Castle e l’importanza della trama verticale: 3 episodi esemplari

Castle

Le serie tv crime procedural sono spesso un’arma a doppio taglio (gioco di parole voluto). Se da una parte infatti questo genere ha segnato in fondo una buona parte della serialità soprattutto statunitense, in particolar modo quella più longeva (basti citare “Law & Order: Special Victims Unit”, ormai in onda da più anni di quanti ne abbia la regina Elisabetta II), dall’altra oggi, a meno che non si tratti di un prodotto targato Wolf o Bellisario, gli show procedurali polizieschi non hanno vita facile proprio perché diventa sempre più difficile trovare, nella moltitudine di storie che rientrano in questo genere, la particolarità che si distingue dal gruppo e brilla di luce propria. E principalmente credo dipenda dalla problematicità di sviluppare di continuo una serie di trame verticali che affrontino casi originali in modalità inedite. Per questo motivo forse il genere crime ha conosciuto negli ultimi 15 anni delle nuove sfumature, indispensabili proprio per allontanarsi dal procedural classico impostato da “Law & Order“ e “C.S.I.” e definirsi in maniera autonoma e indipendente reinventando il genere dall’interno. Ed è così che ha origine il “crimedy”, in cui il tradizionale crime procedural si combina con le sfumature comedy, alleggerendo tante volte le tematiche trattate e diventando anche più appetibile per una gamma più vasta di palati seriali. “Castle” rappresenta tutt’oggi per me uno dei maestri del genere, soprattutto nelle sue prime cinque stagioni.

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Da effettivo procedural, per quanto la narrazione della crescita dei personaggi e delle loro relazioni rappresentasse il filo conduttore che univa tutti gli episodi e tutte le componenti migliori della serie, “Castle” eccelleva proprio nel racconto di una trama verticale, singoli casi della durata di un solo episodio che per anni si sono sempre rivelati insoliti, originali, inaspettati, emozionanti, in grado di parlare a tutti, ai personaggi e a noi spettatori, capaci di lasciarci anche quel tipo di insegnamento che un giorno avremmo voluto tatuarci addosso (ogni riferimento a persone e autori di questo articolo è puramente casuale).

Questa è dunque solo una ridotta selezione di 3 episodi di “Castle” portatori di una trama verticale in grado di lasciare un segno del suo racconto anche con soli 42 minuti a disposizione.

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Castle 1×07 – Home is where the heart stops

Il settimo episodio della stagione d’esordio di “Castle” si apre con una scena inaugurale piuttosto classica per una serie crime: un omicidio è stato già commesso, una colonna sonora contrastante la serietà dell’evento accompagna le scene e Castle, impegnato in un duello di scherma con sua figlia nel suo meraviglioso loft, viene richiamato sulla scena del crimine.

Ma quando Kate Beckett incontra per la prima volta la figlia della vittima, per raccogliere i primi dettagli sulle abitudini quotidiane della donna scomparsa, qualcosa cambia nell’episodio e quella linea invisibile che separa un episodio ordinario da una trama verticale degna di nota viene superato. Il confronto tra Stana Katic e la guest star Caterina Scorsone non è un semplice rito di passaggio nella sceneggiatura trasposta sullo schermo ma è a tutti gli effetti un incontro umano tra due personaggi che in quel momento hanno in comune più di quanto si possa immaginare. Joanne Delgado (Scorsone) è una donna la cui reazione alle domande della polizia è forse più realistica delle rappresentazioni a cui siamo normalmente abituati, è disperata ma più di tutto è indignata, è arrabbiata, con la polizia per quelle domande inutili che le stavano rivolgendo e con se stessa per non esserci stata, per non avere in qualche modo impedito un evento in realtà inevitabile. E lo sguardo di Stana Katic in quel momento incontra la passione della Scorsone così come l’empatia di Kate Beckett completa la disperazione di Joanne, raggiungendola come nessuno avrebbe mai potuto, con l’esperienza non del detective ma di una donna che sa esattamente cosa si provi a trovarsi dall’altra parte del nastro giallo, in una scena in cui Castle resta insolitamente in silenzio, perché quella non era la sua scena e non lo sarebbe mai stata.

Le indagini proseguono poi con un ritmo sempre vivace, immergendosi nel mondo dei ladri d’appartamento e di una sorta di codice d’onore che sembra distinguere dei moderni “Robin Hood”, che rubano ai ricchi per dare a se stessi, dalla variante omicida che negli ultimi mesi aveva mietuto già diverse vittime. Il coinvolgimento di Beckett nella storia diventa però sempre più evidente, per la prima volta assistiamo infatti al lato più passionale e irruento del suo lavoro nella stanza interrogatori, un’impulsività ancora controllata e razionale ma che sconfina a tratti in una questione personale, per una promessa che non intende non mantenere.

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Home is where the heart stops” è anche il primo episodio in cui Beckett inizia a trovare il suo posto nella famiglia di Castle, oltre la partnership lavorativa. La gestione del rapporto tra i due protagonisti è assolutamente impeccabile non solo dal lato romantico ma soprattutto da quello umano perché si costruisce di piccoli dettagli fondamentali che avvicinano Kate non solo a Castle ma anche alle persone più importanti della sua vita, sua figlia Alexis e sua madre Martha.

Il momento conclusivo tra Kate e Joanne Delgado ricorda nuovamente quale davvero fosse il cuore pulsante di quell’episodio, è una scena che sembra in fondo quasi scritta da Castle stesso ma ancora una volta la Katic e la Scorsone creano in pochi secondi qualcosa di diverso, qualcosa che poteva trasformarsi facilmente in uno stereotipo patetico e stucchevole e che invece si rivela emozionante e intimo, come un breve ma intenso incontro tra cuori spezzati.

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Castle 2×07 – Famous Last Words

Una “lyric person” come me non poteva non lasciarsi affascinare e travolgere da un episodio come “Famous Last Words”, che non solo racconta il mondo della musica in maniera emozionante ma anche tragicamente realistico dal punto di vista del business che circonda quella realtà, ma fa emergere nello stesso tempo un personaggio come quello di Alexis che ha sempre custodito un potenziale grandioso, con una caratterizzazione adolescenziale diversa da quella tipica a cui siamo abituati, e che in fondo era incarnata perfettamente da Castle, e una profondità che definirei rinfrescante.

La morte di una celebre cantante pop apre una finestra in realtà non solo sul mondo dell’industria discografica ma anche o soprattutto su quello dei fan, in tutte le loro sfumature. Gli estremismi, la follia dei social network, il voyerismo, il distacco dalla realtà, sono tutti aspetti che questo episodio riesce a raccontare senza esagerazioni, con un realismo che supera lo schermo e che a volte ti permette anche di interpretare meglio una situazione umana che in fondo tutti noi abbiamo vissuto almeno una volta. Come il film “Blinded by the light” racconta, il rapporto che si instaura tra noi e il nostro idolo, se impostato in modo salutare, può davvero aiutarci a costruire o a definire con chiarezza alcuni lati della nostra personalità, così come la loro arte può incontrarci nel momento in cui più abbiamo bisogno di un mezzo per esprimere la nostra voce.

Hayley Blue rappresenta in questo episodio quel mezzo di cui i suoi fan avevano bisogno per ritrovarsi e conoscersi meglio, una voce che purtroppo tante volte non aveva potuto parlare per sé e che eppure, attraverso i testi delle sue canzoni, parlava per gli altri e raccontava la sua verità. Hayley Blue era il tipo di giovane artista che in tanti definivano esclusivamente tramite i suoi lati più problematici e che in troppi credevano di conoscere per questo, ma solo poche anime empatiche e umane come Alexis avevano davvero iniziato a capire chi lei fosse per davvero, con la consapevolezza di non conoscerla pienamente ma anche con la gratitudine di chi con la sua musica aveva imparato forse a conoscere se stessa.

In quanto fan ma anche o soprattutto in quanto essere umano decente, Alexis diventa la chiave per la risoluzione del caso, con normalità, saggezza e con il cuore spezzato di chi ha perso un idolo e al tempo stesso quella parte di sé che istintivamente le aveva donato. Il coinvolgimento di Alexis nelle indagini e nella quotidianità del 12esimo distretto permette anche di sviluppare il legame tra la ragazza e suo padre, un rapporto che tante volte si gioca a parti invertite ma che in questi casi ci mostra un aspetto diverso di Castle, la cui vicinanza con il ragazzino che è in sé in questo caso si rivela fondamentale per raggiungere Alexis, riconoscere la particolarità del suo dolore e lenirla con comprensione e tenerezza, in un momento in cui la massima espressione di maturità paterna sta proprio nel ritornare adolescente.

Il settimo episodio della seconda stagione di “Castle” presenta anche una delle comparse migliori che abbia visto nella serie, vale a dire il personaggio di Sky Blue, sorella della vittima, una ragazza che fin dalle prime scene sembra condividere lo stesso percorso problematico di sua sorella, una cosa che paradossalmente le aveva allontanate lasciando entrambe nelle ombre più oscure delle rispettive vite, tra segreti inconfessabili ed errori difficili da superare.

Nella rappresentazione di un tragico destino, la morte di Hayley diventa in realtà la chiave per la rinascita di Sky e in un certo senso una parte di Hayley stessa torna a vivere in sua sorella e nelle speranze che aveva riposto in lei e in se stessa. La verità sull’omicidio di Hayley è però più cattiva e drammatica di quanto l’episodio suggerisse all’inizio, è una verità che parla di fiducia tradita e confini umani superati tanto da trasformare una persona in un mostro, ma la musica di Hayley sopravvive alla sua stessa vita e le dona la giustizia che le era stata strappata.

Castle 4×02 – Heroes and Villains

Il secondo episodio della quarta stagione di “Castle” porta in scena quella che personalmente è la mia guest star preferita della serie, vale a dire l’agente Ann Hastings, interpretata meravigliosamente da Valerie Azlynn. Una delle ricchezze di questa serie era proprio la capacità di caratterizzare in maniera profonda e dettagliata anche personaggi che avremmo visto solo per uno o due episodi, al punto tale da porre anche le basi di un qualsiasi possibile spin-off. Ann Hastings si colloca proprio in questo scenario, inserendosi non solo in un contesto particolarmente soggettivo per Beckett, ma presentando anche un background di spessore che rendeva il personaggio appena conosciuto tridimensionale e vissuto.

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In una storia che racconta di vigilanti e supereroi, con una serie di riferimenti squisiti alla cultura fumettistica più celebre, Ann Hastings incarna pienamente e con sorprendente realismo narrativo un autentico vigilante vendicativo, che arriva lì dove la giustizia fallisce, perché, come da tradizione in queste storie, la giustizia aveva fallito in primis con lei. Nonostante la sua decisione di entrare in polizia per la stessa ragione, i lunghi e a volte insufficienti iter delle forze dell’ordine non sono abbastanza per Ann per soddisfarla e ripagarla dell’ingiustizia subita dopo l’omicidio di suo padre, una storia che la pone quindi esattamente sullo stesso percorso di Beckett, di fronte a lei, come il riflesso della persona che Kate stessa potrebbe diventare se lasciasse libera la rabbia e l’indignazione che in quel momento guidavano le azioni di Ann.

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Il confronto nella stanza interrogatori proprio tra le due donne è l’anima dell’episodio esattamente per l’innegabile somiglianza tra le rispettive storie. Ann, proprio come anche Beckett farebbe al suo posto, non si tira indietro, affronta a viso aperto le domande che le vengono rivolte, ribadisce la sua innocenza ma non chiede scusa per le sue scelte, e incalza Beckett in maniera costante e intelligente, ribaltando l’andamento di quell’interrogatorio come se fosse lei a tenere le redini della discussione. Ma lo fa paradossalmente proprio perché vede in Beckett un’anima affine, ne riconosce il dolore e la rabbia, la stima e cerca la chiave più adatta per farle vedere la sua vita attraverso i suoi occhi, per farle capire le sue ragioni. Ma quelle ragioni Kate le conosce fin troppo bene e anche se tutte le prove puntano contro Ann, Beckett le crede e quando inevitabilmente scopre l’identità del vero colpevole non solo restituisce ad Ann la sua libertà ma anche un briciolo di fiducia nella polizia convincendola magari ad appendere la calzamaglia al chiodo.

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Oltre l’impeccabile gestione della relazione tra Castle e Beckett, al di là di un declino che innegabilmente la serie ha affrontato nelle ultime stagioni, credo che sia in episodi come questi che “Castle” ha custodito la sua migliore eredità, perché un season finale è semplice da ricordare, ma un settimo episodio qualunque? Lì si cela la reale identità di un crime procedural.

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