Veronica Mars | Capitoli 4 & 5

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CAPITOLO QUATTRO

Più tardi quel pomeriggio, Veronica parcheggiò di fronte alla regale entrata di mattoni e arenaria del Neptune Grand. Diede le chiavi della BMW a un parcheggiatore con cappellino e si spinse attraverso le enormi porte girevoli.
L’atrio luccicava di ottone e broccato, il trillo grave di un piano jazz si diffondeva dagli altoparlanti posti in alto. Il Neptune Grand aveva subito dei cambiamenti negli ultimi anni – Petra Landros aveva costruito una torre scintillante nella parte nord del giardino, dieci piani più alta della struttura originale, con un ascensore di vetro che si affacciava sui lussuriosi giardini in basso. Ma qui, nel “Vecchio Grand”, l’entrata appariva la stessa di sempre, con le pareti color crema e le superfici di marmo. Veronica aveva passato gran parte dell’ultimo anno di superiori in questo posto, prima a far visita al suo ex ragazzo Duncan Kane nella sua suite-attico e, poi, Logan.
La reception non era neanche lontanamente occupata quanto si sarebbe aspettata per il lunedì della pausa primaverile. Alcune ragazze con caftani di seta sui loro costumi da bagno saltarono fuori dagli ascensori e un ragazzo annoiato che indossava occhiali da sole Gucci e una felpa dell’UCLA (University of California, Los Angeles) era appoggiato al banco della reception, in attesa di ricevere la sua chiave. Il Neptune Grand di solito non era il centro della pausa primaverile – solo quelli in possesso di un fondo fiduciario potevano permettersi una camera lì durante la stagione di punta – ma come aveva detto Petra, dava la sensazione di essere stranamente tranquillo.
Veronica prese l’ascensore fino al nono piano, poi seguì il tappeto rosso e dorato stampato in galloni fino alla stanza 902 e bussò piano. Poco dopo la porta si aprì, una donna apparve sulla soglia.
Era bassa e paffuta, indossava una felpa UC Berkeley di due taglie più grande. I suoi capelli erano tinti di un biondo sfacciato, ma le radici – di colore marrone opaco con qualche capello grigio – stavano iniziando a venire fuori. Aveva delle occhiaie rossastre sotto gli occhi e il viso aveva l’aspetto umido e stropicciato di chi ha pianto troppo. Fece a Veronica un sorriso debole e incerto mentre si allontanava di un passo dalla porta.
“Lei è l’investigatrice privata?” la sua voce era acuta, un po’ da ragazza. “Sono Margie, la madre di Hayley.”
“Sì. Veronica Mars. Mi dispiace tantissimo per quello che state attraversando, Signora Dewalt.” Veronica le porse la mano.
Margie guardò le dita di Veronica con espressione distante, confusa. Proprio quando Veronica era sul punto di lasciar cadere la mano sul fianco in maniera imbarazzante, la madre di Hayley la afferrò e scosse la testa. “Mi scusi. Sono esausta. Entri pure.”
La suite era stata sistemata come un piccolo appartamento di lusso, decorato nei toni del grigio e del rosso. La camera centrale era una combinazione di soggiorno e angolo cottura, separati da un piccolo tavolo da pranzo rotondo. Un uomo alto, con la barba e con indosso una camicia di flanella sedeva al tavolo, in mano una tazza di caffè. Alzò a malapena lo sguardo quando Margie condusse Veronica nella stanza, i suoi occhi distanti e rossi. Veronica riconobbe l’uomo come Mike Dewalt, il padre di Hayley, dalla conferenza stampa che avevano tenuto la scorsa settimana.
Un giovane uomo, di ventidue o forse ventitré anni, poltriva sul divano scarlatto e fissava lo schermo della TV appesa alla parete. Era tarchiato, con spalle larghe e robuste e gli inizi di una pancia da bevitore, le guance erano coperte da una barba non fatta. Teneva il telecomando contro un ginocchio ma sembrava preso da un programma sulla natura dove un atletico uomo britannico stava sprofondato in un fiume fangoso fino ai fianchi a descrivere il modo in cui il pesce tigre rimuove le carni dalla sua preda. Sull’altro lato del divano sedeva un’adolescente dalla figura allampanata, i suoi capelli marrone chiaro ricadevano lunghi e morbidi intorno al viso. Sembrava occupata con un buco sul ginocchio dei suoi jeans blu, ispezionandolo attentamente con la punta delle dita.
“L’investigatrice è qui,” disse Margie. Solo suo marito alzò lo sguardo e le annuì brevemente. “Signorina… March, ha detto?”
“Mars.” Veronica stava in piedi vicino all’isola dell’angolo cottura, analizzando la stanza. “Ma la prego, mi chiami Veronica.”
Notò una grande cornice digitale attaccata a una delle prese dell’isola. Mostrava lentamente in rotazione un numero di foto, che scomparivano una nell’altra. La piccola Hayley Dewalt che portava una bicicletta rosa su per un vialetto. Una versione pre-adolescenziale con l’apparecchio ai denti e una frangetta untuosa schiacciata sulla fronte. Un’altra di lei che suonava il flauto in quella che sembrava una chiesa. Un’altra con lei, più grande, in tocco e toga per il diploma. Si era trasformata in una ragazza graziosa, con capelli scuri e un sorriso solare e sereno che colpì Veronica in quanto sincero, vulnerabile. Devi prepararti a combattere, ragazza, pensò, ma non era sicura se il consiglio fosse per Hayley o per se stessa.
“L’investigatrice è qui,” ripeté Margie alzando la voce. La ragazza alzò lo sguardo dal divano, poi tornò ai suoi jeans. Il giovane sul divano non rispose.
“Spegni quella dannata TV!” esplose Mike Dewalt, la sua voce furiosa e tonante.
Silenziosamente, lentamente, il ragazzo alzò il telecomando e spense la TV proprio mentre il programma sulla natura mostrava una clip di un grosso pesce che si dimenava con furiosa voracità. Lo schermo diventò nero.
Per un attimo il silenzio nella stanza si fece pesante. Margie si coprì il viso con le mani. Veronica notò che le unghie erano laccate di blu Easter-egg, lo smalto scheggiato e spaccato. Veronica la etichettò come una classica mamma che si autoproclama “divertente”, il tipo che pensa di essere la migliore amica della figlia. Esattamente come la cara vecchia Mamma. La madre alcolizzata di Veronica, Lianne, era stata proprio così prima di abbandonare la sua famiglia.
Quando Margie allontanò le mani dal viso, sembrò più calma, il respiro lento e attento. Puntò al divano. “Lei è Ella – la sorella minore di Hayley – e il mio figliastro, Crane.”
Ella si portò le ginocchia al mento. Crane si raddrizzò e guardò Veronica, ispezionandola con i suoi occhi color nocciola scuro.
Veronica posò la sua borsa sul pavimento e prese posto su una piccola poltrona rivestita rivolta verso entrambi. “Come ve la state cavando voi ragazzi?”
“Sa, siamo preoccupati per nostra sorella.” Gli occhi di Crane guizzarono verso Margie mentre si sedeva in un’altra sedia trasversale a Veronica. Forse era il suo modo per gestire lo stress, ma il corpo di Crane era teso a causa di energia repressa. Il suo ginocchio oscillava su e giù, e mentre stringeva educatamente le mani in grembo, le nocche erano bianche. “Be’, è solo la mia sorellastra,” continuò, “ma sono sconvolto esattamente come tutti.”
Veronica tirò fuori il suo taccuino dalla borsa e lo capovolse su una pagina vuota. Fece scattare la penna un paio di volte e poi scrisse: Se proprio devi dirlo ad alta voce…
Non aveva davvero bisogno di prendere appunti – aveva un’ottima memoria per i dettagli, per non dire ossessiva – ma il piccolo quaderno era sempre un buon diversivo durante un’intervista. Troppo contatto visivo rendeva le persone nervose, caute. In questa maniera non si sentivano troppo sotto esame, il che le faceva parlare molto più facilmente. Sollevò lo sguardo e picchiettò la punta della penna sulla pagina.
“Cosa mi potete dire di Hayley? Qualcosa sulle sue abitudini, i suoi progetti, la sua personalità potrebbe aiutare. Cercherò di ricostruire i suoi movimenti degli ultimi giorni, quindi più so di lei e più facile sarà.”
Margie Dewalt si strofinò le braccia come a volerle scaldare, nonostante la stanza fosse abbastanza afosa.
“Lei… è una ragazza dolce.” Un piccolo e timido sorriso le attraversò le labbra in un lampo. “Amichevole. Molto socievole, riesce a farsi amici ovunque vada. È molto alla mano, soprattutto rispetto ai suoi fratelli.” Lanciò uno sguardo più triste che accusatorio a Ella. “Ella non verrebbe più al centro commerciale con me, sostiene che sia da sfigati.” Ella trattenne il respiro in maniera palese ma non fece una piega.
Veronica scarabocchiò fuori portata sul taccuino. “Aveva molti amici?”
“Oh, sì. Alle superiori ne aveva. Al college credo che stesse facendo più fatica.” Serrò le labbra. “Ho conosciuto alcuni dei così detti amici con i quali è venuta qui. Due di loro non fanno altro che aggirarsi in continuazione per la sala conferenze facendo finta di essere distrutte per Hayley, quando si sono accorte della sua scomparsa solo dopo non averla vista per due giorni. Se queste erano le sue migliori amiche…” Scosse la testa.
“Ha i loro contatti? Mi piacerebbe parlare con loro,” disse Veronica.
Lei annuì. “Glieli farò avere.”
“E che mi dice riguardo a un ragazzo? Stava uscendo con qualcuno?”
Margie si accigliò. “So che stava uscendo – diciamo che l’aveva dato a intendere. Non credo fosse una cosa seria comunque. Cioè, me l’avrebbe detto se le campane stessero già suonando a nozze, sa?”
L’avrebbe fatto? Veronica alzò gli occhi dal quaderno. “Sapeva che sarebbe venuta qui per le vacanze primaverili?”
La donna annuì. “Certo. Volevo che tornasse a Billings per questa settimana. Pensavo che sarebbe stato bello, avrebbe potuto rivedere i vecchi amici, passare del tempo in famiglia. Ma lei voleva venire qui.” Si strofinò gli occhi. “Beh, la capisco. Ha diciotto anni. Non posso aspettarmi che torni a casa ogni volta che ne ha l’occasione. Le avevo mandato dei soldi. Le avevo detto di mandarmi una cartolina.” Fissò il vuoto per un attimo. “Mi chiedo se l’abbia fatto.”
“Qualcuno di voi ha parlato con lei la scorsa settimana?”
“Ha mandato un messaggio a Ella lunedì sera,” disse la signora Dewalt, lanciando un’occhiata rapida alla figlia. “Vero, tesoro?”
Ella annuì ma non alzò lo sguardo. “Mi ha mandato una foto del suo drink. Era uno di quelli alti, con un ombrellino.” Scrollò le spalle goffamente. “Ci mandavamo sempre foto a caso del nostro cibo. Era iniziato come uno scherzo, perché odiava il cibo alla Berkeley. Continuavo a mandarle foto delle cose cucinate da mamma. Lei mi mandava foto di qualunque cosa disgustosa le toccasse mangiare.”
“Ha detto qualcos’altro?” chiese Veronica gentilmente. Ella si limitò a scuotere la testa. Veronica si schiarì la voce, a disagio. “Hayley usciva spesso? Le piaceva… andare di festa in festa?”
“Beh, dalla foto era ovvio che stesse bevendo,” fece notare Crane. “Probabilmente è stata sbronza per tutto il tempo che ha passato qui.”
“Hayley non è così, Crane.” la signora Dewalt gli lanciò un’occhiata ferita.
“Davvero? Pensi seriamente che Hayley sia venuta a bere Shirley Temple al Chili e andare a letto entro le dieci? Hai visto come si comportano le ragazze qui. Sbronze e stupide,” disse pungente. Le narici dilatate.
Congratulazioni, Crane. Hai appena vinto l’award non-tutto-è-come-sembra. Il premio: una ricerca completa nel passato e la mia più totale attenzione.
Lo sguardo di Margie saettò su di lui. “Che differenza fa? Stai dicendo che meritasse… di sparire?”
“No, certo che no,” rispose lui velocemente, tenendosi le mani callose e tozze. Fece un respiro profondo e calmò la voce. “Ma Veronica ha detto di aver bisogno di un quadro completo per poter ricostruire i movimenti di Hayley, giusto? Sto solo cercando di aiutare.”
“Hayley è una brava ragazza.” Margie sembrava quasi implorante. Era di nuovo sull’orlo delle lacrime.
Veronica si sistemò il taccuino sul ginocchio e li scrutò.
Crane sembrò esitare, poi si protese verso la matrigna. “Se vogliamo ritrovare Hayley dobbiamo dire a Veronica tutto ciò che possiamo su di lei. La verità è che Hayley è cambiata.”
“Non lo è!” sussurrò Margie, ma Crane proseguì come se non l’avesse sentita.
“È tornata a casa per Natale e sembrava tutt’altra persona. Cambiava umore di continuo. Tornava a orari strani, ignorando il resto di noi, nascondendosi nella sua stanza. Non so cosa stesse succedendo, ma sicuramente non sembrava felice.”
La sua voce era neutrale, ma a Veronica era parso di vedere una luce vendicativa nei suoi occhi mentre parlava.
Veronica guardò Margie. Lacrime iniziavano a scenderle sul viso. Si aspettò quasi che Mike o Ella andassero da lei, per confortarla, ma nessuno si mosse. “Ha notato qualcosa di diverso riguardo il suo comportamento, signora Dewalt?”
Per un momento Margie sembrò come se volesse contraddirla. Poi si limitò ad una scrollata di spalle.
“Ormai non lo so più,” disse afflitta. Portò le mani alla bocca e chiuse gli occhi, singhiozzi che spezzavano il suo corpo come onde.
Veronica si guardò intorno. Ogni momento Mike si portava la tazza di caffè alla bocca e prendeva un sorso assente. Ella sembrava una creatura stretta in un guscio. Crane continuava ad agitare le ginocchia su e giù. Dietro di loro, sul ripiano, la cornice elettronica mostrava una foto di Hayley a dodici o tredici anni, i suoi capelli scuri che uscivano dal cappello. Indossava un’uniforme di softball  e aveva le braccia intorno al collo della madre. Margie faceva il segno della pace alla macchina fotografica, la stessa frangetta della figlia.
Un cambiamento della personalità al college? Niente di strano. Non dovrebbe succedere proprio questo? Lasci casa e provi nuove identità. Gli atleti all’improvviso iniziano a fumare e frequentano lezione di storia dell’arte, i secchioni scambiano libri per gong, finché tutti si stufano e provano qualcosa altro. E poi, molti disturbi psicologici si manifestano in tarda adolescenza. Depressione, disturbo bipolare, schizofrenia. Un vero cambiamento del comportamento potrebbe essere un segnale d’allarme.
“Ha detto qualcosa di specifico per farti pensare che non fosse felice?”
Crane scosse la testa. “Non a me.”
“E non ha mai detto nulla sulla sua vita a Berkeley che potrebbe giustificarlo? Qualcosa riguardo la scuola – professori esigenti, lezioni pesanti?”
“Pensavo fosse questo,” disse Margie con la voce spezzata. “Ma non voleva parlarmene.”
Veronica rimase seduta per un momento, fingendo di scrivere sul quaderno. Voleva dar loro qualche altro momento per ricordare se avessero notato altro, o sentito qualcosa. Ma nessuno parlò. L’unico suono era il rumore dei singhiozzi di Margie e il motore dell’impianto condizionatore. Alla fine Veronica chiuse il quaderno e lo ripose nella borsa.
“Molte bene – signora Dewalt, se può farmi avere quei contatti telefonici penso di avere un buon punto di partenza. Le lascio il mio biglietto. Può chiamarmi giorno e notte se le viene in mente qualcosa di utile.”
Margie frugò nella sua enorme borsa, svuotando il suo contenuto sul ripiano mentre Veronica attendeva alla porta. Crane riaccese la TV. Il presentatore del programma stava descrivendo come una canoa piena di studenti si fosse ribaltata quando un mostruoso pesce era andato contro lo scafo. “Non ci furono sopravvissuti,” disse sobriamente.
All’improvviso, Mike Dewalt alzò gli occhi dal suo caffè. I suoi occhi, contornati da carne gonfia, erano di un azzurro chiaro e sorprendentemente caldi.
“Attenzione là fuori.” Prese un respiro tremolante. “Non mi interessa cosa dice lo sceriffo. Qualcuno in questa città ha preso la mia bambina. E chiunque sia stato è ancora è in giro.”
La guardò negli occhi ancora per un momento, poi spostò lo sguardo. Il cuore di Veronica sobbalzò quando Margie le mise un pezzo di carta in mano. Su un lato c’era un numero telefonico.
“È il numero di cellulare che una di loro mi ha lasciato. Non so di quale delle due.”
“Grazie.” Veronica lo mise nel portafoglio. “Fatevi forza. Mi farò sentire.”
Fuori dalla camera, prese un bel respiro profondo e guardò il cellulare. Erano quasi le due, giusto in tempo per il suo incontro con Lamb. Era quasi all’ascensore quando sentì dei passi dietro di lei. Si voltò e vide Ella Dewalt correre verso di lei.
La ragazza non parlò finché non fu vicina a Veronica. Ansimando leggermente, fece segno con la testa verso il terrazzo oltre le porte di vetro. “Ho solo un minuto. Mamma pensa che sia scesa a prendere qualcosa alle macchinette.”
Senza parole, Veronica la seguì.
L’aria sul terrazzo era calda e polverosa, le piastrelle sotto i piedi calde per il sole. Una piscina luccicava in un giardino vicino, un gruppo di spring breaker sui materassini.
Ella tirò fuori dalla tasca posteriore un pacchetto di Camel e si accese una sigaretta con dita tremolanti. Quando notò Veronica guardarla, le offrì il pacchetto.
“Nessuno ti ha mai detto che queste fanno male?” disse Veronica, rifiutando l’offerta.
“Sì, beh.” Prese un tiro e veloce. “Nemmeno vivere in una stanza di hotel con la famiglia fa bene.”
“È stato così per tutto questo tempo?”
“È sempre così.” La ragazza si appoggiò alla balaustra come se fosse troppa fatica sorreggersi in piedi da sola.
Veronica non disse nulla. Ella Dewalt sembrava fragile, nervosa. Non voleva incalzarla.
Fumò in silenzio per un momento, soffiando il fumo attentamente per non colpire Veronica. Quando parlò, la sua voce arrivò come un rapido caos di parole.
“Crane potrà essere uno stronzo, ma non si sbaglia del tutto.” Sbuffò rumorosamente tra le labbra, come un cavallo. “Hayley era strana, quando è tornata a casa a Natale.”
“Puoi essere un po’ più specifica?”
La ragazza scrollò le spalle con un rapido movimento. “Non mi diceva mai nulla. Mi trattava sempre come…” La sua voce si affievolì, e Veronica udì il non detto come una bambina.
“Non lo so. Per tutto il tempo in cui è stata qui, non è mai uscita con gli amici di scuola. È sempre rimasta chiusa nella sua stanza. E quando dovevamo andare alla cena di Natale a casa della nonna, ha fatto finta di essere malata. Non che la biasimi, quella cena è sempre una palla.” Ella fece un’espressione eloquente. “Qualche volta mi è capitato di sentirla litigare con il suo ragazzo, al telefono.”
Veronica alzò un sopracciglio. “Quindi ce l’ha il ragazzo?”
“Sì, mia mamma ha tante buone intenzioni, ma non sa la metà delle cose che succedono nella vita di Hayley.”
“Sai come si chiama il suo ragazzo?”
“Chad Cohan,” disse prontamente Ella. “Non l’ho mai incontrato; va a Stanford. Sembra un po’ uno sfigato, dalla foto che ha su Facebook.”
Veronica annuì lentamente. “Quindi, cos’è questa storia con Crane?”
Un’espressione cauta e sfuggente balenò sul volto della ragazza. Tenne lo sguardo basso sulle mani mentre parlava. “Non lo so,” disse piano. “Era molto arrabbiato quando mamma e papà hanno mandato Hayley a scuola. Aveva ottenuto una buona borsa di studio, eppure ci spendono ancora un sacco di soldi.”
“E perché questo lo fa arrabbiare?”
“Sono secoli che è disoccupato.”  Ella sfregò le sue sneakers sul pavimento. “L’estate scorsa aveva chiesto loro dei soldi per iniziare un’attività di stampe su magliette. Hanno detto di no. Da allora è un po’ incazzato. Crede che facciano favoritismi, visto che a lei pagano la scuola ma non hanno voluto dargli i soldi per le sue robe di serigrafia.”
“Le rivalità tra fratelli sono sempre una brutta cosa.”
“E lo dici a me?” Spense brutalmente la sigaretta contro la suola della scarpa e si mise in tasca il mozzicone.
“Senti, te lo devo chiedere. C’è qualche possibilità che Hayley sia sparita in questo modo di sua volontà?”
La ragazza esitò, poi scosse la testa.
“In un certo senso vorrei che fosse così. Vorrei che all’improvviso spuntasse fuori e dicesse ‘Scusate gente, non volevo farvi preoccupare!’ ma non è possibile. Non con mamma che le manda messaggi terrorizzati ogni giorno. Non con…” La sua voce tremò leggermente, ma si ricompose. “Non con me che le mando le foto di ogni singolo pasto che faccio in questa città di merda. Mamma ha ragione. Anche se ha fatto qualche tipo di sbaglio, non ci farebbe mai una cosa simile.”
Si infilò le mani in tasca e fece un profondo respiro.
“Immagino che farei meglio a tornare. Mamma impazzisce se sparisco dalla sua vista per più di dieci minuti.”
Guardò Veronica per un momento. Il suo sguardo era fiero e preoccupato allo stesso tempo.“La troverai?”
Il modo in cui Veronica si irrigidì fu quasi inconscio. Il modo in cui le si drizzarono le spalle, il modo in cui le sue dita si chiusero a formare dei pugni. Non l’aveva capito fino a quel momento, prima di incontrare lo sguardo di Ella, ma ora ne era sicura.
“Non mi fermerò finché non l’avrò trovata.”

 

CAPITOLO CINQUE

Il Tribunale della Contea di Balboa occupava un largo edificio in pietra arenaria nel centro di Neptune, a circa una quindicina di isolati dal Grand. I suoi gradini d’ingresso erano lisci e consunti, e venivano lavati ogni giorno per tenere a bada la sporcizia della città, anche se in questi giorni il dipartimento dello sceriffo era più sporco di quanto lo fossero mai state le scale.
Aveva passato metà della sua vita infestando il dipartimento dello sceriffo.
Suo padre aveva iniziato come vice, e quando lei aveva nove anni, era stato eletto sceriffo. Lei e sua madre gli facevano visita durante la pausa pranzo e, anni più tardi,  faceva i compiti in una sala interrogatori vuota mentre origliava i rapporti. Dopo l’omicidio di Lily Kane, un’elezione anticipata aveva rimosso Keith dall’incarico, e anche se lei non avrebbe più dovuto rimettere piede in quella fogna, qualche cammino invisibile sembrava riportarla sempre lì. Visitando Logan o il suo amico Weevil Navarro nelle celle. Estorcendo informazioni al troppo-adorabile-per-dirlo-a-parole Vice Leo D’Amato, ora detective a San Diego. Denunciando il suo stesso stupro, per poi essere derisa e mandata via dall’ufficio di Don Lamb, umiliata e dolorante.
Ma quella era storia vecchia, giusto?
Si fece strada nel corridoio familiare, decorato sui toni dell’oro e del terracotta, e girò nel dipartimento dello sceriffo. Non c’era nessuno all’alta scrivania di legno della reception.
Tre o quattro agenti sedevano alle loro scrivanie lavorando al computer oppure parlando al telefono. Non riconobbe nessuno. Suo padre le aveva detto che quando era subentrato Dan Lamb la manciata di poliziotti validi che era rimasta in servizio era andata in pensionamento anticipato o era stata trasferita altrove, insieme a Inga, la donna gentile che era stata la capufficio fin da quando Veronica era una bambina.
Stava in piedi alla scrivania ad aspettare. Sembrava che nessuno la notasse o forse, semplicemente, non gli importava. Un ragazzo sembrava stesse facendo scivolare la sua sedia lontano da lei mentre parlava al telefono. Nessuna sorpresa: non era una persona gradita al dipartimento dello sceriffo. La prima cosa che aveva fatto quando era tornata in città era stata risolvere il caso dell’omicidio di Bonnie DeVille proprio sotto il naso dello sceriffo.
Dan Lamb non era il tipo che dimenticava e perdonava. Ma nemmeno lei lo era.
Intravide un uomo alto vestito del color cachi del dipartimento che le passava davanti con le mani piene di fascicoli. “Mi scusi, signore. Ho un appuntamento con lo sceriffo.”
Quando l’agente si voltò a guardarla, Veronica sbattè gli occhi.
“Norris Clayton?” la voce di Veronica era senza fiato, scioccata.
Gli occhi castani dell’uomo vagarono sul viso di lei e le sue labbra si incurvarono all’insù. “Veronica Mars. Mi chiedevo quando mi sarei imbattuto in te.”
Per un momento si scrutarono l’un l’altro cautamente. Alle scuole medie Norris veniva sospeso una settimana sì e una no per rissa. Alle superiori indossava il soprabito e gli stivali da combattimento distintivi dei giovani scontenti e aveva una collezione di armi che rendeva terrificante ogni suo sguardo storto. Per un periodo era stato sospettato di aver fatto telefonate in cui minacciava la scuola di piazzare delle bombe ma Veronica era riuscita a provare la sua innocenza. Al di sotto del soprabito e dell’atteggiamento da vaffanculo-tutti era semplicemente un normale disadattato con un’ossessione per le armi giapponesi e, come poi si era saputo, una cotta per Veronica.
Ora era a malapena riconoscibile, muscoloso e dall’aspetto curato nella sua uniforme color cachi. Ma qualcosa nei suoi occhi era rimasto uguale, fragile e al tempo stesso diffidente e rassegnato. Come se il mondo fosse tutto solo una stronzata, tutto quanto. Veronica non poteva immaginare che lavorare al dipartimento dello sceriffo di Neptune avrebbe alleviato quel sentimento.
Norris adagiò i documenti sulla scrivania e vi appoggiò sopra le mani. “Lavori ancora per tuo padre?”
“Più o meno. Più che altro provo a lavorarci insieme. O forse… nonostante lui?”
Le labbra di Norris si incurvarono in un sorrisetto. “Già, beh, mio padre è semplicemente contento che io abbia un lavoro.”
Veronica poteva solo immaginarlo. Il padre di Norris era un programmatore rispettoso della legge alla Kane Software. Una volta aveva corrotto suo figlio offrendogli un viaggio in Giappone perché stesse fuori dai guai e mantenesse alti i suoi voti. “Devo ammettere che non ti avrei mai immaginato nei panni di un paladino della pace.”
Norris fece una veloce risata nasale. “Già, beh, dobbiamo tutti crescere prima o poi, no?”. Poi alzò le spalle, improvvisamente serio. “Per tanto tempo sono stato incazzato per tutto. Immagino di aver trovato un posto in cui riporre le mie energie. Comunque… che cosa ci fai qui? Stai lavorando a un caso?”
Veronica tornò in sé. “Più o meno. Ho un appuntamento con Lamb.”
“Che fortuna.”
Si guardarono per un momento e poi, nello stesso momento, fecero un ampio sorriso.
“Da questa parte.” Norris aprì il cancelletto accanto alla scrivania e indicò con la testa l’ufficio di Lamb.
Nel corridoio fuori dall’ufficio di Lamb i suoi occhi guizzarono involontariamente sul muro degli Eroi Caduti. Era lì che appendevano le foto di tutti i poliziotti che erano stati uccisi mentre prestavano servizio. In fondo c’era il più recente, l’agente Jerry Sacks, con i suoi baffi lucidi e perfetti in eterno. La sua foto era stata appesa accanto a quella di Don Lamb. Rimase a fissarle entrambe per un momento, mentre sentimenti complicati lottavano dentro di lei. Durante il liceo Lamb aveva reso la sua vita un inferno, ma era arrivata a sospettare che fosse cresciuto in una famiglia violenta. Era il solito vecchio circolo vizioso: i Lamb erano stati perseguitati dai bulli ed erano poi diventati bulli a loro volta. E, anche se non aveva mai pensato altro di Sacks se non che fosse il galoppino di Lamb, il suo desiderio di aiutare suo padre a indagare sul dipartimento dello sceriffo era stato ciò che, alla fine, lo aveva ucciso. Ora sia Lamb che Sacks non c’erano più e qualcosa di stranamente simile al dolore si contorceva nelle sue viscere.
“Che cosa ci fa lei qui?”
Si girò per vedere lo sceriffo Dan Lamb che la fissava attraverso la porta mezza aperta. Petra Landros sedeva di fronte a lui, con le lunghe gambe accavallate e una smorfia impaziente in volto. Veronica si scambiò uno sguardo con Norris, poi entrò nella stanza. L’ufficio di Lamb era illuminato da una luce soffusa e rivestito di pannelli di legno, con una mappa degli Stati Uniti su una parete e una bandiera americana nell’angolo.
Veronica sorrise con dolcezza. “Bella apparizione con la stampa la scorsa settimana. I suoi capelli erano fantastici.”
Si fissarono l’un l’altro dai lati della scrivania. Una volta Logan aveva detto a Veronica che non aveva alcuna prudenza, ma troppa sfrontatezza perché ciò potesse essere un bene. Ora sentiva crescere il fastidio mentre guardava Lamb. Il suo sguardo compiaciuto, il modo in cui stava appoggiato allo schienale della sedia come un rospo su un giglio, in attesa che belle mosche grasse gli cadessero in bocca. Era sulla quarantina, era alto e in forma, con l’aria lievemente esigente di un uomo vanitoso per il proprio aspetto. Il suo viso era giovanile, con una bocca larga ed imbronciata e guance rotonde, e portava i capelli in una liscia chioma attorno alle orecchie. Il tratto più inquietante erano gli occhi – dello stesso azzurro acceso del fratello minore morto.
Don Lamb era stato pigro ed inetto, uno strumento burocratico, e Dan non era tanto meglio. Si era alleato con i potenti e aveva depredato i deboli. Lei aveva ragione di credere che lui stesse strategicamente ridistribuendo le prove – solo due mesi prima una Glock 9mm era stata messa addosso al corpo incosciente del suo amico Weevil Navarro, dopo che la madre di Duncan, Celeste, gli aveva sparato, e anche se non poteva ancora dimostrarlo, era quasi certa che lo sceriffo – o uno dei suoi scagnozzi – l’avesse messa addosso a lui. E secondo l’avvocato difensore Cliff McCormack, Weevil non era solo. Se c’era qualcosa da guadagnare, sicuramente il Dipartimento dello sceriffo sarebbe stato più che contento di fare qualche eccezione alle regole.

“Signorina Mars, chiuda la porta per favore.” Petra Landros le fece cenno di entrare. Veronica chiuse la porta e si sedette nella sedia davanti a Lamb. I suoi occhi le fecero una scansione dettagliata. Lei cercò di rimanere naturale, di mantenere i movimenti informali, quasi sprezzanti, ma sentiva la tensione nelle braccia e nelle gambe, erano come molle piegate pronte a scattare.
Petra si voltò verso Lamb. “La Camera di Commercio ha deciso di assumere la signorina Mars per lavorare al caso Hayley Dewalt. Vorrei che lei l’aggiornasse sui fatti in modo che possa cominciare.”
“Lei mi sta prendendo in giro.” Un brutto colore attraversò le sue guance. “Signorina Landros, non c’è bisogno che—“
“Ho già preso la mia decisione, Lamb.” L’espressione di Petra era fredda, la voce ferma. Il suo sorriso si allargò impercettibilmente. “Andiamo, Dan. Con le elezioni in arrivo non crede di avere un po’ troppe cose per le mani? La Camera è occupata in un altro dipartimento dello sceriffo, sotto l’amministrazione Lamb. Abbiamo bisogno che si concentri su ciò che sa fare meglio – mantenere la città pulita e la marmaglia fuori dalle strade.”
Il sottotesto era talmente chiaro che nemmeno Lamb avrebbe potuto mancarlo. Se vuole mantenere i nostri finanziamenti e il nostro appoggio, dovrà comportarsi per bene. Veronica avrebbe voluto avere con sé una macchina fotografica per catturare il rosso violento disegnato sulle guance di Lamb.
I suoi occhi si spostarono velocemente su Veronica senza cambiare espressione, la sua bocca si contorceva come nel tentativo di tenerla chiusa a forza. Dopo un lungo momento, prese fuori un sottile fascicolo e lo spinse sulla scrivania verso di lei.
“Mettiamo in chiaro una cosa,” disse Lamb aprendo la cartella. “Lei è qui per assistere a un’indagine. Non per gestirla. È a casa mia ora, signorina Mars. Sono io a dettare le regole.”
Le sfogliò la cartella. Non c’era niente oltre che il rapporto delle amiche di Hayley due giorni dopo la festa, che dichiaravano la scomparsa dell’amica. Nessun appunto, trascrizione, registrazione.
Alzò lo sguardo tirando su un sopracciglio. “Tutto qui? Una delle sue regole vieta di intervistare le persone?”
Lamb le lanciò uno ghigno condiscendente. “Cos’altro vorrebbe? Una mappa con tutti i suoi spostamenti? Abbiamo preso le dichiarazioni delle sue amiche e le abbiamo inserite nel sistema. Non c’era nient’altro da fare. Non abbiamo alcuna prova che qualcuno abbia preso Hayley contro la sua volontà. Se ci fossero state, le avremmo seguite.”
“Avete controllato la casa da cui è scomparsa?”
Lamb si spostò i capelli all’indietro. “Prima di tutto, solo perché quello è l’ultimo posto in cui le sue amiche l’hanno vista non vuol dire che sia lo stesso da dove è sparita.”
Lei lo fissò incredula. “Quindi il motivo per cui non avete perlustrato l’ultimo posto in cui è stata vista è perché  è solo l’ultimo posto in cui è stata effettivamente vista? Bene, davvero professionale.”
Qualcosa attraversò il volto di Lamb e scomparve. Poi scrollò le spalle. “I miei agenti sono tutti impegnati. Molti dei miei uomini sono impegnati a controllare che i ragazzini non si soffochino col loro stesso vomito. Non abbiamo il superpotere di controllare se sotto i sassi si nascondono ragazzine ubriache.”
Veronica gli lanciò uno sguardo avvizzito ma non disse nulla. Avrebbe potuto chiedere di più – ad esempio il certificato di affitto della casa da dove era scomparsa Hayley, informazioni sui proprietari, documenti dell’atto – ma sarebbe stato facile per Mac accedervi. Per non specificare che l’avrebbe fatto velocemente e lei non avrebbe dovuto parlare di nuovo con Lamb.
“C’è qualcos’altro di cui dobbiamo parlare?” chiese lei, rivolgendosi a Petra. La donna era già in piedi che prendeva in mano la sua borsa.
“Non credo,” disse. “Ho notato che non hai molto su cui lavorare. Ti prego di chiamare il mio ufficio in caso di necessità – il mio assistente è stato istruito e ti metterà al corrente di tutto.” Rivolse a Lamb un sorriso gelido. “Voglio che troviate Hayley Dewalt, Lamb, e mi aspetto che lei assista la signorina Mars in ogni modo da lei richiesto.” Detto questo, uscì a grandi passi dalla porta.
Lamb guardò Veronica, il colore stava scomparendo dalle sue guance, gli occhi ridotti a fessure. Lei ricambiò lo sguardo in modo fermo, inflessibile, aspettando che fosse lui a parlare. Guardare lo sceriffo essere messo al suo posto dalla Landros era stato divertente – ma lei sapeva che un Lamb umiliato equivaleva a un Lamb pericoloso.
Dopo un lungo momento, lui si distese nuovamente sulla sua poltrona, ma questa volta senza essere imbronciato. Puntò il suo indice verso di lei. “Voglio essere al corrente di tutto ciò che scopre. Non si azzardi a fare un solo passo senza dirmelo, intesi?”
“Quindi.. lei considera un lavoro indegno finché non vuole prendersene il merito, giusto?” Veronica lo guardò con disprezzo e si alzò in piedi. “Mi venga a cercare sotto un sasso, se è così curioso. Le farò sapere quando avrò trovato Hayley Dewalt.” E con questo sbatté la porta del suo ufficio e lasciò la stazione di polizia.

Elsa Hysteria
Nella sua testa vive nella Londra degli anni cinquanta guadagnandosi da vivere scrivendo romanzi noir, nella realtà è un’addetta alle vendite disperata che si chiede cosa debba farne della sua laurea in comunicazione mentre aspetta pazientemente che il decimo Dottore la venga a salvare dalla monotonia bergamasca sulla sua scintillante Tardis blu. Ama più di ogni altra cosa al mondo l’accento british e scrivere, al punto da usare qualunque cosa per farlo. Il suo primo amore telefilmico è stato Beverly Hills 90210 (insieme a Dylan McKay) e da allora non si è più fermata, arrivando a guardare più serie tv di quelle a cui è possibile stare dietro in una settimana fatta di soli sette giorni (il che ha aiutato la sua insonnia a passare da cronica a senza speranza di salvezza). Le sue maggiori ossessioni negli anni sono state Roswell, Supernatural, Doctor Who, Smallville e i Warblers di Glee.

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