This Is Us | Recensione 1×16 – Memphis


Bentornati a tutti!
Spero di trovare le parole giuste per recensire una puntata di incredibile magnificenza, struggente e delicata, per la quale mi sento di affermare che gli autori di This Is Us, che già avevano dato prova di grande qualità di scrittura e sensibilità nel trattare argomenti di grande ricchezza emotiva, sono riusciti a superare loro stessi. Applausi in piedi.

‘Cause the two best things in my life…
… were the person in the very beginning…
… and the person at the very end.
That’s a pretty good thing to be able to say, I think.

Goodbye, William.
Non mi aspettavo che William morisse adesso.
Naturalmente sapevo che prima o poi sarebbe successo, del resto era un evento ineluttabile, ma non mi ero preparata alla visione dell’episodio con la consapevolezza della fine imminente, forse perché, anche se razionalmente si sa che l’esito può essere uno soltanto, non siamo mai veramente pronti quando esso accade. Proprio come in questo caso.

Ho sempre apprezzato la scelta stilistica di This Is Us di inserire puntate che non seguono la tradizionale struttura fatta di flashback che si tuffano nel passato con un andamento temporale imprevedibile, e che servono a richiamare dettagli o esperienze che i tre fratelli Pearson affrontano a loro volta nel presente, che si snoda invece con una progressione lineare davanti ai nostri occhi. E penso che il capitolo finale di William meritasse una puntata speciale, come è infatti accaduto. Anche perché, tra i nodi che Kate, Kevin e Randall si trovano a dipanare, è sempre stata la storyline di quest’ultimo a essere quella più intensa, quella che aveva bisogno di maggiore approfondimento, per la complessità e il coinvolgimento che la scelta di premesse di questo tipo comportava.

Ci siamo fermati, con rispetto e in punta di piedi, a dare l’addio a William, con un episodio dai toni malinconici, ma anche gioiosi – perché la vita e la morte sono facce della stessa medaglia -, dipinti su un arazzo di rara bellezza e sostenuti da tempi narrativi adeguati.
Se non danno un Emmy a questi attori per l’incredibile lavoro che svolgono, io vado a protestare davanti a qualche cancello, ve lo dico. Sono tutti magnifici, ma Randall e William lo sono stati infinitamente di più, qui.

La puntata ha parlato di famiglia, di radici. Tema sempre importantissimo, in This Is Us (basti ricordare il monologo di Kevin della quinta puntata), che ha fatto dell’appartenenza a uno stesso albero originario, che affonda nel terreno radici possenti e indistruttibili e che produce generazioni di frutti, nutriti dalla stessa linfa – oltrepassando la barriera del tempo e, in ultimo, anche della morte -, uno dei suoi capisaldi. Ma la famiglia Pearson non è l’unico esempio dell’espressione dei principi fondanti dell’essere umano, lo è anche quella non più sconosciuta di Randall, che adesso ha iniziato a far parte della sua vita e dei suoi ricordi (e dei nostri).

Randall ha indubbiamente vissuto un’esistenza più complicata rispetto a quella dei suoi fratelli, perché segnata dalla ferita abbandonica, come si è sempre detto (oltre all’essere cresciuto come nero in un quartiere di bianchi, ma questo è un altro discorso). Non è facile convivere con il fatto imprescindibile di essere stato dato via dai propri genitori biologici; per quanto uno possa farsene una ragione, possa razionalizzare e arrivare a comprendere le costrizioni che possono aver indotto qualcuno a prendere una decisione tanto straziante, rimane comunque dentro di sé una zona di ombra difficile da guarire.

Ma la scelta di andare a cercare il padre – una spinta comprensibile -, ha avuto come conseguenza quella di ricompensarlo, con abbondanza copiosa e inaspettata, per la mancanza che aveva avvertito, quando segnava sul quaderno con una riga gli uomini di colore che incontrava per strada, chiedendosi se uno di loro fosse suo padre, di cui ha sempre desiderato la presenza. In età adulta ha potuto usufruire di un’altra chance, da lui innnescata, che gli ha permesso di ricevere il doppio dell’amore, una seconda possibilità di farsi guidare e influenzare da una figura paterna di notevole spessore (che solo alla fine riesce a chiamare così: You’re okay, Dad), che ha infuso in lui nuovi insegnamenti per la vita, grazie alle qualità dell’uomo anziano, che abbiamo scoperto nel tempo: la sua calma, la saggezza e il suo arguto umorismo che hanno spesso aperto una breccia nella corazza di perfezionismo del figlio, che ha sempre organizzato la sua vita con schemi e progetti molto ambiziosi, di cui aveva bisogno per non andare in pezzi.

Ma la vita è anche altro, gli ricorda William che, grazie alla sua personalità più flessibile, meno disposta a essere incasellata nelle normali categorizzazioni (pensiamo alla sua sessualità “fluida”, come lui stesso l’ha definita), gli ha insegnato a essere meno severo nelle richieste a se stesso, a cogliere il brivido dell’imprevedibile, a vivere la vita più come se si trattasse di un’avventura e non come qualcosa che segue dei binari prestabiliti senza mai deragliare.

Il viaggio a Memphis è stato uno dei tanti regali di William per Randall. William, che ha saputo entrare nella vita del figlio con compostezza e discrezione, che non ha preteso una vicinanza che Randall non era ancora in grado di offrirgli, rispettando gli spazi che gli erano concessi. Ha saputo però dare la sua impronta originale con equilibro, senza fare pressioni per farsi accettare, ma senza soffocare la propria natura e la personalità forte ed eclettica, con cui ha conquistato Beth e le nipotine e perfino Kevin. Mi mancherà molto l’ironia con cui sapeva dare consigli da gufo saggio, senza per forza volersi imporre, passando lieve e sensato sui problemi altrui, donando un po’ della saggezza che aveva ottenuto grazie a un’esistenza non facile, come ammette lui stesso.

Il viaggio è anche stato un modo per trascorrere gli ultimi scampoli di tempo insieme, per condividere reciprocamente piccoli dettagli delle loro vite, per fare quelle esperienze normali tra padre e figlio, come andare al barbiere o a mangiare un panino, o perfino vederlo suonare dal vivo e, nel caso di William, per recuperare ricordi, anche materiali, della propria infanzia (il tesoro custodito nella vecchia casa, con i nuovi proprietari allibiti); in sostanza per far conoscere un po’ del proprio passato a Randall e donargli parti ancora celate di se stesso, ricevendo in cambio l’aiuto e l’assistenza che adesso gli sono tanto necessari.

  

Randall si ritrova di colpo attorniato da una famiglia numerosissima di cui non conosceva l’esistenza, e di cui, come abbiamo visto, è straordinariamente entusiasta, e che potrà riempire il vuoto lasciato ora dal padre, che gli ha aperto la strada della conoscenza delle sue radici biologiche e di conseguenza se stesso. E sappiamo che, per Randall, la famiglia, l’unione, la collaborazione e il sostegno che essa può offrire sono fondamentali. Sono felicissima per lui.

È stato bello vederlo tornare il vecchio Randall, dopo il cedimento della scorsa puntata, e dopo aver saputo di sintomi successivamente sperimentati, che l’hanno portato in ospedale e poi da uno psichiatra, non tanto nell’essere l’uomo che “può farcela e ce la farà” o “l’uomo che si occupa di tutto” (che è, indubbiamente), ma soprattutto la persona che si lascia andare a momenti di umorismo involontario, che sono riusciti a dare un tocco di allegria a una puntata in cui, altrimenti, toccava stare sempre con il fazzoletto in mano, vinti dalla commozione.
Sono morta dalle risate quando continuava a intromettersi tra William e il cugino, coinvolti in una conversazione fondamentale che attendeva di essere intavolata da secoli, – che poteva sanare o meno una distanza inasprita e aggravata dagli anni – , mentre lui non si teneva dalla curiosità e voglia di conoscere meglio i parenti, la cui esistenza gli era ignota. Lo sguardo di William è stato molto eloquente, nel pensare “Ma dove l’ho trovato questo”.

Ho amato, su tutti, la figura della madre di William. Non so perché, se è stato per via del fatto che ha dovuto crescere da sola un figlio, dopo la morte in guerra di un marito tanto dolce e premuroso (che sarebbe stata di sicuro un’altra delle belle persone che compongono l’universo di This Is Us) da mandarmi quasi a piangere in un angolo dopo averlo visto solo per due minuti ad accarezzare il pancione della moglie. O se per l’esempio di amore, dignità e guida amorevole e affettuosa con cui lei, da sola, ha allevato il piccolo William, crescendolo in mezzo ai sacrifici, donandogli una casa piena di amore e di gioia, nonostante la perdita. E soprattutto avendo la forza di capire che era il momento di lasciarlo andare, perché dispiegasse le sue ali, per far uscire nel mondo quei doni artistici di cui era dotato, nonostante sapesse che si stava allontanando da quella che era stata, con ogni probabilità, la sua ragione di vita, oltre che la cosa più bella che le fosse capitata. Ho apprezzato la fiducia nelle sue possibilità e il riconoscere i suoi doni, come se fosse sempre stato un suo compito quello di rinforzare l’autostima traballante del figlio.

You have a gift, baby. You have so many beautiful futures in front of you.

Non so perché questa donna mi abbia colpito tanto, mi commuovo ancora a ripensarci. Spero che Randall, attraverso i racconti dei suoi numerosi cugini, possa conoscere e apprezzare una donna forte e gentile come la nonna paterna.

 

Comprendiamo così dove William e Randall abbiano ereditato la loro sensibilità e gentilezza. Il giovane William mi fa sempre un’infinita tenerezza, con quei piedi magri che sbucano sotto pantaloni un po’ corti (è un’immagine che mi schianta), tanto allampanato, timido, delicato e schivo da produrre in me l’impulso irrefrenabile di andare ad abbracciarlo, per difenderlo da un mondo ostile.
Lo so, è inutile prendersela con la vita ingiusta, ma vederlo andarsene in giro con quegli occhi grandi, quella bellezza d’animo non di questo mondo, o arrivare nella stanzetta povera della madre malata con la sua valigetta con dentro due cose, sapendo quali prove dure lo aspettano in seguito, mi fa venire voglia di prenderlo, svelargli cosa ci sarà nel suo futuro e portarlo via con me.

 

È stato un atto di grande e vera umanità, da parte di William, quello di rendere omaggio a Jack sulla sua “tomba”, seduto sulla panchina davanti al lago, per ringraziarlo di aver fatto quello che lui non aveva potuto, cioè aver cresciuto suo figlio come se fosse il proprio e averlo fatto diventare la magnifica persona che è. Ho amato soprattutto il fatto di averlo chiamato “brother”, come se anche loro appartenessero alla stessa famiglia e fossero, tutto sommato, dei parenti simbolici. Non c’è spazio per risentimento, in This Is Us, per recriminare su scelte sbagliate o per invidiare chi ha avuto la possibilità di fare quello che a noi non è stato concesso. Ma c’è invece tanto spazio per la gratitudine, per l’accettazione di quello che è stato, senza combatterlo, il tutto espresso sempre con grande autoconsapevolezza.

Il richiamo all’importanza della famiglia è costante, in questa puntata. Si dà per scontato che venga prima di tutto e che si faccia il possibile per aiutare qualcuno malato o in difficoltà. La madre di Wiliam lascia la sua città e il figlio per assistere la nonna malata, come è normale che sia, nella sua scala di valori. William, a sua volta, lascia tutto per volare a Pittsburgh, quando scopre che la madre è in fin di vita. È naturale farlo, lo ripete anche il cugino: Non scusarti mai di prenderti cura della tua famiglia. E in ultimo è quello che fa Randall, che sta vicino al padre negli ultimi, dolorosi, istanti di vita. È un cerchio che non si chiude, ma che prosegue di generazione in generazione in un andamento a spirale che collega tutti quei rami dell’albero primigenio, che sono accomunati dalle stesse radici. Ed è un’immagine – e un insegnamento – di grande umanità e innegabile pregnanza.
Randall unisce le due linee del suo esteso albero “genealogico”, quando utilizza un gesto del padre adottivo, che gli viene intuitivamente in soccorso, quando accompagna William nel momento del trapasso, in un istante bello e doloroso al tempo stesso (mi sto commuovendo un’altra volta. Non uscirò viva dalle emozioni di oggi). Lo aiuta dopo che l’altro gli confessa la sua vulnerabilità di fronte alla morte, mettendogli le mani con delicatezza sul viso, per respirare con lui fino all’ultimo, come faceva Jack quando Randall era vittima dell’ansia, da piccolo. È stata una delle scene più simboliche e magnifiche viste finora in This Is Us (e stiamo parlando sempre di un telefilm che in quanto a qualità, eccetera eccetera).
Randall non poteva fare di più per raccogliere il testimone di generazioni di persone di grande bontà d’animo che sono confluite in lui, proveniendo da strade completamente diverse, pur rimanendo in fondo se stesso, unico e irripetibile, come è normale che sia, e con la sua tendenza a voler rifare i letti. Quello che ci costruisce non può limitare un’automa espressione del nostro sé, che non è solo la somma di quello che ci è stato trasmesso.

Ed è anche bello che, dopo tante generazioni, la vita di Randall rappresenti quasi una forma di riscatto. Grazie al sacrificio di chi c’è stato prima di lui, Randall si merita e può godersi una vita magnifica, per la quale ha anche naturalmente lavorato sodo.

You deserve it. You deserve the beautiful life you’ve made. You deserve everything, Randall.

 
 

Il tema della morte è spesso presente nei telefilm. È troppo presente. Morti sconvolgenti che accadono in circostanze straordinarie a personaggi amati, con l’unico scopo di creare twist e shock nello spettatore, oltre ad aprire nuove strade narrative, come se non si potesse, invece, raccontare la vita normale delle persone normali, senza fare una carneficina di chiunque riceva un minimo di investimento affettivo da parte del pubblico. Sono molto sensibile all’argomento, dopo aver sfiorato da vicino la morte di un personaggio da me amatissimo (ok, oggi non ho più lacrime, tenetemi così), cioè Kate Beckett. E sono (ancora) furiosa e molto critica per questo tipo di tendenza che, secondo me, denota solo mancanza di inventiva e pigrizia, nella maggior parte dei casi.
In This Is Us, no. This Is Us parla della vita reale, e lo fa con toni e modi che risuonano dentro di noi perché ci appartengono.
Ha saputo accompagnarci nel viaggio (simbolico o reale) finale di William, senza volerci per forza sbattere in faccia la sofferenza e provocarci scossoni emotivi, ma l’ha fatto con grande rispetto in primis del personaggio e poi di noi come pubblico. E di questo sono eternamente grata.

L’ultimissimo regalo di William al figlio è quello della sua arte, delle poesie scritte for his son, che saranno per lui fonte di consolazione, adesso che la perdita è reale, e un modo per conoscerlo meglio. E anche qui c’è il richiamo alla morte della madre di William, che chiedeva al figlio di recitare la poesia a lei dedicata, dal letto nel quale la malattia l’aveva costretta.

La puntata è stata naturalmente incentrata su Randall e William, come era giusto che fosse. Se pure ai margini, ho apprezzato la presenza di Beth che, come sempre, sa trasmettere la sua forza di grande donna e supporter del marito anche a distanza. È sempre notevole il modo che hanno di presentarci Beth come figura complementare di Randall, in grado di capirlo meglio di chiunque altro, grazie al suo robusto buon senso, un istinto alla sopravvivenza emotiva più spiccato, frenando gli impulsi del marito quando diventano distruttivi per se stesso. È sempre attenta, sempre con l’occhio posato sulle di lui emozioni, pronta a intervenire e fare da scudo contro qualsiasi cosa possa sopraffarlo emotivamente. E lo fa spesso con quella burbera ironia che è molto simile a quella di William (non intendo usare i verbi al passato). Anche in questo caso è preoccupata, e lo dimostra vivamente nella seduta con lo psichiatra, ma è pronta ad arrendersi per il bene del marito e a sostenerlo. Non era d’accordo con il viaggio (ne aveva motivo), ma una volta partiti, non ha continuato a riproporre la sua opinione avversa, ma l’ha lasciato andare, ha preparato quantità industriali di cibo e molteplici istruzioni ed è stata altrettanto entusiasta di venire a sapere di tutti i cugini del marito. Amo il rapporto tra quei due, che sa sempre fermarsi a un passo prima del conflitto, grazie al buon senso e al fatto di sapere che l’altro pensa al nostro bene, se pure non nei nostri stessi termini. Randall, invece di risentirsi dei modi decisi della moglie di esprimere il suo dissenso, riesce a vedere oltre, senza fare muro contro muro. Sono stati adorabili nella scena iniziale, tanto da farlo ammettere allo stesso psichiatra, prima di dover però dar ragione a Randall, nella sua idea di intraprendere il viaggio.

Non si è fatto a meno anche di toccare, se pur brevemente, il tema del razzismo, con il doppio lavandino per i bianchi e per i neri e in cui Randall, si situa, emblematicamente a metà. Lui racchiude in sé le istanze contrapposte di due mondi, quello da cui viene, espresso dal colore della sua pelle, e quello in cui è cresciuto. Lui ha sempre bevuto dai rubinetti dei bianchi e lo fa anche questa volta, invitando il padre a compiere un piccolo atto di ribellione per “guarire” una vecchia ferita del passato e avvicinarlo in qualche modo alla sua esperienza. Piccole pennellate che rivelano un mondo.

L’unica cosa che mi dispiace, in fondo, è che il compagno di William non sia stato lì con lui. La scena è stata indubbiamente perfetta così come si è svolta, giusta e simbolica per tanti motivi, ma, comunque, un po’ a quel poveretto ci penso.

Chiudo così come ho aperto, con delle parole meravigliose e indimenticabili, che non avrebbero potuto rendere meglio l’affetto e il legame che William e Randall sono riusciti a costruire in poco tempo.

  

Che ne pensate della puntata? Attendo i vostri commenti, se vorrete lasciarli e vi do appuntamento tra due settimane, ricordandovi di passare da queste pagine, per rimanere sempre informati sulle novità di This Is Us.

Milo Ventimiglia Italia
Mandy Moore Italia
This Is Us Italia

This Is Us Italia(gruppo)

– Syl

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5 COMMENTS

  1. Ci sono momenti in cui lo schermo di un pc non è un muro dietro il quale nascondersi e non mettere la faccia su ciò che si esprime, ma un’autentica mano santa per risparmiare ai propri interlocutori lo spettacolo indecoroso della devastazione emotiva che una puntata come questa puntata di This is Us riesce a suscitare. Di nuovo. Sempre di più.
    Avevo la sensazione che in questa 1×16 avremmo “perso” William: il tema del viaggio verso le proprie radici con il figlio, un perfetto ultimo viaggio, rappresentava un’ambientazione ideale in questo senso. Forse una strada già battuta da altri film/serie tv ma quello che rende This is Us il gioiello che è, non è l’originalità della storia o dei temi affrontati ma il modo in cui questi ultimi vengono raccontati: con grazia, delicatezza, profondità e verità.
    Da amante compulsiva di serie tv, mi capita spesso, una volta recuperata la puntata settimanale di una serie, di riguardarne (se mi è piaciuta) i momenti salienti, e poi di vederne subito un’altra. Con This is Us questo non mi accade praticamente mai: finisco la visione e resto a pensare, a elaborare, a ricordare momenti della mia vita familiare che tornano in superficie. Ci si può appassionare ad un programma, si può rimanere a bocca aperta di fronte a certi effetti speciali o ad un cliffhanger particolarmente inatteso ma quando ciò che hai visto ti lascia qualcosa dentro, allora, forse, hai dedicato il tuo tempo a qualcosa che lo meritava.
    Prima accennavo alla verità di This is Us: ce ne era tanta anche nella puntata di oggi, come ad esempio nella narrazione della vita di William (alternata ad irresistibili momenti comici – “ecco il vostro mattone, che Dio vi benedica”). William è (uso il presente anch’io, che diamine, non voglio “archiviarlo”) un uomo di grande talento, che non vive un’infanzia fatta di agi ma ricca solo dell’amore di sua madre che compie i suoi bei sacrifici per consentire al proprio figlio di spiccare il volo. Ecco, nell’immaginario del sogno americano, William avrebbe ottenuto il grande successo, riscattando le difficoltà della madre e invece in This is Us questo non accade: il talento di William non esplode quanto avrebbe meritato, complici anche diverse scelte sbagliate di quest’ultimo, e questa è una storia purtroppo decisamente comune (uno su mille ce la faaa…) ma la straordinarietà di una vita non è data necessariamente dal successo iscrivibile negli annali ma molto dai rapporti umani, dalle sensazioni, dalle esperienze, dalle persone che ci accompagnano nel “viaggio”, e la frase che hai postato all’inizio della recensione è forse una di quelle che mi resterà maggiormente dentro. Insieme alla poesia di una puntata tra le più belle di questa stagione televisiva.
    E in tutto ciò non dimenticatevi di abbassare il finestrino e alzare il volume della musica.

    • Ciao! Scusa il ritardo e grazie per i tuoi commenti! Sono preziosissimi, adoro ogni riga! Puntata davvero meravigliosa, l’ho rivista ancora (oltre alle solite volte prima di scrivere la recensione) e non ha mancato di commuovermi per la perfezione di commozione, delicatezza e, in fondo, tanta vita! Alla prossima 🙂

  2. Dedico una riflessione a parte per gli attori. Ai recenti Golden Globes (e non solo), è stata la parte femminile del cast ad ottenere i riconoscimenti migliori con le nominations a Mandy Moore e Chrissy Metz, bravissime senza ombra di dubbio ma per quel che mi riguarda i loro colleghi uomini avrebbero meritato altrettanto se non di più. In questa puntata abbiamo avuto un nuovo saggio di bravura di Sterling K. Brown e Ron Cephas Jones ma non si può passare sotto silenzio lo splendido lavoro di Milo Ventimiglia sul suo Jack Pearson o lo spettacolare Gerald McRaney che con poche battute del suo Dr. Katowsky riesce ad illuminare lo schermo.
    Sento che mi sfuggono i criteri con i quali spesso vengono decise le nominations ai premi più prestigiosi ma forse dopo aver visto che anche un certo Anthony Hopkins è stato bellamente ignorato dalle giurie, nonostante la sua performance mozzafiato in Westworld, forse non dovrei stupirmi più di niente. Speriamo che gli Emmy facciano un po’ di giustizia

  3. Immaginerai in che condizioni fossi. Ho passato tutto l’episodio in lacrime, di gioia prima e di disperazione poi. William mi mancherà incredibilmente ma posso solo ammettere che anche in questo caso la puntata è stata perfetta; la sua morte era un fatto inevitabile e per lo meno è stata resa con una delicatezza innata. Fatico davvero a trovare le parole: in tutta la sua tristezza rimane comunque uno degli episodi migliori dell’intera stagione.
    Ho adorato il momento in cui William rende omaggio a Jack chiamandolo “padre di mio figlio”: quella frase per me esprime il senso di This Is Us, di una famiglia che trascende ogni legame, un senso di universalità. Ho adorato l’esaltazione di Randall ed il suo essere totalmente inopportuno quando scopre la sua nuova famiglia. HO ADORATO il giovane William. Così timido, una tenerezza infinita; avrei voluto attraversare lo schermo ed abbracciarlo.
    E poi beh il finale. Ho passato gli ultimi dieci minuti in una valle di lacrime. La frase di congedo e quel parallelismo tra Jack e Randall: oltre che estremamente commovente e di una bellezza stilistica incredibile; Randall che usa ciò che gli ha insegnato il padre adottivo per dare forza al padre biologico in fin di vita… Non poteva esserci scelta migliore.
    Concordo con te sul fatto che nel mare di perfezione di questo addio, mancasse Jessie, se non fisicamente, almeno nei ricordi della sua vita. Una sottigliezza certo, ma ormai This Is Us mi ha abituato ad un altissimo livello.
    Complimenti per aver trovato le parole per descrivere così bene questa puntata!

    • Oggi l’ho rivista di nuovo e ogni volta è uno strazio. Non ho per fortuna il senso di ingiustiza profonda che mi coglie in molte morti inutili, però quella scenea finale è commoventissima, aiuto. Quando gli dice “My son” e Randall che piange mentre gli attraversano la strada le oche. Non posso farcela!
      Concordo su tutto il resto. Anche per me è una delle migliori puntate, diversa, ma superiore al solito (già altissimo, lo si dice sempre). Desidero spin off su ogni membro del telefilm XD
      Grazie mille, alla prossima!

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