Supergirl | Recensione 2×07 – The Darkest Place

Dopo un episodio di pura introspezione e scavo psicologico nella caratterizzazione dei personaggi, certamente anche a discapito di una storia orizzontale messa in pausa e riempita soltanto con l’alieno del giorno, questa settimana “Supergirl” sceglie di riportare in parità la partita tra “personaggi” e “storia”, concentrandosi quasi esclusivamente sulla trama, che in questo modo affronta di petto praticamente tutte le storyline aperte in questa stagione e nel finale della precedente. Non troppo distanti probabilmente dal winter finale, l’episodio secondo me vuole rappresentare una svolta evidente negli intrecci della serie, muovendosi con più rapidità di quanto abbia fatto finora e portando in scena così tante rivelazioni da aver bisogno di un grafico per tenere sotto controllo tutte le notizie che ci hanno riversato addosso come un’onda anomala su un inconsapevole castello di sabbia.

 

TRUTH OR CONSEQUENCES

In realtà comincio a credere che in una città come National City, con buone probabilità “A” morirebbe di noia e diventerebbe esperto informatico nei grandi magazzini considerata la rapidità con cui tutti i segreti vengono prontamente svelati nell’arco di pochi episodi, ma a verità facilmente rivelate e dallo spessore differente si affiancano questa settimana numerosi fantasmi del passato, più concreti e tangibili di quanto ci aspetteremmo. E a gestire le fila di questa nuova rivisitazione di “Truth or Consequences” ci pensa nuovamente il CADMUS, organizzazione che da anni opera nell’ombra e che adesso comincia a mostrarsi apertamente alla luce del sole sentendosi investita di una missione eroica che aspira a liberare l’umanità dalla minaccia aliena, destinata ad essere estirpata senza possibilità di ricorso. Il CADMUS diventa in questo episodio protagonista indiscusso, portatore di un’ideologia tanto semplice e deviata quanto fondata su una tale base di auto-convincimento da apparire ai loro occhi quasi evidentemente razionale e giustificata. Credo infatti che il primo grande ritorno di questo episodio sia il nome Luthoras we know it”, così come l’abbiamo sempre conosciuto. Sebbene il suo pensiero e l’obiettivo dell’organizzazione di cui è a capo non siano una novità per noi, quando finalmente anche Kara associa un nome e un volto alla voce nell’ombra che rappresenta la sua più grande minaccia al momento, lo scenario che si apre davanti ai nostri occhi è incredibilmente familiare perché risuona nella nostra memoria come un eco di ciò che è stato Lex Luthor che, nonostante rappresenti un capitolo archiviato nella realtà di Supergirl, appare ancora estremamente vivo non solo nei ricordi di sua madre quanto soprattutto nella sua missione e nella sua visione del mondo. Lillian Luthor, così come Lex (a cui mi richiamo per fama o per la precedente rappresentazione di “Smallville”), non è a mio parere un personaggio semplicemente catalogabile come “villain”, come quotidiano nemico da affrontare e sconfiggere, a parte il fascino e il potenziale che secondo me la donna possiede e che ha mostrato solo in parte e oltre la sempre impeccabile interpretazione di Brenda Strong, la particolarità di questo personaggio sta nel suo simboleggiare la nemesi per eccellenza, non solo di Kara come Lex lo era di Clark, ma in quanto risposta uguale e contraria di una visione della realtà e soprattutto dell’umanità che non inizia e finisce con loro ma che rende il nome Luthor così importante e pericoloso per l’influenza che facilmente diffonde e  radica nell’animo di chi l’accoglie, facendo leva sulle paure più intime dell’uomo predisposto a guardare la diversità come una minaccia. La preoccupante forza del CADMUS risiede a mio parere in un connubio di scienza e psicologia, perché se da una parte le conoscenze scientifiche di Lillian le permettono di rapportarsi alle capacità di Kara e di Mon-El con straordinaria consapevolezza, dall’altra il suo studio approfondito dei significati che la “S” incorpora e diffonde ogni giorno come un messaggio di speranza le garantisce una presa sicura anche sul lato umano dei due ragazzi, entrambi “incastrati” dall’innata tensione al bene e dall’empatia inevitabile che li porta a cedere a qualunque richiesta pur di evitare la sofferenza altrui.

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Il confronto tra il CADMUS di Lillian Luthor e la missione di Kara si imposta quindi su basi create molto tempo prima che entrambe entrassero in scena e che probabilmente resteranno invariate anche dopo di loro, semplicemente incarnate da nuovi volti, proprio perché si tratta di un confronto tra ideologie e pensieri più che un duello biunivoco tra un supereroe e il suo villain, ma la vera novità questa volta sta secondo me in una terza parte coinvolta che rappresenterebbe un valido alleato e un temibile nemico per entrambi gli schieramenti e si tratta di Lena Luthor. Se in questo episodio infatti abbiamo avuto modo di ri-assistere all’eterna lotta tra i Luthor e i “Super”, solo un paio di episodi fa avevamo avuto la possibilità di vedere un nuovo lato di quel rapporto, rappresentato proprio dall’amicizia tra Lena & Kara, legame che la stessa Supergirl riconferma questa settimana nonostante i dubbi sul coinvolgimento di Lena nei piani di sua madre siano inevitabili. Sta di fatto però che Lena diventa adesso non solo un’incognita ancora più enigmatica ma anche un ago della bilancia capace di dar peso a uno dei due piatti in maniera consistente.

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A testimonianza di quanto labile e plasmabile sia l’opinione comune, che diventa quindi terreno fertile per l’ideologia dei Luthor, arrriva secondo me la storyline di James Olsen, prettamente staccata dal nucleo centrale dell’episodio, ma simbolo a mio parere di quanto detto finora.

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Con l’arrivo di un nuovo vigilante come The Guardian sulle scene di National City, diventa tristemente evidente quanto ammirazione, paura e odio possano alternarsi facilmente nell’ordinaria umanità che brama l’arrivo di un salvatore o di un eroe con la stessa intensità e rapidità con cui l’istante dopo è pronta a trasformarsi in giudice inflessibile che condanna quello stesso eroe trasformandolo improvvisamente in villain. Il confronto tra The Guardian e il vigilante senza nome che infanga il suo operato riporta in auge non solo lo storico dilemma tra giustizia e vendetta ma soprattutto evidenzia quanto sottile sia il confine tra eroe e nemico pubblico, una realtà in cui basta una sola parola sbagliata, un solo errore, e le stesse persone che fino a un secondo prima ti ergevano ad eroe sono quelle che adesso ti danno la caccia come il peggiore dei banditi. Credo infatti che sia questa la debolezza caratteriale maggiore su cui Lillian Luthor e il CADMUS facciano affidamento, la capacità intrinseca dell’uomo di cambiare squadra e schieramento, di considerare nemico chi prima sentiva amico, di crocifiggere nell’arco di 24 ore lo stesso salvatore che precedentemente era diventato la nuova speranza. Fin dall’inizio dell’episodio infatti, la stessa Kara sembra dubitare delle motivazioni e delle intenzioni del misterioso The Guardian unendosi in questo modo alla stessa opinione comune che ha sempre messo anche il suo operato al vaglio di un’attenta analisi, pronta a condannare il minimo errore. Il confronto con il secondo vigilante vendicatore quindi rappresenta da una parte lo strumento necessario per portare in scena quel confine sottile tra voglia di giustizia e rabbia cieca (e forse umanamente giustificabile) nei confronti di un sistema troppe volte debole e fallimentare, e dall’altra permette a The Guardian di sperimentare sulla sua pelle la debolezza della lealtà o dell’ammirazione altrui, e all’opinione comune (e Supergirl) di notare la differenza tra eroe e giustiziere privato. E come cornice di questa importante vittoria, il team The Guardian potrebbe aver trovato in Alex una nuova, inestimabile alleata.

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Oltre i Luthor e James dunque, la rivelazione della verità colpisce J’onn più di chiunque altro, riportando letteralmente nella sua vita non solo importanti fantasmi del passato ma realizzando anche quello che potrebbe essere il peggior incubo di un guerriero orgoglioso e ferito come lui. In una condizione instabile e di continua lotta a volte anche inconsapevole, mentre nei laboratori del CADMUS Kara si ritrova a combattere contro il redivivo Hank Henshaw o almeno con ciò che ancora resta di lui dopo il trattamento potenziante dell’organizzazione di cui ha sposato l’ideologia diventando più Cyborg che uomo, J’onn si ricongiunge più di quanto avrebbe mai immaginato alla sua natura aliena, cominciando a subire gli effetti più drammatici della trasfusione operata con M’gann.

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Nonostante i suoi tentativi di restare ancorato alla razionale lucidità che da sempre lo definisce, J’onn perde progressivamente il controllo sulla sua realtà, ritornando a vivere le sue più grandi sofferenze e le peggiori paure, che purtroppo diventano presto più reali e concrete nel momento in cui Alex effettua finalmente nuovi test medici su di lui, rivelando la tragica verità di quel malessere. Il confronto tra J’onn & M’gann è estremo, violento e rabbioso proprio come era prevedibile, un confronto in cui si affrontano secondo me non solo due razze perennemente in guerra che lottano per colpe subite e torti perpetrati, ma soprattutto a scontrarsi sono anche due personalità individuali legate più di quanto entrambi vogliano ammettere ma separate adesso da un tradimento e da una bugia che, nonostante sia stata raccontata a fin di bene, si trasforma ora nell’arma che era destinata ad essere. Paradossalmente infatti, pur di salvare J’onn da morte certa, M’gann, l’unico White Martian ad essersi ribellata alla crudeltà della sua razza, lo condanna a subire esattamente la tortura che il suo popolo aveva pensato e realizzato per i Green Martian, una sorte anche peggiore della morte che li trasforma inesorabilmente e irreversibilmente in ciò che odiano di più. L’impasse in cui ci lasciano con la storia di J’onn è probabilmente il più inquietante e preoccupante dell’intero episodio, andando così a mettere a rischio quelle basi caratterizzanti di uno dei personaggi più sfumati della serie.

E se la rivelazione dell’identità di Lillian, di The Guardian e di M’gann erano ormai prevedibili e necessarie arrivati a questo punto della storia, è stata l’ultima scoperta, quella che non abbiamo visto arrivare, a sorprendermi per davvero e a concedere all’episodio lo spessore emotivo di cui aveva bisogno e che purtroppo in questo contesto era stato messo in secondo piano per privilegiare il progresso della trama. Tornando al CADMUS infatti, pur di salvare Mon-El, Kara accetta tutti i compromessi e cede alle richieste dell’organizzazione che riescono momentaneamente a portarle via i poteri o meglio ad inibirli, il tempo necessario per mettere a punto quella che si rivelerà la fase successiva del loro piano. Ed è nel momento di maggior debolezza e paura che Kara comincia a credere di essere arrivata alla fine del suo percorso e il suo primo e unico pensiero in quel frangente ritorna inevitabilmente alla sua famiglia, alla persona che rappresenta la sua costante e il suo punto di partenza.

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Ma proprio quando persino Kara stava lasciando andare l’ultima speranza di uscire viva dal CADMUS, questa ritorna più forte e inaspettata che mai nelle sembianze dell’uomo che ha insegnato proprio alle sorelle Danvers ad affrontare con coraggio e altruismo ogni sfida.

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Il ritorno di Jeremiah appare quasi provvidenziale non solo per il tempismo che salva la vita a Kara e Mon-El ma anche per il significato che questa comparsa ha per Kara e per la sua fiducia in una lotta che adesso la vede nuovamente coinvolta in prima linea proprio per riportare Jeremiah a casa. In quei brevi momenti che trascorrono insieme, Kara vorrebbe raccontargli tutto ciò che si è perso da quando è prigioniero del CADMUS eppure l’unica cosa che riesce davvero a dirgli è quanto importante e coraggiosa sia stata Alex in tutti questi anni ed è soprattutto per lei che Kara vorrebbe restare al suo fianco, per riportarlo da lei, come le aveva promesso.

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Ma Jeremiah è ancora se stesso ed è ancora un padre che mette la sicurezza delle sue figlie prima della sua, convincendo Kara a tornare a casa e perdendo in questo modo l’unico vantaggio a sua disposizione nei confronti del CADMUS.

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Nonostante razionalmente io abbia il timore che inevitabilmente ci sia dell’altro da scoprire su Jeremiah e sul lungo periodo trascorso come prigioniero, credo che il suo inserimento nella storia abbia rappresentato per questo episodio la chiave emotiva di cui personalmente avevo bisogno, probabilmente più del nascente interesse di Mon-El per Kara e del riavvicinamento di Alex a Maggie seppure solo come amica.

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Le storyline affrontate in questo episodio sono state tante (e forse troppe?) e il ritmo è stato incalzante ma inevitabilmente adesso la serie dovrà metterne un paio in stand-by mentre si presenta un misterioso progetto Medusa e la prossima settimana si darà il via al primo evento cross-over targato DC/The CW.

 

2 comments
  1. per tornare allo scontro Guardian vs vigilante, questa puntata ha preso spunto da quella di Arrow della scorsa settimana, dove c’era Oliver alle prese con il Vigilante e i motivi dello scontro tra questi 4 personaggi sono gli stessi!

    e Winn è sempre più Felicity! ha molto più spazio rispetto alla prima stagione (ha beneficiato del passaggio alla CW) e pare gli sia passata la cotta per Kara, pare.

    Lillian Luthor se possibile è pure più pericolosa del figlio! e cos’è Medusa, quello di cui cyborg Superman va a chiedere informazioni ingannando il robot della fortezza, fingendosi Kara? ecco a cosa serviva il suo sangue
    ho letto che è un virus

    Bellissimi Kara e Mon El

  2. Non ho capito mammina Luthor che bisogno avesse di rivelarsi a Kara. Comunque, il telefilm mi sembra sempre di più tutto molto costruito ad arte a beneficio dello spettatore. Sarà forse, anzi senz’altro è così, perché io cerco un minimo di naturalezza, di logico sviluppo degli accadimenti anche in questo genere di serie. Colpa mia. Mi viene in mente This Is Us, faccio il paragone di capacità realizzativa, classe e intensità e Supergirl ne esce inevitabilmente sconfitto. E’ davvero impossibile dotare di superiorità narrativa il mondo dei supereroi? Insomma, offrire un prodotto di maggior spessore?
    Ribadisco indiscutibilmente la tua bravura nel recensire: riesci a far sembrare migliore l’intera faccenda e le singole storyline (mi pare si dica così).

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