Veronica Mars | Capitoli 10 & 11

VERONICA-MARS-COVER

CAPITOLO DIECI

“Allora, il suo alibi è confermato?” chiese Mac mercoledì mattina.
Veronica era dietro nell’ufficio, appoggiata alla stampante a colori mentre questa produceva copie. Mac si sedette poco più in là, sul bordo della sua scrivania, le sue gambe sottili incrociate alle caviglie, i capelli corti le ricadevano sulla fronte. La sua tazza di caffè aveva sopra una stampa di righe binarie. Veronica era pronta a scommettere la paga di un giorno che stava per qualcosa come “Gli hacker lo fanno meglio” in codice.
“Del tutto. Secondo le telecamere di sorveglianza ha lasciato la biblioteca alle 00:26, e il Professor Hague ha detto che era in orario per la sua lezione delle 11 il giorno dopo. Non avrebbe in alcun modo potuto fare da Stanford a Neptune e ritorno in quel lasso di tempo, nemmeno se avesse guidato come un fulmine.” Sospirò. “Hai scoperto qualcos’altro?”
Mac scosse la testa. “Non ha usato nessuna delle sue carte di credito quella notte o il giorno dopo. E non ha volato – o se l’ha fatto, la FAA non ne sapeva nulla.”
Veronica fissò lo sguardo oltre la testa di Mac, verso la finestra. Fuori, i mattoni dei depositi apparivano di un rosso brillante nella luce del pomeriggio. La verità era che aveva voluto che fosse Chad. Tra quello che le avevano detto di lui le amiche di Hayley e il proprio senso di ragno investigativo, era sembrato il sospettato perfetto. Aveva passato tutta la sera a Stanford, facendo domande su di lui alla sicurezza e ai professori. Aveva persino parlato con alcuni dei suoi amici. Un ragazzo grosso, con un naso che aveva ovviamente preso più botte da palle da lacrosse di quante ne meritasse, disse di aver sempre detto a Chad di “darsi una calmata” con Hayley. “Era tutto preso nel provare a immaginare cosa stesse facendo. E io dicevo, amico, il punto di avere una ragazza dall’altra parte della baia è perché così lei non sa cosa stai facendo tu. Perché ne stai facendo un tale problema? Lascia che la ragazza si diverta e assicurati di fare la stessa cosa.” Un altro dei compagni di squadra di Chad le aveva detto che era evidente che Chad avesse perso la testa. “Parlava sempre e solo di lei. Le mandava fiori ogni settimana. L’ha portata un paio di volte a fare del folle shopping compulsivo per comprare nuovi vestiti e gioielli. Voglio dire, non l’ho mai visto perdere la testa così per una ragazza.”
Ah, il vero amore. Chi ha mai fatto male nel valutarlo in banconote? Ma non c’era nessuna prova che puntasse verso l’ex di Hayley, e il suo alibi non faceva una piega. Non c’erano addebiti recenti sulla sua carta di credito, eccetto le già menzionate uscite per lo shopping e calzini sportivi dal negozio del campus. Non aveva importanza cosa pensasse di quella che suonava molto come una relazione alla Stella & Stanley se non la portava più vicina alla verità.
“Beh, ho dei riscontri interessanti sui controlli che avevi chiesto.” Mac posò la sua tazza e frugò intorno alla sua scrivania caotica per un minuto prima di trovare una semplice cartella con scritto DEWALT sulla targhetta. Lo diede a Veronica. “La prima ricerca non ha tirato fuori nulla, ma mi sono data allo scavo creativo.”
Veronica sfogliò le pagine. “Crane Dewalt ha dei precedenti?”
“Sono precedenti minorili, quindi c’è voluto un po’ di lavoro extra per trovarli. Il Riformatorio del Montana li sigilla quando il trasgressore compie diciotto anni, ma i loro database sono, ehm, non così sicuri.” Mac guardò innocentemente fuori dalla finestra e Veronica sorrise.
“Consumo di alcol minorile. Taccheggio. Possesso di droga,” lesse. “Tutta roba da ragazzini. Fino a… oh, wow. Aggressione aggravata?” sfogliò i documenti. A sedici anni Crane Dewalt aveva attaccato un altro ragazzino con una catena da bici stretta attorno al pugno. La vittima perse due denti – e l’uso dell’occhio sinistro. Crane era stato condannato a nove mesi in riformatorio.
“È pulito da allora, ma sicuramente ha un caratteraccio. Ho controllato la sua storia lavorativa. Sembra che sia stato licenziato da Kinko dopo aver urlato a un cliente. Da più di un anno ormai fa qualche lavoretto.”
“Interessante.” Veronica chiuse la cartella. “Qualcosa nel suo recente passato che possa collocarlo a Neptune la notte della scomparsa di Hayley? Carte di credito, chiamate telefoniche, registri di volo?”
Mac scosse la testa. “Ha sei carte di credito, tutte in insolvenza. Nessun risparmio. Dodici dollari e sessanta centesimi sul suo conto corrente, quindi non c’è molta attività rintracciabile.”
“Se lavora in nero, potrebbe avere una mazzetta di contanti però. E liberare un po’ delle entrate dei suoi genitori dalle tasse universitarie di Berkeley potrebbe essere il movente,” rifletté Veronica.
Mac spalancò gli occhi. “Movente? Quindi stai dicendo… che l’ha uccisa?”
“No, è quello il problema.” Veronica si corrucciò. “Non so ancora quale crimine sto indagando e non lo saprò fin quando non avrò messo insieme ciò che è realmente accaduto quella notte.” Guardò di nuovo Mac. “Cosa hai scoperto della casa delle feste?”
“Non molto. È in affitto. Proprietà di una compagnia chiamata Sun and Surf, Inc.” Mac scrollò le spalle. “Sto ancora cercando, ma per ora risulta che quell’indirizzo non sia stato affittato a nessuno in particolare quella notte. Stando ai registri, ogni singola proprietà è stata affittata per tutto il mese di marzo. Ogni singola proprietà tranne quella.”
Veronica stava per replicare quando delle voci piuttosto alte provenienti dalle scale interruppero il filo dei suoi pensieri. Lei e Mac si voltarono giusto in tempo per vedere Wallace Fennel spingere due adolescenti attraverso la porta dell’ufficio. Nessuno dei due pareva contento.
“Questa è una minaccia,” disse uno. Era alto, con la pelle scura, le gambe lunghe e dinoccolate, un cappellino dei Lakers sulla testa sistemato in maniera disinvolta. L’altro ragazzo era più basso, con i capelli color carota e un accenno di acne sul viso pallido. Si guardò intorno in silenzio.
“Non ci può fare questo,” disse il primo ragazzo.
“Fantastico,” disse Veronica, sollevando il ripiano della fotocopiatrice. “I miei assistenti sono arrivati.”
Mac guardò Veronica con un sopracciglio alzato. “I tuoi cosa?”
“Questo ha tentato di svignarsela mentre salivamo le scale,” spiegò Wallace, indicando con un gesto del capo il primo ragazzo. “Dovrai tenerlo d’occhio. Ciao, Mac.”
“Ciao, Wallace. Com’è che consegni monelli?”
“Perché voglio aiutare. Veronica Mars sostiene di aver bisogno di gente sul campo, gliel’ho trovata.” Wallace sghignazzò, passandosi una mano sul pizzetto. “L’allenatore Fennel sa e vede tutto. Ho trovato due dei miei giocatori migliori alla Cabo Cantina con le scuse più patetiche del mondo per le carte d’identità false. In cambio della mia clemenza vi aiuteranno questo pomeriggio.”
Il ragazzo col cappellino si girò con un certo cipiglio verso Wallace. “Non è giusto. Non può punirci per qualcosa che è accaduto durante le vacanze di primavera. Non eravamo nemmeno a scuola, Coach!”
Wallace sfoderò un sorriso compiaciuto. “Hai ragione, T.J. Non posso punirvi. Ma posso mettervi in panchina per il resto della stagione. Oppure – ho avuto un’idea – potrei chiamare tua madre.” Un’espressione piena di orrore si impadronì dei volti dei ragazzi. Wallace fece finta di prendere il telefono. “Ring ring. Salve, signora Wiggins. Volevo solo assicurarmi che T.J avesse il permesso di scolarsi una pina colada dopo l’altra.” Wallace lasciò cadere la mano. “Ma vedete, preferisco tenere il gioco vivo. Quindi vi concedo l’opzione di lavorare un paio d’ore per ripagare il vostro debito con la società. Vi pare abbastanza corretto?”
Il ragazzo annuii, gli occhi spalancati.
“E tu che mi dici, Quinton?” Si voltò verso il ragazzo dai capelli rossi, che annuii a sua volta.
Veronica prese il malloppo di volantini dalla fotocopiatrice e ne mostrò uno. Aveva messo due foto di Hayley, entrambe della notte in cui era scomparsa. Una la mostrava sulla pista da ballo, i capelli sospesi a mezz’aria mentre si muoveva. L’altra la raffigurava accucciata su un divano con l’affascinante sconosciuto. Invece di mettere il numero della linea dedicata, aveva scritto quello di una delle linee della Mars Investigations.
“Ho bisogno che voi due giriate la città per me. Attaccateli sui lampioni, distribuiteli per strada, cercate di farli esporre nelle vetrine dei negozi. Soprattutto nei posti frequentati maggiormente dai ragazzi in vacanza.”
Entrambi presero un mazzo di volantini, gli occhi che fissavano le fotografie. Si scambiarono uno sguardo, poi T.J. sollevò gli occhi con espressione onesta e piena di iniziativa.
“Ha bisogno che interroghiamo qualcuno? Possiamo chiedere in giro, vedere se qualcuno vuole parlare con noi. Ad esempio in spiaggia?”
Veronica gli lanciò un’occhiata tagliente prima di rispondergli. “Hai il mio permesso di parlare con tutte le pupe in bikini che vuoi, basta che distribuisci i volantini.”
“E basta che ti comporti da perfetto gentiluomo che non fa vergognare il suo allenatore o la sua squadra,” si intromise platealmente Wallace. “Perché la tua prossima non-punizione non sarà così leggera. Chiaro?”
T.J. apparve offeso. “Ehi, non ho bisogno di lezioni su come si rispettano le ragazze. Io le rispetto tutte. Magre, normali…”
“Ragazzi.” Veronica batté le mani. “Concentriamoci. Mi serve che questi vadano in circolazione il prima possibile. E per incentivarvi, se effettivamente troverò Hayley vi darò cento verdoni.”
L’attenzione dei due ragazzi si destò improvvisamente.
“Ciascuno?” chiese T.J.
“Ciascuno,” disse Veronica. “Quindi assicuratevi di attaccare i volantini in più luoghi possibile. Funzionerà solo se la gente li vede.”
T.J. e Quinton si girarono l’uno verso l’altro, pianificando a bassa voce, decidendo qual era il luogo con la maggiore visibilità, comparando i luoghi con le ragazze più carine e meno vestite. Sembrava fosse T.J. quello più strategico, con Quinton che si limitava a mormorare “Sì, sì” ogni due secondi. Veronica si rivolse verso Wallace.
“Grazie,” disse, mentre gli allungava un’altra pila di volantini. “Mi hai salvata.”
“Non posso dire che passare le vacanze a tenere d’occhio dei ragazzini fosse il mio più grande desiderio per questi giorni,” disse a bassa voce. “Sei in debito con me, Mars.”
“Aggiungila alla lista.”
Lui sorrise. “Allora, cosa fate stasera? Vi va una birra?”
“Allettante,” disse Mac. “Ma credo che invece mi caverò gli occhi con un cucchiaino.”
“Eddai, le cose la fuori non sono folli come l’anno scorso.” Guardò prima lei e poi Veronica. “Se dovrò stare a litigare tutto il giorno con questi ragazzini, avrò bisogno di un po’ di svago, se capite che intendo.”
A Veronica venne improvvisamente un’idea. Un lento e ponderato sorriso si fece largo sul suo volto. Wallace spalancò gli occhi, e si tirò un po’ indietro.
“Quando sorridi così mi spaventi.”
“Ti spavento? Andiamo, Wallace. Non ti fidi di me?”
“Vuoi una risposta onesta o una dopo la quale mi parli ancora?”
“D’accordo, va bene.” Veronica alzò le mani in un canzonatorio segno di resa. “Pensavo solo che stessi cercando un po’ di svago, ma se non vuoi un invito per la festa della stagione, non posso costringerti a venire con me.”
Wallace la guardò con sospetto. “La festa della stagione?”
“La festa del secolo, se quel che si dice è vero.”
“Oh oh, Veronica Mars che si da alla mondanità? Non ci crede nessuno. Qual è l’inghippo?”
“Nessun inghippo,” disse, prendendolo a braccetto. “Ma se saremo fortunati, potremo racimolare delle informazioni su ciò che è successo ad Hayley Dewalt.”

 

CAPITOLO UNDICI

Manzanita Drive era una strada tortuosa che correva parallela alla costa nord di Neptune, circondata su entrambi i lati da un denso fogliame che ammantava i nascondigli dei ricconi. Molte case erano case di villeggiatura di star del cinema, diplomatici e amministratori delegati, sebbene poche di esse fossero sempre abitate. L’amico di Logan, Dick Casablancas, viveva sulla Drive su di una Cape Cod che si affacciava sul Pacifico.
Veronica era passata davanti al suo cancello nel primo pomeriggio, quando era andata a dare un’occhiata alla casa di cui le avevano parlato gli amici di Hayley. Le avevano detto che lì si tenevano feste a tema ogni sera, e dai gonnellini hawaiani e le collane di fiori che vedeva indosso alla folla di ospiti in attesa, dedusse che quella sera ci sarebbe stato un tiki party. Corse a casa subito dopo, sperando senza troppa convinzione di trovare qualcosa di pacchiano e tropicale sul fondo del suo armadio. Quando riemerse, un’ora dopo, indossava un attillato sarong rosso comprato più di un decennio prima in occasione della raccolta fondi annuale a tema luau delle cheerleader. Si arricciò i capelli facendo dei bei boccoli alla Marilyn e, ripensandoci bene, prese anche un fiore dal frangipani di suo padre e se lo appuntò dietro l’orecchio. Quando suo padre la vide, fece una battuta.
“Appuntamento galante al Tonga Room, cara?” Keith sedeva sul sofà, con in mano una copia consunta di Get Shorty. Veronica lo baciò sulla fronte.
“Non stare sveglio ad aspettarmi,” disse infilando un braccio nei manici della borsa di paglia con cui aveva sostituito la sua borsetta di pelle con le borchie, per poi uscire e passare a prendere Wallace.

Ora stavano aspettando nel vialetto della casa delimitato da un cancello dietro a una RAV4 carica di ragazzi del college. Oltre il cancello, tra la macchia di palme, riusciva a distinguere il vibrante splendore di una villa. Risate, grida e il battito regolare dei bassi si riverberavano nella fredda aria della notte. Regolò l’angolo dello specchietto retrovisore verso di sé e si riapplicò il rossetto.
“Pensi che potrei passare per una studentessa?” chiese soffiando un bacio rosso a Wallace.
“Vuoi davvero che ti risponda?”. Indossava una camicia hawaiana che apparteneva a Keith, comprata durante una vacanza a Maui qualche anno prima. Gli andava larga, essendo di due taglie troppo grande. La colse a sorridere e socchiuse gli occhi. “So che ti stai meravigliando del fatto che io stia così bene con una camicia alla Don Ho.”
“Ma certo, è proprio così,” disse, facendo procedere l’auto mentre la coda si muoveva in avanti.
Ora poteva vedere un ammasso di guardie di sicurezza delle dimensioni di un camion stare in piedi di fronte al cancello aperto. Veronica rimase ad osservare mentre gli occupanti di ogni macchina scendevano uno alla volta. Una guardia valutava gli ospiti e decideva se potevano entrare oppure no. Se ricevevano un cenno, una seconda guardia – o, forse, solo un parcheggiatore incredibilmente muscoloso – entrava in macchina e prendeva il volante, mentre una terza guardia perquisiva gli ospiti.
“Dimmelo di nuovo… Che razza di festa è questa?” Wallace fissava le enormi guardie di fronte a loro, con le sopracciglia scetticamente inarcate.
“Siamo qui proprio per scoprirlo.”
Era tutto molto organizzato per essere una festa per lo spring break, il che portò Veronica a credere che o le feste erano una specie di campagna marketing, magari messa in piedi da un promoter di feste che aveva un accordo speciale con Sun and Surf, Inc. oppure un distributore di alcolici che lanciava un nuovo prodotto. O, forse, il proprietario della villa aveva qualche buona ragione per mantenere rigidi i controlli di sicurezza.
Una guardia fece cenno a Veronica di avanzare e il suo cuore accelerò mentre si accostava alla portineria.
“‘Sera. Potete entrambi scendere dall’auto per me?”. Era educato e pratico. Un professionista, questo è certo. Forse addirittura un ex militare?
“Certo!” la sua voce si era subito alzata di mezza ottava rispetto al solito e aveva un tono allegro ed entusiasta. Aprì la portiera e uscì sulle sue altissime zeppe, guardandosi attorno con gli occhi spalancati. “Questo è davvero FAN-TA-STI-CO. È la villa di una star del cinema o qualcosa del genere? O. Mio. Dio. Dimmi che è quella di Robert Pattinson perché se lo fosse, potrei morire. No, aspetta. Non dirmelo.”
La guardia era un uomo mastodontico con i capelli rasati e il naso schiacciato. I bottoni della sua camicia hawaiana contenevano a fatica la sua mole. Se non fosse sembrato così esausto, sarebbe stato spaventoso. La sua espressione – sofferente ma paziente – non cambiò mentre la ascoltava blaterare.
Una delle guardie vicine alla portineria mormorò qualcosa in spagnolo che Veronica non riuscì a cogliere, mentre i suoi occhi vagavano su di lei. Gli altri risero. Veronica aspettò, con occhi spalancati da ragazzina ingenua.
Erano tutti ben armati: poteva vedere i rigonfiamenti rivelatori delle loro fondine sotto i vestiti, così come era rivelatore il modo in cui piegavano i corpi dalla parte in cui tenevano la pistola. Veronica avvertì una fitta di disagio allo stomaco. Non aveva portato con sé il Taser, strumento basilare quando stava seguendo un caso; dopo la sua ricognizione, si aspettava di essere perquisita. La sua assenza la fece sentire stranamente nuda, più del sottile vestito di cotone leggero che a malapena le copriva il busto.
“Dunque, c’è per caso da pagare l’ingresso? Devo comprare una consumazione o…” lasciò la frase in sospeso, inclinando la testa verso la guardia. Lui la stava guardando con un’espressione impassibile, quasi come se stesse aspettando che il suo monologo finisse. All’altro lato della macchina, Wallace le lanciò un’occhiata nervosa da sopra il cofano, con le braccia rigidamente sollevate mentre un’altra guardia lo perquisiva.
I due agenti di sicurezza si guardarono. Quello che stava perquisendo Veronica le tolse le chiavi dalla mano e le consegnò un bigliettino rosso.
“Okay, signorina, questa è la ricevuta che userà per ritirare la macchina. Quando sarà pronta per andare via, la porti con sé e noi le prenderemo l’auto.”
Veronica barcollò a fianco di Wallace e infilò il braccio sotto il suo. “Grazie mille, ragazzi! Forza, Wallace, andiamo a scatenarci!” Lanciò un urlo sguaiato, strattonandolo lungo la via.
Wallace guardò dietro di loro. “Cavolo, questa gente è organizzata”. Organizzata, e armata. Si sentiva i nervi roventi ed elettrici mentre percorrevano il vialetto. Sopra le scogliere era spuntata la luna piena e proiettava ombre profonde sul prato.
La casa era illuminata come un faro: ogni finestra brillava nell’oscurità. Era una costruzione moderna di ardesia e vetro che si estendeva in modo irregolare, posta proprio sulla spiaggia. Mentre si dirigeva verso la porta, passò accanto a qualche gruppo di persone che andavano alla festa. Una ragazza che indossava una gonna fatta di erba e un bikini fatto di finti gusci di noci di cocco barcollò sul prato dietro i suoi amici gridando: “Su, Heather, non fare così!” Le noci di cocco si erano spostate di traverso, ma sembrava troppo ubriaca per accorgersi di stare mostrando il seno a metà degli invitati.Più si avvicinavano alla casa e più ragazzi c’erano, ridendo e passandosi bottiglie di tequila, o collassati sotto le palme. Si fermarono per controllare che un ragazzo, a faccia a terra sull’erba, respirasse ancora, per poi girarlo sul fianco e lasciarlo lì.
“Un altro sacrificio agli dei della festa,” borbottò Veronica.
Al portico si fermarono. Controllò l’orologio. Erano appena passate le dieci. “Bene, è tempo di entrare. Copriremo molto più terreno se ci dividiamo, ma ci ritroviamo qui, diciamo, tra due ore. Scrivimi se qualcosa si mette male, ok?”
“Sì, sì.” Vide un paio di ragazze in bikini con gli Uggs uscire dalla porta, ridendo istericamente. Scosse la testa.
“Sai, ricordo queste ragazze ai miei tempi durante le vacanze di primavera. Non voglio essere il tipo vecchio e inquietante. Ricordi Lucky Dohanic? ‘Dov’è la festa questo weekend, ragazzi?’”
“Rilassati.” Sorrise, raddrizzandogli il colletto. “Cerca di divertirti un po’. E tieni gli occhi aperti per qualsiasi cosa strana.”
Entrarono attraverso la porta.
L’ingresso era di marmo, colonne e padiglioni a riempire lo spazio da un muro all’altro. Subito, l’odore di sudore e di centinaia di colonie diverse assaltarono le narici di Veronica. Ragazze in gonnellini di paglia e bikini appiccicate a ragazzi a petto nudo, con la camicia aperta. Dal secondo piano un DJ con una collana di fiori suonava musica lounge esotica, remixata con bassi pesanti. Un improvviso schizzo di liquido le venne addosso quando qualcuno stappò una bottiglia bagnando di champagne la folla che acclamava.
Guardò un’ultima volta Wallace. Lui scrollò le spalle, poi si unì ai festeggiamenti, alzando le mani sopra la testa e spingendosi fra la folla.
Veronica si girò, muovendosi verso il corridoio come se fosse ubriaca. Contò tre telecamere di sicurezza negli angoli della stanza, rivolte in basso, verso la folla.
Mi chiedo se questa sorveglianza sia di base per tutte le case in affitto della Sun and Surf, o sia una cosa speciale solo per questa?
La casa era così stravagante, persino per Neptune. Passò per una stanza di musica dipinta di un rosso fastidioso. Appese ai muri c’erano delle chitarre – Fender e Gibson e Yamaha, in una dozzina di sfumature lucide di legno e polimero. Un ragazzo muscoloso in pantaloncini suonava “Born This Way” di Lady Gaga al piano. Qualche porta più in là c’era la stanza da biliardo, fumo di sigaretta aleggiava sopra i tavoli rossi mentre la folla di radunava a guardare una ragazza in jeans attillati che beveva shot. Poi c’era un piccolo teatro in cui proiettavano Spring Breakers. Popcorn e bottiglie vuote coprivano il pavimento, e sotto al suono del film si potevano sentire delle coppiette indaffarate.
Nel terrazzo sul retro erano accese delle torce. Sui tavoli il buffet era servito, con tanto di maiale con una mela in bocca. Una piccola rampa di scale portava a un’enorme piscina, piena di corpi nudi e mezzi nudi. Guardò un ragazzo con i rasta biondi fare un tuffo a cannone nel mezzo di un gruppo di ragazze. Nella Jacuzzi, le tradizionali attività “selvagge” erano già iniziate. I bikini venivano lanciati come se fossero pesci morti.
Bene Veronica, è il momento di fare amicizia!
Si mise in fila per la birra e si versò un bicchiere, sapendo di essere troppo appariscente senza un drink in mano. Poi fece qualche passo incerto proprio in mezzo ad un gruppo di ragazzi.
“Oh mio Dio! Mi dispiace tantissimo!” Si aggrappò al braccio di uno dei ragazzi vicino a lei, che tra tutte le cose che avrebbe potuto scegliere aveva deciso di indossare un muumuu da donna e un cappello di paglia hawaiano. Lui la sostenne, ammiccando ai suoi amici.
“Hey, nessun problema! Stai bene?”
“Sì,” disse lei, farfugliando leggermente. “Ho bevuto un po’ troppo!”
“Anche io!” Lui alzò un pugno al cielo. “Viva le vacanze!”
Fu come un richiamo di battaglia. Tutti sotto al patio si fermarono per alzare i calici al cielo o saltare più in alto che potevano urlando ‘Viva le vacanze!’. Lei sghignazzò e sollevò il suo bicchiere qualche secondo più tardi. “Giusto, viva le vacanze!” urlò, appoggiandosi al ragazzo con il muumuu.
“Come ti chiami?” le chiese.
“Amber,” rispose lei.
Il ragazzo nel muumuu non sembrava riuscire a seguirla del tutto – era quasi ubriaco quando lei stava facendo finta di esserlo. “Da dove vieni, Amber?”
“Vengo dalla UNLV,” cinguettò.
“UNLV?” sbottò lui? “Hey, Trang. Trang! Hai detto di andare alla UNLV, giusto? Conosci Amber?”
Trang, che si era acconciato i capelli in uno strano stile Elvis Hawaiano e indossava una ghirlanda di garofani al collo, la fissò per qualche secondo con occhi venati di rosso, dondolandosi sui piedi. “Eh?”
“È una scuola molto grande,” tubò Veronica. “In che facoltà sei, Trang?”
“Non dichiarata,” mormorò “Economia, forse.”
“Oh, io sono nel reparto storico.” Fissò i membri del piccolo gruppo, tenendo la mano salda sul braccio del ragazzo. “È pazzesco. Non ho mai visto una casa così grande in tutta la mia vita. Chi è che ha dato il party?”
Scossero tutti la testa.
“Mi ha invitato un tizio giù al pontile,” disse Trang. “Dopo che gli ho dato un po’ di Ecstasy.”
“Già, io ho ricevuto l’aggancio dopo la battaglia di rap,” disse un ragazzino magrissimo con grandi occhiali di plastica e un cappello da capitano. “Ad un tipo con i rasta sono piaciute le mie rime e ha detto che avrei dovuto esserci.”
“Quindi nessuno di voi conosce il proprietario?” Veronica fissò il gruppo. “Ne avete solo sentito parlare?”
“Esatto,” disse il ragazzo con il muumuu. “Funziona così, chiunque voglia dare una festa manda un tizio in spiaggia a reclutare gente figa. Se sei abbastanza fico per essere notato, allora sei dentro.”
“Fantastico!” squittì Veronica. “Ma oh mio Dio ragazzi, avete sentito di quella ragazza scomparsa la settimana scorsa? Me l’ha detto qualcuno nella sala da biliardo, è sparita da questa casa. Spaventoso, vero?”
“Qualcuno è sparito?” Il ragazzo con il cappello da capitano sembrava stupito. “Non ho sentito niente a riguardo.”
“Dai amico, la sua foto è su quel cartellone giù, vicino alla Cabo Cantina, no? È dannatamente sexy!” disse il ragazzo nel muumuu.
“Era qui a una festa lo scorso lunedì, e nessuno l’ha più vista dopo allora,” disse Veronica. “Nessuno di voi era qui quella notte, ragazzi?” Finse un lungo brivido. “Che paura!”
“Cazzo, no. Lo scorso lunedì ero a farmi di Adderall e studiare statistica tutta la notte.” Sbuffò. “Le nostre vacanze non sono cominciate prima di lunedì.”
Il rumore di un microfono interruppe la loro conversazione. Guardarono tutti in alto e videro una piccola folla radunata intorno ad una pedana sul ponte più basso, proprio di fianco alla piscina a forma di ameba. Un basso giovanotto con un cappello e una camicia hawaiana si mise in piedi sulla pedana. Per un momento, Veronica non riuscì a capire cosa stesse dicendo per via del mormorio della folla. Il ragazzo alzò una mano facendo il gesto di silenzio e il rumore si placò.
“Va bene, va bene, va bene,” urlò, “Fatemi sentire come vi scatenate!”
Un altro grido si sollevò dalla folla. Il ragazzo ghignò sollevando un pugno in aria e urlando “Viva le vacanze!”
“Viva le vacanze!” urlò il pubblico di rimando, provocando un’eco su tutta la terrazza. “Viva le vacanze!”
“Va bene, abbiamo un regalo speciale per voi stasera. Abbiamo cinque splendide ragazze che non vedono l’ora di mostrarvi i segni dell’abbronzatura. E gente, sapete quanto sono striminziti i costumi di oggi!” Un boato di fischi si sollevò dalla folla.
“Ma prima, ecco a voi il giudice. Il proprietario di questa festa, Rico! Avanti, fategli un bell’applauso!”
La folla urlò. Veronica rimase ferma a fissarlo. L’uomo che aveva appena messo piede sulla pedana era assai affascinante, la pelle olivastra, i capelli scuri e una linea di stoppia lungo la mascella. Indossava un paio di bermuda e una ghirlanda intorno al petto scolpito.
Era il misterioso ragazzo delle foto con Hayley – il ragazzo a cui era stata appiccicata la sera in cui era scomparsa.

Elsa Hysteria
Nella sua testa vive nella Londra degli anni cinquanta guadagnandosi da vivere scrivendo romanzi noir, nella realtà è un’addetta alle vendite disperata che si chiede cosa debba farne della sua laurea in comunicazione mentre aspetta pazientemente che il decimo Dottore la venga a salvare dalla monotonia bergamasca sulla sua scintillante Tardis blu. Ama più di ogni altra cosa al mondo l’accento british e scrivere, al punto da usare qualunque cosa per farlo. Il suo primo amore telefilmico è stato Beverly Hills 90210 (insieme a Dylan McKay) e da allora non si è più fermata, arrivando a guardare più serie tv di quelle a cui è possibile stare dietro in una settimana fatta di soli sette giorni (il che ha aiutato la sua insonnia a passare da cronica a senza speranza di salvezza). Le sue maggiori ossessioni negli anni sono state Roswell, Supernatural, Doctor Who, Smallville e i Warblers di Glee.

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