Vintage Addicted | Previously on… Twin Peaks

Quando Showtime ha annunciato di essersi accordata con David Lynch e Mark Frost per produrre un reboot della famosa serie cult degli anni ’90 Twin Peaks, famosa per essere stata una specie di spartiacque nella serialità di quegli anni, nonché per aver, usando l’espressione di Sam, bloccato la crescita a un’intera generazione, sono ovviamente saltata sulla sedia per la felicità. Quell’ultima immagine di Cooper dal volto sfregiato, dopo essersi visto riflesso allo specchio con l’aspetto di BOB, mi tormenta ancora (come l’idea di BOB in generale d’altronde), non ho concluso la visione della serie durante la sua prima uscita, ma diversi anni dopo, ero più grande (ma a quanto pare non meno impressionabile, visto che ci sono punti di questa trama che mi ossessionano tutt’oggi) ma credo comunque che sia stato in quell’occasione che ho scoperto il vero, lacerante significato di cliffhanger.
Per anni, e nondimeno ora che siamo così vicini alla messa in onda di questa mini-serie evento annunciata in 18 episodi, ogni tanto la mia mente è tornata a quel momento e tuttora mi chiedo: che ne è stato del personaggio dell’agente Cooper?

In attesa di vedere (forse) la risposta a questa e altre domande, ho pensato che forse un ripassino di questa trama contorta fosse d’obbligo prima di reimmergerci nel visionario universo lynchiano, così mi sono temporaneamente appropriata del format dei “Previously On…” di MooNRiSinG per fare di nuovo un salto in questa misteriosa cittadina dello stato di Washington… solo per rendermi conto, a scrittura già avviata, che senza un opportuno rewatch questo recap rischia di essere lacunoso non per volontà, ma per incapacità della mia memoria un tempo super-elastica di ricollegare efficacemente tutti i tasselli.
Ok, io ci provo lo stesso e vediamo se riusciamo a cavare qualche ragno dal buco:

La storia si apre, come ogni buon mistery, con un omicidio: il corpo della classica ragazza popolare/reginetta del ballo/amata da tutti ecc. ecc. viene ritrovato dal povero Pete Martell (un personaggio che ricordo unicamente per il fatto che mi ha suscitato pena per l’intera durata dello show, senza eccezioni) nudo e avvolto nella plastica, perché a noi piacciono i dettagli scabrosi.
Per indagare sull’omicidio, dai contorni molto simili a quello di un’altra ragazza su cui l’FBI aveva indagato tempo addietro, arriva in città l’agente speciale Dale Cooper, uno che si emoziona con letteralmente tutto, ha un’amica immaginaria a cui lascia costantemente messaggi registrati e ha metodi investigativi che all’inizio ti fanno pensare “ma ci fa o ci è?”. Cooper si affiancherà quindi allo sceriffo Truman e all’intera squadra di polizia di Twin Peaks, formata da tizi più o meno improbabili, per risolvere il caso della morte di Laura Palmer, ragazza che nel corso delle indagini si rivelerà meno perfettina e più drogata e ninfomane di quanto tutti credessero.

Nella cittadina l’ambiente è molto provinciale, tutti conoscono tutti, la morte di Laura dà vita a scene di disperazione più o meno plateali a seconda di a chi chiedete, culminanti nella scena del padre Leland che si getta sulla bara della figlia e fa su e giù su quella mentre il pubblico a casa scopriva accidentalmente il significato dell’espressione “umorismo involontario”. I genitori di Laura sono un perfetto esempio di Dio li fa e poi li accoppia, interpretati da Ray Wise e Grace Zabriskie, alias i due attori più inquietanti sulla faccia della Terra: lui fondamentalmente piangerà per gran parte della prima stagione, finché un giorno non si sveglierà coi capelli grigi e una gran voglia di cantare tutto il tempo; lei passerà alla storia come la migliore urlatrice del circondario.

Ma il contorno di personaggi non finisce qui, perché a noi piace unire il mistero al gossip e quindi tutta la questione di Laura Palmer è affiancata alla dose di soap che ci regala intrecci di coppia tipo Bobby Briggs, ex-ragazzo ufficiale di Laura, che in realtà se la fa con Shelly Johnson, sposata con il violento Leo che potrebbe o non potrebbe essere coinvolto con l’omicidio visto che, tra le altre cose, mette a lavare una camicia insanguinata e, attenzione, SPARA A UN UCCELLO PARLANTE CHE AVREBBE POTUTO RIVELARE TUTTO ALLA POLIZIA… e poi è un gran cattivone quindi oh, beneficio del dubbio fino a un certo punto.
Da parte sua Laura non era proprio l’esempio della vittima con il fidanzato che la cornifica a giorni alterni, visto che pure lei si scopre che c’aveva il suo ben daffare con James Hurley, uno che vogliono farci passare come il motociclista bello e tenebroso, ma che in realtà andava in giro con la collanina a mezzo cuore che si era scambiato con lei (awww, cute). Collanina che, tra l’altro, potrebbe metterlo nei casini perché tra le cose di Laura è stata ovviamente trovata l’altra metà del cuore e quindi tutti si mettono a cercare questo fantomatico amante segreto (di cui solo la migliore amica di Laura, Donna, era al corrente).
Donna aiuta quindi James a seppellire la catenina, ma è tutta una scusa per andare nel bosco a limonarsi l’amante dell’amica morta, perché non c’è cosa più socialmente accettata del chiodo batte chiodo con il/la migliore amico/a: i due daranno così inizio alla storyline romantica più estenuante e noiosa del creato, di cui, per farvi capire quanto mi importava, ricordo solo stralci random tipo varie fasi di gelosia quando arriva in città la cugina gemella di Laura (perché d’altronde Sheryl Lee era sotto contratto e di fare solo il cadavere non è che le andava tanto) e i tre si mettono a indagare insieme e, sempre vagamente, un certo punto nella seconda stagione in cui lui, per qualche motivo, salta in moto e “va a comprare le sigarette”… si ritiene che la disperazione conseguente all’abbandono sia quello che ha portato Lara Flynn Boyle ad accettare il ruolo nel sequel di Man in Black.
E in tutto questo non dimentichiamoci di Audrey Horne, che è praticamente la versione precedente, meno bionda e meno newyorkese di Jen Lindley: sveglia e precoce e quindi inizialmente mal vista da tutto il pubblico femminile, solo per essere poi rivalutata dallo stesso in età più adulta. Audrey si invaghisce in tempo zero di Cooper e ci prova pure platealmente, ma lui è un signore e la rifiuta in quanto minorenne, ma ci tiene a non farla sentire umiliata per questo: ce ne fossero oggi di uomini così! Audrey però non desiste dall’idea di aiutarlo nelle indagini, che la porteranno tra le altre cose al casinò/bordello in cui Laura lavorava in segreto insieme a Ronette Pulaski (altra ragazza invischiata con la morte di Laura e ritrovata mezza nuda e in stato confusionale solo poche ore dopo il ritrovamento del cadavere dell’altra). Peccato che il posto sia frequentato anche dal padre di Audrey, cosa che porta a una delle scene più disturbanti dell’intera serie. E a proposito di Ben Horne, ricordo che è stato a lungo il riccone spaccone col sigaro in bocca, poi per un periodo andrà in crisi mistica e passerà qualche puntata a giocare coi soldatini… oh, non l’ho scritta io la trama, prendetevela con loro!

Il pezzo forte dell’intero show sono però le visioni di Cooper e gli indizi metafisici disseminati qua e là nella trama: diciamo che se non avete mai visto la famosa immagine con il Nano e la stanza con le tende rosse non avete mai visto Twin Peaks… e la vostra sanità mentale è ancora tutta d’un pezzo. La scena in questione fa parte di un sogno di Cooper in cui compaiono anche la stessa Laura, che come il Nano parla tipo al rovescio, mentre Cooper appare molto più vecchio (foreshadowing?).
Le visioni e gli indovinelli continueranno a costituire la base per il dispiegarsi del mistero di Laura, tra frasi enigmatiche e gufi (un sacco di gufi), personaggi di dubbia credibilità come la Signora Ceppo o lo psicologo di Laura, il Dottor Jacoby (quello con gli occhiali bicolore indossati anche da Walter Bishop in una puntata di Fringe, in cui il personaggio nomina proprio Jacoby, per il mio piacere di fangirl… *fine parentesi SuperQuark*).

  

Tra le apparizioni più significative forse quella del Gigante nella premiere della seconda stagione (la prima è decisamente più contorta riguardo gli avvenimenti e i rapporti tra personaggi, ma tranquilli, sono pure meno episodi da recuperare), che dà a Cooper, steso a terra dopo che qualcuno gli ha sparato e nessuno nell’intero albergo sembra fregarsene, tre indizi che si riveleranno decisivi per la risoluzione del caso… Risoluzione che arriva in un episodio storico, ma mal piazzato all’interno della serie, per ammissione di praticamente tutti: il network voleva che venisse rivelato il nome dell’assassino, mentre Lynch era sicuro che la suspance avrebbe tenuto il pubblico a bada ancora per un bel po’. Diciamo che se mai dovessero venirvi dubbi sulla tempistica di una rivelazione così epocale, sui dilemmi etici che tormentano il genere umano o anche solo su quanti minuti di cottura occorrono per un perfetto uovo sodo, NON FIDATEVI DEL PARERE DELLA ABC!!!

Fatto sta che, come si poteva facilmente immaginare, l’interesse del mondo per i drammi di Twin Peaks ha cominciato a scemare dopo questo seppur riuscito colpo di scena, e il fatto che una grossa parte del minutaggio del resto della stagione sia stato dedicato a James e Donna non aiuta. L’entrata in scena di Windom Earle, ex-mentore di Cooper nonché ex-marito del grande amore di Cooper nonché assassino di detto grande amore nonché, e anzi soprattutto, pazzo scatenato, avrebbe potuto in realtà reggere abbastanza la baracca se inserito in un contesto migliore e meno raffazzonato: Earle è chiaramente fuori di brocca e pone a Cooper indovinelli macabri che includono una partita a scacchi con pezzi infilati in bocca a cadaveri o cadaveri infilati dentro pezzi… does it even make sense?

 

Insomma, c’è un folle a piede libero e proprio nel bel mezzo di questa guerra manco troppo fredda arriva in città la sorellina di Norma Jennings (non l’ho nominata? Vabbè, è in pratica la proprietaria del DoubleR, diner dove lavora pure Shelley e dove servono la torta di ciliegie che manda in eccessiva estasi Cooper; ha pure lei una relazione extra-coniugale, perché se non ce l’hai in questa cittadina non sei nessuno e fondamentalmente l’unica fonte di interesse per questo poligono amoroso è che il marito di lei è un ex-galeotto e la moglie dell’amante è una tizia con la benda sull’occhio ossessionata dai binari delle tende che fanno rumore). La giovane, Annie Blackburn, prima faceva la suora e nel tempo libero tentava il suicidio affettandosi i polsi. Appena conosce Cooper i due fanno subito click, con lui che costruisce questa relazione in maniera sana sul ricordo della sua precedente amante perduta.
Come ci si può aspettare a questo punto, il cattivo di turno sfrutta la “debolezza” del rivale, rapisce Annie e la porta nella Loggia Nera, che sarebbe questo luogo ultraterreno di cui abbiamo sentito parlare per tutto il tempo e abitato da demoni, il mio incubo BOB incluso.

Quello che accade nella Loggia, che poi è il posto con la stanza dalle tende rosse, è tuttora un po’ confuso per me, nonostante abbia avuto modo di rivedere quella puntata anche in seguito: ci sono un po’ di doppelgänger, Laura Palmer che urla in maniera innaturale, Ray Wise che fa quello che gli riesce meglio (ovvero inquietarmi), ancora il Nano e il Gigante, Cooper che non sa resistere a un caffè nonostante la mamma dovrebbe avergli insegnato che non si accettano cose dagli sconosciuti e che, a detta di molti (qualcuno ha tirato in ballo il mito di Proserpina, io ero troppo giovane per arrivarci da sola quando ho visto l’episodio la prima volta, ma in effetti ci sta), è ciò che ha segnato la sua fine.
Si vede lontano un miglio che per questo finale di stagione (e, finora, di serie) era tornato in carrozza Lynch in persona, che ha tirato fuori le sue migliori trovate intreccia-meningi per una serie di colpi di scena finali che comunque, purtroppo, non sono riusciti a salvare lo show dalla sospensione.

Tutto chiaro, no?

… Se anche voi come me siete arrivati a fine lettura più confusi di quando avete iniziato, forse ‘sto rewatch dettagliato in vista del 21 maggio s’ha da fare. D’altronde abbiamo ben due mesi a disposizione, il tempo non manca.

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