Veronica Mars | Capitoli 23, 24 & 25

VERONICA-MARS-COVER

CAPITOLO VENTITRE

Le mani di Veronica non smettevano di tremare. Teneva il revolver lontano dal corpo e respirava lentamente, profondamente, l’odore del metallo caldo era pungente nelle narici. Provò a rilassare le spalle. Poi premette il grilletto.
Era primo pomeriggio di un sabato. Era andata al poligono da sola, uscendo di soppiatto dalla porta non appena aveva sentito suo padre accendere il tagliaerba nel giardino sul retro. Non voleva che la vedesse intrufolarsi in cucina come una ladra e prendere la pistola da dove entrambi l’avevano lasciata, sull’isola della cucina.
Sapeva che si stava comportando da stupida. Keith era un bravo tiratore: avrebbe dovuto insegnarle. Ma per qualche motivo voleva farlo da sola. Forse perché non era pronta ad ingoiare il rospo dopo la loro discussione, anche se lui non avrebbe cercato di girare il coltello nella piaga. Piuttosto era perché non voleva che lui vedesse quanto fosse spaventata nel tenere in mano un oggetto progettato per fare del male. Per uccidere. Non voleva che sapesse che l’idea di usarla le dava la nausea. Perché sapeva che l’avrebbe considerata una debolezza, un segno che non era davvero pronta per questo tipo di lavoro. Quindi aveva passato la mattinata a cercare su Google come caricare un revolver e come sparare. Aveva trovato un video blog con istruzioni passo dopo passo, in cui compariva un paffuto e allegro ex poliziotto della Florida che riusciva a fare un buco nella testa del bersaglio ogni singola volta.
Veronica prese ancora la mira lungo la traiettoria, cercando di concentrarsi sul bersaglio, e fece fuoco.
Le uniche altre persone presenti al poligono erano un uomo robusto e i due figli adolescenti, tutti con abiti mimetici. L’uomo aveva una mascella squadrata e capelli a spazzola. I figli indossavano un cappello da baseball arancione fosforescente. Tra loro avevano una dozzina di armi e facevano turni con diverse pose alla Rambo, deridendosi a vicenda ad ogni tiro mancato. Veronica non riusciva a sentirli attraverso le enormi cuffie di plastica, ma aveva capito il concetto. Qualche volta i loro occhi si rivolgevano furtivamente verso di lei e aveva colto un sorriso che significava “non-è-adorabile?” sul viso del padre quando pensava che lei non stesse guardando.
Fece fuoco di nuovo, pensando alla festa e al coltello che Eduardo le aveva premuto alla gola. Provò ad arrabbiarsi a sufficienza per trarre piacere da quello che stava facendo, a odiare Eduardo a sufficienza da immaginare la sua faccia sul bersaglio. E odiava davvero Eduardo. Ma l’idea di ucciderlo non le dava alcuna gioia. Voleva fargli del male, era vero. Voleva vendicarsi. Ma non così.
La pistola era una .38 Special a canna corta, di piccole dimensioni. Non sembrava una gran pistola. Ma il rinculo si abbatteva sul suo corpo a ogni sparo. Ricaricò, divaricò le gambe, mirò al bersaglio e sparò tutti e cinque i proiettili, lentamente e cautamente. Poi premette il bottone che faceva avvicinare il bersaglio. Avanzava lentamente lungo il poligono, oscillando.
Lo aveva colpito due volte, una al limitare vuoto della figura e un’altra a quella che sarebbe stata la spalla della vittima. Vittima? È così che dovresti pensarla? O è un criminale? Digrignò i denti e colpì il bottone per rimandare indietro il bersaglio. Non aveva senso usarne uno nuovo: aveva a malapena ammaccato il primo.
Si stava voltando per ricaricare la pistola quando una mano le toccò una spalla. Sobbalzò e si voltò.
Weevil Navarro era in piedi dietro di lei, con addosso una lucida giacca nera da motociclista e un paio di jeans. Il pizzetto gli incorniciava le labbra contratte in un’espressione in parte pensierosa, in parte da duro. Borchie di diamante di grandi dimensioni punteggiavano entrambi i lobi e riusciva a intravedere i contorni dei tatuaggi che si arrampicavano fino al collo e scendevano giù sulle braccia.
Sistemò con cautela il revolver nella sua custodia, poi tolse una protezione da una delle orecchie. “Non credo che dovresti sorprendere una persona con una pistola.”
“Dovresti tenere le ginocchia morbide. Piegarti un po’ per assorbire il colpo.” Sollevò la testa, poi la abbassò in un breve cenno di valutazione.
Veronica gli lanciò un sorrisetto scettico. “Ah. In realtà non sono sicura se sia una buona o una cattiva idea accettare consigli da qualcuno accusato di avere armi rubate”.
“Ehi, sai bene quanto me che Glock era stato incastrato.” Si raddrizzò e raggiunse una postazione di tiro per mostrarle come fare, saltellando leggermente sugli avampiedi. “Puoi anche sporgerti un po’ in avanti a partire dalla vita. Aiuta per l’equilibrio.”
Lo osservò per un momento ma non si mosse per prendere la pistola.
Lei e Weevil si conoscevano da tanto tempo e, proprio quando era sicura di poterlo definire un amico, il loro rapporto si era fatto… complicato. Al liceo era a capo del PCH Bike Club e tra loro c’era un accordo di aiuto reciproco. Veronica sapeva che poteva chiamarlo quando aveva bisogno di muscoli e a volte era utile per avere informazioni sui criminali di Neptune. Veronica dal canto suo l’aveva aiutato per quel che riguardava un paio di cose, incluso il riformatorio. Ma aveva visto fino a che punto lui sarebbe arrivato pur di rimanere al top – e quanta distruzione fosse in grado di causare.
Quando era tornata a Neptune un paio di mesi prima, l’aveva ritrovato a rigare dritto. Aveva visto con i propri occhi come guardasse sua moglie, e l’aveva fatta sentire – come? Felice per lui? Gelosa che perfino Eli “Weevil” Navarro fosse in grado di sistemarsi e trovare una sorta di pace, quando lei pensava di impazzire se avesse passato un altro interminabile pomeriggio di calma piatta?
Quando Celeste Kane gli aveva sparato però, sostenendo si trattasse di difesa personale, gli era finita nella mano priva di sensi una pistola rubata. Da quel momento era cambiato qualcosa. Era tornato sulla sua moto, serpeggiando per le strade di Neptune con la vecchia gang, fermamente convinto del fatto che se il sistema era corrotto, quella fosse l’unica maniera per avere una chance di replicare.
Il pensiero l’aveva colpita all’improvviso, rendendola incredibilmente triste. A quanto pare nessuno di loro due sarebbe mai stato in grado di lasciarsi alle spalle il passato, non importa quando duramente ci avessero provato.
“Comunque, cosa ci fai qua?” chiese Veronica.
“Ho visto nel parcheggio la bella macchina con cui vai in giro, e ho pensato, questa devo proprio vederla. Veronica Mars con una pistola. Come se non fossi già abbastanza inquietante.”
Lei fissò la pistola, appoggiata alla lucente fondina. “Papà vuole che io impari.”
“Uomo saggio.” Weevil prese la pistola e la soppesò fra le mani. “Questa è una città di merda. Devi essere in grado di difenderti.” Ponderò la traiettoria, in stile cowboy, la pistola in una mano. “Ho sentito che ti sei cacciata nei guai alla festa dei Gutiérrez.”
“Chi te l’ha detto?”
“Oh, sai. Ti seguo su twitter, @too_nosy_for_her_own_damn_good.”
Veronica fece finta di sbuffare, poi si fece seria. “Quindi conosci i cugini Gutiérrez?”
Lui si girò a guardarla, facendo attenzione alla pistola. “So chi siano. Credimi, V. Ci sono ambienti in città dai quali perfino io sto alla larga. Ti direi di prendere esempio da me, ma non sei mai stata così intelligente da seguire un buon consiglio.”
Lei scosse la testa. “Weevil, sono scomparse due ragazze. Devo provare a ritrovarle.”
“Sì? Ho sentito dire che hanno preso il tizio che le ha uccise.”
Lei fece una smorfia. “Willie Murphy? Ho dei dubbi. Ieri le famiglie hanno ricevuto dei messaggi da qualcuno che dice che le ragazze sono ancora vive. Se sai qualcosa su questi tizi che potrebbe aiutarmi a trovarle…”
Weevil sospirò e abbassò la pistola. Si grattò la mascella con il dito. “Senti, come ho detto, sto lontano da quell’ambiente. Non ne so molto. Ma ti posso dire questo – i Milenios non conducono nessun tipo di affari in questa città.”
Lei scrollò le spalle. “Ma Eduardo e Rico-”
“-sono due ragazzini teppisti senza precedenti. E puoi scommettere che rimarranno tali. Si trovano in una buona posizione – sono fuori dalla linea del fuoco, si stanno istruendo, hanno la possibilità di lavare tutto il denaro sporco investendolo in affari legittimi.”
“Ma i Milenios sono noti per prendere ostaggi, tenere le persone prigioniere per un riscatto. Ci sono centinaia di casi documentati nei quali prendono qualche studente universitario,” ribattè Veronica.
“In Messico,” disse lui. Scosse la testa. “Usa il cervello, V. Quale re del crimine sarebbe così stupido da ordinare il rapimento di due ragazze americane bianche? Rischiare di avere alle costole l’FBI o la DEA, quando in realtà se la passa benissimo qui.”
“Uno punto due milioni di riscatto sono un sacco di soldi.”
“Sono spiccioli per loro.” Si mise le mani in tasca. “Non so. È possibile che los primos Gutiérrez siano fuori controllo. Magari stanno cercando di raggiungere un pesce grosso.”
“Magari amano semplicemente far del male alla gente, e nessuno li ha mai fermati.” La voce di Veronica si fece bassa e tesa.
Weevil scrollò le spalle. “Magari. Dico solo che queste persone non sputano nel piatto in cui mangiano. Non esiste che ci sia El Oso dietro a tutto questo. Non dietro a un rapimento o un omicidio. E se scoprisse che quei ragazzi hanno fatto di testa loro, immagino che la pagherebbero cara.” Scrollò di nuovo le spalle. “Ma come ho già detto, non faccio domande su di loro. Quindi probabilmente non so di cosa io stia parlando.”
Veronica annuì lentamente. Prese la pistola ed estrasse il cilindro. Le sue dita non tremavano più. Caricò altri cinque colpi.
“Ti hanno fatto del male?” la voce di Weevil era calma dietro di lei. Un paio di cubicoli più in la, i ragazzi e il padre stavano rimettendo a posto le proprie pistole. Uno di loro osservava lei e Weevil con occhi pallidi. Arricciò le labbra verso di lui e lui si girò arrossendo.
“Sto bene.” Poi richiuse il cilindro con un click. “Dovresti indossare delle cuffie.”
Sparò altre cinque volte, in rapida successione. Il suono echeggiò in distanza intorno a lei, l’odore di polvere da sparo stranamente dolce per il suo naso.
Quando premette il pulsante per far avvicinare il bersaglio, scoprì di aver colpito la silhouette altre due volte. Una in basso, sotto alla pancia. L’altra dritta in testa.

 

CAPITOLO VENTIQUATTRO

Il dipartimento dello sceriffo vibrava di energia quando Veronica vi arrivò la domenica mattina. Nel parcheggio di fronte, i reporter si ergevano vigili, in attesa di nuove informazioni. Veronica scorse Martina Vasquez mentre aspirava un paio di veloci boccate dalla sua sigaretta prima di prendere in mano il microfono e di sorridere alle telecamere.
Voleva parlare con Billy Murphy. Sapeva che sarebbe stato difficile. Ora che Lamb lo teneva in custodia, un capro espiatorio perfetto, non avrebbe permesso a nessuno di scavare più a fondo. Ma doveva provarci, perché altrimenti sarebbe rimasta senza nulla sui cugini Gutiérrez.
“Le spiacerebbe dire ai nostri telespettatori cosa ne pensa di come lo sceriffo sta gestendo il caso del rapimento Dewalt-Scott, signorina?” Un uomo con i capelli da Ken le cacciò il microfono sotto il mento. Si mosse velocemente all’indietro, allontanandosi da lui.
“No, grazie”, disse. Si voltò verso il luogo in cui doveva trovarsi la porta dell’edificio e andò a sbattere contro qualcuno.
Era Crane Dewalt, pallido e goffo. Dietro di lui stava il resto della sua famiglia più una quinta persona, un uomo basso e tarchiato.
“Salve signore e signora Dewalt. Crane. Ella. Come ve la state passando?”
La madre di Hayley si fece avanti e prese la mano di Veronica.
“Tanto bene quanto ci si aspetterebbe, immagino.”
“Ci sono stati nuovi messaggi riguardanti Hayley?”
“Non risponda,” disse l’uomo. Veronica si voltò e lo guardò aggrottando la fronte. “Senza offesa,” aggiunse lui. “Vogliamo solo tenere le informazioni sotto controllo, al momento.”
Indossava una camicia spiegazzata e un paio di pantaloni chino che calzavano male, niente cravatta e niente giacca; e aveva un volto cascante con il doppio mento. I capelli in cima alla testa erano fini e radi, ma dietro erano ricci e troppo lunghi. Un paio di occhiali dalle lenti spesse gli ingrandiva gli occhi e gli dava un’espressione di lieve sorpresa. Più di tutto, aveva l’aspetto di un insegnante di educazione civica molto contrariato.
La signora Dewalt lo indicò con un cenno. “Veronica Mars, questo è Miles Oxman.”
“Sono un consulente di sicurezza privato,” disse. Un biglietto da visita si materializzò da un qualche punto della sua giacca, con gli angoli spiegazzati. In alto vi era stampato GULL E SOCI, sopra il suo nome.
Veronica lo fece scivolare nella borsetta.
“Il signor Oxman ci sta aiutando con i dettagli del riscatto,” disse la signora Dewalt, torcendosi le mani. “Non vogliamo commettere alcun errore.”
Veronica strinse i manici della borsa più accuratamente nelle fibbie. “Quindi stava interrogando Murphy?”
La bocca larga di Oxman si tese un poco più larga, le sue guance indietreggiarono per formare un sorriso. “A questo punto, signorina Mars, no mi interessa più sapere chi abbia rapito Hayley. Sono qui per assicurarmi che lo scambio vada liscio e che ci consegnino Hayley tutta intera.”
“Non possiamo starcene qui seduti ad aspettare che qualcun altro catturi i criminali che l’hanno rapita. Tutto ciò che possiamo fare è seguire le loro direttive e riprenderci nostra figlia.” I gentili occhi blu della signora Dewalt erano lucidi e stanchi. “Non è che non apprezziamo tutto il tuo aiuto. Hai fatto il meglio per noi.”
“Al contrario di qualcun altro,” sbottò suo marito, parlando per la prima volta.
“Senza offesa, signora, ma in questa città sono tutti idioti? Come ha fatto quello lì a venire eletto sceriffo?”
“Mike!” sibilò la signora Dewalt, ma senza troppa convinzione.
“È tutto a posto, signora Dewalt, non è la prima volta che qualcuno dice esattamente ciò che penso anche io.” Veronica guardò Oxman.
“E gli Scott? Sta lavorando anche per loro?”
Le labbra della signora Dewalt si assottigliarono. “Gliene abbiamo parlato. Pensavamo potesse essere più facile, e persino più sicuro, avere un esperto a occuparsi di entrambi i casi. Ma non erano interessati. Hanno detto di avere già qualcuno.”
“Hanno detto con chi stanno lavorando?” chiese Oxman, dondolandosi lievemente sui piedi tondi.
“Ehm, il Gruppo Meridian, credo? Qualcuno di nome Lee Jackson?”
“Oh, sì. Sono bravi, Lee ha un’ottima reputazione.” Oxman sembrava non curarsi della concorrenza. “Molto buona.”
Improvvisamente si levò un urlo a un paio di metri di distanza. La signora Dewalt fece un balzo, portandosi le mani alla gola. Il resto di loro si voltò per vedere cosa fosse successo.
Ella stava in piedi, con le sue stesse braccia intorno al corpo, costretta contro un lampione dallo stesso reporter dai capelli di plastica che aveva tentato di inseguire Veronica.
Agitava il microfono quasi come per minacciarla. “Hai nulla da dire a tua sorella? E ai suoi rapitori? Com’è stato per te, Ella? Sei spaventata?”
Successe tutto così in fretta e nessuno riuscì a impedirlo. Crane sbatté via il microfono con la mano. Poi fece indietreggiare il pugno e fece cadere un bel gancio dritto sulla mascella di Ken, facendo barcollare all’indietro il reporter contro il cameraman. Da qualche parte nel parcheggio qualcuno urlò. Si sentì il rumore di persone che correvano e poi quattro ufficiali in khaki del Dipartimento dello Sceriffo uscirono spingendo le porte. Poco dopo, Lamb arrivò a grandi falcate dietro di loro. Doveva aver percepito un’opportunità per mettersi in posa davanti ai media – indossava occhiali da aviatore a specchio che senza dubbio aveva afferrato nel momento in cui aveva sentito le voci alzarsi.
“Stai lontano dalla mia fottuta sorella,” urlò Crane, i pugni stretti lungo i fianchi. Dietro di lui, Ella stava piangendo silenziosamente, grandi lacrime rotonde le scendevano lungo le guance. La signora Dewalt corse verso di lei, stringendola a sé e guardandosi freneticamente intorno. Il reporter era a terra, sul viso aveva un’espressione stupefatta e distante. Un vice toccò il braccio di Crane, e lui si liberò con uno strattone.
Altri reporter corsero verso il parcheggio all’odore del sangue, le telecamere già lampeggiavano. Un vice aiutò il reporter caduto ad alzarsi, mentre Lamb si mise davanti a Crane. “Dovrò chiederle di entrare, signor Dewalt.”
“Oh, per questo l’avete mosso il culo, eh?” sogghignò Crane.
Le vene sugli avambracci erano tese contro la pelle, in stile Hulk. Stava lì, le spalle all’indietro, pronto per un altro pugno, se necessario. “Finalmente sono riuscito a capire a cosa bisogna arrivare, allora.”
Un vice si inginocchiò per ispezionare le ferite del reporter. Un altro guidò gentilmente Ella e sua madre verso le porte di vetro. Il petto di Crane si alzò visibilmente. Per un terribile, magnifico momento, Veronica pensò che avrebbe mollato un pugno a Lamb. Poi sembrò collassare, la rabbia si dissipò tutta in una volta. Alzò le mani, sia una resa che un segno di disgusto. Lamb guardò uno degli ufficiali rimasti mentre lo conduceva verso le porte. Il signor Dewalt seguì, rosso in viso.
“Solo una baruffa. Stai bene, Langston? Dai, portatelo dentro. Procederemo e prenderemo una dichiarazione.”
Lamb si crogiolò nei flash delle telecamere per qualche minuto fin quando i reporter persero interesse. Mentre iniziavano a ritirarsi, si girò verso le porte. A quel punto si accorse di Veronica. I suoi occhi si strinsero.
“Che ci fai qui?”
Le vennero alle labbra un centinaio di risposte strafottenti, ma per una volta le ingoiò. Si costrinse a fare un sorriso che in modo caritatevole poteva essere considerato “educato”.
“Speravo di fare delle domande a Willie Murphy -”
Ma Lamb stava già scuotendo la testa. “Scordatelo, Mars. Anche se volessi farti entrare – cosa che, tra l’altro, non voglio fare – Murphy non riceve visite.” Lamb fece un sorrisetto. “E comunque dubito che parlerebbe con te. Non accusi un uomo di rapimento e omicidio il giorno prima, per poi chiedergli di prendere un caffè insieme il giorno dopo.”
“Io non… Okay, ci sono tantissime cose sbagliate in quella frase che non mi prenderò neanche il disturbo.” Gli diresse uno sguardo esasperato. Avrei dovuto dargli la risposta strafottente. Almeno ora avrei la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro.
“Ora, se vuoi scusarmi, devo parlare con il giovane signor Dewalt del suo comportamento.” Le rivolse un altro sorrisetto compiaciuto, si voltò per annuire a Oxman e tornò dentro.
“Dovranno imputare il ragazzo. Non possono fargliela passare liscia”, disse Oxman colloquialmente. Sbadigliò, rivelando una bocca piena di denti ingialliti dal caffè. “Sta ancora lavorando al caso?”
“Certo. Almeno finché non scopro cosa è successo ad Hayley e Aurora.”
Si aggiustò il colletto. Lei si accorse delle macchie di sudore che aveva sotto le braccia. “La cosa migliore che può fare per la sicurezza di queste ragazze è farsi da parte e lasciarci fare il nostro lavoro.” Abbassò la voce. “Questi cartelli non scherzano. Io lo so – vi ho a che fare da più di dieci anni”.
“Quindi pensa che l’abbiano i Milenio?”
“Non ho detto questo”. I suoi occhi guizzarono verso il parcheggio. Veronica sbatté le palpebre. La sola parola “Milenio” sembrava farlo saltare. “Non so chi abbia preso Hayley Dewalt, e francamente, non lo voglio sapere. Ma le dirò questo. Tre ore fa Murphy ha licenziato il suo avvocato d’ufficio. Ora è rappresentato da Schultz and Associates.”
“Schultz? Sono importantissimi. E molto costosi.” Veronica si accigliò. “Come fa Willie Murphy a permettersi quel tipo di potenza di fuoco?”
“Appunto”. Pugnalò l’aria con un dito indice.
Forse Weevil aveva torto, dopo tutto. Schultz and Associates erano di alto profilo, e non erano sempre disponibili, anche se avevi molti soldi. Dovevi avere contatti, essere importante, e per quanto ne sapesse lei, Willie Murphy non aveva nemmeno una casa stabile che poteva chiamare sua. Qualcuno lo voleva proteggere – qualcuno di potente. Ma Eduardo e Rico lo volevano protetto per coprire omicidio e rapimento – o altro?
“Senta, non posso dirle cosa fare, ragazza, ma proceda con cautela.” Oxman si massaggiò il naso tra il dito indice e il pollice, poi sospirò. “Uno dei miei colleghi è stato rapito a Oaxaca lo scorso anno. Scomparso senza lasciare traccia mentre lavorava a un caso. Quindi non si fanno problemi a usare i cosiddetti esperti pur di tenerci fuori dai loro affari”. Alzò le spalle. “Potresti fare un favore a tutti noi e aspettare fin quando non abbiamo di nuovo le ragazze a casa, prima di andare a sollevare troppa merda.”
Mentre lui faceva qualche passo verso il parcheggio, le venne un’idea.
“Hey, conosce il nome del difensore d’ufficio che è stato licenziato?”
Oxman alzò le spalle. “Non lo ricordo. Ma so che era un tizio a basso costo del posto.” Ci pensò per un momento. “McQualcosa”.
Un sorriso si allungò lentamente sul viso di Veronica. Bingo.

 

CAPITOLO VENTICINQUE

Il vento si alzò quando Veronica arrivò alla casa degli Scott. Nuvole scivolavano in cielo, e gli alberi mormoravano dolcemente quando il vento colpiva i rami. Prese una scatola rosa dal sedile del passeggero della BMW e camminò lentamente verso la porta.
All’inizio Veronica non aveva realizzato la data – non finché aveva lasciato il terzo messaggio alla segreteria telefonica di Cliff McCormack. “Devo parlarti. È urgente. È domenica, 23 marzo. Richiamami.” E attaccò il telefono, la data che scottava sulle sue labbra. 23 marzo, il compleanno di sua madre.
Non voleva neanche ammettere di ricordarselo. Ma eccola qua, scritta indelebile da qualche parte della sua mente. Arrivava con una manciata di ricordi che non amava rivivere – Lianne, bere martini scadente al ristorante dove aveva festeggiato il compleanno, diventare così ubriaca da svenire sul carrello dei dolci. Un altro anno, quando avevano fatto una festa a casa e non si era nemmeno fatta viva. Quando rientrò barcollante alle tre del mattino, lei e Keith ebbero uno dei veri forti litigi. E altri ricordi che erano, in un certo senso, anche peggiori – l’anno che avevano fatto una cena in barca ed erano stati in silenzio sul ponte. L’anno in cui Keith aveva portato a casa Backup, un cucciolo con un enorme fiocco sul collo, e Lianne l’aveva tenuto in braccio come un bambino per tutto il pomeriggio.
Veronica sistemò la scatola nelle sue mani. Era di cattivo gusto ricevere una torta in un momento di crisi? Qual’era il protocollo? Immaginò la glassa: BUON COMPLEANNO. SPERO CHE TUA FIGLIA NON SIA MORTA. Ma quest’anno era il cinquantesimo. Un anno con lo zero. Veronica doveva fare qualcosa. Quindi, sulla strada per casa sua, si fermò in pasticceria e prese una piccola torta al cioccolato. Era la preferita di sua madre – o almeno lo era, una decina di anni fa.
Lianne aprì la porta qualche momento dopo il suono del campanello, come se lo stesse aspettando. Sobbalzò quando vide Veronica. Poi aprì di più la porta.
“Veronica. Ciao. Stavo aspettando… Entra. Siamo in terrazzo.”
Seguì la madre in casa. Sembrava la stessa, forse più vissuta. Un mucchio di strumenti erano sparsi per il pavimento del soggiorno – una fisarmonica di plastica, un piccolo xilofono, una batteria con la metà dei piatti mancanti. Sul tavolino c’erano bicchieri mezzi vuoti, in parte a una pila di cruciverba tascabili con evidenziatori. Un odore di unto aleggiava nell’aria, l’avanzo dei pasti a base di fast food della settimana.
Lianne aprì la porta di vetro e la accompagnò al terrazzo. Piante di Bougainvillea e Filodendro decoravano il balcone, dandogli l’idea di una piccola giungla.
Alla fine del balcone, Tanner sedeva in una Jacuzzi, la testa appoggiata a un cuscino gonfiabile. La saluto con la mano appena la vide. “Veronica! Non ti aspettavamo.”
“Signor Scott,” disse. E poi dopo un attimo: “Tanner.”
Hunter era seduto al tavolo con un antico sintetizzatore Casio, il ritmo su bossa nova, toccando i tasti con un dito alla volta. I suoi capelli erano alzati dietro, e c’era una macchia di qualcosa – salsa barbecue, forse – all’angolo della sua bocca. Veronica gli sorrise e appoggiò la scatola sul tavolo. “Ciao, Hunter. Come va?”
Scrollò le spalle, i suoi occhi diffidenti.
“Pensavo fossi lo specialista in rapimenti,” disse Lianne, chiudendo la porta di vetro. “Dovrebbe arrivare a momenti.”
“Quindi avete deciso di pagare il riscatto?”
“Certo.” Lianne face qualche passo sul terrazzo, tesa. Indossava la stessa maglietta con la scritta TROVATE AURORA che indossava Tanner venerdì. Il viso di Aurora era contorto, quasi come se provasse dolore.
Veronica guardò i movimenti della madre – impulsivi e allo stesso tempo controllati, come se stesse pensando a ogni passo. Come se si aspettasse che qualcuno uscisse dai cespugli e urlasse “Buu!” Era famigliare. Dolorosamente famigliare. Lianne si comportava così nei giorni prima di una ricaduta.
“Per cosa è questa?”
Tutti si girarono a guardar Hunter, che aveva aperto la scatola e stava guardando la torta. Veronica rise a disagio.
“Oh. Quella. Be’…” diede a Lianne un sorriso nervoso. “So che non è esattamente un felice compleanno, ma ho pensato che potessimo mangiare almeno un po’ di torta.”
“Gli occhi di Lianne si spostarono sulla scatola, e poi verso Veronica. Per un momento si guardarono. La bocca di Lianne si aprì, le guance rosse. “Compleanno?” Tanner spostò lo sguardo da Lianne a Veronica e poi di nuovo a Lianne “È… Oh Cristo, l’ho dimenticato ancora, vero?”
Uscì dalla Jacuzzi. Il costume era di un verde acceso con le palme disegnate. Qualche vecchia cicatrice sul petto, bianche contro la pelle abbronzata.
“Va tutto bene, Tanner. Sta succedendo di tutto. Quasi me lo dimenticavo anche io.”
“Avremmo dovuto fare qualcosa.” Si asciugò, poi mise un braccio attorno alle spalle di Lianne e le baciò la testa. “Hunter, abbiamo dimenticato il compleanno di mamma. Dobbiamo farci perdonare.”
“Perché lei lo ha ricordato?” chiese Hunter, guardando Veronica.
Il ritmo bossa nova si spense nel silenzio che si era creato fra di loro. Era questo il momento di dire a un bambino di sei anni che, comunque, sua madre ha un’altra figlia? Provare a spiegare perché Veronica non faceva parte delle loro vite? Il sopracciglio di Hunter si alzò in un modo dolorosamente famigliare – la fronte famigliare, scettica e ansiosa. La fronte di un bambino che ha visto tutto, ha sentito tutto, anche se non ha ancora capito quello che ha visto o sentito.
Gli occhi di Veronica e di Lianne si incontrarono sopra la testa del bambino. E poi, lentamente, Lianne si sedette al tavolo, a fianco di Hunter, le mani sulle sua braccia così da poterlo guardare.
“Hunter, non siamo stati completamente onesti con te,” disse lei, la voce tremante. “Sai già che Rory è tua sorellastra da parte di padre, giusto? Beh, Veronica è tua sorellastra da parte di madre. È mia figlia. È tua sorella.”
Il sopracciglio di Hunter si corrugò ancora di più. Per un momento Veronica si chiese se si stesse per mettere a piangere. Si rese conto di stare trattenendo il fiato e che il suo cuore stava battendo all’impazzata e quasi rise. Com’era possibile che dopo la settimana che aveva appena avuto, la reazione di un bimbo di sei anni alla notizia che lei fosse sua sorella potesse renderla così nervosa?
Hunter tornò a guardare la torta. “Quindi la mangiamo quella?”
Il labbro di Lianne tremò. Si sporse per abbracciare Hunter, una singola lacrima le rigava la guancia. “Sì tesoro, la mangiamo. Vado a prendere un coltello. Puoi dire grazie a Veronica?”
“Grazie per la torta!” disse. Poi spinse dei tasti a caso sulla sua tastiera e cantò: “Grazieeee,.. per la toooortaaa!”
Lianne andò in casa per prendere dei piatti e delle posate, mentre Hunter la seguiva e canticchiava tra sé e sé. Tanner e Veronica erano rimasti soli. L’imbarazzo si tagliava con un coltello.
“Grazie per esserti assicurata che tua madre passasse un bel compleanno, Veronica.” Scosse la testa. “Mi piacerebbe dire che l’ho dimenticato a causa… di tutto questo. Aurora che è scomparsa e tutto il resto. Ma la verità è che sono pessimo con i compleanni. È un mio difetto. Ma non è questione di disinteresse. Ho ucciso troppe cellule del mio cervello.” Rise rumorosamente e si sedette di fronte a lei a tavola. I suoi occhi blu erano l’unica parte di lui che non sembrasse in qualche modo sfumata.
Veronica non sapeva cosa dire. Non aveva mai avuto quel problema. Né lei né suo padre si erano mai dimenticati un compleanno. Era una scusa per festeggiarsi a vicenda. Cercavano sempre una scusa per far sentire Lianne amata. E non era stato abbastanza. Non era mai stato abbastanza.
Ad ogni modo Lianne era lì, con qualcun altro. E lei sapeva che non era giusto – conosceva a malapena Tanner – ma non riusciva a spiegarsi come Tanner fosse riuscito a tenersi sua madre quando Keith non c’era riuscito. Tanner sembrò leggere qualcosa nel suo sguardo e mostrò un ghigno storto. Con gesto veloce e misurato afferrò un pacchetto di sigarette dal tavolo. Quando ne accese una si premurò di soffiare il fumo lontano da Veronica. “Avevo smesso prima di tutto questo,” disse, tenendo la sigaretta in mano con un’espressione imbarazzata sul volto. “Ma sai, lo stress.” Per un momento fissò l’orizzonte, poi tornò su Veronica. “Tua madre ha lavorato sodo per riuscire a barcamenarsi in tutto questo. E lo so… lo so che avete degli affari irrisolti tra di voi. Se c’è qualcuno che lo sa, sono io. Io e la madre di Rory…”, sfumò la frase, poi diede un altro tiro alla sigaretta. “Sei una donna adulta quindi non ti dirò come devi sentirti. E non spetta a me interferire tra una madre e una figlia. Tutto ciò che posso dirti è che a volte è meglio restare con quelli simili a te. E tua madre non è mai stata simile a tuo padre. Non sto dicendo nulla di male su di lui. Anzi forse il contrario. È difficile guardare negli occhi la persona che ami quando sai che ti hanno visto distruggere tutto ciò che hai toccato. A volte è più facile rifarsi una vita quando stai con qualcuno che ha raggiunto il fondo come te.” A Veronica venne risparmiato di rispondere da Hunter che corse di nuovo fuori. “È qui!”
Lianne uscì sul patio a mani vuote, seguita da un uomo alto di origine afroamericana vestito con un completo. Tanner si alzò in piedi e così fece anche Veronica qualche secondo dopo. “Signor Jackson?”
L’uomo tese una lunga e dinoccolata mano e strinse la mano di Tanner. “È un piacere conoscerla, signor Scott. Mi dispiace per tutto ciò che sta passando.”
Era sulla quarantina, senza barba, con una voce profonda e rassicurante. Le sue spalle larghe erano perfettamente allineate e si muoveva in modo studiato. Accanto all’irrequietezza di Lianne e ai gesti veloci e aggressivi di Tanner sembrava incredibilmente aggraziato. “E questa è mia figlia, Veronica Mars,” disse Lianne. Jackson strinse la mano anche a lei, la sua presa era ferma e forte. “È un’investigatrice privata,” aggiunse Tanner. “Ci sta aiutando con il caso.” Jackson la guardò con più attenzione. “Interessante.” Poi le lasciò la mano.
“Posso… posso offrirle qualcosa? Acqua, the freddo? Posso fare del caffè se desidera,” offrì Lianne.
“No, grazie Signora Scott.” Aprì la sua valigetta e si distese il risvolto nella giacca. “Prima di iniziare, lasciate che vi rassicuri. So che siete entrambi spaventati. Avete passato le pene dell’inferno. Ma voglio che sappiate che siete in buone mani. Ho gestito più di cento casi simili a questo, in tutto il mondo. Questi uomini vogliono solo i loro soldi – finché vi fidate di me, e mi date la possibilità di trattare con loro, penso ci sia una buona probabilità di riaverla indietro.” Gettò uno sguardo a Veronica. “Ma questo vuol dire che bisogna seguire delle regole. E io non voglio mettere in pericolo la vita di Aurora con inutili giochetti. Sono sicuro che apprezzerete.”
“Quindi il piano è quello di dare ai rapitori ciò che vogliono? E poi?” Veronica si accigliò. “Non vuole sapere chi sono così possiamo arrestarli? Così possiamo fermarli?”
“Il piano, signorina Mars,” disse Jackson calmo, “è di riportare a casa Aurora Scott. Questo è quello che faccio. Questo è quello che conta. E voglio chiederle di pensare molto bene prima di interferire con il piano.”
I suoi occhi si incatenarono a quelli di Veronica. Lei non si mosse. Continuò a fissarlo, le spalle squadrate.
“Veronica.” La voce di sua madre era debole e tremante. “Ti prego.”
Lei distolse lo sguardo. Gli occhi di Lianne erano spalancati e spaventati. Per un secondo si sentì inchiodata al suolo. Tutti la stavano guardando, aspettando tesi. Vicino al patio un soffio di vento mosse le foglie degli alberi. Lei raccolse la sua borsa. “Senta, non si preoccupi. Non interferirò con le sue negoziazioni.”
Si diresse verso la porta. “Buona fortuna,” disse da sopra la spalla. “E buon compleanno.”

 

Elsa Hysteria
Nella sua testa vive nella Londra degli anni cinquanta guadagnandosi da vivere scrivendo romanzi noir, nella realtà è un’addetta alle vendite disperata che si chiede cosa debba farne della sua laurea in comunicazione mentre aspetta pazientemente che il decimo Dottore la venga a salvare dalla monotonia bergamasca sulla sua scintillante Tardis blu. Ama più di ogni altra cosa al mondo l’accento british e scrivere, al punto da usare qualunque cosa per farlo. Il suo primo amore telefilmico è stato Beverly Hills 90210 (insieme a Dylan McKay) e da allora non si è più fermata, arrivando a guardare più serie tv di quelle a cui è possibile stare dietro in una settimana fatta di soli sette giorni (il che ha aiutato la sua insonnia a passare da cronica a senza speranza di salvezza). Le sue maggiori ossessioni negli anni sono state Roswell, Supernatural, Doctor Who, Smallville e i Warblers di Glee.

Related Articles

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Stay Connected

42,996FansLike
11,745FollowersFollow
3,434FollowersFollow

Ultimi Articoli