Pretty Little Liars | Recensione 6×14 – New guys, new lies

Siamo ufficialmente nell’occhio del ciclone. Per quanto intenso possa essere stato l’episodio precedente, credo che “New guys, New lies” abbia portato la storia e tutte le sue componenti ad un nuovo livello, affrontando davvero a viso aperto l’entrata in scena di questa nuova minaccia e prendendo di petto, forse per la prima volta, gran parte dei segreti, delle bugie e di tutte quelle questioni che solitamente restano irrisolte fino al momento in cui esplodono in faccia con la potenza di un airbag e che invece adesso rappresentano le uniche carte svelate sul nuovo tavolo da gioco. Ma l’aspetto che più ho apprezzato di quello che considero al momento l’episodio migliore di questa seconda parte di stagione è stato vedere le ragazze di nuovo insieme, coordinate e organizzate come una vera squadra, determinate a non ricadere nelle stesse trappole, “condannate” in qualche modo a ripetere magari alcuni errori, ma decise a non subire più di quanto non sia già successo in passato.
Siamo in guerra, allora combattiamo.

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Vorrei cominciare questa recensione soffermandomi proprio su quest’ultimo aspetto, ma evidenziando la causa che ancora una volta ha portato Spencer, Aria, Hanna e Emily a capire di non potercela fare da sole e di dover rispolverare i vecchi talenti facendo nuovamente affidamento sull’unica arma da sempre a loro disposizione, l’unico asso nella manica che ha permesso a tutte loro alla fine di prevalere e costruire quella vita che adesso tanto rimpiangono, ma che diventa sempre di più un’enorme illusione. Per la prima volta da quando sono tornate a Rosewood infatti, “grazie” a quel primo messaggio ricevuto all’unisono, Aria, Hanna, Emily e Spencer hanno capito di essere nuovamente in gioco e di non poter vincere la partita se non rimettendo insieme quella squadra che già per due volte ha superato tutti i cerchi di fuoco che un’anonima minaccia poneva sulla loro strada. Ma sono proprio i messaggi di questa nuova ombra che incombe sulle loro vite a incuriosirmi particolarmente perché, probabilmente mi sbaglierò, mi sembrano la perfetta sintesi delle parole e dei comportamenti di Mona Vanderwaal e Charlotte DiLaurentis, entrambe nei loro giorni di gloria nascoste dietro quella lettera così banale eppure così importante. Se da un lato infatti questa figura senza volto sembra voler riabbracciare la maturità delle minacce di Charlotte, pianificando anzi di superare le gesta di una ragazza disturbata con una più stabile consapevolezza, quasi in stile Hydra aggiungerei (out of the shadows, into the light), dall’altro lato invece i messaggi individuali ricevuti dalle ragazze mi ricordano molto i giochi di MonA, di qualcuno che non vuole solo spaventare ma soprattutto colpire nei punti ciechi, nelle debolezze, negli aspetti più umani di ognuna di loro, e quindi al momento Toby per Spencer e Jordan per Hanna. E solo chi le conosce davvero bene può sapere con esattezza quali tasti premere per andare a segno, per colpire all’inizio superficialmente e poi affondare nel momento più opportuno. E non so voi cosa ne pensiate, ma più non vedo Mona, più la temo, perché sappiamo bene quanto a suo agio possa essere nella sua solitudine, nell’ambiente perfetto per lei per guardarsi intorno e scegliere la sua battaglia, o peggio, la battaglia di qualcun altro a cui dare il suo pieno supporto.

Ancora una volta quindi un messaggio riporta insieme Aria, Emily, Spencer e Hanna, costringendole a spazzare via illusioni e sogni e guardare in faccia la realtà del loro incubo, così simile a ciò che è stato e allo stesso tempo così diverso, così nuovo. E mentre la frase “non siamo più al liceo” diventa quasi una forma scaramantica per allontanare l’inevitabile, alla prima occasione disponibile le ragazze scelgono di affrontare quel primo messaggio come il resto del mondo farebbe: rispondendo. A una domanda banale infatti segue una risposta ancora più semplice, ma che preoccupa tutte loro forse più di quanto siano disposte ad ammettere. Anche di fronte a quel primo messaggio, infatti, le liars cercano inizialmente una facile via di fuga, una soluzione immediata, indolore e questo si riflette sulle loro prime teorie, secondo uno schema quasi prestabilito, in cui Sara Harvey diventa la risposta ad ogni domanda, la personificazione di qualsiasi ombra le circondi, perché per loro è sempre stato più facile pensare di poter combattere contro una figura concreta anziché accettare di essere nuovamente in guerra contro una minaccia evanescente come fumo, i cui lineamenti sono destinati a sfumare nel nulla ogni volta che crederanno di aver capito, di essere vicine alla verità. Abbracciando ancora la politica dell’onestà, le ragazze ricominciano ad indagare davvero insieme, ricominciano a far affidamento l’una sulle altre, a guardarsi le spalle quasi istintivamente, anche quando a tutti gli altri sembra sbagliato. Caricate da nuove consapevolezze, Aria e Emily cercano disperatamente la prova che scagioni Ezra da quell’accusa così ben confezionata da essere stata quasi una tentazione per un momento perché crederci avrebbe risolto almeno una domanda importante;

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supportata da Jordan invece, Hanna affronta con coraggio le conseguenze delle sue azioni ma quasi per miracolo, o per l’intervento provvidenziale di un angelo custode, la sua situazione migliora improvvisamente, lasciandola almeno per il momento libera da sospetti; e infine Spencer, affiancata ormai sia nella vita che nelle indagini da Caleb, solleva quel velo che tutte loro non osavano sfiorare soltanto per scoprire ciò che era evidente, ma che speravano di poter ignorare ancora per un po’, nella vana illusione che così sarebbe svanito nel nulla: al di là di felpe e guanti neri, il passato si sta ripetendo in un gioco adesso completamente nuovo mentre il loro avversario le osserva nascosto alla luce del sole.

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Al fianco di una ritrovata unità di “squadra”, quasi però forzata da una necessità che va oltre anche le volontà individuali, si avverte a mio parere una situazione di equilibrio personale “instabile”, in cui tutti fanno del loro meglio per convivere in una realtà che non si aspettavano ma in cui ogni parola o ogni passo rischia di trasformarsi in quella carta in più, il cui peso farà crollare quel debole castello costruito nei pressi di un tornado in avvicinamento. Più la storia tra Spencer e Caleb prende forma, apparendo ai nostri occhi sempre più strana, più questa relazione si mostra per me in tutta la sua semplicità, in un contesto che secondo me non è sbagliato o squallido, ma quasi naturale e inevitabile per due persone così simili e così sole. Per quanto entrambi però vogliano illudersi di poter davvero vivere questa storia nella sua normalità, di poter apparire come una coppia qualunque, sembra quasi che Spencer e Caleb siano costretti ad attraversare mano nella mano un ponte composto interamente da palloncini, mentre ai poli opposti del ponte ci sono ancora Toby e Hanna, determinati a fingere che vada tutto bene, desiderosi anche di credere fermamente di poter chiudere il passato in una scatola per vivere pienamente il loro presente rappresentato rispettivamente da Yvonne e Jordan, ma ogni istante trascorso al fianco di Spencer e Caleb riporta tutti loro al punto di partenza, rivelando la debolezza quindi di un equilibrio momentaneo che già offre spunti di riflessione a chiunque li osservi e giochi con loro.

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L’aspetto davvero innovativo di questo episodio riguarda secondo me il coinvolgimento attivo di una nuova forza in gioco: quella dei genitori.

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Sorprendentemente infatti, a compromettere la stabilità personale di Aria arriva, come un’ondata improvvisa, la scoperta di un misterioso legame tra Ezra e Byron, entrambi disposti a tutto pur di proteggere Aria come sentivano di non aver potuto fare in passato. E proprio questo radicato senso di colpa rappresenta a mio parere la chiave di questa particolare svolta nella storyline solitamente marginale di Byron. Come tutti i genitori infatti, io credo che un padre come Byron abbia passato fin troppo tempo ad affrontare una verità scomoda, una realtà in cui lui, come gli altri, non era stato presente nella vita di sua figlia nel momento in cui lei ne aveva più bisogno, troppo accecato da quelli che erano i suoi problemi personali per rendersi conto dell’incubo che Aria viveva giorno dopo giorno. Così, come il flashback ci mostra accuratamente, nel momento in cui il “cattivo” della storia prende il nome e il volto di Charlotte DiLaurentis, Byron sente di poter avere finalmente un vero ruolo nella vita di Aria, di poter fare ammenda in qualche modo per la sua assenza precedente e soprattutto di poterla proteggere da Charlotte come non aveva mai avuto modo di fare prima. I nuovi indizi e le recenti scoperte portano quindi Byron Montgomery a diventare di diritto una delle pedine in gioco nella storia della scomparsa di Charlotte, affiancato da un partner che non vediamo ma che, a questo punto, non sarebbe impossibile pensare che possa condividere con Byron il suo stesso obiettivo: proteggere una figlia.

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Per la stessa ragione, anche Ashley Marin, dopo un primo momento di smarrimento seguito alle rivelazioni di sua figlia, decide ancora una volta di sposare completamente i problemi di Hanna, scendendo in campo al suo fianco e rischiando di compromettere la sua nuova vita di successo solo per fare scudo davanti a lei, per concederle quella libertà che diventa un miraggio ma per cui un genitore come Ashley non smetterebbe mai di combattere.

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Nel finale, tutto riconduce ancora una volta a Sara Harvey, le cui sfumature del suo legame con Charlotte sono ancora un mistero, ma le ragazze hanno ormai accettato di scendere nell’arena, di combattere e di non lasciarla prima di aver prevalso ancora una volta contro l’ignoto, contro una maschera che le segue a distanza ravvicinata studiando ogni singolo movimento, sfruttando ogni piccolo dubbio.

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Sempre vostra, Walkerit-A

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