The Umbrella Academy – Recensione prima metà seconda stagione: graffianti come sempre

The Umbrella Academy

Dopo un anno e mezzo dal suo fantastico debutto, “The Umbrella Academy” è finalmente tornato! Rilasciata da Netflix solo venerdì, sono bastati una manciata di episodi di questa seconda stagione per fare breccia nei nostri cuori.

La storia ricomincia proprio là dove si era interrotta: la Terra sta andando a fuoco e Five porta via i suoi fratelli e le sue sorelle, per andare altrove nel Tempo e trovare il modo di salvare il mondo e l’umanità intera. La scena cui avevamo assistito, i fratelli Hargreeves che tornano ragazzini, almeno per questa prima metà non ha seguito e assurge dunque a un ruolo simbolico. Il viaggio nel Tempo, però, si mostra ancora una volta insidioso ed ecco che i nostri eroi combina guai si ritrovano ancora una volta divisi: tutti nello stesso posto, ma in anni diversi. E il posto non è uno qualsiasi: Dallas negli anni ’60.
Se avete letto gli articoli inerenti alla S1 sapete quanto abbiamo amato questo show, quindi l’attesa e le aspettative per la seconda stagione erano davvero alte.

 

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Tutto.
Ancora una volta, “The Umbrella Academy” si rivela realizzato perfettamente, il cast è sempre al massimo e in questa seconda stagione abbiamo anche un perfetto equilibrio tra l’azione e il divertimento e l’approfondimento, in particolare quello psicologico dei personaggi.
Per non parlare della colonna sonora, dell’unione tra immagini e musica che è immediatamente diventato un tratto distintivo di questa serie e che si riconferma appieno in questa S2.


Niente.
Anzi, no, un dettaglio c’è: la morte di Hazel!
Allora anche Cha Cha è davvero morta. Mi ero affezionata a quei due.
Nient’altro a parte questo, visto che l’unica cosa che mi faceva storcere il naso, ovvero l’ipotesi che Five non avesse capito che Lila era legata a The Handler (insomma, le scarpe rosse!!!), si è rivelata infondata. Well done.


È difficile scegliere, ogni protagonista ha avuto il suo spazio, il suo approfondimento. La preferenza va inevitabilmente a Five e Klaus, ma bisogna anche dire in modo onesto che, essendo i due personaggi più particolari tra i fratelli Hargreeves, è inevitabile che spicchino più di altri.
Una menzione va anche a Lila, la cui introduzione ha aggiunto ulteriore divertimento.


In questa prima metà di stagione sono già numerose: su tutte spicca la protesta contro il segregazionismo, che negli anni ’60 come sappiamo era ancora dominante negli Stati del Sud; seguono (senza un particolare ordine) la scena di apertura, in cui vediamo l’Umbrella Academy in azione (anche se le cose non finiscono bene); il momento in cui Luther rivede Vanya e le chiede scusa; la riunione dei fratelli Hargreeves; il ballo di Allison, Klaus e Vanya, perché non può essere “The Umbrella Academy” se non c’è almeno una scena di ballo dei fratelli; le scene di combattimento di Diego e Five.

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Cinque episodi ma già l’epicità si spreca.
Quando si parte col botto come ha fatto “The Umbrella Academy” lo scorso anno, la pressione si fa sentire e il rischio di deludere è più vicino che mai, ma è bastata la prima metà di stagione per dire che lo show non solo non ha perso smalto, anzi, ma ha innalzato ulteriormente l’asticella.
Partendo dalla base del secondo volume della graphic novel di Gerard Way e Gabriel Bà, che viene tenuta come punto di riferimento per la trama generale esattamente come fatto per il primo ciclo di puntate, gli autori creano una nuova versione della storia proprio come abbiamo visto fare per più di dieci anni dal team dell’MCU. E di nuovo, funziona: azione, umorismo, intrighi e misteri da svelare. In questa seconda stagione non manca nulla, in un contorno di numerose strizzatine d’occhio ai più fedeli lettori dei fumetti (AJ, anyone?).
Inoltre, gli autori dimostrano di sapere che nonostante tutto questo sia fatto in modo fantastico, non basta, perché questi personaggi sono incredibilmente particolari e “diversi” e per quanto l’azione, l’umorismo e i misteri siano intriganti e intrattengano alla perfezione, gli Hargreeves per lasciare davvero il segno devono essere rappresentati a trecentosessanta gradi, seppur con lo stile peculiare che li contraddistingue. Ed ecco quindi che danno a ognuno un approfondimento psicologico, proprio con lo stile che meritano, ovvero senza bisogno di chissà quali drammi o monologhi, magari anche con umorismo (nero, ca va sans dire): le scuse di Luther a Vanya e il modo in cui, poi, la difende; il confronto tra Diego e Luther; i confronti tra Ben e Klaus (Ben che ha molto più spazio); i tormenti di Five. Questo ha altresì l’effetto di creare e trasmettere una sensazione di vera famiglia, nonostante i dissidi (ma tra quali fratelli non ve ne sono?) e le loro stranezze.

Il tutto senza dimenticare il patriarca della famiglia: sebbene i misteri che lo avvolgono siano ancora tantissimi e in un certo senso si infittiscano in modo ulteriore possiamo dire, infatti, che finalmente vediamo Reginald Hargreeves, scopriamo qualcosa in più della sua vita, della sua storia e vediamo che, come molti sospettavano, per quanto sia un uomo estremamente complicato e in grado di mostrare una durezza devastante, non è proprio l’uomo senza cuore che poteva sembrare.
E il cast si rivela perfettamente all’altezza. Nella prima stagione avevano mostrato di essere perfetti nei panni dei rispettivi personaggi, ma già in questa prima parte della seconda vediamo quanto siano ancora più sicuri, come li padroneggino alla perfezione. Menzione d’onore ad Aidan Gallagher, che impressiona ancora una volta per la sua capacità di rendere un uomo che potrebbe essere quasi suo nonno pur essendo un adolescente.

A tutto questo si aggiunge la rappresentazione dell’epoca in cui si trovano i nostri sconclusionati eroi, ovvero l’inizio degli anni ’60 in Texas. In particolare bisogna evidenziare il modo ottimo in cui è stata resa la questione sociale e razziale, rappresentata senza fronzoli per come era, con rimandi a ciò che fece Rosa Parks.
Questa stagione è stata girata lo scorso anno, quindi prima del delirio che stiamo vivendo, gli autori erano del tutto ignari di quello che sarebbe successo, ed è per questo che l’attualità di quello che vediamo è ancora più impressionante, così come il fatto che lo vediamo proprio adesso, nel bel mezzo di quello che abbiamo visto accadere nelle scorse settimane.

Infine, la musica: l’apertura con “My Way” di Frank Sinatra ha reso immediatamente chiaro che quella rimane la via.


85/100

(Se qualcuno pensasse “Ma almeno 90!”, sappia che sono d’accordo, sto facendo come le professoresse del liceo: mi tengo più bassa nel primo quadrimestre per alzare ulteriormente il voto nel secondo.)

E ora via per la seconda metà di stagione! Appuntamento, dunque, alla recensione finale.

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