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Blindspot Rubriche & Esclusive

Blindspot – Terza Stagione: Ha le capacità ma non si applica

Quest’anno “Blindspot” è stata una delle serie tv che, per quanto valga ancora molto, ho avvertito più debole e altalenante tra quelle che compongono il mio personale palinsesto. Così com’è accaduto con “Chicago P.D.”, i cui ascolti a quanto sembra sono addirittura migliorati mentre per me a volte era quasi una sfida arrivare a fine episodio, anche “Blindspot” ha raggiunto con la terza stagione numeri certamente più convincenti per la NBC rispetto a quelli dell’anno scorso, proprio quando secondo me invece la serie ha portato in scena la sua stagione più debole e sostanzialmente confusionaria, fatta eccezione per alcuni episodi davvero buoni che avevano alimentato le mie speranze di ripresa durante il percorso. Gran parte delle mie opinioni generali su questo show sono sempre rientrate nella celebre categoria di “unpopular opinion”, vale a dire condivise da me e un paio di balle di fieno rotolanti, ma al di là di tutto in realtà ho sempre ritenuto la serie una delle migliori nel genere dello spy drama, tanto promettente da considerarla fermamente, almeno nelle prime due stagioni, l’unico vero erede di “ALIAS”, per me maestro indiscusso dello spionaggio e modello a cui innegabilmente “Blindspot” si è ispirato in svariate occasioni. Per questo motivo non riesco in tutta onestà a riconoscere in questa stagione lo stesso livello di creativa originalità, costante tensione, enigmatico spessore ed elettrizzante atmosfera che in passato ha distaccato questa serie dalla standardizzazione rendendola unica e diversa nel suo concept di partenza.

Questi sono dunque gli aspetti della terza stagione che personalmente mi hanno convinto meno e mi hanno lasciata perplessa non solo sull’esito complessivo di questo ciclo di episodi ma anche sui futuri sviluppi dello show.

L’indecisione di Roman.

Per quanto nella fase finale della stagione Roman abbia dimostrato l’ammirevole spessore psicologico che il personaggio ha sempre posseduto, ricongiungendosi con la natura più autentica della sua storia e permettendo anche a Luke Mitchell di dare ottima prova delle sue capacità, personalmente Roman non mi ha mai pienamente convinta in questa terza stagione a causa di una perenne indecisione che rendeva l’equilibrio della sua caratterizzazione costantemente precario e incapace a mio parere di lasciare un’impronta netta del suo passaggio. Roman non era annoverato tra i “buoni” della situazione ma non ha mai neanche avuto la spietata determinazione di affermarsi come puro “villain”, non era più leale a nessun padrone e a nessun obiettivo ma non era neanche un banale e vuoto mercenario, e troppe volte sfumava al limite dell’annullamento la linea di confine che separava ciò che odiava da ciò che amava, confondendo spesso i due sentimenti. Per un uomo che intendeva mostrarsi privo di scrupoli e noncurante dei legami emotivi, Roman provava fin troppe emozioni, così tante da mettere ripetutamente in dubbio la sua missione e ritrovarsi inconsapevolmente in balia di rabbia invasiva, quotidiani desideri di vendetta, insolubili rimpianti e fioche di speranze di poter ancora essere un uomo diverso dalla macchina da guerra che in troppi avevano contribuito a creare. La psicologia di un personaggio come quello di Roman è indubbiamente affascinante da analizzare ma purtroppo credo che nella terza stagione si sia rivelata soltanto piuttosto ripetitiva e meno influente di quanto mi aspettassi ai fini della storia, a cui avrebbe potuto apportare un peso ben maggiore se solo avessero definito la sua posizione. Meraviglioso è stato ad ogni modo il suo ultimo momento di vita condiviso con sua sorella, una scelta creativa drammatica ma che purtroppo considero inevitabile per un personaggio che ha vissuto per troppo tempo nel limbo tra redenzione e condanna.

“Casa Jeller”. Nelle prime due stagioni della serie, Kurt & Jane mi erano apparsi come una potenziale OTP con tutte le carte in regola per affermarsi come una delle coppie migliori degli ultimi anni ma mi spiace ammettere che probabilmente il loro è uno di quei casi in cui la tensione che si accumula durante il percorso di “slow-burn” poteva e doveva protrarsi ancora un po’ perché la canonizzazione della relazione sembra aver danneggiato entrambi i personaggi. Spesso protagonisti di una storyline indipendente e quasi distaccata dalla trama generale, Jane e Kurt hanno perso secondo me in questa stagione parte del loro misterioso fascino, apparendomi piuttosto incolori e a tratti banali. Anche presi singolarmente, i personaggi mi sembrano mancanti di alcuni aspetti caratteristici della loro personalità e se Kurt si mostra quasi svuotato a volte della sua prontezza tattica e della sua brillante mentalità strategica, a Jane viene meno quello spessore psicologico che invece dimostra Roman, e anche la storyline riguardante sua figlia Avery è stata affrontata per quanto mi riguarda con particolare superficialità emotiva.

La mancanza di un vero “villain”.

Eliminando dunque a priori Roman dalla categoria, personalmente credo che la caratterizzazione di Hank Crawford e del suo piano dai tratti anarchici di dominio e controllo del mondo oltre ogni lealtà ad altri interessi politici e attraverso un esercito di mercenari fedeli solo a se stessi e alla causa, non sia stato all’altezza delle intricate e misteriose trame di potere che coinvolgevano le più alte cariche del governo statunitense che “Blindspot” ha portato in scena nelle prime due stagioni. I piani e le motivazioni di Crawford mi sono apparsi piuttosto ripetitivi e già abbondantemente visti nel panorama televisivo e se la portata della sua visione non mi è sembrata lungimirante e di spessore come quella di Sandstorm, credo che dal punto vista individuale della caratterizzazione il personaggio non abbia eguagliato lo spessore raggiunto da Shepherd che, con una sola comparsa, ha ridato ordine e fascino al rapporto tra Roman e Remi/Jane. Inevitabilmente scontato si è rivelato il coinvolgimento finale di sua figlia Blake, la cui utilità alla storia non poteva effettivamente ridursi a quella di mera leva utilizzata da Roman.

Il plot twist finale riservato a Tasha Zapata. E qui entro in uno spazio personale e anche piuttosto infuriato. Per quanto mi riguarda infatti, Zapata è stata una delle principali ragioni che mi hanno spinta a proseguire con entusiasmo questa terza stagione dello show, rivelandosi ai miei occhi come il personaggio più sfumato e tridimensionale del team FBI. Se Jane e Kurt infatti mi apparivano vagamente incolori, Reade è sempre piuttosto statico nella sua caratterizzazione e Patterson (il cui nome di battesimo è stato il mistero più interessante della stagione) è ancora indiscutibilmente la conferma più luminosa della serie, considero Tasha Zapata non solo il personaggio più costante al momento ma anche il più sfaccettato, in conflitto tra la dedizione a una missione in cui crede e la lealtà agli affetti personali. E dopo una stagione in cui Zapata è stata fondamentalmente un parafulmine per la sfortuna e per la solitudine, incompresa e allontanata quasi da tutti, non posso accettare l’improvvisa e inspiegabile decisione finale di stravolgerla e renderla bramosa di potere, rinnegando alcuni dei tratti più fondamentali della sua persona. Potrei anche provare a capire le motivazioni che sosterrebbero una tale scelta, essendo stata “delusa” e tradita in un certo senso dalle due agenzie alla base del governo statunitense ma la decisione è apparsa talmente improvvisa e ingiustificata da sfociare ampiamente nell’out of character di un personaggio la cui moralità, per quanto a volte sfumata, non ha mai davvero vacillato, sostenuta da una lealtà incrollabile ai valori e alle persone che ama. Il misterioso legame con Blake Crawford non è certamente recente e questo lo si capisce facilmente dalla “fiducia” che la ragazza ripone in Zapata ma la mania di grandezza e il cinismo da stratega criminale non sono assolutamente consoni al personaggio costruito in questi tre anni. L’unica spiegazione razionale che accetterei riguarda una missione sotto copertura a lungo termine ma al momento non sono portata a fidarmi eccessivamente delle decisioni creative della serie.

Ma per una serie di scelte che ho avvertito deludenti e deboli, ce n’è almeno una che il finale di “Blindspot” ha portato in scena negli ultimi minuti e che considero assolutamente geniale al livello della prima stagione e si tratta proprio del ritorno alle origini di Jane Doe e del “risveglio” totale di Remi, della sua spietata personalità e di quella missione che crede ancora di poter portare a termine. Rischiosa e coraggiosa, la scelta di ribaltare in questo modo il personaggio principale della serie ha certamente più senso e coerenza del plot twist riservato a Zapata e per quanto preveda un percorso lungo e complicato per riportare indietro Jane, non posso negare che il conflitto psicologico che si preannuncia nel personaggio mi intrighi particolarmente.

Nella speranza dunque che la quarta stagione di “Blindspot” si riveli, almeno per me, quella della rinascita e non della condanna, cerco di rimanere fiduciosa e aspetto pazientemente il prossimo autunno. E riportare regular nello show un personaggio magistrale come quello di Nas Kamal potrebbe essere per me un ottimo punto di partenza per risalire. Tanto per dire.

 

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2 comments

alan 24 Maggio 2018 at 18:05

Ciao
Mi sa che sono una delle balle di fieno rotolanti che condivide molte opinioni sullo show…
Diciamo che le idee di base ci sarebbero pure ma vengano poi sviluppate “alla viva il parroco”, per non usare metafore meno raffinate. Per questo pur apprezzando il colpo di scena finale non sono granché fiducioso per il futuro. Temo che il tema della prossima stagione sarà il riscoprire l’amore tra jane e Kurt e temo pure che il tutto durerà una/due puntate e che in mezzo dovremo sorbirci LE BOMBE…tante bombe nucleari che neanche la Corea sarebbe in grado di produrre e ovviamente disinnescate all’ultimo secondo.
Capitolo tasha…l’idea dell’agente sotto copertura se lo sono già giocato ma dunito che si preoccupino di essere ripetitivi per cui può essere, il fatto è che non reggersi una stagione di pesce lesso Reade che tenta di salvarla dal lato oscuro.
L’assenza di Roman comunque si sentirà.
Ps. Ci rendiamo conto che nell’ultima puntata non compare la figlia di jane? Ok che era antipatica come poche (il personaggio ma pure l’attrice) però da qui a non mostrarla proprio ce ne corre, per dire quanto gli stessi autori tenessero a quella storyline.
Ps2. Lunga vita a patterson e Rich.

Reply
WalkeRita 24 Maggio 2018 at 20:08

Tu sei la mia persona preferita oggi! E mi ricollego subito alla questione Avery perché secondo me l’hanno gestita davvero in maniera superficiale nonostante ci abbiano speso episodi su episodi sopra! Come puoi, dopo tutto ciò che è successo, ignorarla totalmente nel finale? E’ inaccettabile dai! E poi io sono drama queen, volevo una storia più intensa, travolgente, di quelle che ti straziano l’anima, volevo VEDERE E SENTIRE il rapporto tra Jane & Avery, visto che ci tenete tanto almeno rendetelo vivo questo legame! Se tirano fuori la storia della copertura per Tasha, per quanto ripetitiva, potrei starci alla grande anche perché come hai ben detto, non sarebbe la prima volta, ma ALMENO non rovinerebbero un personaggio così, per hobby! Non capisco perché Tasha sia puntualmente la vittima designata di queste decisioni! E per il plot twist di Jane, beh spero davvero che non lo rendano solo una questione di coppia perché TUTTI loro sono parte dell’identità di Jane, Patterson, Tasha, anche Reade, sono o dovrebbero essere una famiglia e mi aspetto che TUTTI siano coinvolti in questa storia perché un Casa Jeller 2.0 non sono sicura di poterlo sopportare! Patterson & Rich unica valvola di sfogo (anche se il broncio di Patterson nei confronti di Zapata è durato più del previsto per me).

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