Minority Report | Recensione 1×08 – The American Dream

Carissimi addicted, ripetiamolo tutti insieme come un mantra: quello della prossima settimana sarà il penultimo episodio di Minority Report. Non so voi, ma, pur essendo rassegnata da tempo alla precoce dipartita di questo prodotto televisivo, non credo di essere ancora pronta a lasciarlo andare del tutto.
Certo, la serie presenta delle pecche notevoli e avrebbe potuto essere sviluppata decisamente meglio, ma non per questo bisogna sottovalutare tutti gli spunti interessanti che potevano offrire un intrigante sviluppo.
Invece fra soli due episodi dovremo dire addio a Lara e ai nostri precog, sempre sperando che i malefici aguzzini della Fox si sentano magnanimi e ci regalino un finale decente, non una sottospecie di parodia con un cliffhanger tanto irrisolto che nemmeno io quando cercavo di trovare un senso agli studi di funzioni al liceo.

La puntata di questa settimana inizialmente mi ha lasciata un po’ spiazzata, perché sembrava partita un po’ come un filler che avrebbe regalato poco o niente alla trama orizzontale del telefilm, se non forse la presa di coscienza dell’identità di Dash da parte di Blake.
Sono stati invece introdotti alcuni elementi che, stando a quanto sembrano indicare il titolo e il promo del prossimo episodio, porteranno fin da subito a un deciso e frenetico progredire degli eventi.
La cosa più enorme, più grossolanamente evidente, è sicuramente la comparsa sulla scena di un’organizzazione terroristica che si sta servendo di messaggi etichettati con il motto “Memento mori” per reclutare in ogni parte del paese scienziati che vadano a ingrossare le file dell’organizzazione.
Dei loro scopi si sa ancora ben poco, tranne che sembrano intenzionati a scatenare una guerra batteriologica su vasta scala, per motivi che ancora ci risultano incomprensibili.
Con questo episodio, Minority Report va a toccare un argomento estremamente delicato, quello del terrorismo e del reclutamento di cittadini che vengono convinti a voltare le spalle alla propria patria per seguire chissà quale ideale.
Per rispetto dei recenti fatti di cronaca, per evitare di ritrovarmi a usare frasi che suonerebbero forse troppo di circostanza e soprattutto per non rischiare di scatenare interminabili lotte nella zona commenti (ne ho viste già troppe sui social network, in questi giorni), ho deciso di evitare di affrontare questa tematica, e mi scuso con il dovuto anticipo se la mia recensione per questo motivo dovesse sembrare incompleta agli occhi di chi la legge.

Altro tema abbastanza scottante è quello dell’immigrazione, clandestina o meno, e soprattutto dell’integrazione fra le popolazioni “indigene” e i nuovi arrivati. La serie si serve di Blake, un personaggio finora lasciato soltanto abbozzato, stereotipato, privo di un ruolo e di uno scopo preciso e ci mostra un nuovo lato di lui, una profondità umana che finora non avevamo nemmeno vagamente sospettato.
A sorpresa Blake rivela di non essere così perfetto e di essere vittima di un passato trascorso dall’altra parte della barricata, dal quale è riuscito a riscattarsi solo grazie all’enorme sacrificio di una persona amata e, perché no, anche a un po’ di fortuna.
Anche la questione del diritto alla cittadinanza viene affrontata in modo tanto sottile da sembrare fuggevole. Il futuro predetto dalla serie sa tristemente di involuzione e regresso, e sembra mescolare in sé un cupo presagio e un vero e proprio monito, un invito a cambiare le cose prima che si verifichi davvero il triste quadro dipinto in questo episodio.
Interessante, sul finire dell’episodio, la connessione empatica che sembra essersi stabilita fra Blake e Felix: Will sembra infatti l’unico a capire l’estremo bisogno dell’ex corriere di essere visto, di essere notato e riconosciuto come essere umano e come individuo.

Akeela, inizialmente riluttante, seppur in maniera vaga, a salire a bordo del carro di Dash e Vega, sembra essersi totalmente riscattata in questo episodio. Ormai legata al precog da quella che mi piace pensare sia una bella amicizia, non esita un secondo a mettere a repentaglio la sua carriera per restituirgli la libertà e impedire che il governo metta le mani su di lui. Altrettanto prevedibilmente, Dash compie un gesto estremamente nobile e rifiuta di accettare la possibilità di fuga che gli viene offerta, sia per non mettere in difficoltà chi lo ha tanto aiutato sia perché non riesce a tollerare di voltare le spalle alle sue responsabilità e lasciar morire due individui, nonostante si tratti probabilmente di criminali incalliti.
Questa puntata ci ha mostrato quindi per l’ennesima volta il puro senso di giustizia che anima i membri della squadra del precog, di cui ormai sembra far parte a pieno titolo anche Blake.

Alla vigilia di questo penultimo episodio, tre sono i dubbi che mi tormentano:
1) scopriremo mai qualcosa di più sull’enigmatica assistente di Arthur? Il suo personaggio sembra avere ancora molto da dire, ma temo che per mancanza di tempo verrà lasciato drammaticamente in ombra.
2) Blomfeld è davvero all’oscuro quanto vuole farci credere dei piani di questa misteriosa organizzazione terroristica? Non riesco a levarmi dalla testa il sospetto che potrebbe farne in qualche modo parte.
3) La scelta del libro con cui trasmettere il messaggio, L’origine delle specie di Darwin, è puramente casuale o nasconde un qualche legame con gli obiettivi e le ideologie di questa oscura minaccia?

Nella speranza vana che questi quesiti trovino una risposta nel corso di due sole puntate, vi do appuntamento alla prossima settimana e vi lascio con il trailer del nono episodio.

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