Game of Thrones | Recensione 6×07 – The Broken Man

Ciao a tutti e bentornati a Westeros a commentare, come ogni settimana, le vicissitudini dei poveracci che abitano questo incasinatissimo continente (per non parlare poi di quello a oriente!).
Come volevasi dimostrare, mi allontano dal pc qualche settimana e succede di tutto, finisco per perdermi alcuni tra gli eventi più fighi degli ultimi anni, e mi ritrovo oggi tra le mani questo settimo episodio che, a paragone, impallidisce. È vero però che una serie non può essere tutta lotte e colpi di scena, c’è anche bisogno di rallentare di tanto in tanto, fermarsi a ragionare e fare magari qualche microscopico passo avanti verso quello che si sta pian piano delineando come lo scontro che ci terrà col fiato sospeso molto probabilmente intorno alla famigerata puntata n°9: Bolton vs Stark [reborn].

Uno dei focus principali di questo episodio sono infatti i peregrinaggi di Jon, Sansa e Davos, che vanno di casa in casa (evidentemente grazie al magico passaggio spazio-temporale, gentile concessione di Baelish) a ricordare ai lord minori del Nord chi è che comanda…o meglio, DOVREBBE comandare, e che il loro giuramento alla famiglia Stark dovrebbe essere ancora tenuto vivo e onorato nella battaglia a venire, per estirpare le loro terre dal morbo Ramsay. Non su tutti i fronti hanno successo purtroppo, e dove hanno successo non è certo qualcosa di eclatante (i 62 uomini di Bear Island lotteranno pure con la ferocia di 10 ciascuno, ma sono pur sempre solo 62 corpi da scuoiare…ma mi è piaciuta molto la piccola lady Mormont e la sua fierezza, quindi farò finta di niente). L’aver reclutato i Bruti dà certo un numero notevole di uomini all’armata di Jon, ma finisce anche per inimicargli alcune casate che i Bruti li hanno combattuti per tutta la loro vita, com’era da aspettarsi.
Non ci sono note particolarmente rimarchevoli da fare su questo fronte, se non che, ancora una volta in questa stagione di rivalsa (e grazie agli dèi, sarebbe da aggiungere!) per il personaggio Sansa, la vediamo determinata più che mai ad avere la meglio sui suoi nemici e a giocare una parte attiva e rilevante in questo attacco, cercando (anche contro il volere di Jon, deciso invece ad attaccare quanto prima) di proseguire il reclutamento di altri uomini possibilmente fedeli agli Stark, per avere una maggiore possibilità di vittoria.

 

La nuova Sansa è la Sansa che tutti aspettavamo di vedere sui nostri schermi da quando, a Nido dell’Aquila, l’abbiamo vista in versione “dark lady”, apparentemente pronta a rinascere dalle sue ceneri come la donna forte di cui casa Stark aveva un disperato bisogno, solo per poi essere spezzata un’altra volta dall’esperienza più cruda della sua esistenza. Mi è impossibile non vedere un parallelo con un altro personaggio femminile di questa saga, fisicamente lontana anni luce dalla giovane Stark e anche assente da questo episodio in particolare, ma che sta apparentemente affrontando un percorso simile: Daenerys procede senza sosta il suo viaggio ormai da sei stagioni, e ancora non ha visto neanche l’ombra del Mare Stretto che mira ad attraversare. Ha accumulato titolo dopo titolo, si è trasformata diverse volte in qualcosa di diverso da quello che era inizialmente, ma il suo cammino l’ha recentemente fatta tornare ai suoi primi passi, letteralmente a ripetere l’inizio della sua ascesa vivendo tra i Dothraki e mostrandosi poi a loro gloriosamente come “the Unburnt” per farsi seguire. “To go forward you have to go back”, la profezia di Quaithe per Dany potrebbe applicarsi benissimo anche a Sansa in questo contesto: non aveva bisogno di tingersi i capelli, di ostentare sicurezza in un nuovo outfit, doveva solo tornare nel suo Nord e tornare a essere una fiera Stark di Winterfell.

Parlando di ritorni, in questo episodio fa la sua ricomparsa anche un altro personaggio che, sebbene non dato per disperso per tempo immemore quanto il di recente “redivivo” Benjen, era stato comunque lasciato a una sorte incerta per cui avremmo o non avremmo potuto rivederlo: Sandor Clegane.

Per il paradosso del personaggio di GoT di Schrödinger secondo cui finché non se ne vede il cadavere (o almeno altri 3 personaggi ne spergiurano la morte a destra e a manca) tale personaggio può essere allo stesso tempo vivo o morto, il Mastino lasciato a morire lentamente da Arya poteva non essere del tutto spacciato. Ho trovato calzante far rientrare in scena Sandor proprio nell’episodio successivo al trionfale ritorno di zio Benjen, visto che per entrambi erano state elaborate teorie su teorie, attribuendo loro l’identità di personaggi lasciati volutamente senza nome dai libri (alcuni lettori si staranno facendo venire le convulsioni per aver ricevuto risposte a lungo attese dalla serie anziché scoprirle dalle pagine scritte da Martin, ma io sono invece più che entusiasta di avere, in un modo o nell’altro, qualche contentino dopo anni di punti interrogativi): il monaco incredibilmente alto e robusto intravisto sulla Isle of Faces, che per molti era proprio un Sandor salvato dalla morte e in via di guarigione sia fisica che spirituale, e Coldhands, il personaggio che accompagna Bran, Hodor e i fratelli Reed dal Corvo a tre occhi, di cui nel libro non si rivela mai l’identità ma che tutti sospettavano essere proprio Benjen e che quindi nella serie era il sospettato n°1 come possibile salvatore di Bran e Meera all’inizio del sesto episodio (quando il quinto si è concluso con la loro fuga nella tormenta ricordo di aver proprio commentato col mio ragazzo che se li avessimo visti arrivare a un qualche tipo di civilizzazione incolumi nell’episodio successivo sarebbe stata la più grande boiata che GoT potesse rifilarci: l’unica soluzione realistica era che si fosse presentato qualcuno a dargli una mano, e nessuna scelta sarebbe stata più calzante di questa. Sono inoltre d’accordo con quanto affermato da Isaac Hempstead-Wright in un’intervista che inserire Benjen ora anziché prima di raggiungere il Corvo a tre occhi abbia un effetto decisamente migliore).
tumblr_o8da7qMSuX1qawqe4o1_1280Ora, quella che vediamo all’inizio di questo episodio dalla struttura alquanto atipica non è di certo la Isle of Faces, sembra più un normalissimo territorio abitato da una normalissima comunità pacifica sostenuta da una figura pseudo-religiosa (Ian McShane, a mio parere perfetto in questo ruolo) in cui Sandor sembra si stia riappropriando di una pace interiore che ha però vita breve.

Quando parlo di struttura atipica per questo episodio mi riferisco ovviamente al fatto che, piuttosto che vedere molti segmenti di diverse storyline, ne seguiamo principalmente due in tutto l’arco della puntata (quella dedicata a Sandor e quella incentrata su Jon, Sansa e Davos), intervallate da brevi parentesi dedicate ad altri personaggi ma in numero notevolmente ridotto rispetto al solito…nonché al fatto che per la prima volta, almeno a mia memoria, abbiamo un cold opening prima della sigla di apertura, ma evidentemente la notizia della non morte del Mastino meritava la prima pagina. Questa struttura che limita il numero di storyline trattate in un episodio potrebbe sì essere funzionale per rendere la narrazione più lineare, ma secondo me dipende anche da che tipo di storia si sta raccontando: può anche andar bene inserire tutti i viaggi di Jon e Sansa alla ricerca di un esercito in un unico episodio, si tratta di scene preparatorie che prospettano un successivo sviluppo potenzialmente esplosivo, mi sta bene creare l’hype in questo modo (e d’altronde non si poteva fare altrimenti: immaginate se questa parte di storyline fosse stata spalmata su tre episodi diversi, all’ultimo avremmo esclamato: “Ancora?!? Ma baaaaasta!!!”. Sarebbe risultato come un pattern ripetitivo, così invece funziona). Trovo però che il discorso cambi quando passiamo alla storyline di Sandor: farlo ritornare in scena, dialogare con questo nuovo personaggio dall’aura carismatica e col potere di sbloccare il suo nodo di rancore solo per poi porlo di fronte a un nuovo sfoggio di violenza gratuita due minuti dopo, con il risultato che anziché “guarire” eccolo tornare sul piede di guerra, è a mio parere troppo per un unico episodio.

 

È una storia di potenziale redenzione e di ricaduta stringata in un minutaggio che non gli rende giustizia, credo che avrebbe potuto avere un maggiore impatto emotivo se avessimo avuto almeno una settimana di tempo per processare la ricomparsa di Sandor in questo nuovo contesto e le potenzialità che ciò avrebbe potuto avere per un suo eventuale cambiamento prima di spiazzarci con la carneficina che sembra rimetterlo sugli stessi binari del passato, anche se probabilmente qualcosa dentro di lui è scattato e avrà decisamente motivazioni diverse a guidare le sue azioni.

Ma veniamo ora brevemente alle altre parentesi che vediamo in questo episodio:

King’s Landing
Dopo il twist della settimana scorsa, con il giovane re abilmente portato dal lato dei fanatici religiosi e il dubbio che Margaery si fosse davvero bevuta il cervello, abbiamo invece conferma per quella vocina che continuava a ripeterci che no, la scaltra Margaery stava solo fingendo per rigirare la situazione a suo vantaggio. Ho adorato la sua conversazione con la nonna e poi quel messaggio segreto senza bisogno di alcune parole, a dimostrare la complicità tra queste due donne così simili e legate da un affetto assoluto.

 

Ennesimo applauso alla Queen of Thornes, che come sempre gioca il ruolo della bocca delle verità scomode con Cersei ricordandole che la shitty idea di dare potere al Credo Militante, che si è poi rivoltato loro contro, è stata sua in primis. Io non odio Cersei per partito preso, è una donna dalla volontà di ferro ma purtroppo a mio parere troppo marchiata dal desiderio di essere la degna erede di Tywin pur essendo l’unica figlia femmina: questo desiderio di usare il notevole potere nelle sue mani per rovesciare qualsiasi persona o cosa si metta contro di lei non si sposa bene con la sua indole un po’ troppo avventata, del padre le manca quello spirito machiavellico che le permetterebbe di ragionare bene sulle conseguenze prima di buttarsi in decisioni che hanno poi ripercussioni di dimensioni ovviamente proporzionate al suo rango.

Riverrun
Jaime e Bronn (che piacere rivederti!) arrivano nelle Terre dei Fiumi per appoggiare l’assedio di Delta delle Acque a opera dei Frey e riconquistare il castello al momento di nuovo in mano al Pesce Nero (è un piacere rivedere anche te). I Frey dimostrano la loro ben nota inettitudine (the North remembers, e io pure bastardi-maledetti-meritate-di-morire-male-tutti-quanti) con una sceneggiata che mi faceva già ridere anche nel libro, immaginandomeli a lanciare minacce vuote sull’impiccagione di Edmure Tully davanti a un Blackfish che li degna dello stesso sguardo schifato e noncurante che vediamo in faccia a Clive Russel in questo episodio.

Come ormai saprete sono una lettrice anomala (ma neanche tanto poi), solitamente entusiasta per l’operato dei D&D, e proprio per questo mi incuriosisco quando vedo che un personaggio (in questo caso Jaime) sembra tornare sui binari della narrazione della saga letteraria perché non so mai esattamente se aspettarmi quello che mi aspetto o tutt’altro… anche se il promo del prossimo episodio (che vi lascio come al solito a fine articolo) sembra volermi dare motivo per gioire!

Yara&Theon… al Ponte Vecchio di Firenze?
Immagino che questo breve intermezzo serva fondamentalmente per darci conferma che il piano dei fratelli Greyjoy è proprio di arrivare da Dany prima di Euron (cosa che credo tutti avevano già intuito al momento della loro fuga dalle Isole di Ferro), perché non aggiunge davvero molto di più a quanto già sapevamo: della cieca fedeltà di Theon a sua sorella non avevo davvero bisogno di ulteriori prove, si era già capito benissimo e ne ero già entusiasta.

Braavos
Concludiamo con il momento che spiazza realmente in un episodio, come già detto, relativamente tranquillo: l’attacco ad Arya. Sapevamo che sarebbe successo, ma la mia speranza era che la piccola Stark riuscisse a svincolarsi e a fuggire prima di essere ferita. Mi domando se sia realmente possibile rimanere in piedi così a lungo dopo diverse pugnalate all’addome, ma realismo a parte siamo a un momento cruciale della storia di Arya, per la quale la scorsa settimana avevo gioito per la prima volta in due stagioni: sono d’accordo con le mie colleghe che vi hanno tenuto compagnia negli scorsi recap che la sua storyline a Braavos, le cui prospettive ci avevano elettrizzato al termine della quarta stagione, stavano ora diventando senza capo né coda, quindi vederla salvare la vita di lady Crane all’ultimo secondo, correre a cercare Needle e un passaggio per tornare a Westeros era tutto quello in cui speravo… spero davvero che la sua determinazione non la abbandoni proprio adesso!

Vi invito come sempre a lasciare le vostre opinioni su questo episodio qui sotto nei commenti e, per rimanere sempre aggiornati sulle ultime novità sullo show, vi ricordo di passare a mettere un bel like ai nostri amici di

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Alla prossima!

3 comments
  1. Lyanna Mormont for president!!!!!! Decisamente la parte che ho preferito della puntata, che è stata molto sottotono rispetto alle altre… però ci stava, allentare un po’ la presa e preparare il terreno per il grande finale, quindi non mi lamento. Margaery mi piace sempre di più, una vera donna di potere che ha capito come funziona il gioco; lei sì che a parer mio ha la lungimiranza che manca a Cersei (e forse anche per questo che lo scontro fra le due è sempre stato così forte).
    Concordo pienamente sulla parte dedicata al Mastino: per quanto abbia apprezzato il suo ritorno, alla fine mi sono un po’ annoiata… condensare tutto il suo percorso di ripresa in un solo arco narrativo almeno su di me ha avuto l’effetto di non creare suspance o aspettative; forse diluendo in più spezzoni avrei avuto più curiosità di scoprire cosa gli era accaduto, però mi rendo anche conto che gestire così tante storyline diverse sia abbastanza difficile.
    In realtà nemmeno il colpo di scena finale con Arya mi ha destabilizzato, aspetto la prossima settimana sperando in un recupero ad alta tensione!

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