The Good Doctor 1×05 – Meglio la verità o una pietosa bugia?

Quando ho recensito il pilot di The Good Doctor ero sì convinta che avrei continuato a guardarlo, perché lo avevo trovato molto delicato, genuino e brillante, ma non avevo idea che mi sarebbe piaciuto al punto da voler a tutti i costi parlarne settimanalmente, soprattutto dopo l’ultimo episodio andato in onda, che mi ha steso emotivamente colpito moltissimo, tanto da indurmi a rompere gli indugi e accorrere per celebrare un telefilm a cui non avevo prestato molta attenzione quando è stato presentato, ma che ha subito saputo ottenere il favore del pubblico, come dimostrano i ratings alti.

È impossibile non affezionarsi al dottor Shaun Murphy, interpretato sempre in modo stellare da Freddie Highmore, per via della condizione di difficoltà in cui è inserito, sia che lo si guardi solo dal punto di vista dell’ambiente lavorativo, ovvero il tirocinio chirurgico, che metterebbe alla prova ogni giovane medico al suo primo incarico importante, ma soprattutto per gli ostacoli che un lavoro stressante a contatto con il pubblico porta con sé quando si è un ragazzo autistico, che ha problemi a cogliere i segnali sociali e quindi ha di norma interazioni interpersonali faticose e che richiedono moltissima energia e concentrazione.
È lui stesso il primo a saperlo e ad ammetterlo pubblicamente ed è anche il primo a cercare di fare il possibile per superare i propri limiti e imparare, con tutta la fatica che ciò comporta, a relazionarsi in modo che sia utile per sé e per gli altri, soprattutto i suoi pazienti.

Il quinto episodio si sviluppa in modo lineare, con una trama principale che vede impegnato Shaun con qualcosa di molto complesso, ed emotivamente destabilizzante, soprattutto per chi è meno in grado di gestire i sentimenti che affiorano prepotenti. Si trova infatti davanti un ragazzino, Evan, che non solo assomiglia al fratellino morto, Steve, ma che è lui stesso in procinto di morire e che ha curiosamente molti tratti simili al suo alter ego: entrambi amano sfogliare il vocabolario e hanno una predisposizione innata che li mette in grado di avvicinarsi a Shaun, capirlo, comunicare con lui, aiutarlo. Onestamente, sarebbe qualcosa di straziante per chiunque di noi.

La sottotrama parla invece di una relazione padre-figlio gravata da bugie, assenze, le classiche cose non dette che diventano un fardello insopportabile da custodire, quando il padre si ritrova all’improvviso in punto di morte, con il rischio reale per il figlio di continuare a vivere una vita di rimorsi e rimpianti per non aver detto la verità.

Il tema principale, il filo conduttore della puntata è proprio quello delle bugie, che si rispecchia in entrambe le trame, con diramazioni multiformi. Dirà la verità è sempre necessario? È sempre utile per chi la riceve? Una pietosa bugia può davvero essere l’alternativa migliore? Il concetto del “mentire” come scelta è anche l’oggetto di una conversazione a cuore aperto tra Shaun ed Evan, che si è assunto il compito di fare da mentore sui generis, affettuoso e divertito, al giovane medico.

Shaun si trova ad affrontare il tema del giorno da una prospettiva svantaggiata, perché infatti il giovane medico non è in grado di mentire e, anzi, invoca la verità come unica possibilità. Ma le complicazioni etiche sono dietro l’angolo, perché i genitori di Evan non vogliono infatti che il figlo sappia di essere affetto da un cancro incurabile, ed essendo minorenne, i medici devono assecondare le loro volontà, mettendo Shaun decisamente in crisi, perché identifica Evan con Steve e proietta su di lui le preferenze del fratellino, rendendo l’intera questione un vero e proprio caos emotivo. Ma il problema è un non-problema perché Evan è al corrente della verità, ma finge con i genitori di non conoscerla, per non aggravare il loro dolore. È quindi lui ad aver deciso di ricorrere alla menzogna come alternativa più misericordiosa. 

Shaun, incapace di accettare la sorte del proprio paziente (sperando quindi di poter, almeno in questo caso, salvare suo fratello per interposta persona), si aggrappa all’idea che esista una microscopica possibilità che la diagnosi sia errata e, con grande determinazione, persegue la propria idea, nonostante il parere avverso del suo superiore, trovandosi a infrangere le regole, cosa che può costargli molto cara. Lo fa in un caso che non solo è il primo di cui sbaglia la diagnosi – e se c’è una volta in cui ho sperato che non succedesse è proprio questa -, ma in cui è troppo coinvolto, facendogli ulteriormente perdere la capacità di relazionarsi al paziente in modo più obbiettivo. Mette al corrente Evan della sua idea audace, dandogli quindi false speranze che, come lo ammonisce il direttore dell’ospedale, sempre suo alleato, sono una crudeltà gratuita per ogni paziente, indotto a sperare, contro le statistiche, di potersi salvare dalla morte, che magari aveva, giunto a quel punto, imparato ad accettare. Come ci si aspettava, la prima diagnosi, quella di osteosarcoma al quarto stadio, è quella giusta e la notizia è peggiorata dal fatto che, pur non volendolo razionalmente, ci si era permessi di illudersi che non fosse così.

L’incontro con Evan è molto importante per il percorso di Shaun. Non solo lo mette davanti ai suoi limiti, che perfino un’intelligenza molto brillante come la sua possiede, ma, inaspettatamente, gli permette di chiudere in modo positivo qualcosa che era rimasto in sospeso con il fratello, morto prima di finire di leggere il libro che lui gli aveva regalato (tutti i flashback dell’infanzia di Shaun, soprattutto con il fratello morto prematuramente mi fanno un’infinita tenerezza). Ci fa inoltre vedere, quando si allontana commosso, che è effettivamente in grado di esprimere le sue emozioni, e a me pare che sia un gran traguardo.

Sull’altro fronte le cose vanno in modo decisamente più facile. Il padre si riprende da un intervento molto sui generis (e che ci siamo guardati, in ogni dettaglio – anche meno), e la relazione con il figlio può migliorare e sanarsi, grazie a una confessione a cuore aperto sul motivo che l’aveva indotto ad abbandonare la famiglia. Non aveva voluto andarsene perché loro non erano abbastanza, bensì perché lui era convinto di non esserlo. Tutto è bene quello che finisce bene, la verità in questo caso ha aiutato a riunire due persone che avevano bisogno l’una dell’altra.

Claire e Jared si trovano a fare i confidenti/aiutanti rispettivamente di Shaun e del figlio del paziente con i vermi in corpo (ebbene sì), aiutandoli nella loro personale battaglia nel corso dell’episodio e sorprendendosi loro per primi del ruolo che è stato loro affibbiato. E, per una volta, mi è stato simpatico anche il dottor Melendez.

È stata una puntata condotta con la solita rara delicatezza, la capacità di presentarci temi complicati, ma saperli allo stesso tempo spiegare con grande chiarezza, facendoci affezionare ulteriormente ai protagonisti, senza bisogno di mettere in campo situazioni mediche estreme (fino a un certo punto…) o relazioni interpersonali complicate e irrealistiche. È qualcosa che nei telefilm apprezzo sempre molto: la capacità di gestire trame all’apparenza semplici, ma che nascondono complessità emotive e psicologiche ben analizzate e approfondite.

The Good Doctor continua a essere qualitativamente un prodotto lodevole, che riesce a migliorare di puntata in puntata.
Alla prossima settimana!

– Syl

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