Veronica Mars | Capitoli 8 & 9

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CAPITOLO OTTO

Veronica arrivò al campus di Stanford nel primo pomeriggio del giorno seguente. Il cielo era privo di nuvole, il blu in perfetto contrasto con il rosso scuro del tetto. I ragazzi del college sfrecciavano in bici oppure passeggiavano in piccoli gruppi. Alcuni sedevano su tovaglie da picnic con libri sparsi tutto intorno a loro, approfittando del tempo primaverile. L’aria profumava di erba e terra, e lei riusciva a sentire in lontananza il rumore dell’attrezzatura da giardinaggio mentre gli addetti facevano i loro giri. Era surreale essere tornata lì – aveva subito imboccato i vecchi percorsi, prendendo le stradine familiari dell’edificio Mission Revival che per un po’ era stato casa sua. Era come se si fosse assentata per una lunga vacanza estiva e ora fosse ritornata nel corpo di una nuova e più giovane studentessa.
Si guardò intorno, scrutando la folla nella speranza di intravedere i capelli biondo rossicci di Chad Cohan. Non lo aveva chiamato per fissare un appuntamento; voleva coglierlo di sorpresa. Se era davvero il maniaco del controllo geloso che le avevano descritto le amiche di Hayley, voleva scoprire il più possibile su di lui prima che avesse la possibilità di alzare la guardia.
Veronica e Mac erano state in piedi fino alle due del mattino la notte precedente, cercando di mettere insieme tutto ciò che potevano su di lui – le sue lezioni, i suoi voti, le attività extracurriculari. Tutto ciò che potesse aiutarle a farsi un’idea di che tipo fosse. Quello che avevano messo insieme era il profilo di uno studente dalla media alta, un ragazzo intelligente e talentuoso pieno di appoggi – stando al suo file, sua madre era la CEO di una compagnia di abbigliamento di Seattle – e una guida molto orgogliosa e concentrata. Era l’attaccante di punta del team di lacrosse. I suoi voti rientravano fra i migliori cinque della sua classe. Aveva appena dichiarato di volersi specializzare in scienze politiche, e aveva fatto domanda per uno stage a Washington, D.C.
E il caso aveva voluto che stesse seguendo un seminario di psicologia sociale con il Dr. Will Hague, il vecchio tutor accademico di Veronica.
L’ufficio di Hague si trovava nella Jordan Hall, un grosso edificio di arenaria nel quartiere principale. Provò un’altra ondata di nostalgia mentre passava attraverso le doppie porte e inalava il familiare odore di polvere. Aveva passato così tanto tempo in questo edificio prima di laurearsi. Oltre a prepararsi per legge aveva gravitato per un po’ intorno a psicologia – era confortante spulciare numeri di studi clinici e analizzare dati. Era un modo per risolvere enigmi senza riempirsi di casini e drammi.
L’ufficio di Hague si trovava al secondo piano. Era lo stesso di sempre – copie di articoli scolastici erano appesi alla bacheca all’esterno, insieme a un guazzabuglio di strisce di fumetti del New Yorker, cartoline artistiche, e una foglia di acero, larga e che pendeva da una puntina. La porta era chiusa e non usciva nessuna luce da sotto. Hague aveva però la nota abitudine di nascondersi dagli studenti durante gli orari di ufficio. Bussò lievemente alla porta.
Le rispose il silenzio. Stette lì incerta, in attesa. Poi vide un’ombra muoversi al di sotto della porta. Un sorriso consapevole si fece strada sulle sue labbra.
Beccato.
“Dr. Hague?” chiamò gentilmente. “Sono Veronica Mars, una sua vecchia studentessa. Mi stavo chiedendo se potessi parlarle.”
Per un lungo momento non successe nulla. Iniziò a chiedersi se non si fosse sbagliata. Magari lui nemmeno si ricordava di lei. Il pensiero le causò un sorprendente magone.
Poi la porta si aprì verso l’interno e il Dr. Hague comparve sulla soglia.
La prima cosa che chiunque avrebbe notato in Will Hague era la sua altezza, due metri buoni. Era spilungone e magro, formato da una serie di angoli sporgenti ricoperti di tweed, una sorta di spaventapasseri accademico. Un pizzetto fin troppo lungo sporgeva dal suo mento, nel quale si poteva intravedere del grigio fare capolino attraverso il rosso. Un’espressione sorpresa e compiaciuta si fece largo sul suo volto non appena la vide.
“Bene, bene,” disse. “Veronica Mars.”
“Salve, Dr. Hague.” Gli sorrise. Il suo viso era più o meno all’altezza dell’ascella di lui. “Scusi per essermi presentata all’improvviso. Come sta?”
Lui guardò l’orologio e fece una smorfia. “Starei meglio se non avessi il consiglio di facoltà questo pomeriggio. Se mi tocca stare un’altra ora seduto ad ascoltare Hobbes parlare del budget…”
Veronica rise. Nel tempo che aveva passato come sua assistente di ricerca e occasionale aiuto amministrativo, aveva aiutato il Dr. Hague a svincolare da più riunioni di quelle a cui partecipava. “Dica loro che ha avuto un’intossicazione alimentare. O… ha provato con la congiuntivite?”
“Magari, Zhang ha minacciato di mandare la sicurezza nel mio ufficio con le manette la prossima volta.” Si sistemò gli occhiali sul naso con un dito. “Ma ho un paio di minuti prima di dovermi trascinare lì. Entra pure.” Andò dietro la propria scrivania e aprì le persiane, permettendo così alla luce del sole di riempire il piccolo ufficio. Pesanti libri affollavano gli scaffali che arrivavano fino al soffitto. Un poster di Rothko azzurro e oro era appeso alla parete, la sua Schwinn vecchia di trent’anni parcheggiata sotto. Sulla scrivania c’era un piccolo rotolo di filo blu scuro. Hague era un filatore compulsivo, a volte faceva a maglia anche durante una riunione. Diceva che lo aiutava a pensare, e forse era davvero così – era uno dei migliori psicologi nel suo campo. Tutto quello che Veronica sapeva per certo era che era terribile a fare a maglia, la prova stava nei suoi maglioni deformi e sciarpe increspate che indossava ogni giorno.
Si sedette sulla sedia, dondolandosi per un po’. “Allora, cosa ti porta nella nostra amata scuola, Veronica? L’ultima cosa che ho saputo era che stavi a New York. Devi aver finito con la scuola di legge ora, vero?”
“Mmm, sì. Ho finito.” si sedette davanti a lui.
“Quindi, com’è la vita di un avvocato di successo?” la sua voce si abbassò. “O sei a Quantico ora? Ho sempre sospettato che finissi all’ABI, specialmente dopo il lavoro che hai fatto con me sui rischi dell’avversione in personalità asociali. Hai proprio il tipo di testa di cui hanno bisogno.”
Veronica sorrise debolmente. “Be’… Sto ancora lavorando con personalità asociali.” Si schiarì la gola. “A dire il vero ora sto lavorando come investigatrice privata. A Neptune.”
La sorpresa sulla faccia del Dr. Hague si fece notare prima di fermarsi in un sorriso confuso. Veronica trattenne un sospiro. Perché ogni uomo della sua vita doveva guardarla come se fosse una personale delusione?
“Un’investigatrice… be’, è interessante.” Si tolse gli occhiali e li pulì con la maglietta. Poteva quasi sentire le rotelle che gli giravano in testa. Il background di Hague era sul comportamenti deviante e psicopatologia. Buttare via 150.000$ di educazione per poter rintracciare padri distrutti, quelli che non si presentano in tribunale, e donnaioli? Non si potrebbe trovare un comportamento più deviante di questi.
“Molto interessante,” disse ancora, rimettendosi gli occhiali. “Ti… ti piace, quindi?”
“In realtà sono qui per lavoro, Dr. Hague. E speravo di poterle fare qualche domanda su uno dei suoi studenti. Chad Cohan?” Veronica gli mostrò una foto che ha trovato in internet.
Lui la guardò. “Chad Cohan? È nella mia classe di psicosociologia del martedì e del giovedì. Il giocatore di lacrosse, giusto? È quello che ha saltato metà delle lezioni per le partite in trasferta. Apparentemente è un gran giocatore.”
“Deduco che non sia impressionato da lui?”
“Oh, è intelligente abbastanza. Fa un buon lavoro quando è a lezione – ha appena consegnato un tema molto forte sulla cognizione sociale.”
“Ma?” lo incitò Veronica.
Lui esitò. “Di cosa si tratta, Veronica? Cosa pensi che abbia fatto?”
Si fermò per un momento, misurando le parole da usare.
“Preferirei non dirlo, Dr. Hague. Non voglio influenzare i suoi giudizi.”
Il viso del professore si illuminò in un ghigno. “Forse stai facendo il lavoro giusto dopo tutto.” Prese l’occorrente per fare a maglia, muovendo il filo intorno all’ago. “Be’, non so quanto potrei esserti d’aiuto. È intelligente, un po’ presuntuoso. Sembra avere sempre una cerchia di persone intorno a lui. Il suo lavoro è ottimo – ha una media di A. Non l’avrebbe se mi fosse permesso togliergli dei punti per le assenza, ma…” alzò le spalle.
Veronica si avvicinò leggermente. “Per caso si ricorda se era presente alla lezione dell’11 marzo? Era lo scorso martedì.”
“Il mio assistente ne prende nota.” Hague si piegò e prese una cartella di tela che era appoggiata di fianco alla sua scrivania. Prelevò un mucchio di scartoffie, mescolandole fin quando non trovò quello che stava cercando. “L’11? Era il giorno in cui ho chiesto a tutti di consegnare le loro relazioni di laboratorio. Sì, c’era.” Sollevò il foglio delle presenze per farle vedere il chiaro piccolo segno di spunta accanto al nome di Cohan.
“Ha notato qualcosa di strano quella mattina? Sembrava provato, stanco o distratto?”
Hague si accigliò un po’, nel tentativo di ricordare. Poi scosse la testa. “Sinceramente non ho notato niente del genere. Mi dispiace.”
“No, va bene. È utile.” Gli sorrise calorosamente.Lanciò un’occhiata veloce al suo orologio e fece una smorfia. “Odio dover scappare, ma devo andare a questo incontro, altrimenti sguinzaglieranno i segugi.”
Veronica balzò in piedi. “Certo. Grazie mille per avermi concesso un po’ del suo tempo, Dr. Hague.” Gli diede la mano ed egli la strinse cordialmente.
“Chiamami la prossima volta che sei in città. Mi piacerebbe molto parlare di nuovo con te.”
“Lo farò.”
Una volta fuori nell’aria mite del pomeriggio, fece un respiro profondo mentre le parole di Hague le rimbombavano nelle orecchie. Non quello che aveva detto su Chad Cohan – ma quello che aveva detto su di lei. Forse ti trovi nel giusto ambito lavorativo dopotutto. Non si era resa conto di quanto disperatamente desiderasse sentirselo dire da qualcuno. La gratitudine, e il sollievo, che aveva provato alle sue parole era quasi imbarazzante.
Ma ora non aveva tempo per rimuginarci sopra.
Era il momento di rintracciare Chad Cohan.

 

CAPITOLO NOVE

Veronica trovò Chad mentre lasciava la sua lezione di relazioni internazionali delle tre. Lo aveva riconosciuto dalle sue foto di Facebook – un ragazzo alto e atletico con capelli chiari, una mascella definita in maniera decisa e labbra carnose, sensuali. Camminò per un po’ in un piccolo gruppo di altri studenti, tutti che parlavano in modo animato. Veronica non era abbastanza vicina da riuscire a capire cosa stessero dicendo; rimase indietro, camminando lentamente ma senza perdere di vista Cohan.
Il ragazzo si staccò dal suo gruppo mentre passavano la biblioteca. Veronica lo seguì attraverso Canfield Court, dove i guardiani del parco stavano spazzando via le foglie dal sentiero, e poi su per un’altra stradina. Di fronte al New Guinea Sculpture Garden si fermò a parlare con una ragazza slanciata in un berretto di lana lavorato a maglia, prima di sbucare sul marciapiede del suo dormitorio e scomparire dietro le ampie doppie porte. Veronica trovò un posto su una panchina fuori e si sedette, tirando fuori il cellulare e fingendo di messaggiare. Voleva dargli qualche minuto per avere il controllo della sua stanza e iniziare a sentirsi al sicuro. A Cohan piaceva avere il controllo. Se l’avesse colto alla sprovvista, avrebbe potuto rivelare qualcosa che non avrebbe voluto.
Dopo circa dieci minuti, si alzò. Seguì due ragazze che tenevano le mani sollevate contro la doppia porta; fecero strisciare i loro pass e poi, pensando che anche Veronica fosse una studentessa, tennero la porta aperta per lei.
“Grazie!” cinguettò.
Mac era risalita al numero di dormitorio di Cohan attraverso i database di Stanford: era al primo piano, alla fine di un corridoio debolmente illuminato. Veronica lo percorse lentamente. Alcune porte erano tenute aperte da mattoni di cemento. All’interno ragazzi sdraiati sui letti sottolineavano passaggi in libri enormi o se ne stavano incurvati al computer a giocare. Musica si diffondeva nel dormitorio da una dozzina di posti differenti, Kanye West, Vampire Weekend e Indigo Girls si intrecciavano in uno sgraziato miscuglio. Nessuno sembrò notare Veronica o, se lo facevano, le lanciavano brevi cenni distratti.
La porta di Chad Cohan era decorata con ritagli riguardanti le sue vittorie a lacrosse. Alcuni articoli contenevano sue foto con addosso l’uniforme rossa e bianca mentre, con il viso nascosto dal casco, scagliava la palla verso la rete. La lavagnetta bianca sulla porta era coperta di scarabocchi, auguri di felicità ed enigmatico gergo della sua cerchia di amici.

Buona fortuna, Chad Chad!

SCULACCIA LE ANATRE QUESTO WEEKEND!!

Dove sei? 🙁

Veronica fece un respiro profondo e bussò piano.
Passò qualche secondo e la porta si aprì. Chad Cohan era in piedi all’entrata, con un’espressione educatamente sorpresa. I suoi occhi blu pallido guizzarono sul suo viso, le sue sopracciglia si aggrottarono.
“Ciao Chad.” Veronica gli offrì un sorriso smagliante in modo disarmante. “Scusa se ti disturbo. Il mio nome è Veronica Mars. Sto dando una mano nella ricerca di Hayley Dewalt e speravo potessi rispondere a qualche domanda.”
Chad sbatté gli occhi rapidamente tre, quattro volte. Poi sembrò iniziare ad agire. “Certo.” Aprì la porta un po’ di più per consentirle di entrare.
La stanza era meticolosamente in ordine. Il copriletto era liscio e ben aderente al materasso e gli scaffali erano privi di disordine – nessun giocattolo o soprammobile, nessun souvenir. Alcune stampe in bianco e nero con soggetti naturali erano appese alle pareti, perfettamente allineate.
“Sei un’agente di polizia?” domandò, voltandosi a guardarla. “L’altro giorno ho parlato al telefono con lo sceriffo. Gli ho già detto tutto quello che so che, sfortunatamente, non è molto”.
“No, in realtà sono un’investigatrice privata. Sono stata assunta per dare una mano con il caso.”
Il suo viso rimase quasi immobile, una maschera di educata curiosità, ma Veronica pensò di aver colto un lampo di scetticismo mentre la squadrava.
Bene. Lascia che mi sottovaluti. Mi sta bene.
“Hai qualche nuova informazione riguardo a quello che potrebbe essere successo ad Hayley? Ancora non riesco a capacitarmi che sia scomparsa” disse, chiudendo la porta.
“Non ancora.” Veronica si mosse lentamente per la stanza, guardando i libri sugli scaffali, le poche foto incorniciate posate sul comò e sulla scrivania. Mostravano Chad sorridente in compagnia di amici e famigliari in ristoranti eleganti, sui gradini di rovine Maya, fuori dall’Opéra di Parigi. Ce n’era una di Hayley che, seduta su una roccia, guardava l’oceano con i capelli mossi dal vento. Veronica la prese in mano. Chad si irrigidì quasi impercettibilmente, come se il fatto che un estraneo maneggiasse le sue cose gli provocasse un dolore fisico.
“L’hai scattata tu?” La tenne sollevata, stuzzicandolo. “Ottimo lavoro. Anche io sono una specie di fotografa amatoriale”.
“Mmh, già.” Lui si spostò verso di lei, togliendole gentilmente la foto dalle mani e rimettendola sulla mensola esattamente dov’era prima, come da lei sospettato. “Sì, l’ho scattata io. Hayley era un soggetto meraviglioso.”
“È una ragazza molto carina.” Veronica sorrise mentre lui dava un’ultima aggiustata alla fotografia. Maniaco del controllo con un lato da OCD.
Si sedette sul bordo della sua scrivania. Le sue lunghe e snelle dita battevano un tempo sincopato sulla superficie. “Senti.. io voglio davvero trovare Hayley, ma non so esattamente cosa posso dirti. Abbiamo tipo rotto prima che lei partisse per Neptune.”
Veronica gli rivolse uno sguardo compassionevole e pieno di rammarico. Tra le faccine sorridenti e le stravaganti scritte sulla sua lavagnetta bianca e gli aggettivi che le amiche di Hayley avevano usato per descriverlo, Veronica pensò che Chad fosse abituato alle continue attenzioni femminili. “Così ho sentito. E mi dispiace se questo ti fa soffrire. Non sono venuta per riaprire certe ferite – sto solo cercando di capire meglio chi era Hayley, come si comportava. Speravo mi aiutassi a riempire alcuni buchi.”
Lui esitò, poi scosse la testa. “Certo. Certo, se questo ti aiuterà a trovarla. Ti dirò tutto quello che posso.”
“Grazie.” Veronica osservò il suo sguardo fisso per un po’, poi prese il suo taccuino dalla borsa, girando una pagina bianca. “Da quanto tempo stavate insieme?”
“Cinque mesi, tra alti e bassi.” Lanciò uno sguardo alla foto sul cassettone, come se guardare l’immagine di Hayley gli desse una qualche conferma. “Ci siamo conosciuti ad un concerto degli Hey Marselleis. L’ho vista dall’altro lato della stanza durante ‘Heart Beats’. Sapevo che dovevo stare con lei dal momento in cui l’ho vista.” Veronica si sciolse in un dolce sorriso, annotando ‘protagonista del suo personale film immaginario’ nel suo taccuino.
“Quanto spesso vi vedevate? Berkley è a quasi un’ora di distanza – immagino non sia un viaggio facile quando si è presi dalla scuola.”
“Lei veniva giù nei weekend. Qualche volta in settimana, se non eravamo troppo occupati, ma più che altro ci sentivamo al telefono.”
“E quando vi vedevate, cosa facevate?”. Lui si allungò, il colletto si aprì, e per la prima volta lei notò un lungo graffio sul suo collo. Sembrava che la pelle si fosse spaccata, ma ora era quasi guarita. Interessante. Incidente a lacrosse?.. o qualcos’altro?
“Andavamo al cinema, alle feste. Veniva alle mie partite. A volte studiavamo insieme. La stavo aiutando a decidere il suo percorso di laurea – lei continuava a parlarmi di scienze nutrizionali ma io pensavo che dovesse aprire maggiormente i suoi orizzonti, fare biologia o chimica. Voglio dire, perché accontentarsi di essere una nutrizionista quando avrebbe potuto essere un dottore?” scrollò le spalle. “Tendeva ad accontentarsi.”
“Le amiche di Hayley mi hanno detto che litigavate spesso.”
“Le amiche di Hayley devono farsi i fatti loro.” Le guance gli si colorarono di rosso, il corpo si tese. “Senti, abbiamo avuto i nostri alti e bassi, ovviamente. Ma le amiche di Hayley tentavano sempre di dirle di chiudere la storia. Hanno creato un sacco di problemi tra di noi – le mettevano cose in testa, le facevano pensare cose strane su di me. Le hanno detto che tentavo di controllarla. E loro no?” Alzò gli occhi al cielo. “Hayley può essere davvero… innocente. Si fida troppo facilmente delle persone. Mi preoccupo molto per lei. Quando mi chiamò per dirmi che sarebbe andata ad una festa organizzata da una confraternita o in qualche locale, ho passato tutta la notte ad immaginare… cose terribili.”
“È per questo che vi siete lasciati?”
I suoi occhi non si staccarono da quelli di Veronica. Esitò per un momento, quasi stesse cercando di leggere qualcosa sul viso di lei. Dopo un attimo, annuì.
“Le chiesi di non andare a Neptune. Ho provato a dirle come sarebbe stato – folle. Depravato. Pericoloso. Non mi ha voluto ascoltare.” Gli occhi gli si strinsero un poco.
“Immagino che tu ci sia stato?” disse Veronica con sarcasmo.
Scrollò le spalle. “Ci sono stato. Non fraintendermi, mi piace fare festa come a chiunque altro, ma quel posto è fuori controllo. Non mi piaceva l’idea di saperla lì. E odio ammetterlo, ma avevo ragione. Non avrebbe dovuto andarci.”
Veronica non mutò espressione. Lanciò un’occhiata al taccuino come se stesse leggendo una lista di domande, così che lui non potesse capire quanto le sue parole e il linguaggio del corpo stessero influenzando la conversazione. “Stando ai tabulati telefonici di Hayley, l’hai chiamata la notte che è scomparsa, alle dodici e tredici del mattino. Era la prima volta che la chiamavi in cinque giorni, ma prima di ciò parlavate minimo due volte al giorno – spesso anche fino a sei – e siete andati avanti per mesi. Posso chiederti di cosa parlavate?”
Le pupille gli si dilatarono, seppur leggermente. Quando parlò, la sua voce era chiara e piatta.
“Volevo riconquistarla. La notte che abbiamo litigato ci siamo… scaldati. Ho detto cose di cui non vado fiero. Sono sicuro che valga lo stesso per lei. Dopo non sono riuscito a pensare ad altro per giorni. Ero… arrabbiato, mi vergognavo, ed ero esausto.” L’intensità del suo sguardo metteva a disagio. “Hai mai avuto una relazione nella quali eri consapevole che le cose non stessero funzionando, che non potevano funzionare e che non avrebbero mai funzionato? Ma dalla quale non volevi tirarti fuori perché la maniera nella quale non funzionavano ti faceva stare bene? Ecco, quelli eravamo io e Hayley. Era ciò che c’era fra di noi.”
Veronica fissò il quaderno per nascondere il proprio turbamento. Le sue parole avevano fatto centro, insinuandosi sotto pelle. Sì, aveva avuto una relazione simile. Più e più volte. Aveva sacrificato molto per quel rapporto – e ora eccola lì, nuovamente al punto di partenza.
Chad fece una breve pausa, poi continuò.
“In ogni caso, ho idea che tu abbia visto cosa ha postato su Facebook quella notte. Sono andato fuori di testa quando ho visto le foto di lei con quel ragazzo. Quindi l’ho chiamata. Abbiamo parlato per qualche minuto. Le ho detto che mi dispiaceva, che le cose sarebbero andate meglio. Le ho chiesto una seconda chance. Mi ha detto senza possibilità di fraintendimento che non era interessata.” Si passò la mano fra i capelli, che di fronte erano raccolti in corti spuntoni.
Veronica si accigliò. “Non è che per caso hai un nome, vero? Ti ha detto chi fosse il ragazzo?”
Lui distolse lo sguardo. “Non l’ha detto. Era troppo impegnata a spiegarmi quanto baciasse bene,” disse amaramente.
Veronica meditò per un momento, la mente che vagliava tutte le informazioni passandole una per una. Sicuramente Chad era il classico ex contrariato che stava cercando di uscire dallo Sturm und Drang di una relazione complicata. Magari era peggio di questo – magari era un maniaco del controllo pieno di pretese, come l’avevano dipinto Bri e Melanie. Maniaco del controllo e pieno di pretese esattamente come pareva a Veronica ora. Questo però non significava necessariamente che fosse coinvolto in ciò che era accaduto a Hayley. Ma qualcosa aveva messo Veronica in allerta. Pose la domanda seguente in tono studiatamente neutrale.
“Dov’eri la notte che hai parlato con Hayley?”
Lui alzò subito lo sguardo. La sua espressione era illeggibile.
“Era metà trimestre, quindi ero in biblioteca, stavo lavorando su una tesina e ci sono rimasto fino a mezzanotte e mezza più o meno. Poi sono andato a casa.”
“Qualcuno ti ha visto?”
Improvvisamente un sorriso glaciale si formò sul suo viso. Cambiò la sua espressione con la rapidità di un fiume in piena – l’atteggiamento calmo e collaborativo svanì, rimpiazzato da un’aria di disprezzo.
“Dopo le dieci di sera bisogna usare il tesserino per entrare e uscire dalla biblioteca. Probabilmente puoi avere i registri chiedendo alla scuola. Non mi ricordo di aver visto qualcuno nel dormitorio quando sono tornato – sono andato dritto a letto. Ma la mattina dopo alle undici ero a lezione. Un sacco di persone mi hanno visto.” Le sue parole erano piene di derisione. “Quindi, a meno che non pensi che sia in grado di teletrasportarmi, no. Non sono andato nottetempo a Neptune per fare del male a Hayley. Mi dispiace, stavolta non è stato il ragazzo.”
“Ex ragazzo,” replicò Veronica amabilmente. “Vero?”
Il suo sorriso non vacillò. “Se fossi in te, mi concentrerei sul rintracciare il ragazzo delle foto. In molti l’hanno visto con Hayley. Tutto Internet l’ha visto con Hayley.”
“Questo deve averti fatto incazzare molto, Chad,” disse, cercando per l’ultima volta di metterlo alle strette.
Lui si sporse, gli occhi fissi in quelli di lei.
“No,” disse semplicemente. “Mi ha fottutamente spezzato il cuore.”

Elsa Hysteria
Nella sua testa vive nella Londra degli anni cinquanta guadagnandosi da vivere scrivendo romanzi noir, nella realtà è un’addetta alle vendite disperata che si chiede cosa debba farne della sua laurea in comunicazione mentre aspetta pazientemente che il decimo Dottore la venga a salvare dalla monotonia bergamasca sulla sua scintillante Tardis blu. Ama più di ogni altra cosa al mondo l’accento british e scrivere, al punto da usare qualunque cosa per farlo. Il suo primo amore telefilmico è stato Beverly Hills 90210 (insieme a Dylan McKay) e da allora non si è più fermata, arrivando a guardare più serie tv di quelle a cui è possibile stare dietro in una settimana fatta di soli sette giorni (il che ha aiutato la sua insonnia a passare da cronica a senza speranza di salvezza). Le sue maggiori ossessioni negli anni sono state Roswell, Supernatural, Doctor Who, Smallville e i Warblers di Glee.

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