Blinded by the light – Il Potere di un modello

Off Topic Cinema

In una domenica dal tempo incerto e dall’atmosfera surreale, in un periodo di timori e pensieri negativi, affidarsi al racconto di “Blinded by the light” è forse una delle decisioni migliori che si possano prendere per diradare almeno per due ore le nubi di una reclusione preventiva e l’oscurità di un futuro incerto e angosciante.

Scritto e diretto da Gurinder Chadha, una delle voci più particolari e riconoscibili del panorama cinematografico, e ispirato dalla vita vera del giornalista Sarfraz Manzoor, “Blinded by the light” (“Travolto dalla musica” nella versione italiana) è una parentesi di puro ottimismo, di speranza, di una realtà che non nasconde il suo aspetto peggiore e non finge che il mondo sia migliore di ciò che vediamo ma lascia uno spiraglio aperto affinché un sogno possa realizzarsi e un sognatore possa scrivere il proprio destino e fare la differenza anche ad occhi aperti.

La storia ci conduce per mano nella vita monotona, grigia e soffocata dalle tradizioni culturali del giovane Javed Kahn, britannico di origine pakistana “intrappolato” nelle consuetudini e nella mentalità retrograda di un padre conservatore e di una famiglia le cui difficoltà in fondo esulano sia il tempo che il background nazionalistico. Immerso nella seconda metà degli anni ’80 in Inghilterra, Javed è un sognatore in una realtà che sembra non avere spazio per la diversità, in una società sempre più cinica che deve far fronte a una crisi economica, alla paura di una guerra e ai pregiudizi di una fascia della popolazione radicalmente razzista. Javed non trova il suo posto in questa realtà, in casa la sua voce è sovrastata da quella del capo-famiglia, nel mondo esterno è soffocata dalla paura, quella altrui che teme ciò che è differente e la sua, consapevole di far parte di una minoranza che non avrebbe potuto tener testa ai soprusi della maggioranza nazionalista senza incorrere in ritorsioni violente e classiste. Per Javed la sola possibilità di navigare e sopravvivere nella grigia ripetitività della sua vita è lo spazio unico e personale che gli viene concesso dalla poesia e dalla musica, le sole realtà al di là di qualsiasi confine e oltre ogni barriera sociale in cui Javed può davvero sentire la sua voce e tutte quelle parole che gli urlano dentro e che è costretto a reprimere giorno dopo giorno.

Quando un incontro casuale e forse guidato dal destino lo conduce sulla strada della musica di Bruce Springsteen, Javed viene travolto dai testi del “Boss”, rapito da una vita così simile alla sua custodita nelle parole di una canzone, accecato da una guida che sembra possedere le risposte a tutte le sue domande, una voce che grida al mondo ciò che lui non riesce a esprimere. Javed diventa quello che Peyton Sawyer definirebbe una “lyric person”, una persona che cerca nelle parole il significato della sua stessa vita, che trova nel testo di una canzone l’unica forma di psicoanalisi di cui ha bisogno e che vede nel suo autore un’anima affine che parla e lenisce il suo spirito. E la vita di Javed diventa improvvisamente un videoclip musicale degli anni ’80 con le “lyrics” che scorrono sullo schermo e intorno al protagonista, i colori che diventano più brillanti e ricchi di speranza, numeri musicali improvvisati per la città e la strada che si apre di fronte che profuma di libertà e possibilità di cambiare il proprio futuro.

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Blinded by the light” è in fondo una storia di rinascita, di ottimismo, di sogni realizzati e di cambiamenti umani, è un film che racconta culture e disuguaglianze, crisi e pregiudizi sempreverdi, ed è soprattutto un film che celebra il potere della parola e della musica, della poesia e dell’arte, della libertà d’espressione e di scelta. Ma personalmente credo ci sia di più, io ho visto di più e ho ritrovato me stessa in un’altra riflessione che questa storia così luminosa ha generato, ossia il potere di un modello.

Nell’ultimo episodio di “The Bold Type”, Evan, il fratello maggiore di Jane, confida a Ryan di non aver confessato a sua sorella della separazione da sua moglie a causa del tradimento di quest’ultima per non rovinare l’idea di amore sano ed equilibrato che Jane aveva costruito sulla sua relazione, ammettendo il bisogno di Jane di avere dei modelli di vita a cui aggrapparsi per credere ancora nel lato migliore dell’umanità. Ed effettivamente, se pensiamo anche alla stima profonda che la giovane scrittrice nutre nei confronti di Jacqueline, possiamo riconoscere con evidenza quanto Jane cerchi spesso dei punti di riferimento, qualcuno che confermi almeno in parte il suo ottimismo, che le dia un motivo per credere che valga ancora la pena fidarsi e aspettarsi qualcosa di buono dalla vita. E quelle parole hanno in fondo anche confermato la ragione per cui Jane Sloan sia da sempre la mia personale proiezione in questa serie: lungi dall’essere persa nell’illusione di un mondo perfetto che prevede costantemente un happy ending adornato di buoni sentimenti e intenzioni onorevoli, sebbene la vita non sia un film di Gurinder Chadha, credo fermamente che, indipendentemente dall’età, ognuno di noi abbia bisogno di un modello, vicino o distante, che ci aiuti a capire meglio noi stessi e la realtà che siamo chiamati a vivere.

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Quando si parla di modelli, spesso si riduce il campo d’azione di queste figure all’infanzia o all’adolescenza, come se l’età adulta debba sancire la fine di questa fantasia e l’inizio di un’era più concreta e cinica dove l’immaginazione e la creatività non trovano più spazio. Il modello, la fonte d’ispirazione che scegliamo, non è un idolo, non è una realtà passiva che subiamo desiderando ciò che non abbiamo, non è un vicolo cieco in cui perdere la nostra personalità, è un punto d’incontro tra ciò che la loro voce esprime e condivide e ciò che la nostra ha bisogno di accogliere per trovare la strada giusta, per trovare una strada che sia effettivamente solo nostra. Non esiste un’età in cui non avremo più bisogno di un punto di riferimento che comunichi con noi a livello quasi spirituale, non esiste maturità a volte che possa compensare quella sensazione di incertezza che si respira in un’ordinarietà che si ripete e si riavvolge in loop, che possa colorare il grigiore di una routine e risanare le cicatrici lasciate da un momento difficile; tante volte proviamo sensazioni che non sappiamo o non vogliamo esprimere e che quindi ritroviamo nell’arte altrui, un’arte scaturita dalla passione e dal talento di qualcuno che neanche conosciamo ma che in quel momento ispira anche le nostre passioni e prova a mettere ordine nei nostri sogni, nelle aspettative, nel nostro modo di reagire a ciò che non possiamo controllare.

Il modo in cui Javed ascolta Bruce Springsteen, il modo in cui lo guarda in televisione o si lascia trasportare dalla sua musica e soprattutto dai messaggi che veicola attraverso le sue canzoni, è universale, è un atteggiamento che può formare un adolescente come un adulto, è una forma d’interpretazione di noi stessi che ci aiuta a conoscerci meglio, che ci permette di continuare a sviluppare quel continuo “work in progress” che è la nostra persona. Questi modelli sono lezioni costanti, che possiamo amare o respingere, ammirare o criticare, ma che viviamo nella speranza di trovare quel singolo insegnamento, no, quel singolo consiglio che finalmente ci suggerisca ciò che avevamo bisogno di sentirci dire.

“There are lyric people and music people. You know, the lyrics people tend to be analytical. You know, all about the meaning of the song. They’re the ones you see with the CD insert out like 5 minutes after buying it, pouring over the lyrics, interpreting the hell out of everything. Sometimes things find you when you need them to find you, I believe that. And for me its usually song lyrics.” – Peyton Sawyer

I modelli, coloro che ci ispirano, che hanno colorato la nostra vita e aperto i nostri orizzonti, non devono dettare le nostre vite o plasmare le nostre personalità e non intendono farlo, non siamo loro copie né vogliamo esserlo, sono mani che tendono verso di noi quando dobbiamo rimetterci in piedi, sono voci che ci invitano a un tavolo per esprimere il nostro pensiero, sono anime generose che costruiscono un ponte che noi scegliamo di attraversare perché in esso ritroviamo il percorso che più si confà al traguardo che intendiamo raggiungere. Springsteen per Javed è un sogno, un sogno che lo aiuta a vivere, che gli dà coraggio e uno scopo nella vita. Ma quando Javed si sveglia, quando ascolta e vede Springsteen al di là dell’illusione, quando non è più “accecato dalla sua luce”, la sua reazione è ancora più speciale perché si rapporta a lui con occhi aperti e vede quanto Springsteen non sia un maestro o un messia ma un amico lontano, che non sempre avrà ragione e con cui non sempre saremo d’accordo ma che a modo suo ci viene incontro, ci raggiunge a metà strada e ci offre la possibilità di capire e di scegliere.

“Write your stories but don’t forget ours”

Superata l’inevitabile fase dell’emulazione, Javed capisce che non vuole essere Springsteen ma vuole creare per sé la vita che lui racconta, impara a interpretare le sue canzoni e non soltanto ad ascoltarle e seguirle ciecamente come dettami inconfutabili, si allontana quanto basta per ritrovare poi la strada di casa e scegliere di percorrerla nel modo più giusto per lui senza mai smarrirla del tutto.

“My inspiration is all around and within me” – Tobin Heath

I modelli che scegliamo per arricchire la nostra vita non sono divinità infallibili, non sono persone sconosciute a cui affidiamo irrazionalmente la nostra lealtà incrollabile, sono portatori di una voce affine che ci aiuta a definirci, sono espressioni di arte che sicuramente occupano un posto privilegiato nella nostra quotidianità ma che sono lì più per noi che per loro, perché siamo noi che cerchiamo e troviamo, attraverso loro, l’ispirazione e la grandezza racchiuse in ognuno di noi. Esiste un’importante differenza tra essere fan e avere un modello: quando siamo fan, siamo spesso “accecati” dalla luce di una celebrità, dalle sue capacità, dal suo modo di esprimere il proprio talento, è un fuoco irrazionale che però a volte si spegne esattamente così com’è nato; ma quando abbiamo un modello, il legame con quella voce particolare assume sembianze diverse, più profonde, più personali, anche più rischiose perché in quel momento inizi a concedere una parte di te e inizi anche a costruirci intorno un’evoluzione, ma diventa anche un legame più razionale alla fine perché non è di quella voce che inizi a fidarti per davvero ma della tua.

Blinded by the light” è un film in grado di dissipare le paure e trasmetterti sensazioni positive, in pochi sanno mixare le culture come Chadha, celebrando l’indipendenza e la particolarità di ognuna ma senza barriere, lasciando che l’una confluisca nelle altre, senza perdersi ma anche senza aver paura di accogliere e accettare ciò che non conosce. Fondamentali tanto quanto Springsteen, sono stati nella vita di Javed le figure di Roops e Miss Clay (interpretata dalla sempre immensa Hayley Atwell), il primo non solo per la condivisione della saggezza del “Boss” ma soprattutto per la comunione di interessi e pensieri che permette a Javed di sentirsi davvero parte di qualcosa (anche più del legame con Matt), e la seconda perché ascolta la voce di Javed prima di chiunque altro e ne riconosce la straordinaria unicità.

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Dopo “Bend it like Beckham”, Gurinder Chadha ha riportato sul grande schermo con “Blinded by the light” una storia divertente e umana dalle sfumature luminose e dalla cultura universale, che supera le differenze e usa un elemento narrativo particolare (il calcio nel primo film e la musica in questo) per raccontare una storia che parla un po’ a tutti noi.

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