane vice sceriffo apparentemente sbruffone ma fondamentalmente genuino e buono, il cui vero volto da ragazzo si nota facilmente sotto la sua maschera da uomo;

Martha, artista di origine tedesca fuggita da un matrimonio probabilmente abusivo e alimentata da una ribellione che esprime in maniera spesso variopinta. Il personaggio di Martha è forse una delle conferme maggiori della tesi principale di questa recensione, essendo infatti un valido elemento caratteriale su cui poter puntare per realizzare quell’idea di stravolgimento sociale alla base del western ma lasciata purtroppo sullo sfondo per la maggior parte della stagione e riscoperta solo nel finale;

Iyovi, suocera di Alice e nonna di Truckee, è una donna della tribù dei Paiute che vive secondo le sue tradizioni e la sua saggezza e che rende le dinamiche familiari di Alice esilaranti in maniera sottile, soprattutto nel suo conflittuale rapporto con Roy.

In conclusione, “Godless”, scritta e diretta da Scott Frank, è stata la serie che non mi sarei mai aspettata di apprezzare e che ha aperto ancora un po’ i miei orizzonti da addicted.

 

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2 comments

The Lady and the Band
The Lady and the Band 27 Novembre 2017 at 00:17

Ciao!
Come sai ho guardato la serie dopo i tuoi entusiasti commenti su fb e proprio come nel tuo caso, il tema Far West mi aveva lasciato un po’ scettica. Mi sono dovuta ricredere.Sono pienamente d’accordo con quanto hai scritto sulla questione del “femminile” e sul fatto che l’etichetta vada decisamente ridimensionata (pur rimanendo applicabile in alcuni casi).
Ho adorato la colonna sonora: dalla sigla alle singole musiche che hanno accompagnato i momenti cruciali (ce n’è una in particolare che proverò a recuperare da qualche parte). Bellissima la fotografia con quelle sequenze lunghe e incantevoli in cui mostravano i paesaggi o momenti particolari della trama accompagnati solo dalle musiche o addirittura dal silenzio.
Se dovessi scegliere 3 scene preferite direi:
– la scena meravigliosa in cui Roy addestra i cavalli di Alice: come Truckee, ero incantata.
– il primo incontro fra Bill e Alice, quando lui la salva dagli aggressori: lo scambio di sguardi era a dir poco magnetico ed io, che già un po’ tifavo per Bill, ho capito come sarebbe andata avanti la storia.
– la sequenza finale con lo scontro con Frank Griffin e i suoi. Sicuramente coinvolgente e ricca di suspance.
Ho trovato meravigliosa anche la caratterizzazione dei personaggi principali: sono bastate poche battute a farmi amare ciascun personaggio ed sperare per QUEL lieto fine per Roy (che era il più giusto, il più logico).
Ma soprattutto, Jeff Daniels è stato meraviglioso: lo odiato così tanto, ma così tanto che avrei voluto farlo fuori con le mie mani. Solo un grande attore (e come dubitare di lui) avrebbe potuto rendere così bene un personaggio così controverso.

Due cose sciocche:
1) i capelli della Dockery erano meravigliosi!
2)la scena in cui Bill acquista gli occhiali…e riacquista la vista: dopo due episodi di piagnistei sullo stare diventando cieco, stavo rotolando dalle risate!!!Incredibile come il progresso della scienza abbia risolto problemi una voolta insormontabili!E comunque ho passato il resto della miniserie e ripetere: Bill, e mettiti quegli occhiali!!

Reply
WalkeRita 27 Novembre 2017 at 10:29

Quando convinco qualcuno a guardare una serie grazie ai miei commenti su FB, mi parte un moto d’orgoglio assurdo e mi rendo conto che a volte sono più asfissiante di un predicatore della domenica ma sicuramente più efficace della ABC Publicity!

Sì, tutta la serie è stata davvero una sorpresa anche se hanno puntato troppo sull’aspetto del femminismo che in fondo si è realizzato solo a metà e lo si nota chiaramente in personaggi come quello di Charlotte. Però la scena dello scontro tra le donne di LaBelle e Frank & i suoi uomini è stata divina, ero tipo in piedi sulla sedia mentre facevo il conto dei morti (29 – 28 – 27 – 26), ed è anche stato bello che siano state affiancate dagli uomini più meritevoli, Bill & Roy … e quel tipo assurdo dell’investigatore che ha perso la testa per Martha, quello mi ha fatto morire! Mary-Agnes un tantino perplessa mentre distribuiva le armi, quando ha visto Alice ha ricominciato a respirare! Che meraviglia quelle due insieme! Bill è l’eroe di Alice, all’inizio infatti credevo che lei gli avrebbe riso in faccia quando lui si è dichiarato invece poi ho capito che lei gli è sinceramente affezionata, e io adoro Bill ma … potrei aver perso un po’ la testa per Alice & Roy!! Daniels ha dato vita a uno degli uomini peggiori che abbia mai visto in tv e anche uno dei villain migliori!

A questo punto spero in una S2!

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