Wicked City | Recensione 1×03 – Should I Stay or Should I Go

Apro la recensione buttandovela lì così, senza giri di parole: a me, questo terzo episodio di Wicked City è piaciuto, e pure tanto! Per la prima volta da quando questa serie è iniziata riesco finalmente a sbilanciarmi da una parte piuttosto che dall’altra, e sono davvero felice di essere finalmente caduta dal lato del “mi piace”. Se poi si tratti solo di un caso isolato, se sia stato un episodio particolarmente riuscito o che, solo il tempo potrà rivelarcelo, per ora accontentiamoci di questa piccola vittoria!

Should I Stay Or Should I Go, si apre con la risposta ad alcuni degli interrogativi che ci ponevamo alla fine della recensione di settimana scorsa: nel corso dei primi minuti scopriamo infatti che il cadavere ritrovato da Roth nel magazzino abbandonato, è quello di tale Vera Bennett, così come ci godiamo la reazione a caldo di Betty che è esattamente quella che avevo immaginato io, dettagli che invece di sbattere Kent al muro, se lo sia sbattuto nel bosco. Da qui sono partite le due storyline principali dell’episodio, ovvero da una parte lo strano team composto da Roth, Contreras, Karen e Diver che indaga, dall’altra Betty che tenta di accettare la verità su Kent in un processo che in realtà è di accettazione di se stessa.

Come ha detto Vicky, la storia del Fantasma dell’Opera è terribilmente romantica nonostante i suoi risvolti macabri ed è esattamente così che descriverei anche ciò che sta nascendo fra Kent e Betty. Abbiamo avuto molte rivelazioni nel corso di questi quaranta minuti, la prima delle quali è che c’è stata un’altra Betty nella vita di Kent, Vera Bennett per l’appunto. Vera l’ha accolto quando sua madre è morta e lui crescendo ha evidentemente sviluppato una sorta di attrazione morbosa per lei, attrazione che a un certo punto della sua esistenza l’ha portato a compiere il suo primo omicidio, ricalcando esattamente quello di Christine da parte del Fantasma di Leroux. Ho trovato incredibilmente affascinante la maniera nella quale è stato usato il libro per dare un senso a tutto quanto, Kent riesce a impersonificarsi perfettamente nel Fantasma perché come lui porta una maschera, come lui ha deciso di togliersi tale maschera solo con una persona dalla quale si sente stranamente compreso e, come il Fantasma, è disposto a tutto pur di tenere questa persona al suo fianco, perfino al gesto più estremo.

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When a woman has seen me, as you have, she belongs to me. She loves me forever.

Betty dal canto suo – dopo essersi giustamente sbattuta Ed Westwick nel bosco, first things first – inizia ad avere i suoi dubbi riguardo a Kent e decide di tagliare temporaneamente i ponti con lui. Mi è piaciuto molto il modo in cui hanno caratterizzato il personaggio della Christensen in questo frangente: lei rifiuta Kent – o quantomeno pondera di rifiutare Kent – ma in realtà ciò che sta tentando di rifiutare, è la consapevolezza che sta nascendo in lei, il fatto che stia iniziando a capire che lei e Kent si sono trovati perché affini. Quindi il suo travaglio interiore scaturisce più dalla paura di ciò che potrebbe trovare all’interno della propria anima se si permettesse di guardarla, piuttosto che dal timore di ciò che Kent potrebbe eventualmente fare a lei e alla sua famiglia. Ha paura di Kent perché ha paura di se stessa. Vuole allontanare Kent perché spera che così facendo, il lato più oscuro di lei rimarrà represso e nascosto. È così, se non fosse così l’avrebbe denunciato, se non fosse così avrebbe bruciato il libro che lui le ha portato – invece di divorarlo, di segnarsi i passaggi più importanti, invece di diventare Christine. La sua trasformazione in Christine e l’accettazione di se stessa sono stati due processi unici che ci hanno portato finalmente a vedere la vera Betty, a darle un senso.

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Adesso non aspetto altro che venga fatta più luce sulla storia di Vera e Kent, Vera che l’ha introdotto alla letteratura e al Fantasma dell’Opera che gli ha fatto in un certo senso da “mentore”. Vera che gli ha insegnato a escape the pain through books. Vera che era la proprietaria originale del libro che ora lui ha passato a Betty, come fosse una sorta di testimone o di rito di iniziazione.
È stato interessante anche scoprire che Kent Grainger non è il vero nome del nostro anti eroe, che invece si chiama Cooper. A questo punto, dopo che Roth ha scoperto il vero nome di Kent e l’identità di suo nonno e di sua madre, cade un po’ la mia teoria del “fra Kent e il detective c’è qualche conto in sospeso”, visto che nessuno dei nomi presi in causa ha fatto suonare campanelli d’allarme nella testa di Roth. Peccato, poteva essere un buono spunto per qualche colpo di scena scintillante.

Parliamo ora proprio di Roth. In questo episodio abbiamo visto come il detective non sia assolutamente in grado di dividere la vita privata da quella lavorativa, e di come i suoi casi abbiano la precedenza su tutto il resto, checché lui ne dica. Sarò sincera, a un certo punto ho iniziato a pensare che Vicky si sarebbe messa in guai seri e che la sua piccola gita con gli amici si sarebbe risolta in lei che si imbatteva in Kent, ma questo sarebbe stato davvero troppo banale e scontato, sono contenta che gli autori non abbiano preso quella direzione e che lei sia tornata a casa sana e salva. Stavolta, quantomeno. Non escluderei una svolta in questo senso in futuro, del resto non è estraneo alla psicologia del serial killer prendere di mira persone vicine ai suoi inseguitori, giusto per dimostrare che ha il controllo ed è superiore.

10302Ed è proprio per dimostrare questo controllo, che Kent fa di tutto per mettere Karen sulle sue tracce, dandole indizi importanti e lasciando sulla sua strada bricioline di pane sotto forma di teste umane – povera Mallory – come dono a Roth. Karen è tornata a essere una reporter d’assalto, cinque minuti prima voleva prendere tutte le sue cose e scappare il più lontano possibile – un applauso a Roth che glielo fa notare – e ora invece è risoluta a scrivere la storia della vita. Diciamo però che il suo personaggio si sta risollevando un pochino, ha deciso quale strada intraprendere e sta giocando da entrambe le parti – accettando gli indizi di Kent e collaborando con Roth – consapevole di ciò che fa, e consapevole anche del fatto che probabilmente Kent non l’ha ancora depennata dalla lista delle sue future vittime. Anche lei in un certo senso è uno spirito affine a Kent – e forse proprio per questo Kent non sembra intenzionato a mollare la presa su di lei – perché, come fanno notare Roth e Contreras, lei è assetata di fama tanto quanto Kent, ed ecco che decidono di usarsi a vicenda per ottenere questa fama. Diver invece, in tutto questo rimane inutile quanto i suoi scatti da paparazzo senza arte né parte, immagino non si possa avere tutto dalla vita.

Vorrei anche sottolineare l’evoluzione del rapporto fra Roth e Contreras: continuano a non sopportarsi, ma se all’inizio si sarebbero volentieri fatti le scarpe a vicenda senza esitazione, ora sono più inclini a… non dico fidarsi l’uno dell’altro, ma quantomeno collaborare. Contreras ha avuto l’occasione di fare casino e rubargli il caso, ma non l’ha fatto. Roth dal canto suo ha avuto quella di estrometterlo dal caso, e ha deciso di non farlo. Sono una strana accoppiata, ma sono convinta che proprio per queste loro differenze così marcate arriveranno alla fine disposti a dare la vita uno per l’altro, nel momento in cui riusciranno a comprendersi a vicenda. O forse sono solo uno spirito troppo romantico?

Infine parliamo nuovamente di musica, perché la colonna sonora portante dell’episodio è la canzone che gli ha dato anche il titolo – ovvero Should I Stay Or Should I Go – canzone che descrive alla perfezione i travagli interiori di Betty divisa fra ciò che sa essere giusto e ciò che invece cova nel profondo dell’anima. Quelli di Roth, diviso fra l’amore per la sua famiglia e una incapacità patologica a considerare il proprio lavoro solo “lavoro”. Quelli di Kent, che è sicuro di aver fatto la scelta giusta, di aver letto correttamente l’animo di Betty, ma che si trova all’improvviso respinto da lei, senza capirne il motivo e – soprattutto – senza essere in grado di accettarlo.

Eccovi anche la lista completa dei brani usati in questi quaranta minuti:

  • Nausea – X
  • Lunatic Fringe – Red Riner
  • Just What I Needed – The Cars
  • Should I Stay Or Should I Go – KT Tunstall

Anche oggi siamo rimasti con tantissimi interrogativi in sospeso: chi era Cooper prima di diventare Kent Grainger? Cosa è successo esattamente fra lui e Vera? Chi è Jimmy per Betty, quanta influenza ha nella sua vita? Le strade di Jim e Kent si incroceranno? (Risposta breve: ovviamente sì). Questa mania che ha Kent di lasciare indizi a ogni angolo della strada, lo porterà a incastrarsi da solo? Vicky finirà a far parte della tela di Kent?

Chiudo lasciandovi con il promo del prossimo episodio!

-Elsa

1 commento su “Wicked City | Recensione 1×03 – Should I Stay or Should I Go”

  1. Ho recuperato ora episodi e recensioni precedenti e ho vissuto meno nel dubbio, cioè mi è sembrato un inizio lento ma ora sono pienamente coinvolta! Concordo con te sul fatto che il personaggio della Farmiga non sia del tutto convincente, un po’ troppo stereotipata e un tantino indecisa (mentre l’amico suo è inutile proprio.)
    Ed Westwick fenomenale e assolutamente calato nella parte in ogni gesto ed espressione; non vedo l’ora di scoprire le “origini del male” e la sua storia con la bibliotecaria.
    Betty, o meglio Christine, fino ad ora è il personaggio che preferisco: vedere il suo cambiamento e seguirla nella scoperta di se stessa in funzione anche della sua relazione con Kent è la parte che più mi ha interessato!

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