Veronica Mars | Capitoli 12 & 13

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CAPITOLO DODICI

Veronica si aggrappò alla balaustra, fissando Rico. Lui sorrise e salutò la folla, il volto illuminato dai bagliori delle torce tiki posizionate a ogni lato del palco.
Organizzatore del party? Era giovane, aveva l’età per andare al college. Veronica aveva conosciuto un sacco di adolescenti super ricchi, quindi non era strano che Rico avesse soldi abbastanza da poter affittare il posto. Ma stando alle ricerche di Mac, nessuno lo aveva affittato. E non poteva essere che fosse tutto organizzato illecitamente – la sicurezza era troppo rigida, e apparentemente c’erano feste ogni sera. Qualcuno se ne sarebbe accorto. Che possedesse l’agenzia di affitto? Che fosse dei suoi genitori?
Sul palco, Rico sventolò dieci banconote con movimenti a scatto. Prese il microfono dal presentatore, un ghigno lupesco sul volto. “Per dimostrarvi quanto ci stiamo impegnando a trovare la migliore abbronzatura di Neptune, abbiamo cento dollari per il vincitore di stasera. Che ne pensate?”
Il pubblicò emise un urlo di approvazione. Rico ridiede il microfono al ragazzo col cappello di feltro e si sedette sulla sua sedia, come un principe viziato sul proprio trono.
Il presentatore tornò al centro del palco. “E ora, se siete tutti pronti, inizieremo lo show. Per prima abbiamo Aurora da Tucson, Arizona. Aurora, perché non mostri a tutta questa gente cosa hai da offrire?”
Una ragazza dai capelli castano ramati in un bikini leopardato saltò sulla pedana e urlò un saluto al microfono. Della musica in stile burlesque si innalzò da casse invisibili e lei fece il giro del palco, formando un piccolo cerchio. Quando diede la schiena al pubblico, scosse i fianchi, guardò oltre le proprie spalle e abbassò in maniera suggestiva la vita del costume, mostrando la propria abbronzatura a tutti. Si slacciò poi il top e ruotò su se stessa, facendo danzare la cinghia intorno al proprio seno. Abbassò in maniera tentatrice il triangolo del bikini, rivelando al di sotto una porzione di pelle pallida. Rico fischiò in segno di apprezzamento e la folla andò su di giri.
“Toglietelo!”
“Di più!”
“Flash!”
“Mio cugino crede di essere un latin lover.”
La voce era profonda e morbida, vicina all’orecchio di Veronica. Lei si guardò intorno e si ritrovò a fissare un paio di occhi marrone scuro con alcuni spruzzi di verde dorato. Il ragazzo aveva più o meno ventisei o ventisette anni, capelli mori e ricci e guance ampie e scolpite. A differenza degli altri, vestiti con maglie a fiori e infradito, indossava un completo grigio perfettamente stirato, senza cravatta, e mocassini neri. Intorno al collo portava una collana hawaiana di orchidee viola e bianche.
“Tuo cugino?” Sorrise, reclinando un pochino la testa. A giudicare dal completo, il sorrisetto, il noncurante disprezzo per le buffonate di Rico, aveva capito che la voce da debuttante ubriaca non avrebbe funzionato con lui.
“Rico.” Indicò il palco, sul quale Rico era ora in piedi e stava ballando con l’abbronzata aspirante. “Come un bambino in un negozio di caramelle.”
“Non approvi?” chiese. Sporse il corpo leggermente verso di lui. Il cuore le batteva in fretta, ma mantenne i movimenti composti.
“Oh, non mi interessa proprio. Amo le feste come tutti. Ma a Rico piace fare giochetti, renderle uno sport.”
“E a te cosa piace?”
“Mi piace avere quello che voglio.”
Il modo in cui i suoi occhi si muovevano su di lei non lasciarono nessun mistero su cosa stesse parlando.
“Sono Eduardo,” disse.
“Amber.” Si guardò intorno, gesticolando. “È casa tua? È bellissima.”
“Grazie. Spero ti stia divertendo.”
“Cosa c’è da non amare?” Alzò il bicchiere, facendo finta di prendere un sorso. “Allora, cosa fai, Eduardo? A parte organizzare feste fantastiche?”
“Sono uno studente. Sto facendo il master alla Hearst.”
“Il master?” Rise. “A cosa ti serve un master? Hai già tutto quello che si può desiderare.”
Rise anche lui. “Questo? Questo è tutto ereditato. Devo essere in grado di cavarmela da solo, di fare la mia parte. Altrimenti sarebbe tutto sprecato.”
“È… è un punto di vista interessante.” si accigliò leggermente.
Non se lo aspettava di certo da qualcuno che organizza super feste ogni sera durante lo spring break.
“La famiglia è importante. La mia la onoro così.”
Di sotto, una giovane concorrente stava intrattenendo il pubblico con le linee bianche sotto il bikini.
“Quali sono gli affari della tua famiglia?”
“Immobili, principalmente. Investimenti e quant’altro.” Sventolò la mano come se fosse un argomento inutile di cui parlare. “Dimmi, Amber, saresti interessata a fare una passeggia sulla spiaggia con me? È una bella serata – e possiamo parlare un po’ più privatamente di qui.” Si avvicinò a lei.
Poteva sentire il suo profumo, pulito e costoso come tutto ciò che indossava.
Veronica sorrise, ragionando. Eduardo le sembrava il tipo che poteva provarci ancora di più per avere ciò che voleva, se avesse dovuto incontrare un ostacolo. “Non penso che al mio ragazzo farebbe piacere.”
Eduardo si guardò intorno come se si aspettasse di vedere questo ragazzo. “Oh, è qui con te? Non l’ho notato.”
“È dentro, a ballare.” disse. “Io sono uscita a prendere un po’ d’aria.”
Eduardo si avvicinò ancora di più, il suo respiro caldo sul collo. “Sai, sono le vacanze di primavera. Si devono infrangere le regole durante queste vacanze. E secondo me, qualsiasi ragazzo che preferisce una sudata pista da ballo invece della tua compagnia, probabilmente non merita le tue attenzioni.”
Veronica alzò un sopracciglio. “Ed è Rico che pensa di essere Casanova?”
Lui buttò la testa all’indietro ridendo. Più sotto, sulla pedana, le ragazze erano in fila per la finale, posando come modelle. Improvvisamente una si tolse il costume e si dimenò, scatenando l’approvazione del pubblico.
Dal fondo della sua borsa, Veronica sentì il telefono suonare.
“Scusa, devo proprio leggere questo messaggio,” disse, cercando nella borsa.
“Certo,” mormorò lui. Gli diede le spalle e si allontanò di qualche passo, aprendo il messaggio.
Era di Mac.

URGENTE. La casa appartiene a
Federico Gutiérrez Ortega e Eduardo
Gutiérrez Costillo. Entrambi studenti
della Hearst. Entrambi ereditieri di un
cartello messicano della droga.

Per un momento gli strilli e le risatine intorno a lei sembrarono ammutolirsi, i colori sembrarono sbiadire. Fissò il telefono.
Rico ed Eduardo non erano solo due donnaioli del college. Erano reali del cartello.
“Amber? Tutto bene?”
Tutto di colpo si ricordò del mondo circostante. Alzò gli occhi per guardare Eduardo, che le si era messo accanto. I suoi occhi si abbassarono un attimo sul telefono. Lei lo bloccò e lo infilò in borsa.
Scosse la testa. “Scusa, Eduardo, devo scappare. È saltato fuori un impegno.”
Posò gli occhi nocciola scuro sul viso di lei. “Mi dispiace. Spero sia tutto a posto.”
“Sì, grazie.” Gli sorrise, il sangue le pulsava sulle tempie. Smercio di cocaina. Traffico di persone. Estorsione. Rapimento. Omicidio. Le parole si susseguivano nella sua mente. “Grazie per la festa, Eduardo. Mi sono divertita moltissimo.” Lo sentì di nuovo prenderle la mano. Le sue dita erano fredde e leggermente umide. Si portò la mano di lei alle labbra.
“Spero di rivederti,” sussurrò.
Al piano di sotto, Rico Gutiérrez Ortega ballava sulla pista con delle ragazze. Liberò gentilmente la sua mano da quella di Eduardo, poi si girò e quasi inciampò mentre attraversava la doppia porta.
Wallace. Doveva trovare Wallace. Lo chiamò, con le mani che le tremavano, mentre si faceva largo tra la folla che circondava il tavolo a isola ricolmo di snack. Il telefono squillò un paio di volte, e poi si attivò la segreteria. Forse il volume della festa era troppo alto e lui non aveva sentito il telefono.
Dove sei? Gli scrisse. Non aspettò la sua risposta e iniziò a cercarlo lungo tutto il corridoio d’ingresso. La folla si era fatta più grande, più frenetica nel corso della serata, e dall’alto del suo scarso metro e sessanta faceva fatica a vedere dall’altra parte.
Stava sulla punta dei piedi, sporgendosi per vedere.
Oltrepassò un bagno, dove una ragazza piangeva con forti e irritanti singhiozzi. Nella stanza del biliardo, tre grossi ragazzi stavano lottando sul pavimento, non riusciva a capire se stessero scherzando o no. Non c’era ombra di Wallace. Il suo telefono rimaneva fastidiosamente spento.
Salì le scale fino al secondo piano, dove il corridoio era meno affollato. Attraverso la porta aperta di una stanza da letto scorse degli arti che si contorcevano su un letto matrimoniale. In un’altra stanza, tre ragazzini sedevano intorno a una lampada lava, con le mascelle molli, mentre una quarta si dondolava sul letto.
Improvvisamente sentì una mano chiudersi attorno al suo polso. Fece un gridolino sommesso e girò sui tacchi, col cuore in gola. Wallace stava lì davanti. Sobbalzò come aveva fatto lei, con gli occhi spalancati.
“Respira, donna!” Rideva, ma sembrava scosso. “Sono solo io.”
Le persone lungo il corridoio li osservavano. La maggior parte di loro erano invitati alla festa, ma vide un uomo alto e snello in camicia Hawaiana con un percepibile bozzo sotto l’ascella.
Un altro, più massiccio e armato in modo simile, sedeva sotto una finestra a golfo, fingendo di messaggiare al telefono.
“Tanti cari saluti al basso profilo,” mormorò. Prese il braccio di Wallace. “Vieni, andiamocene di qui.”
Si fecero strada tra la folla verso l’uscita. Era da poco passata la mezzanotte e la festa aveva raggiunto proporzioni critiche. L’odore acre di birra rovesciata e sudore si mischiava per tutta la casa.
Veronica inghiottì la fredda aria della notte quando misero piede sul prato. Non appena furono a qualche passo dalla casa, Wallace chiese a voce bassa: “Che cos’è successo?”.
“Te lo dico in macchina.” Lanciò un’occhiata ai cespugli attorno al sentiero. “Ti riporto a casa prima di andare da Mac. Penso che stasera lavorerò fino a tardi.”
“Vengo con te.” Guardò oltre la sua spalla. Dietro di loro la casa pulsava di luce e rumore. “Veronica, quelle guardie erano armate. Ne ho vista una che si sistemava la pistola. Qualunque cosa stia succedendo in quella casa, è qualcosa di serio…vero?”
Veronica non rispose e Wallace non sembrava aspettarsi che lo facesse. Si affrettarono in silenzio lungo il resto del percorso sul prato.

CAPITOLO TREDICI

“Quindi lui era proprio li con te quando hai ricevuto il mio messaggio?” Mac fissò Veronica con orrore da sopra il suo laptop.
Era passata un’ora da quando se n’erano andati dalla festa e Veronica e Wallace sedevano sul divano nel loft di Mac, descrivendo quello che avevano visto.
Veronica annuì. “Già. Non penso abbia visto qualcosa, ma tant’è.” Sospirò, bevendo un sorso dalla sua bottiglia di birra e appoggiando la testa all’indietro sul divano.
L’appartamento di Mac – affittato durante i bei tempi andati, quando lavorava per la Kane Software – si trovava in un lucente edificio a pochi isolati dall’unico cinema per film d’autore a Neptune. Era arredato in modo parsimonioso: un divano rosso scuro, coperto da cuscini jacquard, occupava una parete e una TV con lo schermo al plasma era posizionata sul lato opposto. Dove la maggior parte delle persone avrebbe messo un tavolo da pranzo, Mac aveva una scrivania high-tech ergonomica coperta di monitor e attrezzature informatiche la cui altezza era regolabile tramite il tocco di un bottone. Sul bancone della cucina c’era una scheda madre dissezionata per metà, circondata da attrezzi e chip.
Wallace si accigliò. “Quindi questi tizi sono…cosa? Spacciatori?”
Veronica scosse la testa. “Non penso. Non sono soldati, sono più in alto nella gerarchia.”
“Molto più in alto.” Mac era seduta su una poltrona troppo imbottita, ancora con addosso i pantaloni del pigiama di flanella e la t-shirt grigia con cui aveva aperto la porta. Il suo viso era pallido e pulito, ma acceso da una scintilla quasi febbrile. Mac non era nulla se non un pozzo di informazioni, e lei aveva passato tutta la notte e scavare nel passato della famiglia Gutiérrez. Era questo il motivo per il quale l’avevano assunta – non per rispondere al telefono o occuparsi degli affari, ma per scavare. E nessuno era bravo quanto lei a farlo.
“Questo è quello che ho trovato finora. Sia Eduardo che Federico sono nati a Tijuana. I genitori di Eduardo hanno un’importante azienda di import-export. Il padre di Federico – vedovo – possiede qualche ranch a Rosarito, giù a Baja.” Mac aggrottò le sopracciglia guardando lo schermo. “Sembra che entrambi i cugini siano andati in un collegio svizzero. Ora sono alla Hearst. Hanno la fedina pulita, sia negli Stati Uniti che all’estero. Sono segnati proprietari del Sun and Surf – hanno una serie di case per le vacanze di lusso giù, lungo la costa. Vogliono quasi diecimila dollari a notte.”
Wallace fischiò. Veronica prese un altro sorso dalla sua birra, il freddo e amaro sapore la svegliò. “Quindi a parte i legami di sangue non ci sono connessioni con il cartello.”
“Beh, non sono un ragioniere, ma ci sono stati un po’ di spostamenti di denaro. Non so, magari è normale in questo tipo di lavoro. Ma mi è sembrato esagerato.”
“Quindi è solo una facciata?”, chiese Wallace.
“Se è davvero solo una facciata, è una ben costruita,” disse Mac. “Hanno anche le recensioni di Yelp e quant’ altro. E l’anno scorso su Condé Nast Traveler c’era una fascetta pubblicitaria che diceva che le case erano ‘una squisitezza’.”
“C’era un ranch di cavalli in Oklahoma che è stato beccato per lo stesso motivo, l’anno scorso,” disse Veronica. “Sembrava assolutamente legale. Allenavano i cavalli da corsa, avevano un programma per la riproduzione e pagavano le tasse. Ma si è anche scoperto che facevano passare i loro soldi dalla Zeta.”
Wallace rabbrividì. “Cavoli, ho visto un telegiornale che parlava di loro, qualche mese fa. Mi ha spaventato a morte.”
“Beh, preparati,” disse Mac. “Lo zio di Eduardo e Federico, da parte del padre, è Jorge Gutiérrez Trejo, ovvero El Oso, ovvero La Muerte Negro. Al momento è uno dei più richiesti DEA. È al comando del cartello dei Milenio a Baja da quasi vent’anni. Di nuovo, non sono esperta in queste cose, ma vent’anni sono molti. La maggior parte dei cartelli hanno subito qualche rivoluzione e si sono separati. Ma non quello del Milenio”, lei sembrò nauseata. “E lui non è di certo rimasto al potere comportandosi da bravo ragazzo”.
Veronica si alzò e andò dietro la sedia di Mac, per guardare lo schermo da sopra la sua spalla. Quello che vide le gelò il sangue. Mac aveva aperto una scheda con tutti i crimini commessi da El Oso. Negli ultimi dieci anni, dal momento che il cartello aveva portato a un’escalation di violenze, i suoi uomini erano stati collegati ad una strage nel Messico Est – i corpi dei rivali erano stati appesi ai semafori e ai ponti, con avvertimenti sul petto. Noti frequentatori degli altri cartelli erano stati uccisi con colpi di pistola, bombe e persino gas. Nel settembre dello scorso anno, qualcuno aveva lasciato tredici teste nel cesto delle palle da calcio dell’Estadio Caliente, lo stadio più importante di Tijuana. Nessuno era stato accusato del crimine, ma tutte le vittime venivano dal cartello Sonora, i quali stavano puntando ad avere una posizione nel giro ippico dei Milenio.
E mentre i Milenio usavano le loro peggiori torture per mandare messaggi ai nemici, le usavano anche per ottenere quello che volevano dai civili che non avevano niente a che vedere con il commercio di droga. Gli uomini di Gutiérrez prendevano chiunque, dai poveri contadini ai benestanti studenti del college per avere un riscatto, uccidendo chiunque non pagasse. C’erano anche storie di donne che erano state rapite dalle loro case e vendute in schiavitù o prostituzione.
“Bene allora,” mormorò Veronica. “Mi chiedo se abbiamo allargato le loro operazioni di traffico di droga a Neptune.”
Mac alzò lo sguardo verso di lei.
“Pensi che prenderebbero dei cittadini americani?” chiese Wallace.
“Improbabile. Questi tizi non sono stupidi. Non rischierebbero mai di portare l’FBI sulle loro operazioni,” disse Mac.
Veronica iniziò a camminare avanti e indietro “Hai ragione.” Si passò le mani tra i capelli. I ricci erano caduti quasi del tutto ormai, il fiore piegato emanava un profumo eccessivamente dolciastro. “Okay. Che ne dite di questo? E se Hayley avesse visto qualcosa che non avrebbe dovuto alla festa quella notte? E se, non lo so, avesse sentito per caso una conversazione su attività illegali? O avesse visto qualcosa che potrebbe venire usato contro di loro in tribunale? Avrebbero potuto pensare di doversi liberare di lei.”
“Liberarsi di lei?” la fronte di Wallace si increspò. “Pensi…”
“Non lo so,” disse lei cupamente. “Ma se Hayley in qualche modo si fosse resa un ostacolo, avrebbero potuto decidere che ucciderla sarebbe valso il rischio.”
Il silenzio scese sulla stanza. Veronica andò alla finestra, osservando la strada. Il semaforo scattò rosso. Un gatto magro si insinuava tra i secchi della spazzatura. Per il resto, era tutto fermo. Secondo il suo orologio erano quasi le due.
“Dovremmo portare queste cose a Lamb.” La voce di Mac era lenta e misurata, ma Veronica sentì la tensione che vi era in essa. “Dovremmo dirgli che questi tizi sono connessi con la droga, che Hayley stava diventando intima con Federico.”
Veronica pensò di nuovo alla sua conversazione con Lamb. Aveva fatto il gesto rivelatore di spostarsi i capelli e aveva evitato i suoi occhi quando gli aveva chiesto della casa. “Sono piuttosto sicura che Lamb sa già chi sono.” Mac si morse l’angolo del labbro; Wallace corrucciò la fronte. “Voglio dire, non ha ancora chiuso la festa – perché? Ne ha tutti i motivi. Il posto brulica di minorenni che bevono alcol, tanto per iniziare. Ma a Lamb piace essere il bullo più grande nel cortile della scuola. Non vorrebbe sfidare qualcuno come i Milenio.” Fece un sorrisetto. “Potrebbero persino avercelo in pugno, per quello che sappiamo.”
“E allora noi cosa facciamo?” chiese Mac, la sua voce era tesa.
“Cose relative alla droga sono fuori dalle nostre capacità, Veronica. Questi tizi sono davvero pericolosi.”
Chiuse gli occhi e vide Hayley dietro le palpebre – non come era nelle foto scolastiche sui manifesti, e non come era la notte della sua scomparsa, sensuale, sexy. Invece la vide come appariva nelle foto spontanee che aveva visto nella camera d’albergo dei Dewalt: gentile, amichevole, forse un po’ ingenua. Una ragazza che potrebbe trovarsi in guai seri senza sapere esattamente come ci sia arrivata.
“Non lo so,” disse. “Ci deve essere qualcosa che posso fare per attirarli allo scoperto, ma non so ancora cosa.”
Mac rise. Il suono era penetrante nel silenzio.
“Ma ci arriverai,” disse e sembrava più spaventata che ammirata. “È ciò che fai.”
“Promettici che non farai niente di folle,” disse Wallace, con sguardo nervoso.
Veronica non rispose, non voleva fare promesse che non era sicura di poter mantenere. C’erano risposte in quella casa, e forse avrebbe dovuto ritornarci per ottenerle.

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