Supergirl: cosa è stato, cosa è e cosa potrebbe diventare

Supergirl

Il viaggio con “Supergirl”, più che un volo senza ostacoli in un cielo libero da nuvole, è sempre stato dal mio punto di vista un giro non sempre piacevole sulle montagne russe, privo della consueta scarica d’adrenalina che ci si aspetterebbe dall’esperienza ma costantemente caratterizzato da picchi inaspettati di creatività soddisfacente e crolli rovinosi di banalità e noia. Ma un po’ per affetto, un po’ per una sorta di fiducia nelle intenzioni su cui le storie venivano costruite, non ho mai davvero abbandonato “Supergirl”, unica serie dell’Arrowverse a cui ho inconsciamente promesso fedeltà fin dal pilot.

Non sono di certo qui a vantare le innumerevoli lodi di questa serie o a elogiarne l’entusiasmante percorso, ma c’è una particolare familiarità in “Supergirl” che ha sempre avuto un fascino unico per me, una coerenza insolita sia negli aspetti positivi che in quelli negativi che hanno donato fin dal principio alla serie una stabilità ammirevole. Personaggi e relazioni interpersonali preferiti a parte, ciò che più mi tiene legata a “Supergirl” è la sua capacità di parlare, a volte in maniera semplicista e buonista e altre volte con necessaria chiarezza, a chi guarda, a chi forse ha ancora bisogno di credere nel lato migliore dell’umanità e a chi cerca un’ispirazione per andare avanti.

Alle porte ormai della sesta e ultima stagione, fermiamoci un istante, voltiamoci e riviviamo insieme il viaggio che ha condotto “Supergirl” alla sua tappa conclusiva, riscoprendo i suoi punti più alti, le innegabili debolezze e le speranze magari per un finale degno di questa storia.

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Supergirl e il coraggio della narrazione

Appare oggi un po’ un paradosso che proprio quando la serie ha perso in parte la sua originalità, trasferendosi dalla CBS alla The CW ed entrando ufficialmente a far parte dell’Arrowverse, abbia invece acquisito un’identità socio-politica definita, sfidando le “alte sfere” e contrastando apertamente l’attuale presidenza. Lo stesso cambio di network ha forse anche facilitato questa presa di posizione, essendo la CBS una rete più eminente a livello nazionale rispetto alla CW, permettendo alla serie una maggiore libertà d’espressione seppure a discapito di una narrazione più “debole”. Ma nonostante tutto questa evoluzione creativa di “Supergirl” si è rivelata uno degli aspetti migliori dello show, che sopravvive ancora oggi e dona spessore a una serie che a volte ha rischiato di perdersi nella bidimensionalità.

Uno dei nuclei centrali della seconda stagione ha abbracciato con convinzione e con riferimenti non troppo celati l’opposizione alla politica trumpiana. A partire dalla presenza di un Presidente degli Stati Uniti donna (e aliena) fino ad arrivare all’introduzione nella storia della famiglia reale di Daxam, l’intera seconda stagione ruota intorno a tematiche cardine di un manifesto socio-politico anti-trumpiano, prima tra tutte la difesa degli immigrati e della diversità etnico-razziale. La regina Rhea (madre di Mon-El), ritratta come un’autentica dittatrice guerrafondaia, a un certo punto della sua storyline pronuncia esattamente le parole “Make Daxam Great Again”, Daxam che fin dall’inizio viene comunque presentata come una società schiavista e imperialista (non che Krypton fosse senza macchia).

Proprio nel season finale della seconda stagione, Cat Grant si fa portavoce di un discorso da brividi che attraversa lo schermo e parla a un’umanità spaventata dal dominio assoluto di un potere oscuro, spingendo la popolazione a resistere e ad alzare la voce sempre di più proprio nel momento in cui provano a soffocarla.

La terza stagione di “Supergirl” invece porta in scena un’altra verità, questa volta attraverso il volto e la voce di James Olsen. Pur essendo un vigilante-eroe ormai riconosciuto e apprezzato con il nome di “The Guardian”, quando perde il suo elmetto di protezione rivelando così la sua reale identità, James torna ad essere “soltanto” un uomo afroamericano negli Stati Uniti D’America, vittima costante di un razzismo sistemico che vede nel colore della sua pelle un nemico immediato. E proprio nel tentativo eroico di salvare una giovane ragazza da un rapimento, in seguito all’arrivo delle forze dell’ordine, è James ad essere ammanettato mentre i veri responsabili del crimine hanno la possibilità di fuggire via, nonostante proprio la ragazza appena salvata tentasse di dissuadere gli agenti puntando il dito verso i reali colpevoli. L’attualità drammatica di questa scena la si può riscontrare facilmente anche tra i commenti che seguono questo momento, tra chi accusa la storia di mancato realismo perché non è assolutamente possibile che la polizia oggi lasci andare i colpevoli e arresti l’innocente.

Anche la quarta stagione, forse una delle migliori di “Supergirl”, segue per buona parte del suo percorso un filo conduttore politico-morale attraverso la figura di “Agent Liberty”, il leader di una comunità prima e di un’autentica milizia dopo, impostata su sentimenti e pensieri di estrema xenofobia e odio per qualsiasi razza appaia diversa da quella umana. Persecuzioni, agguati, manifestazioni di intolleranza, Agent Liberty incarna la politica della supremazia della razza ancor più di Rhea e dei Daxamiti, affermandosi nella quarta stagione come un villain difficile da sconfiggere perché radicato nell’animo della parte più oscura dell’umanità, tra la paura e il razzismo. Significativa nonché una delle scene più belle dell’intera serie è la degenerazione di una protesta pacifica che vede un gruppo di alieni aggrediti improvvisamente dalla milizia di Agent Liberty ma di fronte a quello spettacolo di pura crudeltà, proprio il braccio destro di Ben Lockwood apre gli occhi e vede il nemico nell’ideologia che aveva sostenuto fino a quel momento e non nella diversità davanti a sé.

Infine la quinta stagione ha presentato, grazie al personaggio “rivoluzionario” di Nia Nal (rivoluzionario in quanto prima supereroina transgender del piccolo schermo), una storia di transfobia, che non solo ha fatto luce su una realtà ben presente nella società moderna ma ha anche avuto il coraggio di raccontarla attraverso dati effettivi, come la noncuranza della polizia nei confronti dei crimini che colpiscono la comunità transgender e l’ignoranza che pervade la tematica, un’ignoranza che non sempre ha accezioni totalmente negative perché Kara stessa ammette a Nia di non aver prestato la giusta attenzione alla sua richiesta d’aiuto colma di rabbia, diventando per lei un’alleata e un supporto e aiutandola infine però a riconoscersi nell’eroina che è sempre stata.

Supergirl e la strada smarrita

Una delle maggiori pecche di “Supergirl” si evince purtroppo in un contrasto netto e frustrante tra intenzioni più che promettenti e meritevoli ed effettivi riscontri sulla carta e sullo schermo. Citando Emily Andras, showrunner di “Wynonna Earp” e fan della serie, sembra infatti che a volte scrittori, produttori e cast di “Supergirl” stiano portando in scena storie diverse, proprio perché il percorso che va dall’idea alla realizzazione, per quanto in fondo sia a noi sconosciuto, a volte alimenta ipotesi e dubbi a causa di un’evidente mancanza di definizione nella volontà e nei dettagli di narrazione.

Al di là di effetti speciali da sempre poco convincenti e oltre particolari scelte creative discutibili, ciò di cui “Supergirl” appare spesso mancante è una maggiore profondità nella scrittura, la capacità di andare davvero a fondo nelle storie ideate con più personalità, maggiore spessore psicologico e più intensa verve creativa, non solo nelle grandi storyline orizzontali ma anche nelle trame verticali che riempiono comunque ogni serie. Troppe volte infatti, anche quando una particolare idea viene trasposta sullo schermo con più convinzione, la sua realizzazione si sovraccarica di eccessive spiegazioni e inutile sovrabbondanza di parole che purtroppo impediscono all’episodio e alla sceneggiatura di compiere quel passo in avanti per raggiungere un nuovo livello di profondità, negando anche allo spettatore dunque la possibilità di compiere un maggiore sforzo mentale, perché in fondo la storia è già tutta lì, davanti ai suoi occhi, e non ha più bisogno di interpretazioni.

Diretta conseguenza di una sceneggiatura approssimativa è ovviamente una caratterizzazione a volte stanca e altre volte completamente spenta di alcuni dei maggiori protagonisti di “Supergirl” in questi cinque anni. Da sempre vittima principale del passaggio dalla CBS alla The CW, James Olsen è per me un grande rimpianto di questo show, un personaggio che se valorizzato in maniera costante e definita, avrebbe potuto avere un percorso straordinario nella serie, come giornalista, fotografo e anche vigilante, una caratterizzazione che invece è stata accennata in maniera disordinata, tra momenti di totale assenza e altri di improvvisa rinascita, fino alla sua inevitabile uscita di scena.

https://walkeritasullivan-blog.tumblr.com/post/630948171001085952/cwsupergirlgifs-he-was-the-guy-that-made-me

Diverso è invece il caso di J’onn J’onzz che, pur rimanendo uno dei perni principali della serie, quando ha guidato storyline personali incentrate su di lui e sulla sua famiglia non ha mai davvero raggiunto picchi di spessore psicologico ed enfasi empatica. Anche la caratterizzazione di Alex, per quanto sia da sempre protagonista di questo show tanto quanto Kara, manca tante volte di incisività, perdendosi spesso nelle relazioni interpersonali ma più come un “plus one” che come personaggio con una sua tridimensionalità.

Emerge però da questo punto di vista uno dei casi migliori di caratterizzazione nella serie, ossia quello di Sam Arias nella terza stagione, un personaggio che fin dall’inizio si è inserito perfettamente nelle dinamiche del gruppo portando con sé un background personale e una storyline individuale in grado di reggere l’intera trama orizzontale della stagione senza mai perdersi in momenti vuoti o incoerenti.

https://kara-luthors.tumblr.com/post/167223034923/lena-is-so-happy-she-has-friends

Supergirl: ultimo giro, cosa possiamo aspettarci?

Come ogni ultima stagione, anche quella di una serie come “Supergirl” dall’andamento costantemente altalenante si rivela adesso una scommessa pericolosa, tra un “last hurrah” degno di essere ricordato e un addio che rischia di lasciare un sapore amaro.

Il cliffhanger con cui si è conclusa la quinta stagione preannuncia soltanto una nuova fase di un piano segreto della famiglia Luthor che coinvolge il potere “imbottigliato” degli Dei di Leviathan mentre proprio una di loro rispondeva a un potere misterioso più grande e più oscuro che adesso incombe su National City. Ancora una volta quindi potremmo ritrovarci di fronte a una doppia minaccia, una dinamica che però si ripete dalla quarta stagione e che per non risultare ripetitiva e banale, dovrebbe arricchirsi principalmente di una migliore connessione tra questi livelli di villain e la trama orizzontale della serie, magari con radici nella mitologia iniziale, in modo da chiudere in un certo senso un cerchio narrativo.

Una grande incognita resta ancora per me il destino di Lena Luthor. Innegabilmente uno dei personaggi migliori della serie, anche Lena ha però pagato la debolezza di scrittura dello show ricadendo perennemente nei soliti errori seppure sempre sostenuti da una psicologia di spessore che li giustificasse almeno in parte. Ma adesso che la sua lealtà e la sua moralità non sono più in dubbio neanche di fronte a una situazione di particolare crisi, il timore è che Lena possa andare incontro al destino di una martire, sacrificandosi eroicamente in un’ipotetica battaglia finale tra Super e Luthor e diventando così l’amica che si ricorda nei discorsi a fine serie, una conclusione che onestamente andrebbe a vanificare una caratterizzazione sfaccettata e una storia che merita un finale più coraggioso.

Sarà necessario per una stagione di soli 20 episodi ridurre al minimo gli sprechi e con questo si intende anche personaggi secondari superficiali ed episodi filler. Per quanto William infatti non sia davvero un personaggio disprezzabile, è evidente che la sua presenza non influisca affatto sulle dinamiche delle storie e l’ipotesi di una relazione romantica con Kara rischia di innescare la ribellione del fandom che probabilmente si cercherà di addomesticare almeno per l’ultima stagione.

Kelly Olsen invece si è rivelata una bella sorpresa per la serie e per quanto anche lei abbia i suoi limiti, sarebbe bello approfondire le sue capacità e la relazione con Alex.

Infine come ogni stagione conclusiva che si rispetti, anche quella di “Supergirl” sarà chiamata a riportare a casa volti storici per la serie per concedere loro il giusto addio, in primi Winn, James e la mai dimenticata Cat Grant, ma soprattutto ciò che personalmente pretendo da questa ultima tappa è che “Supergirl” recuperi e valorizzi il suo cuore pulsante, ossia il legame tra Kara e Alex, l’unico vero amore di questa storia.

In definitiva, sì, “Supergirl” è stato davvero un viaggio sulle montagne russe e alla fine di ogni giro i motivi per scendere dalla giostra e andare via sembravano sempre numerosi ma a volte anche un singolo dettaglio era sufficiente per rimanere a bordo. Pronti per la corsa finale quindi, allaccio nuovamente le cinture e mi metto comoda per l’ultima partenza e qualunque cosa accada, non scenderò prima che le luci si spengano definitivamente sul Luna Park di National City.

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