British Addicted – Doctor Who e quel plot twist che può cambiare tutto

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Il 2020 è stato inaugurato con la première della dodicesima stagione di “Doctor Who”, dopo più di un anno di pausa dalla precedente che aveva aperto l’era del Tredicesimo Dottore di Jodie Whittaker. Nel pieno rispetto della tradizione dei buoni propositi, dopo questo periodo di hiatus in cui ho fatto i conti con tutte le ragioni per cui purtroppo complessivamente non ho amato l’undicesima stagione, mi ero ripromessa di concedere a questa nuova fase dello show una seconda possibilità, smussando inevitabilmente le mie aspettative e provando ad accettare ciò che di buono si possa riconoscere nello stile di Chris Chibnall.

Non so ancora se il mio training autogeno abbia davvero funzionato o se, effettivamente, almeno per questa première, ci sia stato un discreto miglioramento rispetto alla stagione d’esordio della nuova guida, ma sta di fatto che la prima parte di “Spyfall” non solo mi ha ampiamente convinta con una trama solida, ordinata e organizzata con un crescendo di mistero e tensione ragionato e mirato per uno scopo ben preciso, ma ha anche presentato un plot twist finale che senza dubbio ha dato spessore e personalità all’intero episodio ma soprattutto apre una serie di eccitanti possibilità per lo sviluppo della serie.

C’è poco da girarci intorno: l’abbiamo visto, l’abbiamo scoperto, l’abbiamo ritrovato su ogni social network. Il “Master” è tornato nella vita del Dottore e ha un nuovo volto, un nuovo piano e una nuova allarmante psicopatia.

Il percorso che ha portato, durante la première, alla sconvolgente rivelazione finale è stato gestito con particolare attenzione dalla scrittura di Chris Chibnall, che ha sviluppato la trama dosando con equilibrio gli elementi scifi indispensabili per “Doctor Who” (e grande pecca della stagione precedente) e una storia al limite dello spy-drama, che ha permesso quindi al Dottore di riprendere i contatti con quei Servizi segreti che ama e odia contemporaneamente (avrei preferito il ritorno della UNIT e di Kate Stewart ma devo accontentarmi dell’MI6).

Il personaggio dell’agente segretoO”, ora eremita in una parte sperduta del mondo ma già in precedenza alleato del Dottore, ha avuto il suo fascino fin dagli esordi della presentazione, rivelandosi presto un personaggio insolito, caratteristico, al confine tra la paranoia e la genialità ma soprattutto intrigato dalla natura del Dottore e dal mistero che circonda ogni aspetto della sua esistenza. Ma col senno di poi (sì, ora siamo tutti bravi a notare i dettagli), c’erano già in lui nel corso dell’episodio accenni di inspiegabile stranezza, micro-espressioni che mutavano rapidamente e che non solo rendevano difficile decifrare l’effettiva personalità dell’agente ma soprattutto appaiono ora come minimi dettagli della sua verità che sfuggivano alla sua menzogna.

La rivelazione della reale identità di O avviene in pieno stile spy-drama, con la scoperta di un singolo particolare “insignificante” che fa saltare la sua copertura e che alza il sipario su un ritorno maestoso, inaspettato e introdotto magnificamente. La reazione del Dottore di fronte alla crescente consapevolezza è sorprendente, raggelata dall’incredulità e da ciò che appare come profonda paura, ma i primi attimi di Sacha Dhawan come nuovo Master sono ciò che impreziosiscono davvero la scena e l’intero episodio.

Inquietante e affascinante, eccitato e arrabbiato, divertito e folle, consapevole e sicuro di sé, il Maestro di Dhawan appare già un personaggio unico nella sua rappresentazione, diverso e simile alle precedenti incarnazioni quanto basta per restare fedele alla caratterizzazione e reinventarla dall’interno, maturo e definito in un’interpretazione dalle sfumature entusiasmanti che fanno esplodere la scena e la scelta narrativa dopo un emozionante e ben congegnato climax.

L’entrata in scena del nuovo Maestro è travolgente, energica e soprattutto apre una serie di scenari che potrebbero finalmente donare personalità e spessore a questa nuova era di “Doctor Who”, il primo fra tutti è stato già introdotto dal Maestro stesso quando, prima di teletrasportare il Dottore in un luogo indefinito e lasciare i Companion su un aereo pronto a esplodere, annuncia e anticipa una criptica verità che la sua nemesi, a quanto sembra, ignora da tutta la vita.

Fortemente intrigata e in parte spaventata da qualsiasi sia questo segreto in grado di cambiare radicalmente le conoscenze del Dottore, il vero problema che si pone e che mi pongo al momento riguarda la continuity perché per quanto sia stata già rapita da questa elettrizzante nuova versione del Master, non posso non domandarmi se questa incarnazione sia precedente o successiva all’ultima rappresentata in “Doctor Who”, vale a dire la sublime Missy di Michelle Gomez. Il quesito è di fondamentale importanza perché con Missy il personaggio del Maestro aveva vissuto e compiuto un arco di redenzione terminato in maniera tragica e poetica al tempo stesso, con la scelta di Missy di prendere posizione accanto al Dodicesimo Dottore e di compiere anche l’ultimo sacrificio pur di non tornare indietro. Fin dall’inizio del suo percorso, inoltre, l’unico obiettivo di Missy era stato quello di recuperare il disfunzionale rapporto simbiotico con il suo migliore amico e se inizialmente sperava di farlo portando lui dalla sua parte, alla fine sono state proprio la speranza e la fiducia del Dottore a prevalere e a piegare le resistenze di Missy.

Per questo motivo è di vitale importanza che il Maestro di Dhwan si riveli precedente all’arco narrativo di Missy, in modo da non disfare irrispettosamente quanto fatto da Steven Moffat nelle sue ultime tre stagioni.

Partendo dunque da questo presupposto, è affascinante teorizzare non solo la natura del segreto di cui questo nuovo Maestro è portatore ma anche le sue intenzioni nei confronti dell’universo, del Dottore stesso e potremmo ipotizzare anche dei Companion, perché per quanto sembri che siano stati abbandonati a un fatale destino, non è passata inosservata né la particolare chimica tra Yaz & O né quella che appare ora come una tentazione offerta a Graham di conoscere qualcosa di più sulla vita e sul passato del Dottore con cui viaggiano ormai da tempo ma che in fondo non conoscono affatto.

Il Maestro e i Companion sono in fondo due facce di una stessa medaglia, quelle persone che entrano nella vita del Dottore e imparano a conoscere gli aspetti più intimi della sua anima e della sua personalità, fu Missy infatti a invocare l’aiuto di Clara Oswald per ritrovare il Dodicesimo Dottore e fu proprio lei inoltre a portare Clara da lui, nella machiavellica speranza che il loro rapporto diventasse tanto intenso da distruggere l’universo (missione quasi compiuta). È indubbio quindi che il Maestro sia ben consapevole del legame che unisce il Dottore ai suoi Companion e di quanto questo stesso legame diventi un punto di forza e una debolezza al tempo stesso, sarebbe dunque interessante assistere magari al tentativo di questo genio folle di aizzare i Companion contro il Dottore, togliendole così ciò a cui più tiene.

Con un TARDIS personale e un esercito di spie aliene che riscrivono il DNA umano al suo servizio, il Master è tornato a infiammare l’eterna storia di “Doctor Who” e chissà che non diventi la chiave per la sua rinascita. Interpretato dal sottovalutato ma sfaccettato talento di Sacha Dhawan (meraviglioso Waris Hussein nel docu-film sulle origini della serie “An adventure in space and time” e successivamente ritrovato anche in “Mr Selfridge” e “Iron Fist”), questo grande ritorno potrebbe cambiare in meglio il volto di questa nuova era dello show, le cui imperfezioni sembrano ancora molte ma che promette, FORSE, un’eccitante evoluzione.

 

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