Looking For Alaska – Recensione: Il Grande Forse

Looking For Alaska

Looking for Alaska – Recensione: Mi sono approcciata alla visione di questa miniserie autoconclusiva con sentimenti molto contrastanti. Da un lato c’era l’entusiasmo per il vedere riprodotta sul piccolo schermo una storia a cui sono legatissima, dall’altro il timore tangibile che rovinassero completamente il romanzo. Cercando Alaska è un libro che è entrato nella mia vita in un momento particolare e al quale mi sono sentita estremamente connessa all’istante. John Green all’epoca – almeno qui in Italia – non lo conosceva davvero nessuno, era ben lontana la fama mainstream che gli sarebbe arrivata con l’uscita di Colpa delle Stelle. In ogni caso, mi sono ritrovata ad approcciarmi alla visione con questa sorta di paura reverenziale: mi piacerà? Oppure piangerò di disperazione odiando l’universo intero per aver rovinato tutto?

Fortunatamente mi è bastato il primo episodio per capire da che parte pendeva l’ago della bilancia, ovvero da quello della promozione assoluta. Innanzitutto, hanno azzeccato il cast in maniera impeccabile. Charlie Plummer, Kristine Froseth e Denny Love sono loro, sono Miles, Alaska e il Colonnello, ma non solo. Sono stati azzeccatissimi anche i comprimari come l’Aquila, Hyde, Takumi e Lara. Secondariamente, e cosa ben più importante, la trasposizione in copione ha lasciato intatto lo spirito del romanzo al punto da riportarne interi dialoghi parola per parola. Ci sono stati più punti in cui mi sono ritrovata a recitare le battute con loro, tanto erano fedeli. Non potrò mai ringraziare abbastanza John Green per essere stato parte attiva nella creazione di questa miniserie, e aver così preservato la bellezza del suo piccolo capolavoro.

Quello che però ho apprezzato di più in assoluto, è che in un’epoca in cui il finto perbenismo purtroppo la fa da padrone in maniera imbarazzante perfino al cinema e in televisione, non abbiano usato la storia di Alaska per fare moralismo spicciolo sull’abuso di alcol e fumo o sul tema del suicidio – che abbiano mantenuto la semplicità e il messaggio essenziale del romanzo.

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Esattamente come Miles e gli altri, nemmeno noi sapremo mai se Alaska si sia suicidata o se sia stata tutta colpa dell’alcol che aveva in corpo ma – esattamente come loro – non la giudichiamo perché l’abbiamo vista per ciò che era. Alaska era una ragazza estremamente legata alla vita, voleva vivere al massimo e voleva farcela a tutti i costi, ma era anche piena di zone d’ombra che faceva di tutto per mettere a tacere. Il trauma mai superato per la morte della madre, la consapevolezza di non avere una vera casa in cui tornare, la sensazione di essere sola al mondo anche se in realtà aveva dalla sua parte Ciccio, Takumi e il Colonnello, amici preziosi e insostituibili che nemmeno di fronte al suo gesto più vile – fare la spia – sono riusciti a tenerle il broncio per troppo tempo o voltarle definitivamente le spalle.

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È bastato infatti che in un atto di vendetta venisse distrutta la sua “libreria della vita”, perché tutti e tre mettessero da parte il rancore e la delusione e tornassero a far scudo compatto intorno a lei.

Poi c’è Miles “Ciccio” Halter, che approda a Culver Creek alla ricerca del suo Grande Forse, deciso a trovarlo ben prima di Rabeleis che aveva usato questa espressione sul suo letto di morte. Miles vuole trovare uno scopo nella vita, vuole capire quale sia la sua strada e Culver Creek gli darà tutto questo. Troverà degli amici, per la prima volta nella sua vita, troverà l’amore e troverà una vocazione, quella per la scrittura.

Looking for Alaska – Recensione: IL GRUPPO

Cercando Alaska, altro non è che questo, la storia di un gruppo di ragazzi alla ricerca del proprio posto nel mondo, del proprio Grande Forse. Un gruppo di ragazzi che si trova accomunato dalla rivalità con gli altri – quelli ricchi e popolari – e che lega fra un bicchiere di vino di seconda scelta e una sigaretta di contrabbando cercando di farsi strada nella giungla di una scuola privata che potrebbe essere il loro biglietto d’ingresso in un futuro migliore.

Il gruppo ruota tutto intorno alla figura di Alaska, perché è lei quella che sa come procurarsi alcol e fumo a volontà, è lei quella con le idee per gli scherzi migliori, è lei quella che trascina tutti nel suo mondo pieno di isterica follia. Ma è Miles quello che più di tutti viene risucchiato dalla ragazza, che gli fa scoprire il mondo, gli apre gli occhi e, seppur per pochi mesi, lo fa vivere, nel senso più stretto del termine.

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Ma nonostante il finale tragico, il messaggio che ci arriva è comunque positivo. Miles si danna per settimane alla ricerca della verità e delle ultime parole di Alaska, ma poi si rende conto che le ultime parole della ragazza a lui, sono state to be continued. Come se avessero ancora tutta la vita davanti per essere felici, come se nulla dovesse mai finire. E in effetti, Miles ce l’ha ancora tutta la vita davanti, può ancora essere felice e vivere, vivere, vivere. E il suo Grande Forse è proprio lì, di fronte a lui, che non attende altro che essere afferrato e vissuto.

Looking for Alaska – Recensione: LA MORALE

La morale… è che non c’è una morale. I ragazzi, da che esiste il mondo, si ubriacano, fumano, fanno cose stupide. Ma, come tutti gli altri esseri umani, portano all’interno di se stessi un intero universo di emozioni e sensazioni e si ricoprono di maschere. È solo quando le maschere cadono e riesci a farti vedere per ciò che sei, che puoi dire di aver trovato il tuo gruppo di appartenenza. Trovare il proprio gruppo non significa però necessariamente scacciare tutti i demoni e i fantasmi che ci portiamo dentro, a volte nemmeno il gruppo migliore del mondo è in grado, purtroppo, di salvarci da noi stessi.

Per concludere, dico che che questa secondo me è stata una delle migliori trasposizioni libro-piccolo schermo, sono estremamente soddisfatta del prodotto finale. E voi? Cosa ne pensate?

2 comments
  1. Ho avuto la stessa “bipolare” reazione scoprendo che qualcuno avrebbe preso una storia per me così sentita nel periodo più buio della mia vita come cavia da laboratorio per portarla agli occhi di tutti. Miriadi di volte è stato appurato che le trasposizioni cinematografiche possono lasciare l’amaro in bocca, e ho preso molto sul personale questa quasi “sfacciataggine” di provare ad interpretare un libro così intenso senza farlo ricadere nei cliché per tante ragioni, specialmente vedendo come le trasposizioni dei libri di J. Green siano state distorte in ogni modo rispetto alle storie originali (vedi Città di carta o Let it snow).
    Detto questo, ho comunque sempre sognato di poter un giorno scoprire la bellezza che potrebbe venirne fuori da tutte quelle emozioni di lettura, nonostante ne sia in un certo senso “gelosa”. Mi fido del tuo giudizio così positivo risollevandomi il morale e aspettando impaziente di poter avere la possibilità di guardare questa novità.

  2. Sono stato sempre molto legata al libro. Quando ho scoperto che HULU ne avrebbe fatto una serie sono rimasta davvero sorpresa. Già vedere solo il trailer in italiano mi ha incantato. Un cast molto azzeccato e in particolare le voci scelte per la versione italiana mi sono già piaciute tantissimo. Mi hanno subito trasmesso una grande tenerezza. Non vedo l’ora di vederla!

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