Pretty Little Liars | Recensione 7×12 – These boots are made for stalking

Come accade con qualsiasi gioco da tavola che si rispetti, ogni pedina coinvolta nella partita si muoverà una volta arrivato il suo turno. Ed è esattamente il ritmo che sembra aver intrapreso “Pretty Little Liars” in questa fase finale del suo percorso, rappresentata nella serie stessa dall’effettiva concretizzazione del gioco di A.D. attraverso una tavola interattiva che ricostruisce a grandi linee i luoghi iconici di Rosewood e ne ripropone fedelmente i segreti e le bugie. Nella precedente recensione vi ho parlato dello “stile” di A.D. nella conduzione di quest’ultima partita e di quanto tante volte il suo gioco mi appaia “confuso”, oscillante tra i ricatti “elementari”, ma insidiosi di Mona e il cinismo psicologico e a tinte crudeli di CeCe, ed effettivamente confermo anche ora la mia impressione a riguardo ma ciò che sto notando in questa seconda e ultima parte di stagione è la conoscenza approfondita che questa figura misteriosa sembra possedere delle ragazze, delle loro debolezze, del loro passato, ma soprattutto del modo in cui risponderanno alle sue richieste. Che la tavola da gioco nasconda o meno un sistema di trasmissione audio/video che monitori i movimenti e le reazioni delle ragazze nel momento in cui cercano di studiarla e carpirne i segreti, è un dato a mio parere superfluo al momento, perché ciò che mi colpisce davvero in questa fase è la capacità del suo creatore di sapere con certezza che quella partita proseguirà e che tutte loro, una dopo l’altra, faranno la loro mossa. Come le stesse protagoniste ammettono, dando voce ai pensieri e alle domande legittime e inevitabili che tutti noi ci poniamo, intraprendere altre strade potrebbe ancora essere un’opzione valida, eludere il ricatto potrebbe ancora permettere loro di sfuggire alla forza d’attrazione che A.D. impiega per intrappolarle nella sua orbita, ma rispettando esattamente ciò che il “mastermind” si aspetta dalle sue pedine, le liars accettano ancora una volta di giocare, a volte in segno di sfida, a volte per necessità, altre volte per disperazione, ma in ogni caso tutte loro restano nuovamente intorno a quella pedana, anche quando sembrano determinate ad allontanarsene il più possibile.

EMILY’S TURN.

Il gioco di A.D. mi aveva già sorpreso la settimana scorsa, quando con incredibile tempismo e arguzia, aveva studiato a fondo i tormenti dell’animo di Spencer, conducendola per mano ad avviare la partita, tentandola con ciò che più desiderava in quel momento. Questa è stata infatti la prima freccia del suo arsenale a colpire il bersaglio nel suo centro esatto: la tentazione. Chiunque si nasconda ora nell’anonimato, credo che conosca Spencer abbastanza bene da sfruttare non soltanto i suoi recenti dilemmi e il bisogno attuale di avere certezze e risposte, ma in qualche modo anche la sua estrema intelligenza e ciò che questa inevitabilmente comporta. Da sempre affascinata infatti da enigmi e misteri, da quelle sfide che nessun altro sembra riuscire ad affrontare, dai limiti che le appaiono come obiettivi da raggiungere e conquistare, Spencer era forse fin dall’inizio una facile preda della tentazione di un gioco con cui intende rapportarsi come ha fatto con qualsiasi altra attività intrapresa nella sua vita, in pieno stile Hastings, ossia dominando e vincendo. E A.D. questo lo sapeva bene; conosceva, secondo me, l’attrazione di Spencer nei confronti di un enigma da risolvere e la crisi personale dovuta alla rivelazione della sua reale identità era in fondo soltanto la proverbiale goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso e avrebbe reso tutto molto più semplice e veloce, così la pedina che probabilmente sarebbe stata l’ultima a giocare è in realtà quella che ha scoperchiato lo scrigno di Pandora.

E se con Spencer quindi è stata messa sul tavolo la carta della “tentazione”, con Emily A.D. utilizza la “disperazione” come leva, riuscendo quasi a creare una dipendenza dal suo gioco per la ragazza, che invece sembrava decisa a tagliare la corda e a non permettergli di coinvolgerla e intrappolarla nella sua partita.

La reazione iniziale di Emily infatti mi aveva lasciato piacevolmente sorpresa, ma anche soddisfatta, perché mi era apparsa estremamente realistica in ogni parola, ogni gesto e ogni emozione provata ed espressa. Sebbene evidentemente al limite dell’esasperazione, condizione che in quest’ultimo sprint finale le accomuna tutte, Emily lotta per uscire dall’orbita di A.D., si rifiuta di partecipare al suo ultimo gioco e tenta, inutilmente purtroppo, di tagliare i ponti con un passato che sembra intrappolato in un loop temporale e che le riporta tutte quante, ancora una volta, ai tempi del liceo, alle vecchie abitudine, ai tempi in cui lei per prima si sentiva vittima e preda non solo di A ma anche della sua stessa società, dei pregiudizi, di un bullismo perpetrato, a volte anche dalla stessa ragazza di cui era innamorata. Per questo motivo, trovo estremamente affascinante e anche ben caratterizzata la sua storyline di questo episodio e soprattutto la scelta di ambientarla esattamente in quel posto da cui tutto è iniziato, proprio lei che in realtà adesso provava ad allontanarsene. Che sia solo il giorno fortunato di A.D. o che in qualche modo questo nuovo personaggio sia effettivamente un mezzo impiegato in un piano più ampio [aspetto da non sottovalutare], la nuova queen bee del liceo di Rosewood, Addison Derringer [c’è del genio nella scelta del nome] entra nella vita di Emily nel momento meno opportuno, vanificando inevitabilmente tutti i suoi sforzi di liberarsi dalla morsa di A.D. ma soprattutto del suo passato.

Addison rappresenta infatti la leva giusta per innescare le emozioni di Emily, per condurla esattamente lì dove A.D. l’aspettava, per spingerla a un tale livello di disperazione da bramare irrazionalmente quella soluzione che la tavola da gioco possiede, noncurante delle conseguenze, noncurante del legame che in quel momento instaura con A.D. e dell’ennesimo “favore” di cui le servirà, presto o tardi, il conto. Da essere l’unica decisa a non voler muovere la sua pedina sulla scacchiera, Emily crolla rovinosamente davanti alle condizioni di A.D. e al regolamento del suo nuovo gioco, e non solo perché in preda a una disperazione dovuta proprio ai suoi ricatti ma soprattutto per la realtà che si ritrova a dover rivivere a scuola, nonostante adesso occupi una posizione di maggiore responsabilità e autorità, perché Addison diventa per lei la reiterazione di un incubo e di un tormento a cui non è più disposta a sottostare. Ciò che ho apprezzato della scelta di introdurre questo nuovo personaggio è il significato simbolico che la ragazza possiede agli occhi di Emily, è una storia che si ripete, è un circolo vizioso e crudele che appare sempre più forte e inarrestabile e che riesce purtroppo a condurre Emily al limite della sopportazione.

Nonostante la particolarità di questo gioco psicologico, c’è però qualcosa che non mi convince affatto nel modo in cui A.D. si sta comportando proprio con Emily. A parte quella conoscenza approfondita che, come ho detto, questa persona sembra possedere di tutte le liars, mi ha incuriosito molto notare come A.D. si ponga nei confronti di Emily, perché non solo riesce a capirla talmente bene da sapere esattamente quali tasti spingere per ottenere la reazione sperata, ma in qualche modo intensifica il suo legame con lei attraverso favori per cui in fondo non ha ancora chiesto nulla in cambio. È stato proprio il suo ultimo messaggio a farmi riflettere sulla possibilità che forse A.D. possa avere un occhio di riguardo per lei ma soprattutto mi ha fatto pensare al suo stesso passato.

Se nella prima parte del messaggio, A.D. sembra voler portare Emily dalla sua parte del gioco invitandola ad abbracciare “l’oscurità” che è in lei, in seguito sembra quasi che questa persona ammetta di essere stata diversa e di aver “dovuto” accettare un tale cambiamento [“I’ve had to”] per poter vincere la partita. Non posso quindi fare a meno di pensare che anche A.D. possa essere stata una vittima di un gioco simile e che questa evoluzione sia purtroppo un’inevitabile conseguenza di un’esperienza passata. E starò viaggiando con la fantasia [lungi da me fare ipotesi o congetture, ci ho rinunciato molto tempo fa], ma non riesco a non notare quanto provvidenziale sia stato l’intervento di Paige in questo episodio, sempre pronta a sostenere Emily ma soprattutto decisiva nel risolvere il problema Addison. Mona ha rappresentato il primo esempio lampante di quanto in profondità possa cambiarti una perpetrata tortura psicologica; Paige ha spesso presentato ai miei occhi un’instabilità caratteriale a volte solo celata e in fondo, come Mona e Lucas, resterà sempre uno dei “mostri creati da Ali”, una Alison verso cui il rancore appare ancora intenso ogniqualvolta non riesce a controllarlo.

Impressioni a parte però, l’unica certezza di questo gioco finale è il totale coinvolgimento di Jenna Marshall. Ho già espresso in passato la mia soddisfazione nell’aver ritrovato questo personaggio insignito dell’importanza che merita ai fini non solo della serie ma anche della storyline orizzontale principale, ma vederla adesso finalmente immersa senza riserve in quella sensazione di costante minaccia, che nelle prime stagioni accennava ed emanava soltanto con la sua presenza, è assolutamente imperdibile.

Jenna Marshall era fin dai tempi del liceo una nemesi imprevedibile, una mina vagante pronta ad esplodere in qualsiasi momento, un’incognita di cui era impossibile scorgere i veri lineamenti. Ciò che mi ha sempre affascinato di Jenna era la sua capacità di far sussultare e zittire di colpo tutte le ragazze con il solo ticchettare regolare e asettico del suo bastone sul pavimento, un suono che era solito introdurla prima ancora del suo effettivo ingresso sulle scene, quasi come una soundtrack esclusiva che accompagnava fedelmente un personaggio circondato costantemente da un alone di mistero e oscurità. E nonostante questo suo carattere intrinseco, ci sono stati anche momenti in cui ho addirittura provato compassione e pena per lei, anche grazie a delle ottime interpretazioni di Tammin Sursok che riesce la maggior parte delle volte a esprimere silenziose emozioni pur dovendo fare a meno dello strumento dello sguardo. Questo per ribadire quanto io creda che Jenna sia in fondo una delle vere nemesi storiche delle ragazze, un personaggio che sarà sempre legato a doppio filo a tutte loro e che adesso ha finalmente la possibilità di poter chiudere i suoi conti ancora aperti.

Ma più di Hanna e delle cinque dita di cui forse si riesce ancora a vedere l’impronta sulla sua guancia, più di Aria e della compassione che ha provato nei suoi confronti dopo la morte di Shana, è spesso stata Spencer la vera antagonista di Jenna, fin dal momento in cui “le ha portato via” Toby. Il rapporto tra Spencer e Jenna è affascinante da guardare perché, diversamente per esempio dal rapporto che Spencer ha con Mona, una dinamica in cui entrambe sono costrette riconoscersi più simili di quanto vogliano ammettere, le due giovani donne non hanno mai davvero trovato un punto d’incontro, la loro conflittualità è sempre stata costante, fino a raggiungere adesso il culmine della tensione.

Che Jenna sia andata o meno a segno con il colpo esploso dalla sua pistola non conta ai fini del rapporto, essendo comunque ben disposta a finire il lavoro cominciato da A.D., ma ciò che preme scoprire adesso è il suo livello di coinvolgimento nel gioco finale e soprattutto quali saranno i suoi personali obiettivi da… endgame. E fossi in Caleb, io non la sfiderei così apertamente, just saying!

Per quanto riguarda prettamente Spencer invece, questo episodio è servito quasi esclusivamente ad indagare e sviluppare la sua caratterizzazione psicologica dopo la sconvolgente rivelazione sul suo passato. Sia nella “première” della scorsa settimana, sia in questo episodio, ho apprezzato particolarmente la profondità dei suoi confronti con Veronica Hastings, con SUA madre. E intendo sottolineare questa affermazione perché, per quanto io creda fortemente che gli Hastings siano, QUASI alla pari dei DiLaurentis, una delle famiglie più disfunzionali dello show, ho avuto modo nel tempo di interpretare i loro comportamenti e i loro atteggiamenti alla luce di svariati segreti e problematiche che inizialmente erano ancora taciuti, e se Peter Hastings mi appare ancora imperdonabile su diversi aspetti, penso che Veronica abbia provato davvero a fare del suo meglio in una situazione in cui lei era in fondo la prima vittima. I compromessi che ha accettato, gli errori che ha perdonato nel nome di una famiglia per la cui salvaguardia avrebbe affrontato qualsiasi avversità, sono sacrifici che, come madre, le rendono onore e la differenziano di molto dalla sua controparte DiLaurentis, nonostante i segreti e le bugie, nonostante gli sbagli e le difficoltà. Veronica Hastings è una donna tante volte distante, algida, severa, anche a causa di una deformazione professionale, ma credo che abbia fatto del suo meglio con Spencer e Melissa e che abbia spesso visto proprio Spencer come la sua unica vera alleata in famiglia, la figlia che più le assomigliasse nonostante non condividesse il suo DNA.

Riprendendo il sopracitato Caleb, la cui utilità al momento continua a sfuggirmi [non me ne vogliano i suoi fan, ma oggettivamente credo che abbia perso già da molti episodi la verve di un tempo], si arriva ad Hanna, la cui storyline è in questa fase ancora stabile, corredata certo di dubbi, timori e… Mona, che già di per sé è un’incertezza costante, ma ad ogni modo vive ancora una relativa e ritrovata “tranquillità” mentre i suoi tentativi di riprendere in mano la sua carriera si infrangono comunque sugli ostacoli posti da A.D. sul suo cammino. Realistica è stata ad ogni modo la conferma di un trauma ancora presente, ancora vivo dentro di lei, risalente al recente rapimento e alle torture fisiche perpetrate da una figura ancora senza volto.

E infine trova spazio anche Aria che, come Hanna, sembra “intrappolata” in una storyline esclusivamente personale, ma la cui situazione sentimentale, al contrario della sua amica, non va poi così bene. Lasciata ancora in stand-by in una relazione di cui non riesce più a intravedere il traguardo, Aria sta ripercorrendo lo stesso cammino che la caratterizza di solito quando perde progressivamente il controllo sulla sua vita e questo la sta conducendo lentamente a una pericolosa esasperazione. Per quanto appaia costantemente comprensiva verso le ragioni altrui, che siano di Spencer o di Ezra, Aria non può arrestare quella crescente sensazione di rabbia e frustrazione che avverte adesso e, sebbene al momento sembri aver trovato in Holden un sostegno sincero con cui confidarsi, temo che ben presto A.D. si avvarrà anche della sua debolezza, costringendola a quell’errore che diventerà un’arma a suo vantaggio.

Un episodio quest’ultimo che ha fornito ordinatamente, secondo me, piccoli indizi da non sottovalutare nell’indagine generale ma che ha soprattutto saputo porre le basi di un’evoluzione caratteriale che a mio parere sarà inevitabilmente centrale nel percorso che condurrà al finale. Io ora vi lascio e con soli 8 episodi rimanenti, vi do appuntamento alla prossima settimana.

Sempre vostra, Walkerit-A.D.

 

 

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