Penny Dreadful: City of Angels – Recensione Prima Stagione – TOP

Penny Dreadful City of Angels

Cari Telefilm Addicted, eccoci con la recensione della prima stagione di “Penny Dreadful: City of Angels”.

Se a suo tempo avete letto la mia prima impressione sul pilot della serie, saprete che ne ero rimasta più che soddisfatta e che avevo ottime speranze sulla prosecuzione di questo spin-off.

Inizio subito col dire, allora, che, nel complesso, le mie aspettative non sono state disilluse. Dimenticandosi della serie madre e guardando “City of Angels” senza continui e impietosi paragoni, ho trovato questa prima stagione coinvolgente, piena di spunti di riflessione interessanti e carica di significato.

Senza perdersi in ulteriori chiacchiere, allora, vediamo insieme quali sono stati gli aspetti migliori di questa prima stagione di “Penny Dreadful: City of Angels”.

PENNY DREADFUL: CITY OF ANGELS – RECENSIONE STAGIONE 1 – TOP
LA CAMALEONTICA NATALIE DORMER

L’interpretazione di Natalie Dormer è stata sorprendente e, per me, il vero punto forte dell’intera stagione. Il che, ripensandoci, è una cosa del tutto atipica. Grazie alle sue capacità da mutaforma, sono rare le occasioni in cui ci troviamo di fronte al vero volto di Magda. Le maschere che indossa sono solo un riflesso del contesto in cui si deve inserire e della persona che si trova di fronte. Nessuna, però, presenta una vera e propria caratterizzazione: non c’è un background, tanto meno uno sviluppo del personaggio.

Pur portando così poco di sé sullo schermo, però, riesce a catalizzare l’attenzione e a diventare il motore della narrazione stessa. E’ lei a guidare gli altri personaggi e a fare da regista in questa danza contorta per la conquista dell’anima di Los Angeles. Grazie a Magda anche gli altri personaggi si animano, quasi fosse una scintilla che riaccende i loro istinti.


Non la considero un villain, sebbene sia sostanzialmente in antitesi con Tiago. Sembra apparentemente ergersi al di sopra del concetto stesso di bene e male, “collaborando” contemporaneamente con le due fazioni  in gioco. Il  suo unico scopo è quello di portare caos e distruzione, e, per farlo, si limita a sussurrare nell’orecchio delle sue pedine, portandoli inesorabilmente a seguire i suoi piani.

LA DUALITA’ DEI PERSONAGGI

Un altro punto forte di “Penny Dreadful: City of Angels” è stata la caratterizzazione dei personaggi, ricca di chiaro-scuri e zone d’ombra. Nessuno dei protagonisti ci è stato presentato come del tutto buono o del tutto cattivo, anzi, spesso le mie prime impressioni sono state stravolte.

Peter Craft (o meglio, Krupp) è un padre di famiglia affettuoso, un bravo medico, e, a differenza di quanto mostratoci nella prima puntata, non è un fervente Nazista, ma piuttosto ripudia la guerra, l’odio, la violenza e princìpi cardine di Hitler con tutto il suo essere. Eppure non si è fatto scrupoli a ripudiare la moglie (sebbene fosse chiaramente un matrimonio d’interesse) e a farla internare in un ospedale psichiatrico, solo per poter vivere con Elsa.

Oppure il Consigliere Townsend, un uomo spregevole, che però nasconde dei segreti. Pur trattando gli altri con arroganza, è in realtà estremamente insicuro, a causa del rapporto col padre (che lo tratta come un inetto), della sua fisicità e soprattutto del fatto che deve nascondere la sua omosessualità. Lui, discriminato in prima persona, non esita a schiacciare gli altri come essere inferiori.

Mateo, invece, è il  classico bravo ragazzo, che subisce una serie di soprusi ed è mosso da sentimenti di rivalsa più che nobili. Arriva, però, a farsi scudo di quegli ideali per compiere azioni estremamente violente, anche nei confronti di un amico.

Ho visto in questa dualità un approfondimento maggiore rispetto alla classica umanizzazione del villain di turno, diventato cattivo solo perché la dura vita lo ha costretto. Ho ripensato, invece, più volte al termine “banalità del male” e proprio al fatto che non si debba per forza essere dei mostri per compiere azioni mostruose. A volte basta solo una piccola spinta, qualcuno che ti sussurri all’orecchio che ciò che stai facendo è giusto e che ti dia una giustificazione. E qui torno a ribadire quanto Magda sia stata fondamentale, guidando questi personaggi e spingendoli ad alimentare caos e violenza.

LA STORIA, CON LA “S” MAIUSCOLA

L’avevo detto nella recensione del pilot e lo ribadisco ora: la Storia (rigorosamente con la S maiuscola) ha svolto un ruolo centrale in questa serie. Più della superstizione, più del mistero, alla fine è stata la Storia a fare da collante tra tutte le vicende. Lo stile narrativo da vecchio film noir-poliziesco è servito a creare una sorta di filtro per raccontare la realtà e l’atmosfera che si respirava in quell’epoca. Assistiamo da spettatori ad un passato che conosciamo dai libri e contemporaneamente ammiriamo il riflesso di alcune problematiche sociali e culturali che ancora stiamo vivendo, soprattutto in questo particolare periodo storico, quali la discriminazione e l’abuso di potere.

Abbiamo visto Lewis portare avanti una vera e propria lotta in solitaria contro l’avanzata degli ideali nazisti negli Stati Uniti, a fronte di un sistema che ancora non riconosceva il problema. Sono rimasta disarmata, al pari di Kurt, durante la scena al locale clandestino, di fronte alla naturalezza con cui tutti i presenti hanno cambiato partner nelle danze, consapevoli delle conseguenze a cui sarebbero andati incontro se avessero esposto pubblicamente la propria omosessualità. Ho sentito la frustrazione di Tiago per ogni giudizio dato solo sulla base delle sue origini, per essere inserito in un sistema in cui sarà sempre e inesorabilmente considerato inferiore. È esemplare l’atteggiamento del capo della polizia, che, pur riconoscendo i suoi meriti, si arrende di fronte al fatto che la risoluzione dell’omicidio degli Hazlet debba dare un segnale politico e non perseguire la vera giustizia. Non serve nemmeno aggiungere altro sul trattamento riservato a Diego e in generale sull’atteggiamento della polizia, considerati i recenti fatti.

BONUS

Sarà la mia natura da tronco a farmi guardare con ammirazione chiunque sappia anche solo muovere i piedi a tempo, ma sono rimasta estasiata di fronte alle scene di ballo al Crimson Cat. Belle coreografie e bellissimi costumi. In particolare la riunione della famiglia Vega nella penultima puntata, posta a contrasto con l’esecuzione di Diego e ultima nota di serenità prima dello scoppio della rivolta.

Una menzione d’onore va a Nathan Lane e al suo Lewis Michener. A fianco della camaleontica Magda, il suo è senza dubbio il personaggio che ho amato di più. Leale, solidale, empatico, ma non di una piatta positività. Ha anche lui un lato oscuro, che lo porta a scendere a compromessi, ma contemporaneamente non rinnega mai i suoi valori.

Nel complesso la mia valutazione è più che positiva, e, per questo, spero che “Penny Dreadful: City of Angels” venga rinnovata per una seconda stagione.

Non negherò, però, che ci siano stati anche degli aspetti negativi, che credo valga la pena analizzare altrettanto approfonditamente. Vi aspetto quindi con la seconda parte della recensione, per valutare insieme anche il lato oscuro della medaglia.

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