Outlander – Quando una sigla parla per la serie

“Sing me a song of a lass that is gone,
Say, could that lass be I?
Merry of soul she sailed on a day
Over the sea to Skye.”

Scommetto che anche senza l’aiuto dato dal titolo avreste capito subito di che serie Tv si trattava… ammettetelo!

Quest’estate quando ho iniziato a vedere “Outlander” devo confessarvi che la cosa che mi aveva colpita di più nel pilot era stata la sigla. Direte voi: in un’ora di puntata la cosa che ti ha colpito di più sono stati quei due minuti (scarsi) iniziali di sigla?!? Eh, si. Cosa vi devo dire. Una puntata lenta, molto ben strutturata, paesaggi stupendi, un’introduzione affascinante a quello che sarebbe stato, ma dannatamente lenta. Eppure molto, molto interessante. Valeva la pena continuare a seguirla. In ogni caso oggi non sono qui per parlarvi della serie in quanto tale (perché ho in mente un qualcosa di più approfondito che spero di postarvi una delle prossime volte), oggi vorrei parlarvi di come una sigla possa parlare per una serie.

Violino, violoncello, cornamusa, flauto e credo un tamburo accompagnano le parole di questa melodia e, così facendo, ci catapultano direttamente indietro nel tempo, in un periodo storico dove tutto era assolutamente diverso. Non c’era elettricità, non c’erano le automobili, non c’era il riscaldamento a metano (solo a legna = camino!!!) e per farti una doccia calda probabilmente dovevi far bollire dell’acqua sul fuoco (se ci penso mi sento male!).

Ma torniamo alla sigla.

E’ una ballata, una canzone folk, legata al passato non solo nelle musiche ma anche nelle parole. La canzone è il personale adattamento del compositore americano Bear McCreary di una ballata del folk scozzese, “The Skye Boat Song”, dai ben noti riferimenti alla rivolta giacobita delle metà del ‘700 che, casualmente, è proprio il periodo storico in cui la nostra protagonista si ritrova.
Tranquilli, non ho intenzione di passare in rassegna ogni singolo verso del testo, però, nel corso dei secoli, molte cover sono state fatte di questa canzone: da Tom Jones (e si, proprio quello di “Sex bomb”!!) fino ad arrivare, negli anni ’70, a quella di Rod Stewart che vi propongo!

In realtà, nel suo riadattamento, McCreary riprende la musica della canzone originaria ma vi adatta come testo delle liriche composte da Robert Louis Stevenson (perché quelle originarie mal collimavano con la storia che la serie avrebbe raccontato), creando così quella sigla meravigliosa.

Devo dire che non è una sigla semplice. Avevate notato che in nessuna scena si vede un viso nella sua interezza? Non c’è una focalizzazione su di un personaggio o su di una storia, tutto è lasciato fumoso. Siamo noi che dobbiamo trovare quello che cerchiamo e, a distanza di qualche mese dalla fine della prima metà della stagione (e lasciatemelo dire… quanto è dura l’attesa!!!), riguardando la sigla tutto è così perfettamente chiaro! La sigla contiene tutti quei piccoli dettagli che costruiscono la storia. Ogni singolo frame è lì per un motivo, ed io vorrei ripercorrerlo insieme a voi!

La scena si apre su di un gruppo di fanciulle che danzano con delle fiaccole in mano: ruotano, intorno a loro stesse ed in cerchio, è un rituale, lo stesso a cui Claire (la nostra protagonista) assisterà ben presto nel primo episodio presso il cerchio di pietre di Craigh na Dun, un rituale propiziatorio che richiama quello dei druidi, e a seguito del quale si ritroverà nel 1743. Rituale che ritorna puntualmente in tutta la sigla, come un filo conduttore tra passato e presente. Perché tutto in questo minuti di apertura è un andirivieni tra ciò avviene nel tempo odierno (per Claire ovviamente) e in quello in cui li trova a vivere (nelle fasi preparatorie della rivolta giacobita).
La seconda scena che ci mostrano è quella di un cervo in tutta la sua maestosità, è lontano ma domina la scena, con il suo palco di corna in bella vista è lì che scruta ciò che gli sta attorno fino a quando si gira ed è come se ci vedesse, in un angolo intenti ad osservarlo.

cervo

Interessante e azzeccatissima la scelta del cervo, uno degli animali (e dei simboli) più importanti nella cultura celtica in quanto simbolo di agilità, vigore, guerriero o combattente le cui corna (i palchi), nel loro ciclico rinnovarsi, simboleggiavano la rinascita (in una condizione di maggiore prosperità e forza). Il tutto sembra quasi indicare il percorso della nostra protagonista che, smarrita (a livello personale, non letteralmente) dalle vicissitudini della guerra, intraprende un cammino verso la riscoperta di sé, verso la propria graduale rinascita. Nella vita prima della guerra, Claire aveva messo un palco di corna che, durante la guerra è caduto (non solo per cause di forza maggiore ma anche per questioni, come dire, fisiologiche) ed ora, nella sua nuova vita retrodatata un nuovo palco sta lentamente prosperando, più forte e possente del precedente.

Ed ecco che, proprio come le fanciulle del rituale ballano in tondo, noi inizia a ballare, a ruotare tra presente e passato, in un armonioso ciclo: le gambe (e la veste) di una donna nel fango, si sporca e corre ed è Claire che, poco dopo il suo risveglio indietro nel tempo, si ritrova a fuggire per nascondersi dalle giubbe rosse (scena tratta dal primo episodio). Poi, contemporaneamente alla voce che canta, una mano (chiaramente nel presente) sembra alzare il volume di una radio, e alla voce si uniscono gli strumenti musicali (un tamburo a scandire il tempo) e il ritmo si fa un poco più veloce, la voce è leggermente più acuta (mi perdonino i musicisti ma le competenze musicali non sono poi così eccelse, forse rasentano la sufficienza!): non troppo, ma qualcosa rispetto all’inizio è cambiato e in scena tornano le fanciulle del rito al cerchio di pietre.

Ecco a seguire un’immagine del presente: Claire e Frank su di un molo, si avvicinano (si baciano) e tutto è così romantico, così perfetto eppure il tramonto e la sua luce rendono tutto così “nostalgico”, così “passato”. E’ buffo come quello che era presente si trasformi in passato mentre quel passato che Frank amava tanto raccontarle sia ora diventato il presente per Claire. Ed è proprio a partire da questa immagine che nasce la netta contrapposizione tra la vecchia vita di Claire, ferma, immobile in attesa di una svolta dopo gli eventi della guerra, e la sua vita nel passato in cui tutto è movimento, frenesia e, purtroppo, violenza (ma legata fondamentalmente agli usi e costumi del tempo). Ma Claire, proprio grazie al suo essere stata una crocerossina sul campo di battaglia, ha esperienza non solo in campo “medico” (sicuramente ha molte risorse rispetto al periodo storico in cui si trova) ma anche e soprattutto per quanto riguarda la violenza degli uomini (non tanto inteso come genere maschile ma come razza). Per questo non si fa sorprendere e, in più, conosce il corso degli eventi, sa cosa è successo nelle Highlands scozzesi secoli addietro.

Bellissima la scena del volto di Claire che viene illuminato dalla luce seguita dall’immagine dell’arrivo di Jaimie, come ad indicare che lui sia la fonte della rinascita di Claire, come se Claire portasse luce nella vita di Jaimie. E poi c’è una mano che ricuce una ferita, perché ognuno ha una ferita (materiale o emotiva) da curare, e i punti fanno male ma aiuteranno la guarigione e l’amore è una medicina assai più grande (ci mostrano una parte della scena d’amore tra la nostra Sassenech e il bellissimo Fraser). Ed è in questo momento che il cervo ci viene mostrato in volto, un primo piano ma non completo, perché la rinascita non è ancora compiuta.

Ancora scene con Claire che corre (diretta a Craigh na Dun dopo aver realizzato di esserne nei pressi, dimentica delle emozioni provate con Jaimie e nel tentativo di ritornare alla tranquillità della sua vita) o cammina (durante il suo tentativo di fuga) sempre verso una luce (un nuovo cambiamento?) e Jaimie che lotta, come se lui fosse lì pronto a sacrificarsi per lei (cosa, in effetti, vera!). A questo punto la musica è veloce, la voce che canta ne ricalca il ritmo e anche nel presente la scena è veloce: la macchina di Frank che viaggia (probabilmente la scena di lui che, pronto a lasciare le Highlands si dirige al cerchio di pietre in un ultimo disperato tentativo di riunirsi con la sua amata).

Presentazione standard1

Cavalli al galoppo, fucili che sparano, coltelli alla mano tutto si riconduce alla dolcezza dell’amore, al rituale della fanciulle (ancora una volta simbolico del ciclo di morte/vita e cambiamento) e, infine, a Claire e Jamie su di un cavallo che si allontanano verso l’infinito del paesaggio che li circonda. Ammetto di non aver letto tutti i libri della Gabaldon, ma tutto mi fa pensare ad una storia d’amore (con lieto fine) oltre i confini del tempo e dello spazio tra Claire Beauchamp e Jaimie Alexander Mackenzie Fraser (nonostante il mancamento, o forse proprio grazie ad esso, mi ricordo ancora perfettamente quando ha pronunciato il suo nome per intero).

cavallo

Tutto finisce con il titolo della serie con Craigh na Dun che fa da sfondo, il luogo dove tutto è inziato.
Riprendo ora le parole presenti nel ritornello di questa significativa ballata perché loro stesse ci raccontano questa storia: “Sing me a song of a lass that is gone, Say, could that lass be I? Merry of soul she sailed on a day, Over the sea to Skye” ovvero, “Cantami una canzone di una ragazza che se ne andata, dimmi, potrei essere io quella ragazza? D’animo felice è salpata un giorno sul mare per Skye” (un’isola guarda caso delle Highlands). La storia di Claire, quella ragazza è lei, che un giorno se ne è andata verso le Highlands scozzesi, non tanto fisicamente ma anche, e soprattutto, con la sua anima, la ragazza che se ne è andata è lei, ma se ne è andata per risplendere di luce nuova.

E voi, avete una sigla che vi entrata dentro o che, un po’ da pazzi come me, avete cercato di analizzare nel dettaglio (o quasi)?!?

Fatemi sapere e… alla prossima!!
Cavoli, quasi mi dimenticavo, sono proprio babba, Buon Anno!!!!

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