FEUD : Bette and Joan | Recensione Prima Stagione

Dopo avervi raccontato del pilot di Feud (qui), eccomi di ritorno per un commento generale sull’intera stagione, che ho divorato attendendo con ansia la puntata successiva, immergendomi sempre più profondamente nella faida che ha segnato la vita di Joan Crawford e Bette Davis, senza esclusione di colpi o tregue temporali. Faida che, oltre a coinvolgerle intensamente in prima persona, ha dato al contempo succosissimo materiale al mondo hollywoodiano perché ci si divertisse e cercasse di trarne tutto il profitto che poteva, perché, come si sapeva ai tempi e si sa anche adesso, Hollywood non è una terra famosa per la sua gentilezza o adatta ai cuori sensibili. Anzi. Il messaggio – e la critica – che qui traspaiono, è molto semplice, se pur cinico: nella bolla dorata di Hollywood si è sempre stati disposti a tutto, a qualsiasi distruzione e devastazione, pur di mantenere il proprio status quo.

La serie non si limita a mostrarci in modo dettagliato il dissidio delle due donne, limitandolo alla durata delle riprese di “Che fine ha fatto Baby Jane“, il film che hanno accettato loro malgrado di girare insieme, sapendo perfettamente che solo l’altra, per quanto nemica irriducibile, sarebbe stata la controparte perfetta per renderlo quel successo, che di fatto è stato. Le otto puntate sviscerano invece tutti i colpi che le due antagoniste hanno affibbiato all’altra senza risparmiarsi, nella seconda parte delle loro carriere, quando la bellezza stava sbiadendo, insieme alla popolarità, fino alla morte di Joan Crawford, l’unico evento che è riuscito a metter fine alla loro inimicizia. Nel mezzo c’è il tentativo di rappresentare in modo onesto e realistico un rapporto estremamente complesso che occuperebbe i lettini degli psicanalisti per decenni, perché, come anticipato nel pilot, non lo si può ridurre al semplice “non andavano d’accordo”.

Il problema non è che non si piacessero o non volessero/potessere trovare una comune sintonia. Ci sono persone che non ci piacciono, lasciamole al loro destino, fine. No. Il problema è invece che Joan e Bette erano molto, troppo simili, ammirandosi e invidiandosi a vicenda, impossibilitate ad andare ognuna per la propria strada (cosa peraltro difficile in un mondo molto piccolo come Hollywood).

Ma invece di rendere questa condizione imprescindibile un vantaggio, invece di armonizzare i loro intenti per un fine comune più ampio – nonostante forsero perfino tanto intelligenti da rendersi conto che insieme avrebbero potuto raggiungere traguardi considerati impossibili -, hanno lasciato che entrassero in campo forze inconsce molto più forti che le hanno sempre opposte l’una all’altra, di fatto minando anche i loro interessi. Naturalmente tanto odio non può che affondare le sue radici nell’opposto della sua medaglia, come la comune psicologia ci insegna.

Sono due donne che hanno avuto la stessa esperenza di infanzia difficile (eufemisticamente!) e che si sono rafforzate proprio grazie alle peggiori condizioni vissute in un ambiente familiare che tutto ha fatto, tranne che sostenerle e indirizzarle. Sono entrambe vittime di un enorme complesso di inadeguatezza che se le mangia vive. Joan, che ha sempre saputo di essere apprezzata per la sua enorme bellezza, ha sempre desiderato, invece, il riconoscimento unanime e giusto (perché era un’attrice più che eccellente) delle sue doti professionali e del suo talento, cioè proprio il tributo da sempre concesso a Bette, che ha fatto della sua dedizione a un lavoro di qualità il suo marchio di fabbrica. Dal canto suo, Bette ha sempre patito il non essere all’altezza degli standard di bellezza di Hollywood. È senz’altro riuscita a costruirsi un’ottima carriera, ma è sempre stata pungolata dalla certezza interiore di non aderire al canon hollywoodiano, che glielo ha sempre fatto presente. In un confronto tra loro, portentoso come tutte le scene che le hanno viste protagoniste insieme, entrambe confidano all’altra che il plauso ricevuto per le loro qualità – la bellezza di una e il talento dell’altra – è sempre stato magnifico da vivere ed è stato doloroso, con il tempo, perderlo. Ma quel che è peggio è che non è mai stato abbastanza, nemmeno quando soggiornavano sulle vette del loro successo e avevano il mondo ai loro piedi. Un’ammissione di notevole onestà intellettuale.

Entrambe lottano per rimanere sulla cresta dell’onda e non farsi dimenticare, in un ambiente che cerca in tutti i modi di cacciarle dall’Olimpo, perché troppo vecchie. Perché per le donne il viale del tramonto arriva prima che per gli uomini e, in un attimo, vengono estromesse, dimenticate. Loro due si oppongono fieramente al declino che sembra una legge naturale incontestabile. Joan perché ha dedicato tutta la sua vita al lavoro, alla costruzione di un’identità di sé fatta su misura per il pubblico, senza il quale non può esistere. Bette, più prosaicamene, perché è una madre single che deve mantenere la sua famiglia, tra cui la figlia ricoverata in un istituto. Sono disposte a tutto, per mantenere il livello di visibilità a cui sono abituate. Ogni tentativo di alleanza finisce sempre in un fallimento perché per loro la sopravvivenza, se necessario a discapito dell’altra, è un bisogno primario e impellente.

Come si vede nel corso dell’intera stagione, Bette e Joan non si risparmiano nessun colpo. C’è da chiedersi come sia possibile che possano ancora parlarsi dopo i tiri mancini che progettano ai danni dell’altra, eppure stranamente lo fanno. Come non citare la perfidia della vendetta di convincere tutte le altre attrici nominate nella medesima categoria agli Oscar in cui era presente Bette e non Joan (esclusa e bruciata dall’umiliazione) a starsene a casa e lasciare che fosse proprio lei, quella respinta, a ritirare il premio per loro, presentandosi in un outfit tutto d’argento, che ha reso la sua apparizione iconica. O, in seguito, come non rendersi conto della metodica e intenzionale esclusione di Joan dal set di Hush Hush, Sweet Charlotte, da parte della novella produttrice in carica Bette, sapendo perfettamente di infliggere ferite lì dove era più vulnerabile. Film che, come si vedrà, contribuirà a sancire il definitivo declino della carriera di Joan Crawford, quando decide di prendersi una rivincita contro tutti per essere trattata da paria, rifiutandosi di continuare a girare le sue scene, provocando ritardi e mettendo in crisi l’intera produzione. Compie un passo del genere facendo leva sul suo potere di Star a tutti gli effetti, ma come un boomerang le si rivolta contro, perché si sopravvaluta. Nessuno è tanto indispensabile in quel mondo, e lo scopre nel peggiore dei modi. Ma Joan Crawford, così come la sua Nemesi, hanno dalla loro un’incredibile forza di volontà che le rende quelle leggende che siamo abituati a considerare. Infatti la vediamo tentare di rifarsi una vita a una carriera a New York, accettando di scrivere libri e di partecipare a un film indipendente con budget minimo che la costringe a cambiarsi d’abito su mezzi di fortuna, proprio lei che è abituata a ricoprire i suoi mobili con teli di plastica e ha una rigidissima routine giornaliera di mantenimento della sua bellezza, per non cedere al naturale invecchiamento.

Sono entrambe donne volitive che, per rincorrere i loro sogni o, forse, zittire il demone dell’inadeguatezza che le attanaglia, trascurano il loro ruolo di madri, troppo prese da se stesse e il loro lavoro, crescendo figlie impaurite da loro e che a loro si ribellano, a un certo punto, riproducendo, in questo modo, proprio la dinamica in cui erano cresciute loro stesse per colpa di madri anaffettive e che avevano interiorizzato. Non c’è nemmeno spazio per relazioni significative con gli uomini. Tutto ruota intorno alla loro carriera, per la quale sacrificano tutto.

Sullo sfondo dell’argomento principale possiamo riconoscere l’intento del regista di portare alla luce altre tematiche altrettanto importanti. Come citato nell’analisi del pilot, svetta sugli altri la critica alla misoginia imperante a Hollywood, Paese fittizio costruito dagli uomini per gli uomini, con regole arbitrarie e crudeli che le donne devono accettare e con cui devono imparare a convivere, per avere successo e mantenerlo. È un gioco che devono imparare a giocare con astuzia, per trarne dei vantaggi. Non che per gli uomini sia una Terra Promessa dove tutto è facile e giusto. Come ci viene mostrato nella storia del regista Robert Aldrich (Alfred Molina), i compromessi umilianti sono spesso obbligatori e necessari, se non si vuole tranciare di netto la propria carriera. È notevole invece il modo in cui lui riesce a mantere una certa fede ai propri principi, sopportando le regole finché gli è possibile e poi mandando al diavolo il presidente dello studio (Stanley Tucci), quando si presenta l’occasione giusta. Di bocconi amari ne ha dovuti inghiottire tanti, ma non si è completamente svenduto, nonostante abbia perso, lungo la strada, l’appoggio della moglie, unica forza equilibratrice della sua vita.

C’è quindi spazio per l’amicizia, il sostegno, la complicità femminili? Apparentemente, sì. Joan e Bette non saranno mai amiche, ma sono (più o meno) in grado di instaurare rapporti di vicinanza con altre donne. Bette ha un rapporto di lealtà che trascende il passare del tempo, con Olivia de Havilland, che verrà in ultimo chiamata a sostituire Joan Crawford in Charlotte e che decreterà la fine della sua carriera. Le due donne sono molto vicine e si aiutano l’un l’altra, qualcosa di raro da vedersi.

Joan non ha la stessa capacità di avere legami alla pari, ma viene amorevolmente accudita da Mamacita, la governante che le sta accanto nei momenti più difficili e che torna da lei quando ne ha bisogno, durante la malattia che la porterà alla morte. Mamacita è un personaggio straordinario che sa infondere teutonica fermezza e insospettabile leggerezza alla serie.

Diversa è invece la relazione tra Hedda Hopper e Joan, basata solo sui vantaggi che possono trarre da un’alleanza che si instaura tra un’attrice e una giornalista, impegnate entrambe a perseguire i propri interessi. Sembrano sempre avere a cuore almeno un minimo il benessere dell’altra, ma tale vicinanza si conclude sempre quando intravedono altrove possibilità di fama e guadagno. In tutta onestà, sembrano saperlo e anche accettarlo, per cui nessuna è vittima dell’altra.

Sono tempi duri per il riconoscimento del valore delle capacità femminili anche per Pauline, l’eccellente assistente di Aldrich che, come dice lei stessa “veniva trattata come uno zerbino, che però era l’unico a tenere in piedi tutto l’edificio”. Sogna di diventare regista, me nessuno gliene dà l’opportunità. E, quel che è peggio, è che a tentare di distruggere i suoi sogni non sono solo gli uomini (per primo il regista, che la tratta da moglie lavorativa fastidiosa che ha ogni diritto di umiliare), ma soprattutto le donne. Joan, alla quale Pauline si rivolge per illustrarle un progetto che l’avrebbe vista come protagonista, affossa subito le sue ambizioni, ricordandole che è una donna e che quindi non deve avere aspirazioni, ma, anzi, essere grata per quello che ha già, senza volare troppo di fantasia. Penso che sia la cosa che ferisce maggiormente Pauline. Un conto è essere abituati ai tentativi maschili di affibbiare un ruolo secondario alle donne. Un conto è che a farlo sia una rappresentante del tuo stesso sesso.

È una serie ottimamente recitata, che, puntata dopo puntata, riesce a coinvolgere il pubblico grazie a un mix di fatti curiosi, una certa indulgenza al voyeurismo, grande introspezione psicologica che non si ferma alla superficie delle cose, ma cerca di indagare la complessità di una competizione femminile perdurata negli anni. Da un lato abbiamo Joan, che ci viene presentata come Diva, quando ancora esistevano, e che sembra un animale mitologico quasi nemmeno umano, e che è invece molto fragile e pericolosamente dipendente dall’amore del pubblico, che sa essere instabile e temporaneo e sempre pronto a cambiare oggetto del suo desiderio. Sa, in teoria, che non può affidarsi all’ammirazione esterna per tenersi a galla, per rafforzare la sua autostima, per non crollare di fronte all’insuccesso, ma non è, semplicemente, in grado di farlo.

I spent my whole life being Joan Crawford.
A woman I created for others.
I don’t know who-who I am when I’m by myself.

Bette viene invece descritta come apparentemente più forte, più volitiva, più con i piedi per terra, ma ha al suo interno lo stesso anelito di Joan verso il riconoscimento esterno. Per nessuna delle due la vita è stata facile, nonostante siano riconosciute ancora oggi come icone e ci diano l’idea di una vita immersa nei privilegi. Questa serie dimostra quanto sia alto il prezzo da pagare per sopravvivere nella fossa dei leoni.

Concludo con una citazione che riassume perfettamente il senso della serie e quello che ha voluto dimostrare mettendo in scena il conflitto tra due attrici, considerate due colossi di Hollywood, che per tutta la vita hanno pagato un prezzo altissimo per mantenere quella fama che ancora oggi viene universalmente riconosciuta e hanno combattuto con i loro fantasmi interiori, senza mai cedere completamente alla disperazione e cercando sempre, ostinatamente, di andare avanti e di non arrendersi.

You know, we showbiz folks,
you know, all that anger that we feel from not being loved…
which is the reason we’re in this business in the first place…
all the tears and the screaming and the-the rage,
it all disappears.

– Syl

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