Veronica Mars | Capitoli 16 & 17

VERONICA-MARS-COVER

CAPITOLO SEDICI

Non ti immagineresti mai chi si è fatto vivo oggi.
Tornata in ufficio qualche ora dopo, Veronica fissava il monitor del proprio computer. Il cursore lampeggiava ritmicamente, un’ode antica alla pagina vuota. Anche se c’erano centinaia – migliaia – di cose da dire, non riusciva a decidere su quale buttarsi per prima.
Aveva del lavoro da fare. C’erano delle vite in pericolo, delle carriere in ballo… e tutto ciò che avrebbe voluto fare era parlare a una singola persona. La persona che non poteva raggiungere.
Erano appena passate le quattro del pomeriggio a Neptune, California – il che significava che erano le quattro del mattino a bordo dell’Harry Truman. Avevano un appuntamento su Skype mezzora prima, ma lui non si era fatto vedere. A volte capitava; se veniva convocato per una missione non aveva sempre modo di farglielo sapere. Aveva provato a non farci caso, ma una parte di lei pensava sempre, anche solo per un secondo: Potrebbe essere morto.
Era una cosa stupida. Ma non poteva farne a meno.
Magari hai già saputo la notizia – non so, si prende la CNN sulla Truman? Trish Turley ci sta ampiamente marciando sopra. Un’altra ragazza è scomparsa, e giusto perché qualcuno mi odia, è la figliastra di Lianne.
Il sole del tardo pomeriggio filtrava attraverso le veneziane, proiettando ombre sulla sua scrivania. Si lasciò cadere all’indietro sulla sedia fissando l’intonaco del soffitto, la sua mente che ripassava tutto ciò che era accaduto nelle ultime ore. Sembrava tutto troppo complicato per tentare di raccontarlo in una mail – la strana sensazione nel rivedere la madre, la confusione di sentimenti. La scoperta di avere un fratellino. Sospirò.
Ti dirò tutto quando avremo l’occasione di sentirci su Skype. Sei libero lunedì mattina (la mia domenica sera?). Fammi sapere e mi farò trovare online.
Cliccò su “invia” e chiuse il portatile.
Era ovvio che le sparizioni fossero legate fra loro; Federico Gutiérrez Ortega era stato visto flirtare con entrambe le ragazze la sera prima delle rispettive scomparse. Ma cosa ne aveva fatto? Cosa avrebbe potuto spingerlo a rapire o fare del male a due ragazze americane, quando la posta in gioco era così alta? Sapeva di aver bisogno di prove schiaccianti prima di muovere accuse; i Milenios non erano stupidi. Se avessero capito che stava ficcanasando, avrebbero coperto le proprie tracce e tanti saluti.
Nel mentre, il fondo di Hayley aveva raggiunto i 550.000$ quella mattina; quello di Aurora era arrivato a 300.000$ e continuava a salire. Man mano che queste cifre salivano, lo stesso accadeva alle cancellazioni nei motel e negli hotel di Neptune lungo tutta la costa. Trish Turley aveva intortato i suoi fan, e l’improvvisa diminuzione di vacanzieri iniziava a essere evidente.
Una porta si aprì e Veronica si accorse tutto a un tratto delle voci concitate nell’area della reception.
“So che è arrivato da questo ufficio. Quindi a meno che non vogliate essere accusate di ostruzione alle indagini, è tempo di iniziare a parlare.”
Si tirò su e corse alla porta, giusto in tempo per vedere lo sceriffo Lamb sporgersi sulla scrivania di Mac. Il suo addome aveva urtato un portapenne, che ora oscillavano sui bordi. Stava sventolando un volantino blu sotto al naso di Mac, muovendolo avanti e indietro a ogni parola.
Mac sedeva tenendosi il mento con una mano, fissandolo con occhi annoiati e indifferenti. Non aveva fatto una piega mentre lui le sventolava il pezzo di carta in faccia.
“Che problema c’è con i miei volantini?” Veronica incrociò le braccia sul petto, appoggiandosi allo stipite della porta. “I colori non si intonano all’iniziativa Neptune’s City Beautiful?”
“Mars.” Lamb si allontanò dalla scrivania di Mac, le labbra incurvate in una smorfia. Veronica poté vedere Mac rilassarsi notevolmente dietro di lui. “Cosa credi di fare?”
Lei prese il volantino dalle sue mani e lo esaminò. “A quanto pare sto cercando di ritrovare Hayley Dewalt. Sarà difficile però, se continua a strappare i miei volantini.”
“Quante volte devo ripeterti di tenermi aggiornato sulle tue attività?”
“L’ultima volta che ho controllato, era impegnato a ignorare i miei messaggi vocali. E ora è scomparsa un’altra ragazza – dalla stessa casa – e penso che sarebbe il caso che lei stampasse altri volantini all’istante.”
Lui la fissò con gli occhi blu in fiamme, e le si avvicinò fino a trovarsi a pochi centimetri dal suo viso. Lei riusciva a sentire l’odore di caffè del suo alito. “Non c’è nessuna prova che le due sparizioni siano collegate,” disse lui piano.
“No?” lei finse sopresa. “Oh, immagino che lei non lo sappia, dal momento che ha lasciato a me la parte investigativa vera e propria. Beh, si tenga forte amico mio, perché sto per darle indizi veri su un crimine vero, impacchettati con tanto di fiocco.” Gli fece segno di seguirlo e andò nel suo ufficio. Un momento dopo, la seguì.
“Non ho tempo per i giochetti, Mars.”
“Non ne dubito, con tutte quelle bustarelle e corruzioni che le riempiono la giornata.”
Lamb sogghignò, una mano appoggiata allo schienale della sedia davanti alla scrivania. Lei prese il computer, aprì le foto ricevute dagli amici di Hayley e Adrian. Poi girò il computer verso di lui.
“Aurora Scott è scomparsa dalla stessa casa in cui è scomparsa Hayley Dewalt quasi due settimane fa. Entrambe le ragazze hanno parlato con questo ragazzo prima di scomparire.” Indicò nella foto la figura di Federico. “È lui quello che vuole perseguitare. Non Mac.”
Le pupille di Lamb si dilatarono leggermente, ma a parte questo, il suo viso rimase immobile. La sua sfrontatezza sparita all’improvviso, lasciando un’intensità lieve e calcolata nei suoi movimenti.
“Direi che conosci questo ragazzo?” le chiese freddamente.
Azzardò uno sguardo verso di lui. “Sa qualcosa che io non so?”
Lamb si raddrizzò, mettendo il pollice nell’asola della cintura. “Quello che so è che non vuoi accusare persone del genere. A meno che tu sia sicura al cento per cento di poterli incastrare.”
E in quel momento, lei fu sicura. Lui aveva sempre saputo che quella casa apparteneva ai Milenios, che i cugini Gutiérrez stavano riciclando denaro per conto della famiglia. Era solo troppo pigro – o forse troppo corrotto – per investigare. Sentì la bile arrivare in gola, ma la deglutì.
“Pensavo volesse le mie informazioni, Lamb. Pensavo volesse trovare queste ragazze.”
Lui guardò ancora le foto, un’espressione combattuta in volto. “Hai qualche prova che questo ragazzo sia coinvolto con queste scomparse?”
“No, ma è stato visto con entrambe le ragazze appena prima che scomparissero. È sufficiente per interrogarlo.”
“Lo è? All’improvviso sei una specie di studentessa in legge?”
“Eh, sì.” Sogghignò. “All’improvviso lo sono.”
Si guardarono per un minuto.
“Senta,” disse. “I cartelli della droga sono un po’ fuori dalle mie competenze.”
Lui indietreggiò alla parola “cartello”, ma il suo sguardo non si mosse da quello di Veronica. Per un momento i suoi occhi studiarono il suo viso per capire cosa sapesse. Lei attese.
“È una situazione delicata,” disse alla fine. “Non interrogherò nessuno senza una reale prova. Quindi se trovi qualcosa su di loro e mi porti le informazioni, penserò all’eventualità di interrogarli.”
“Quindi, mi faccia capire bene.” Veronica si toccò le labbra con l’indice. “Mi farà fare tutto il lavoro sporco, perché non è politicamente fattibile per lei farsi vedere in mezzo ai selvaggi party organizzati da un membro di una delle più violente organizzazioni criminali del Messico. La salvo da qualche problema e facciamo finta che lei abbia qualche tangente di qualche tipo dai Milenios – magari tramite una delle loro maschere legali.” Lo guardò, fingendosi confusa. “Ma se trovassi una prova reale che loro stanno, non so, usando le loro feste come una copertura per rapire delle bella ragazze? O peggio? È questo il momento in cui lei vuole che io le passi il caso.”
“Sì è così.” Lamb le sorrise, sembrava un rettile. “Il dipartimento dello Sceriffo apprezza la tua assistenza a questo caso.” Le fece beffeggiandola, e poi uscì dalla porta, lasciandosi dietro l’odore del suo Axe per il corpo.
Lei andò all’area reception. Mac non distolse lo sguardo dal computer. Le sue dita premevano sulla testiera. Veronica osservò il suo mento sporgente, la tensione nelle sue spalle. Non era felice. Non per la prima volta pensò a come Mac avesse lasciato un posto sicuro – e un grosso stipendio – per questo. Ora eccola qui, lavorando come segretaria, prendendosi gli abusi di tutti quelli a cui Veronica aveva pestato i piedi.
“Tutto bene?” Si sedette sulla scrivania di Mac.
“Sto bene.” Mac alzò lo sguardo, i suoi occhi luminosi e fieri, e un piccolo sorriso. “Uno di questi giorni, troverò qualcosa su quel tipo che gli toglierà quel sorrisetto dalla faccia.”
“Lo hai gestito come una professionista.”
“Fortunatamente, la mia faccia intimidatoria assomiglia a una muta arresa.” Sospirò forte. “Allora, ci sta col fiato sul collo?”
“Ovvio. Ma solo quando avrò qualcosa sui Gutiérrez. Ha paura dei grandi, grossi signori della droga – non vuole interrogarli finché non avremo qualcosa di valido.”
“Bè, noi non dovremmo esserlo?” Mac sollevò un sopracciglio. “Spaventate, dico? Alcune di quelle storie…”
“Credimi, sto gestendo questi ultravioletti gangster con la dovuta cautela. Non andrò a punzecchiare una tana di serpenti se questi serpenti stanno tranquillamente dormendo. Novità su questi controlli che stai facendo?”
Mac la guardò, esitando. Veronica roteò gli occhi.
“Va tutto bene. Dimmelo.”
“Okay, beh… Lianne Scott – Voglio dire, tua madre – ha alcuni reati minori sulla sua fedina penale, nessuno più recente del 2006. Ubriachezza pubblica, taccheggio e sconfinamento. Sembra che si sia spostata spesso tra il 2004 e il 2006. È stata a Barstow, Reno, Scottsdale, e infine a Tucson.” Gli occhi di Mac guizzarono dallo schermo a Veronica e poi velocemente tornarono indietro. “Si è sposata con Tanner Scott nel gennaio 2007. Ha dato alla luce Hunter Jacob Scott nel dicembre 2007. Ha iniziato a lavorare per lo studio dentistico lo scorso anno, dopo che Hunter ha iniziato la scuola.”
“E Tanner?”
Mac contrasse le labbra. “È stato un po’ difficile da rintracciare. Storia lavorativa a sprazzi e nessun indirizzo permanente tra il 2000 e il 2006.”
“Non è troppo sorprendente. Mi ha detto che era parecchio preso dalla bottiglia prima di incontrare mia madre.”
“Era sposato a una donna di nome Rachel Novak nel 1996; hanno divorziato nel 2000. Aurora è nata nel 1998 ad Albuquerque. Sembra che abbia fatto dieci mesi in prigione per frode nel 2005; Aurora è stata sotto la custodia dello stato mentre lui era via. Dopo essere uscito sembra abbia messo la testa a posto. Ha ottenuto la custodia di Aurora e ha iniziato a fare lavori più stabili. Prima del magazzino per la casa è stato custode della città per qualche anno.” Mac alzò lo sguardo. “È tutto ciò che sta venendo fuori dalla ricerca base. Vuoi che continui a scavare?”
Veronica scosse la testa. “No. Penso di poter riempire i vuoti.” Conosceva i dati di recidività per i reati minori; nessun ex criminale avrebbe lavorato come custode per qualche anno a meno che non fosse determinato a rigare dritto. L’idea di soldi facili diventava troppo allettante dopo aver pulito bagni tutta la notte. Tanner Scott potrebbe aver fatto partire il suo rilevatore di stronzate, ma sembrava che fosse davvero pulito.
Realizzò che Mac la stava guardando attentamente, la fronte increspata per la preoccupazione.
“Deve essere strano per te,” disse Mac.
“No. È okay”.
“Veronica, ricorda con chi stai parlando. Se qualcuno qui ha problemi materni, quella sono io.”
Veronica si obbligò a sorridere. Al liceo, era stata lei a scoprire che Mac era stata scambiata alla nascita, che la sua famiglia, nella quale non si era mai sentita davvero a suo agio, in realtà non era la sua.
“Okay. È assolutamente strano. Ma sto cercando di non pensarci. Ora come ora voglio solo concentrarmi sul trovare Hayley e Aurora.” Guardò fuori dalla finestra oltre la testa di Mac. Un gabbiano volava con l’aiuto del vento, una striscia pallida contro il cielo. Bello, per un animale in cerca di un cassonetto della spazzatura incustodito. “Hai avuto occasione di dare un’occhiata agli altri?”
“Sì. Chad Cohan è, per quanto ne so, ancora a Stanford. Sono entrata nei registri della sicurezza di Stanford, e sembra che abbia usato il suo ID studente per accedere alla palestra e alla biblioteca negli ultimi giorni. Nessun volo, e nessuna spesa sulle sue carte che possano indicare un viaggio.”
“Che mi dici di Crane?”
Mac scosse la testa. “Non ho una grande traccia elettronica su di lui. Non sembra probabile che sia in grado di filare via dalla sua famiglia e fare del male a qualcuno mentre sono soggetti a così tanta attenzione mediatica, giusto?”
“Improbabile, ma non impossibile. Domani andrò a controllare i Dewalt. Devo farlo in ogni caso.” Si mise le mani sugli occhi per un momento. Un lieve mal di testa si stava formando nella zona delle tempie.
“Cosa dovremmo fare?” la voce di Mac era quieta, quasi incerta.
“L’unica cosa che possiamo fare.” Veronica allontanò le mani dagli occhi. Mac era immobile sulla sedia di fronte a lei, in attesa. “Continuiamo a esaminare le prove, sperando che prima o poi, qualcosa cominci ad assumere un senso.”

 

CAPITOLO DICIASSETTE

“Sai cosa non mi manca assolutamente di New York?”
Veronica ondeggiava leggermente sull’amaca tra due imperturbabili querce nel cortile di Keith, con un dito tra le pagine del diario di Aurora Scott che stava sfogliando. Era appena dopo cena, e l’ultimo sole della giornata filtrava dolcemente tra le foglie.
Keith alzò lo sguardo verso di lei da dove era accucciato, mentre strappava l’erba intorno all’agapanto. I loro piatti sporchi e i resti della lasagna sedevano sul piccolo tavolo di legno sul patio; erano usciti fuori per godersi la serata mentre mangiavano, una pausa più che meritata.
“Ho sentito che gli alligatori delle fogne sono molto spaventosi,” disse lui, asciugandosi le gocce di sudore dalla fronte.
Lei si appoggiò all’indietro sulla tela dell’amaca, godendosi la sensazione di essere sostenuta.
“Non mi mancano i piccoli miseri appartamenti senza cortile o giardino o finestre che si aprono. Quelli di sicuro non mi mancano”.
Era la sua parte preferita della casa di Keith – il cortile. Quando andava al liceo, dopo le elezioni di revoca nelle quali avevano perso tutto, la loro casa era diventata un appartamento, meno misero e meno piccolo di qualunque posto in cui aveva vissuto a Manhattan, ma sicuramente non era l’immagine della bella vita per nessuno.
Era confortevole, però, ed era stato loro, quando erano solamente loro due contro il mondo. E almeno c’era un cortile con la piscina dove lei poteva sedersi e prendere un po’ d’aria.
Ma era un vero lusso potersi sedere in un angolo di giardino mentre le luci si affievolivano, prendersi cura delle piante in giardino, passeggiare tra le querce molto più vecchie di lei.
“Ah sì? Potrebbe mancarti ancora di più dopo aver tagliato l’erba ogni weekend per un paio di mesi.” Le lanciò uno sguardo da dove si trovava inginocchiato, la bocca contorta in modo strano.
“Mmh. Pensavo di assumere un ruolo da supervisore quando si tratta di lavori in giardino. Ma ti porterei una limonata tra una falciatura e l’altra.”
Lui tirò fuori una grossa pianta dal suolo. Le sue radici erano grandi e ingarbugliate.
“Che stai leggendo?”
Lei sollevò il piccolo libriccino. “Il diario di Aurora. L’ultima cosa scritta risale a circa un anno fa, quindi potrebbe non essere aggiornato come sperassi. Ma è un punto di partenza.”
Il diario era in realtà un album per schizzi, riempito di righe piene di larghe e tondeggianti lettere in diversi colori d’inchiostro. Schizzi e disegnini saltavano fuori ogni tanto, a matita – un ritratto di Frankenstein versione cartone che attraversava le pagine, un fiore in un vaso, qualcosa di astratto che illuminava i margini. Aurora era una brava artista. A volte le scritte erano tutte attaccate in linee precise, ma altre volte aveva ruotato il diario e aveva cominciato a scrivere in strana calligrafia, che andava a circondare i suoi disegni.

Non posso sopportare un altro giorno con quell’orda di zombie.

Ogni volta che Miss Nelson pronuncia male la parola ‘Clamidia’ a lezione di scienze, ad un angelo spuntano le ali. Oppure gli viene la clamidia?

Il super ipocrita ci ha fatto una lezione sulle droghe e l’alcol oggi. Gli Alcolisti Anonimi ti fanno diventare ritardato o si è ucciso tutte le cellule del cervello prima?

Aurora non era sempre così ostile – quasi tutte le pagine avevano un riferimento, a volte circondato da cuori o faccine sorridenti, a Barkley, che Veronica immaginò essere il cane di famiglia. E un’intera pagina di giornale era dedicata agli schizzi di Hunter, sobrio e scettico, presentati dalle parole ‘The Boss’. Ma il ritratto di Aurora Scott che traspariva da quelle pagine era spinoso ed impaziente. Era sveglia, creativa, petulante, annoiata. Al contrario di Hayley Dewalt, sembrava non le interessasse compiacere nessun’altro all’infuori di se stessa.
“Come stava tua madre oggi?”
Veronica alzò lo sguardo sulla filigrana delle foglie. Quella mattina, guardarono Lianne sul piccolo schermo della tv in cucina, e nessuno dei due ebbe il coraggio di dire il suo nome ad alta voce. Veronica guardò la conferenza a bocca aperta, persa nei suoi orrori, e pensò a come potesse sentirsi Keith solo dopo che lo schermo era tornato su Trish Turley. Ma non avevano avuto tempo per parlarne. Petra Landros aveva chiamato, e lei aveva dovuto prepararsi velocemente ed uscire di casa.
Quando era tornata, Keith aveva preparato la cena sulla tavola, insieme a dei bicchieri di vino. Mangiarono in un silenzio educato. Lei aveva la sensazione che lui stesse aspettando che lei ne parlasse. Aprì la bocca per farlo un paio di volte ma cambiò idea. Lei e Keith parlavano di ogni cosa – ma Lianne era uno dei pochi argomenti che avevano sempre cercato di evitare.
Ora si era appoggiata su un gomito e lo stava guardando.
“È devastata, terrorizzata.”
Keith annuì, senza guardarla. Piantò una forca da giardinaggio nel terreno, cercando di tirare fuori le radici di un’altra pianta. Lei lo guardò per un secondo prima di continuare.
“A parte quello sembra che stia bene”. Fece una pausa. “Ha un altro figlio. Un maschietto.”
Lui annuì. “L’ho letto in uno degli articoli.” Si fermò. “L’hai incontrato?”
“Sì. È carino.” Aveva per forza dovuto evitare la parola ‘fratello’ in modo da riuscire a darsi un contegno. “E Tanner è abbastanza gentile. Insomma, è un po’ di poche parole. Mac ha fatto un po’ di ricerche su di lui prima che sposasse la mamma. Ed era un tipo un po’ mitomane, come tutti i tossici. Ma sembra che tenga davvero a lei. Da quando stanno insieme è sempre rimasto sulla retta via.”
“Sono felice per loro”, disse semplicemente Keith. “Insomma, non lo sono per quello che stanno passando ora, ovviamente. Ma sono felice che si siano trovati.”
Lei si sedette sull’amaca e si dondolò con le gambe fuori. “E che mi dici di te?”
“Di me?”
“Sì, di te. Non ci vediamo da un po’. Quand’è che sei tornato in sella?”
Keith fece una smorfia. “Non so se te ne sei accorta, tesoro, ma al momento sono stato impegnato a riprendermi da una o due ferite catastrofiche. Non sono sicuro di poter gestire un appuntamento.”
“Andiamo, alle signore piace la vulnerabilità. Devi solo zoppicare un po’ ed essere te stesso.”
“Beh, conosci qualche MILF interessata ad uno storpio?” Mosse le sopracciglia.
“Oh mio Dio, ti prego, finché sarò in vita non usare mai più il termine MILF.”
La sua risata fu interrotta dallo squillo del telefonino nella sua tasca. Si alzò dall’amaca e lo tirò fuori.
“Veronica Mars.”
Per un minuto, tutto ciò che sentiva erano rumori di sottofondo, forse traffico o il vocio di una TV. Poi sentì un colpo di tosse grassa. “Ho trovato questo numero su un volantino.”
Si immobilizzò, con i sensi all’erta. “La ascolto.”
“Potrei avere delle informazioni per lei.” Un altro colpo di tosse. “Forse dovrebbe venire al 20111 di Meadow View Road.”
“Sarò lì tra quaranta minuti.”

Guidò lungo la strada superando i negozi per fumatori, cliniche gratuite e motel a ore che riempivano Meadow View. L’indirizzo la portò davanti a un piccolo edificio quadrato, con una vivace insegna gialla che diceva COMPRIAMO ORO. Su una finestra era stata dipinta l’immagine di un lepricano burlone. Le barre di ferro che proteggevano il vetro facevano sì che sembrasse in prigione.
Sull’ingresso c’era una campanella che tintinnò alla sua entrata. Un odore di caffè bruciato e detersivo le colpì le narici. All’interno c’era una saletta d’attesa , con una piccola sedia in vinile accanto ad un distributore d’acqua. Incassato nel muro c’era un gabbiotto blindato di plexiglass come gli sportelli degli impiegati di banca. Alla sinistra c’era una porta con su un cartello che diceva RISERVATO AI DIPENDENTI.
“Salve?”
Dietro al vetro apparve una figura sfuocata. Poi si spalancò una piccola finestrella e apparve un volto molle, con occhi rossi e ispidi capelli grigi.
Veronica dispiegò una copia del volantino tirandolo fuori dalla borsa. “Mi ha chiamato. Per il volantino?”
La sua espressione non cambiò ma i suoi occhi diedero un leggero scintillio. Erano di un blu smorto e acquoso, con venature come il marmo.
“C’è una qualche ricompensa?”
“Dipende da cosa mi dà.” Smise di sorridere. “Se mi dà una pista che posso seguire, ho una crocchiante banconota da cento dollari col suo nome sopra. In realtà, sono più che altro cinque da venti piuttosto stropicciate, ma valgono lo stesso.”
“Cento mi pare un po’ poco quando la ricompensa per chi trova la ragazza è di diecimila.”
“Ah, quindi vuol dire che la riporterà a casa?” Veronica mimò di pulirsi il sudore dalla fronte con la mano. “Che sollievo. Perché sto correndo su e giù per la città in cerca di informazioni, ma se lei sa dov’è mi toglie dagli impicci.”
“Ehi, volevo solo assicurarmi che alla mia informazione venisse dato il giusto valore.” Borbottando, si portò alle labbra la cannuccia di un Big Gulp e succhiò rumorosamente, con gli occhi che registravano ogni sua mossa.
Veronica strinse le labbra. Potevano esserci altri modi per ottenere la sua informazione, ma ogni secondo che rimaneva lì era un’altra occasione persa di ritrovare la ragazza.
“Ok, gliene do centocinquanta se mi dice tutto quello che sa, ora. E se troverò Hayley Dewalt, tornerò e gliene darò altri cinquanta.”
Bevve la bibita per un momento, succhiando il fondo della lattina, poi sbatté la finestrella di plexiglass. Per un momento pensò che fosse finita lì, e di essere stata congedata, poi si aprì la porta sulla parete. Ora il volto era diventato un corpo, molle e lento, ricoperto con una camicia kaki stropicciata, che si abbinava tristemente al colore dei muri e del tappeto. La invitò a seguirlo nella stanza sul retro.
Il suo spazio di lavoro era angusto e disordinato, ogni superficie era ricoperta da un guazzabuglio di strumenti: sonde elettroniche e scanner, pinzette, bilance, misuratori. Sulle mensole alle pareti erano allineati dei piccoli contenitori, impolverati e pieni di oggetti spaiati. Su un bancone da lavoro stavano sparpagliati i pezzi di un orologio rotto. Sull’angolo della postazione c’era un piccolo televisore precariamente appollaiato, sintonizzato su Fox News, con lo schermo sporco di qualcosa di unto.
Il proprietario del negozio si accovacciò e tirò fuori un piccolo cestino da un ripiano messo sotto la postazione. L’etichetta su uno di essi diceva 3/12.
All’interno, Veronica poté vedere un mucchio disordinato di bustine di plastica, e ognuna conteneva qualcosa di diverso: un braccialetto d’oro, una orribile spilla, un paio di anelli di fidanzamento. Per poco si chiese se alcuni dei proprietari fossero stati clienti suoi o di suo padre.
“Non lo indossava in nessuna delle foto che stanno facendo vedere al telegiornale,” mormorò. “Ma l’ho riconosciuto subito quando ho visto quel volantino. Non ne avevo mai visto uno così.”
Veronica stava per chiedergli di cosa stesse parlando quando trovò quel che stava cercando. Strappò la bustina e ne tirò fuori una collanina con una mano dalle ossa sorprendentemente sottili
Era un ciondolo: una gabbietta per uccelli d’oro molto piccola su una sottile catena a sua volta d’oro.
Veronica fissò la collana che aveva in mano. Per un momento non riconobbe quello che stava guardando. Poi, all’improvviso, capì. Cercò nella borsa e prese uno dei volantini. Eccola lì, appesa al collo di Hayley la notte in cui era scomparsa. Pendeva nella scollatura, con la gabbietta che sfiorava la curva del suo seno.
“Questa è arrivata due giorni dopo la scomparsa della ragazza.”
“È carina.” Veronica alzò le spalle, mantenendo la calma. “È sicuro che non sia qualcosa che portano tutte le ragazze? Non è prodotta in massa da Urban Ourfitters o qualcosa del genere? Gli uccelli sono “in” in questo periodo.”
“Non è stato prodotta in massa,” la schernì. “Chiunque l’abbia creata è un vero artista. E guarda…” aprì lo sportello della gabbietta su minuscoli cardini. “Le sue iniziali sono state incise dentro. Le ho notate, ma non ho fatto il collegamento finché non ho visto il tuo volantino.”
Veronica allungò la mano. Con riluttanza l’uomo fece scivolare la collana nel palmo di lei. Aveva ragione e persino lei lo aveva notato, nonostante non fosse esattamente un’esperta di gioielli. La gabbietta era stata creata con abilità, le sbarre erano delicate e luccicanti. Un gruppo di tre diamanti era stato posizionato sul tetto. E all’interno c’erano le iniziali HD.
“La maggior parte di quello che mi arriva la vendo a pezzi. Questa? Questa è speciale. Avevo intenzione di provare a rivenderla.”
“Tiene dei registri dei suoi clienti? Chi l’ha portata qui?”
Appoggiò il suo drink sul bancone e trascinò faticosamente i piedi verso la tv. Accanto c’era una piccola pila di VHS. “È stata una fortuna che abbia visto il tuo volantino proprio in quel momento. Di solito le tengo per una settimana e poi ci registro sopra”. Scelse la cassetta che diceva “MERCOLEDÌ” e la spinse nel videoregistrato integrato.
Ci fu qualche momento teso mentre mandava avanti la registrazione di quel giorno. Sembrava che non avesse avuto molto lavoro fino alla tarda serata, ma per le nove iniziò il corteo dei disperati. Donne molto giovani con bambini piccoli avvinghiati alle loro gambe; anziani barcollanti con la barba trascurata; esseri strafatti e pelle e ossa di età indefinita. Uno dopo l’altro comparirono sulla registrazione in bianco e nero mentre raccoglievano la loro sincera speranza e poi la sconfitta quando realizzavano quanto poco tempo i loro tesori avevano garantito loro.
Poi, alle 10.05, entrò un ragazzo bianco con un germoglio di dreadlocks pallidi. Il negoziante premette play.
“È lui,” disse indicando lo schermo. La sua unghia era sporca, ma il resto della mano era invece pulito. “Nei registri ho anche i suoi dati. William Murphy, ventiquattro anni. Ha firmato i documenti come “Willie.” Un ragazzo davvero nervoso: ho immaginato che avesse bisogno di farsi. Non ha mai smesso di parlare, cazzo.”
“Di che cosa ha parlato?”
“Oh, ha raccontato una lunga storia su come aveva avuto la collana. La cugina della migliore amica di sua sorella lo aveva mandato a vedere quanto potesse ricavarci perché aveva bisogno di latte per il suo bambino malato o qualche cazzata del genere. In pratica non voleva che pensassi che l’avesse rubata.”
“E lei, ovviamente, ci ha creduto, dato che comprare e rivendere merce rubata è un reato.” Veronica fece un sorriso tirato. L’uomo fece un cenno come per dire, Certo chi se ne frega.
Veronica avvicinò di più allo schermo, cercando di vedere il suo volto. William Murphy aveva qualcosa di famigliare. Lo aveva visto da qualche parte in città o forse era solo uno dei “trustafariani” che erano venuti a Neptune per le vacanze di primavera. Era irrequieto: non c’era l’audio, ma dai movimenti rapidi da uccello delle sue mani poteva dire che parlava concitato. Continuava a guardare dietro di sé, come se pensasse che qualcuno potesse avvicinarglisi di soppiatto.
Quando si girò per andarsene, mettendo le banconote nel portafogli, alzò lo sguardo per una frazione di secondo, guardando dritto nell’obiettivo della telecamera. “Ecco. Può mandare indietro e mettere in pausa nel momento in cui alza lo sguardo?”
Il negoziante fece quanto gli aveva chiesto.
E fu allora che lei lo riconobbe.
Era sullo sfondo in una delle fotografie che le amiche di Hayley le avevano dato: beveva una birra mentre Hayley Dewalt imboccava Rico Gutiérrez con una fragola. Ed era alla festa la notte in cui Aurora era scomparsa: lo aveva visto lanciarsi in piscina.
Si allontanò dal negoziante, estraendo il cellulare dalla borsa. Mentre componeva il numero, mise la collana nel portafogli.
“Ehi, hai intenzione di comprarla?” chiese il negoziante. Grugnì, coprendo il microfono per rispondere.
“Intende questa collana rubata che ha acquistato illegalmente? Non penso proprio. Questa è una prova.” Tolse la mano dal microfono. “Ciao, Mac, scusa. Sì, devi fare un’altra ricerca per me e mandami i risultati via email il prima possibile.”
“Certo,” rispose Mac. “Qual è il nome?”
“William Murphy.”
Fece una pausa. Per una frazione di secondo pensò di dire a Mac quello che aveva intenzione di fare. Ma poi si ricordò di come Mac e Wallace l’avevano guardata quella notte nell’appartamento di Mac dopo che avevano scoperto chi fosse il proprietario della casa a Manzanita.
Be’, quello che non sapevano non poteva ferirli. E se voleva trovare Willie Murphy, non aveva scelta.
Doveva tornare alla festa.

Elsa Hysteria
Nella sua testa vive nella Londra degli anni cinquanta guadagnandosi da vivere scrivendo romanzi noir, nella realtà è un’addetta alle vendite disperata che si chiede cosa debba farne della sua laurea in comunicazione mentre aspetta pazientemente che il decimo Dottore la venga a salvare dalla monotonia bergamasca sulla sua scintillante Tardis blu. Ama più di ogni altra cosa al mondo l’accento british e scrivere, al punto da usare qualunque cosa per farlo. Il suo primo amore telefilmico è stato Beverly Hills 90210 (insieme a Dylan McKay) e da allora non si è più fermata, arrivando a guardare più serie tv di quelle a cui è possibile stare dietro in una settimana fatta di soli sette giorni (il che ha aiutato la sua insonnia a passare da cronica a senza speranza di salvezza). Le sue maggiori ossessioni negli anni sono state Roswell, Supernatural, Doctor Who, Smallville e i Warblers di Glee.

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3 COMMENTS

  1. grazie davvero per il lavoro che fate! ora sono troppo impaziente di leggere nuovi capitoli! A quando i prossimi?

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