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Euphoria – Recensione Stagione 1: Skins della nuova generazione?

Euphoria – recensione stagione 1: Skins della nuova generazione?

Prodotto da HBO e approdato su Sky questo autunno, Euphoria è il remake dell’omonima serie televisiva israeliana (2012-2013) ideata da Ron Leshem, che ha potuto collaborare al suo adattamento americano. Voce narrante e centro delle vicende è Rue, interpretata da una magnifica ed eclettica Zendaya, cantante e attrice che ha da poco trionfato ai People Choice’s Awards come star sia del mondo televisivo che di quello cinematografico, grazie al ruolo di MJ in Spider Man: Far From Home.

Sebbene sia possibile riscontrare alcuni tratti in comune con Shameless, tra cui la messa in scena di ragazzi sbandati, è ancora più evidente il richiamo a Skins nella struttura a episodi che ruotano intorno a un personaggio alla volta e nella forte presenza di alcol, droga e sesso. Ogni ragazzo ha la sua storia, una vita che può sembrare perfetta vista dall’esterno, come nel caso di Nate (Jacob Elordi), che convive conoscendo il segreto del padre e ha imparato a sfogare la rabbia sulle persone che lo circondano, minacciando o arrivando alla violenza mentale e fisica. Nate è forse il personaggio più “americano” della serie, mentre è quasi possibile rintracciare negli altri alcuni dettagli che li rendono somiglianti ai protagonisti di Skins: Jules è sia Cassie che Frankie, la popolare Maddy è Katie, il gentile McKay è Freddie; soprattutto, però, il personaggio di Rue rimanda all’iconica Effy Stonem (Kaya Scodelario), con una sostanziale differenza. Mentre Effy, infatti, nasconde dentro di sé il proprio disagio fino al climax della quarta stagione, quando ne diviene evidente la psicosi maniaco-depressiva, Rue ammette di avere un disturbo di natura neurologico, che insieme al lutto per la perdita del padre l’ha spinta a cercare “due secondi di nulla” nell’uso di droga.

Poco alla volta viene analizzato il bisogno di Rue di creare qualcosa di “semplice”, “normale”, un senso di appartenenza ed equilibrio per sfuggire alla dipendenza di droga, in particolare modo dopo avere rischiato di finire per la seconda volta in overdose (al contrario del conclusivo comportamento autodistruttivo di Effy); il suo scopo è anche quello di tenere sua sorella minore lontana dal mondo della tossicodipendenza, ma per potersi aggrappare a una routine che le consenta di non cedere alle debolezze Rue ha bisogno di un’ancora, che trova in Jules. Hunter Schafer mette in scena un personaggio transessuale che desidera gridare al mondo la propria sensualità, attraverso gli abiti rosa, i colori sgargianti e il costume da angelo che Giulietta, una delle donne più famose al mondo, indossava in Romeo + Juliet. Rue riscopre in Jules un’amica e poi un’amante, ma la ragazza sta ancora esplorando il proprio corpo e la propria sessualità, non è ancora pronta per una relazione stabile e monogama. Rue è costretta così ad allontanarsi da lei, per evitare che pur involontariamente la lasci ricadere nel baratro.

Euphoria può essere descritto anche come Tredici in un mondo glitterato”: l’opinione altrui ha un peso, un concetto quasi assente nei ragazzi di Bristol e che si lega alla generazione presente, la quale teme di essere derisa anche sul web, capace di raggiungere qualunque posto sulla Terra. È un mondo in cui bisogna a tutti i costi perdere la verginità, in modo di dimostrare ai ragazzi di essere “adulte”, mettendo così in secondo piano i propri bisogni. Fin dal pilot, Cassie (Sydney Sweeney), che Rue descrive come una “ragazza dolcissima”, viene messa alla gogna per le foto e i video che la vedono come protagonista, e che erano stati girati dai ragazzi di cui si era incautamente fidata; nello stesso momento Kat (Barbie Ferreira) si lascia convincere ad avere un primo rapporto sessuale da chi sa di avere solo qualcosa da guadagnarci: se lei si rifiutasse, passerebbe come una “vergine sfigata”, ma se invece accettasse il ragazzo riuscirebbe nel proprio intento.

Non solo il sesso, anche l’amore in Euphoria è rappresentato in maniera tossica, come dimostra il rapporto tra Nate e Maddy (Alexa Demie); i rapporti possono diventare distruttivi e violenti, basati solo sulla necessità di sottostare alle apparenze, e ciò vale sia per gli adulti con relazioni apparentemente solide che per ragazzi alle prese con le prime esperienze, che tuttavia farebbero di tutto per tenere l’altra persona ancorata a sé.

Sam Levinson, creatore della serie americana, si è basato sulla propria adolescenza e sulla lotta contro la tossicodipendenza, ma quella che viene rappresentata è la Generazione Z: ragazzi in preda a un costante senso di ansia, che si aggrappano a una “euforia” dettata da sostanze e rapporti tossici e che li fa illudere di avere trovato finalmente la felicità.

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