The Falcon and The Winter Soldier – Recensione di fine stagione: “Questo è Capitan America”

The Falcon and The Winter Soldier – Recensione di fine stagione: “Quello è Capitan America”

Sei settimane fa mi chiedevo se The Falcon and The Winter Soldier sarebbe stata una serie in grado di soddisfare le aspettative, ora sono qui a dire che non solo le ha soddisfatte, ma è andata ben oltre. Sei episodi spettacolari, seguiti dall’annuncio del quarto film di Capitan America e – io continuo imperterrita a sperarci insieme a Sebastian Stan che ha apertamente espresso questo desiderio – magari, chissà… l’annuncio di una seconda stagione?

Io ho passato molto tempo a provare tantissimo rancore per la scelta di passare lo scudo a Sam piuttosto che a Bucky, ma ora sono qui a cospargermi il capo di cenere – in realtà ho iniziato a farlo già dal secondo episodio – e a dirvi che no, non c’era scelta migliore.

The Falcon and The Winter Soldier – Recensione di fine stagione: “Quello è Capitan America”

✔ La bromance tra Sam e Bucky, che si è rivelata essere la più bella dell’intero MCU insieme a quella tra Natasha e Clint.
✔ L’improbabile alleanza tra Sam/Bucky e Zemo, che mi ha ricordato tantissimo le dinamiche tra Sam/Dean e Crowley in Supernatural. A questo proposito, ho semplicemente adorato che per Sam e Bucky – come poi era sempre stato anche per Steve – il confine tra bene e male non debba per forza essere netto.
✔ L’introspezione che è stata data a entrambi i protagonisti della serie. Di loro vediamo tutto ciò che non c’è mai stato tempo di mostrare nei film e abbiamo avuto modo di comprenderli appieno e di conseguenza imparare ad amarli ancora di più.
✔ L’intervento delle Dora Milaje ma, soprattutto, il fatto che ci sia dato intendere che c’è davvero molto da sapere sul periodo di Bucky trascorso in Wakanda. Gli viene lasciato del tempo per ottenere da Zemo le informazioni che gli servono, lui poi lo riconsegna di sua spontanea volontà e chiede un costume adatto a Sam – richiesta che viene subito esaudita. Questo ci fa capire che in Wakanda si fidano di lui, che in Wakanda lui è rispettato e viene considerato di casa. Quanto sarebbe bello approfondire questa parte della storia?

✘ Io avrei apprezzato davvero tantissimo la presenza di Steve, anche solo in una scena, mi sarei fatta andare bene anche una miserissima scena. Magari di lui, seduto sul divano, che assiste al discorso di Sam con gli occhi lucidi. Il fatto che a tutti gli effetti non si sappia che fine abbia fatto Steve, sinceramente mi è garbato gran poco. So che nella traduzione italiana hanno fatto intendere che sia morto, ma “gone” in inglese ha una miriade di significati diversi. E comunque il telefilm è ambientato pochi mesi dopo la fine di Endgame, non anni: volete dirmi che Steve si è accasciato al suolo senza vita dopo aver consegnato lo scudo a Sam? DAI. E anche se nel frattempo fosse morto… una scena di un funerale intimo in cui Sam e Bucky gli dicono addio? Insomma, su questo fronte non ci siamo proprio.

The Falcon and The Winter Soldier – Recensione di fine stagione: “Quello è Capitan America”

Sam Wilson – Detto da una il cui personaggio preferito dell’intero universo Marvel è Bucky Barnes. L’ho detto in apertura, io ero molto arrabbiata alla fine di Endgame per il fatto che Steve avesse passato il testimone a Sam piuttosto che a Bucky. E ora invece non solo capisco esattamente perché l’ha fatto, ma non riesco a figurarmi NESSUNO più degno di lui di essere chiamato Capitan America.

The Falcon and The Winter Soldier – Recensione di fine stagione: “Quello è Capitan America”

Bucky in Wakanda – È la scena che ha aperto il quarto episodio, Bucky che finalmente è libero da ogni tipo di controllo mentale e si lascia andare a un fiume di lacrime di gioia. È Bucky che finalmente ritorna padrone di se stesso, riacquista la sua libertà, torna a essere quel James Buchanan Barnes che un secolo prima si era arruolato nell’esercito americano perché voleva fare la differenza dalla parte del bene. È una sequenza di pochi minuti, ma oltre a riuscire a farci piangere insieme a Bucky, ha subito scatenato nella stragrande maggioranza dei fan – me compresa – il bisogno di avere uno spin-off dedicato al periodo che Bucky ha trascorso in Wakanda.

Sam & Bucky che si allenano con lo scudo – Accade verso la fine del penultimo episodio ed è un momento intensissimo. È dove Sam finalmente accetta lo scudo, dove Bucky ammette quello che già avevamo intuito alla fine di Endgame – ovvero che Steve gli avesse parlato dei suoi progetti a riguardo – ma, soprattutto, è la scena in cui Sam e Bucky finalmente si parlano con il cuore in mano ammettendo (quasi) apertamente di essere amici. Di tenerci l’uno all’altro. Dove si scambiano la tacita promessa di spalleggiarsi sempre a vicenda, dove fanno voto di sincerità assoluta l’uno nei confronti dell’altro.

Sam che diventa Capitan America – Nella fattispecie, il discorso che fa dopo essersi preso cura del corpo ormai senza vita di Karli. Lui, un super eroe di colore che porta con sé uno scudo che è il simbolo più elevato di quelli che dovrebbero essere gli ideali americani. Un super eroe che di super non ha nulla, tranne gli ideali che porta nel cuore: niente super poteri, niente siero del super soldato. Lui è “solo” Sam Wilson, l’unica cosa che desidera è la pace, l’inclusione, l’accettazione. Ed è per questo che è lui l’unico degno di portare ben saldo al braccio quello scudo, quel simbolo.

I titoli di coda, con “Captain America and the Winter Soldier” – Che per me potrebbe benissimo essere anche il titolo del quarto film di Capitan America, non avrei assolutamente nulla da ridire.

The Falcon and The Winter Soldier – Recensione di fine stagione: “Quello è Capitan America”

The Falcon and The Winter Soldier è una serie che stupisce soprattutto per due elementi: l’assenza di un vero villain e la capacità di trattare argomenti delicatissimi senza scadere nel banale, senza introdurli “a caso” – come spesso accade solo perché “bisogna parlarne”.

Tutti pensavano che il grande cattivo sarebbe stato Zemo, che invece si è ritrovato protagonista di un’alleanza improbabile che ci ha dato diverse gioie a livello di sceneggiatura. Abbiamo una nuova Agent Carter che nel finale si è rivelata essere l’esatto opposto di chi le ha indicato la via e che potrebbe benissimo essere la boss dei cattivi della nuova era di Capitan America – e sarebbe FENOMENALE. Ma all’interno della serie non c’è qualcuno che possa essere etichettato come il male assoluto. Karli e la sua banda vengono continuamente chiamati terroristi, ma sono solo un gruppo di persone abbandonate da chiunque, che cercano un posto nel mondo dopo il blip, che vogliono fare la differenza e vogliono farla per il bene anche se usano metodi che fanno intendere il contrario. Sam lo capisce, lo capisce e si rifiuta di combattere contro di loro nella stessa maniera con la quale ha combattuto contro l’Hydra, o contro Thanos, o contro qualunque altro nemico. Un po’ come quando chiunque voleva la testa del Soldato d’Inverno e lui si era fidato di Steve (e del suo istinto). E, difatti, come Sam si rifiuta di combattere contro Karli, alla stessa maniera Karli si rifiuta di portare una vera offensiva contro Sam – perché in fondo capisce che combattono la stessa battaglia. E come bonus, abbiamo Bucky che condurrebbe l’operazione in maniera più drastica ma che sceglie di fidarsi di Sam come Sam si era fidato di Steve.

Qua non si lotta per salvare il mondo da una minaccia fisica, si lotta per salvarlo dalle ingiustizie e dalle ineguaglianze. Tutta la storia di Isaiah, tutte le riflessioni sul perché Sam dovrebbe o non dovrebbe accettare lo scudo, Bucky che ammette che né lui né Steve avevano soppesato bene tutte le implicazioni di un Capitan America di colore, del peso che avrebbero messo sulle spalle di Sam. Ed ecco che c’è una rappresentazione super realistica e che colpisce dritti allo stomaco sulla maniera con cui, ancora oggi, vengono trattate e discriminate le persone di colore. Su tutte, la scena in cui Bucky e Sam discutono per strada e i poliziotti si scagliano immediatamente contro Sam, perché ai loro occhi è impossibile che sia Bucky – un uomo bianco – il problema. Rimanendo anche interdetti quando scoprono l’identità di Sam – ovvero Falcon – e che Bucky in realtà in quel momento è ricercato per non essersi attenuto alle condizioni del suo pardon.

Un altro elemento che viene analizzato benissimo, è la condizione di abbandono in cui si ritrovano i soldati una volta finito il loro servizio. Prendiamo John Walker: nel momento in cui non ha più un’utilità, viene immediatamente messo nel dimenticatoio, senza nessun tipo di supporto. La sorte che viene riservata a tantissimi veterani, che non hanno nulla oltre alla divisa e all’ideale per cui hanno combattuto e che vengono risbattuti nel mondo reale senza che nessuno si preoccupi dei danni emotivi e psicologici che hanno subito. È un elemento che era stato introdotto già in Winter Soldier, con il gruppo di supporto capitanato da Sam e con lo stesso Steve Rogers e le sue difficoltà a riprendersi dal trauma di essersi risvegliato in un mondo nuovo – con nessuno che si sia preso la briga di aiutarlo a reinserirsi, perché l’unica cosa che interessava era il suo potenziale come Capitan America.

Non sono argomenti semplici da trattare, e infatti vengono troppo spesso banalizzati sia sul grande che sul piccolo schermo, ma non è questo il caso. Bravissimi gli sceneggiatori, bravissimi.

Infine, c’è un terzo elemento spettacolare nella serie, ed è l’introspezione psicologica ed emotiva di Sam e Bucky. Il primo intraprende un percorso di accettazione delle proprie origini e del proprio posto nel mondo, che lo porta dal rifiutare lo scudo al reclamarlo con orgoglio. Il secondo invece cerca di convivere con le atrocità commesse nei panni di Winter Soldier e cerca di trovare un modo per rinascere dalle proprie disgraziate ceneri. Lui ha bisogno che Steve abbia ragione su Sam perché se no significa che Steve potrebbe avere torto anche su di lui. Ma Steve alla fine aveva ragione su entrambi. È meraviglioso vederli trovare se stessi insieme, pretendere che a unirli siano solo una missione comune e l’amicizia con Steve quando in realtà è già da molto tempo che i due sono a tutti gli effetti uniti da un legame che va oltre, vederli pronti a correre sempre in soccorso l’uno dell’altro – che si tratti di una battaglia fisica oppure interiore. Lo ripeto: l’amicizia più bella del MCU insieme a quella tra Natasha e Clint e se non vi sono venuti gli occhi lucidi a vedere lo sguardo fiero di Bucky di fronte a Sam Wilson nei panni di Capitan America be’, non so cosa ci sia di sbagliato in voi – ma qualcosa c’è.

 

110/100

Perché il 100 l’avevo già dato a WandaVision, ma qui si sono toccate nuove vette. E diciamocelo: tra Mandalorian e queste due, la Disney sta settando nuovi standard per la qualità della serialità televisiva – e Netflix farebbe bene a capirlo alla svelta.

Elsa Hysteria
Nella sua testa vive nella Londra degli anni cinquanta guadagnandosi da vivere scrivendo romanzi noir, nella realtà è un’addetta alle vendite disperata che si chiede cosa debba farne della sua laurea in comunicazione mentre aspetta pazientemente che il decimo Dottore la venga a salvare dalla monotonia bergamasca sulla sua scintillante Tardis blu. Ama più di ogni altra cosa al mondo l’accento british e scrivere, al punto da usare qualunque cosa per farlo. Il suo primo amore telefilmico è stato Beverly Hills 90210 (insieme a Dylan McKay) e da allora non si è più fermata, arrivando a guardare più serie tv di quelle a cui è possibile stare dietro in una settimana fatta di soli sette giorni (il che ha aiutato la sua insonnia a passare da cronica a senza speranza di salvezza). Le sue maggiori ossessioni negli anni sono state Roswell, Supernatural, Doctor Who, Smallville e i Warblers di Glee.

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