Recensione Agents of S.H.I.E.L.D. 7×12/13 – Superare le probabilità

Agents of S.H.I.E.L.D.

Recensione Agents of S.H.I.E.L.D. 7×12/13

È necessario un happy ending per rendere un finale meritevole? La linea di confine che separa le due risposte primarie a questa domanda è tremendamente sottile. La verità per me è che tutto ciò che una serie deve fare giunta alle ultime pagine della sua storia è restare fedele a se stessa, a chi è sempre stata e al ricordo che intende lasciare. Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. è stata la serie più prossima al Marvel Cinematic Universe ma anche quella che più ha scelto di allontanarsene nella sua narrazione, riconoscendosi fino alla sua ultima missione nel volto di una Marvel diversa e con un obiettivo personale che non ha mai abbandonato: restare insieme anche contro ogni probabilità.

Recensione Agents of S.H.I.E.L.D. 7×12/13

Contro ogni probabilità – Il traguardo più importante che Agents of S.H.I.E.L.D. ha raggiunto in questo finale è stato quello di riuscire a tenere insieme il team contro ogni probabilità. Fin dall’inizio di questa stagione, Sybil ha giocato sulla previsione, sulle percentuali, sulle certezze, ma questa squadra è sfuggita costantemente al percorso che lei credeva di aver segnato per loro e l’ha fatto tornando ogni volta a casa, gli uni dagli altri.

La versione migliore di se stessi – Rispettare le proprie origini significa rispettare quei personaggi che hanno permesso alla storia di prendere vita. Nel suo series finale Agents of S.H.I.E.L.D. ha concesso a tutti i suoi protagonisti di abbracciare la versione migliore di se stessi, liberi dal passato ma sempre memori di ciò che hanno vissuto, diversi ma in fondo sempre gli stessi eroi che hanno scelto di combattere nell’ombra anni fa e di farlo fianco a fianco.

Il futuro giace nel passato – Aspetto emozionante di tutta la stagione è in realtà l’omaggio di Agents of S.H.I.E.L.D. alla sua storia, attraverso piccoli dettagli, comparse inaspettate e parole pronunciate al momento giusto. Se il Marvel Cinematic Universe ha ritratto troppe volte lo S.H.I.E.L.D. come un’organizzazione corrotta alla pari dell’Hydra, la risposta del team di Victoria Hand al segnale dell’0-8-4 ha dimostrato ancora una volta come l’anima di questa agenzia risieda nelle intenzioni da cui è nata, quelle del Direttore Peggy Carter.

Per chi non è più tornato – Negli anni Agents of S.H.I.E.L.D. ha provato a richiamare tanti dei volti a cui abbiamo detto addio nel corso delle stagioni ma il series finale ha dovuto purtroppo lasciare fuori dal suo quadro complessivo nomi e storie che avrebbero meritato un posto d’onore nell’inchino finale, primi fra tutti Lance Hunter e Bobbi Morse, i due agenti che sacrificarono la loro libertà in nome del valore più autentico dello S.H.I.E.L.D.

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Daisy Johnson – Seppure con uno sguardo colmo d’ammirazione per personaggi come Jemma Simmons e Mack, Daisy Johnson si riconferma per me il personaggio cardine di questo finale poiché è intorno a lei e alla sua evoluzione che tutto è iniziato e tutto infine si è concluso, ripartendo però nuovamente dalle stesse premesse: concedere una possibilità a chi non ne ha mai avuta una. Consapevole, matura e finalmente stabile, Daisy incarna tutti i valori dello S.H.I.E.L.D. ma soprattutto ne diventa il manifesto: credere in Kora ha salvato Daisy, credere in Skye sette anni fa ha permesso a Daisy di nascere.

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S.H.I.E.L.D. incontra S.H.I.E.L.D. – Oltre le scene inevitabilmente più ricche di pathos ed emozionanti che hanno caratterizzato i maggiori climax di questo finale, mi è apparsa particolarmente iconica e quasi indispensabile proprio per la missione generale di quest’ultima stagione la sequenza di scene che ha raccontato l’incontro con ciò che era rimasto dello S.H.I.E.L.D. degli anni ’80 della timeline alternativa generata dalla lotta ai Chronicoms.

A partire proprio dalla risposta al segnale dell’0-8-4, un elemento narrativo che rappresenta le autentiche basi di questa serie, il significato dell’incontro tra generazioni diverse di S.H.I.E.L.D. conferma quanto detto in precedenza, ossia che la rappresentazione che il MCU aveva fatto di questa organizzazione corrotta alla radice è in realtà fuorviante, perché il team che risponde a quel segnale condivide con la squadra di Coulson la stessa vocazione e dedizione in cui lui stesso aveva sempre creduto.

Apparire avvolti dalle ombre è simbolico del lavoro che lo S.H.I.E.L.D. ha sempre compiuto, lontani dalle grandi scene dei supereroi più celebri. La presenza di una giovane Victoria Hand che “karmicamente” uccide John Garrett è un ritorno alle origini che dà i brividi e che ribadisce la spina dorsale dell’agenzia. Veder collaborare infine le due squadre per favorire il ritorno alla timeline di partenza del gruppo ospite si è rivelato un intenso primo addio alle proprie origini di Agents of S.H.I.E.L.D. e l’inizio di un’altra storia che possiamo solo immaginare.

Recensione Agents of S.H.I.E.L.D. 7×12/13

Sebbene l’intera settima stagione avrebbe assolutamente beneficiato di maggior tempo a disposizione per rafforzare tematiche e sfumature caratteriali che in alcuni casi sono state solo accennate seppure con particolare dovizia, il series finale di Agents of S.H.I.E.L.D. ha condotto la trama ma ancora di più le caratterizzazioni dei protagonisti con esemplare ordine e soprattutto con ammirevole linearità permettendo a ognuno di loro di trovare esattamente il posto a cui la loro crescita e la loro storia ha infine portato.

A livello di trama infatti, ciò che questa serie ha sempre cercato di trasmettere attraverso Phil Coulson in primis e come eredità in tutti coloro che hanno vissuto il suo esempio è l’essenza di un’organizzazione che diventa ben presto uno stile di vita per chiunque scelga di abbracciarla. Essere Agenti di questo S.H.I.E.L.D. significava consacrarsi a una missione di protezione senza riserve e senza condizioni, prestare una sorta di implicito giuramento che potrebbe ricalcare quasi quello di Ippocrate, impostato sul non nuocere, perché nessuno avrebbe dovuto pagare per le loro guerre o i loro errori. Per questo motivo, quando la squadra è pronta per tornare nella timeline originale, Coulson, Mack e tutti i membri del team pretendono di portare con loro anche i Chronicoms, perché non è da S.H.I.E.L.D. lasciare civili innocenti ad affrontare le conseguenze delle loro azioni.

Allo stesso modo, anche la caratterizzazione dei personaggi quindi si ricongiunge nella sua completezza alla sua natura più autentica, senza tornare indietro e senza dimenticare il proprio punto di partenza.

La natura di Melinda May è sempre stata quella di ispirare e guidare nuovi agenti esattamente come aveva fatto con Skye e le sue nuove capacità di empatica si sono inserite quindi perfettamente nella ciclicità di questa caratterizzazione. Prima dell’incidente del Bahrein infatti, come lo stesso Coulson racconta nella prima stagione, May avvertiva le sue emozioni con particolare trasporto, emozioni che poi sono state messe perennemente in stand-by con la trasformazione in “Cavalry”, e per troppo tempo May è rimasta quasi bloccata tra ciò che era e non poteva più tornare ad essere e ciò che era diventata ma che comunque non le piaceva.

Diventare empatica si rivela ora nel finale come la riconciliazione di queste due parti di sé: da un lato infatti May abbraccia la persona che era diventata dopo il Bahrein, per la prima volta si afferma e riconosce come “The Cavalry“, quasi con orgoglio; dall’altro lato impara a convivere nuovamente con tutte le emozioni che aveva respinto in passato, le mette in ordine e infine al servizio del suo futuro, in un percorso che non potrebbe essere più adatto alla sua intera personalità.

Allo stesso modo anche Jemma Simmons e Leo Fitz (nonostante l’esigua presenza di quest’ultimo) si rivelano ancora una volta la chiave inaspettata per una risoluzione di una battaglia che esuli le possibilità previste. Fin dal pilot, Coulson pretende dai FitzSimmons “un’altra strada”, anche di fronte a un vicolo cielo, anche alle prese con l’apparente inevitabilità di una situazione, Jemma e Fitz sono stati per lo S.H.I.E.L.D. una via di fuga, una porta sul retro, una soluzione creata dal nulla pur di non arrendersi all’evidenza.

In un percorso che sembra replicare quello degli Avengers in Endgame, i FitzSimmons hanno studiato e guidato il viaggio nel tempo della squadra, hanno analizzato gli scenari possibili e infine hanno trovato la possibilità di vincere senza sacrificare nessuno, senza sacrificare Daisy nella fattispecie, puntando proprio più che sul potere di Kora sulla capacità dello S.H.I.E.L.D. di raggiungere e capire l’animo umano nel nome di una missione più importante: salvaguardare la famiglia.

La battaglia finale uccide Daisy esattamente come accade con Tony Stark ma non era la lotta la parte finale del loro piano, bensì la presenza di Kora che scopre per la prima volta l’autentico valore e significato di una squadra che vive come una famiglia e carica di quel sentimento usa i suoi poteri per infondere nuova vita in sua sorella.

Lo stesso significato di appartenenza a una missione più grande e più importante di una normale battaglia viene perpetrato ora anche da Mack, ancora Direttore dell’intera agenzia, e da Elena che riporta sul campo una storia che ricomincia con le stesse basi impostate da Coulson anni prima.

Persino Deke ha trovato in questo finale il posto che aveva sempre cercato, un luogo o una realtà a cui appartenere davvero e in maniera indipendente. Non è un caso che per quanto fosse legato al team, Deke aveva facilmente trovato la sua strada negli anni ’80 ed è proprio a quella vita che ora ritorna, lui che in fondo era fuggito da una timeline che lo aveva reso cinico e amorale e si ritrova adesso in un’altra linea temporale che lo vede a capo dello S.H.I.E.L.D. con un obiettivo, una nuova consapevolezza di sé e una famiglia che un giorno forse rivedrà. E anche una carriera di plagi.

Storyline inaspettata e impeccabilmente precisa di questa stagione conclusiva di Agents of S.H.I.E.L.D. è in realtà quella di Daniel Sousa, “strappato” alle dinamiche chiuse prematuramente di “Marvel’s Agent Carter” e riportato letteralmente a nuova vita in soli dieci episodi. Nonostante la serie dedicata a Peggy Carter fosse stata scritta superbamente da Tara Butters e Michelle Fazekas, la maturità e lo spessore che Daniel Sousa ha trovato in Agents of S.H.I.E.L.D. sono a mio parere inediti. Più sicuro di sé e del suo ruolo nella storia, più maturo e indipendente rispetto agli anni di “Agent Carter”, Daniel Sousa trova probabilmente nello S.H.I.E.L.D. di Daisy Johnson la possibilità che aveva sempre cercato di affermarsi al di là dell’ombra, di essere realmente parte di un gruppo e al tempo stesso di privilegiare la sua individualità.

Ciò che Agents of S.H.I.E.L.D. ha ribadito al traguardo della sua storia è in definitiva la sua differenza sostanziale dal MCU e da tutti i prodotti targati Marvel Television. Agents of S.H.I.E.L.D. è stata una serie impostata fin dalle basi su una perfetta commistione di puro mistero e autentica drammaticità Marvel e inedita attenzione alle dinamiche affettive di un gruppo, attenzione che ha costantemente superato qualsiasi altro aspetto dello show, qualsiasi altra componente che un prodotto Marvel potrebbe richiedere e privilegiare. Per lo S.H.I.E.L.D. di Coulson non ci sono mai stati compromessi accettabili, ogni perdita è stata sofferta e compianta, ogni errore affrontato e riconosciuto come una lezione per essere migliori, nessun danno collaterale inevitabile in una lotta che non doveva mai coinvolgere vittime innocenti.

Agents of S.H.I.E.L.D. si congeda da un panorama televisivo che ha inaugurato senza rimpianti ma con la fierezza di chi non ha mai rinunciato a se stesso e alle vite che hanno reso questo viaggio indimenticabile.

 

100/100

Per una serie che non si è mai davvero persa e per una squadra che supererà sempre tutte le probabilità pur di restare insieme, con uno sguardo rivolto a quel futuro certo in cui si ritroveranno anche di persona, dico addio ad Agents of S.H.I.E.L.D. con il massimo dei miei voti, per aver trovato sempre un’altra strada.

Lunga vita ad Agents of S.H.I.E.L.D.!

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