La fede cieca in poveri miti

Da troppo tempo a questa parte, appartengo alla categoria di quelle stravaganti creature che la gente comune suole chiamare laureandi. I laureandi, per definizione, si ritrovano nella strana condizione di non essere né carne, né pesce: non appartengono più al gruppo degli studenti in quanto tali, ma non sono nemmeno laureati; sono, insomma, quelle bizzarre entità viventi che cominciano a vedere la luce alla fine del tunnel.
Inoltre, i laureandi in lettere moderne come me, vengono solitamente scherniti da gran parte della popolazione circostante perché, a detta loro, il nostro percorso di studi non porterà mai a granché. Ed è in questi momenti di sconforto e di misantropia totale, che fa capolino tra i miei pensieri l’idea di darmi alla mala vita, sia per eliminare fisicamente coloro che parlano solo per dare aria alla bocca, sia per avere la sicurezza di trovare un lavoro in questa vita.
Ovviamente sto scherzando, non ho abbastanza fegato per dedicarmi a certi affari e, per fortuna, una certa etica morale mi impedisce di condurre determinati stili di vita.
Ma quante volte libri, film, serie tv, fumetti, cartoni animati (e chi più ne ha, più ne metta), hanno illuminato in modo diverso la criminalità, facendocela apparire quasi affascinante?
Lo sapete da voi: tante.
E, a parer mio, un bell’esempio di quanto appena detto è rappresentato da Orange is the new black, telefilm che consiglio veramente a tutti, maschietti compresi (dal momento che non è raro vedere sbucar fuori qualche tetta durante il corso delle puntate).
Ciò che mi è piaciuto di più in assoluto è la caratterizzazione dei personaggi: le detenute, ma anche le varie guardie, sono, nel bene e nel male, tutte persone sui generis, e proprio per questo motivo l’immedesimazione diventa molto più divertente. Ma ciò che mi ha tenuta incollata allo schermo del pc, a scapito della mia già precaria vita sociale, più che la vicenda principale, sono stati i flashback delle vite passate delle prigioniere, e dei motivi che le hanno portate a ritrovarsi in carcere.
Fin da subito, la mia attenzione e la mia simpatia sono state attirate dal personaggio di Norma, la vecchietta che non spiccica parola per praticamente tutta la durata del telefilm: non che la trovassi il personaggio più avvincente, ma in me era grande la curiosità di sapere come mai una cosi adorabile vecchina si trovasse tra le gelide mura della galera. Per fortuna, durante la terza stagione (se non sbaglio), la mia fame di sapere è stata saziata: Norma è in carcere per l’omicidio di un guru ormai anziano (nonché suo marito), che ha ucciso dopo aver sopportato anni di maltrattamenti verbali da parte sua. Questa donna, insomma, ha deciso di dedicare tutta la sua vita a quest’uomo, falso santone come ce ne sono tanti in giro, convinto di essere il portatore di un bene e di un’energia superiore inaccessibili a noi poveri mortali, a caccia di seguaci e di mogli, da cui farsi intestare tutti i loro averi; chi è causa del suo mal, pianga se stesso, dicono: ma allo stesso tempo, posso immaginare il senso di liberazione che ha provato la nostra Norma nel vederlo schiantarsi contro un masso.
Ma, come per l’effetto di una sorta di contrappasso, sarà la stessa Norma che in carcere diventerà un punto di riferimento spirituale per le altre detenute, inizialmente in maniera sana, ma destinato, come spesso succede, a mutarsi in una forma di idolatria esagerata (tanto che riusciranno a vedere il volto di Norma nelle bruciature di una fetta di pane tostato).
Ora, la domanda credo sorga spontanea: perché a molte persone riesce tremendamente facile prendere per oro colato ciò che gli viene detto, parlare per sentito dire e credere a qualsiasi cosa, ad ogni costo, senza avere un minimo di cognizione di causa? All’interno di un carcere, o in situazioni estreme, è un altro paio di maniche; ma quando se ne ha la possibilità, perché decidere deliberatamente di non usare mai il cervellino che qualcuno (o qualcosa) ci ha donato?
Anche perché, se questo tipo di atteggiamento non avesse conseguenza negative, allora non ci sarebbe nulla di male (se non la volontà di sprecare la capacità prima dell’essere umano che dovrebbe essere quella del pensiero); ma dal momento che ripercussioni non proprio felici sono la diretta conseguenza di comportamenti del genere, allora mi domando: perché l’uomo non impara mai dai suoi errori? E perché ci sono persone che, andando dietro al primo individuo che riesce a rendersi un po’ più convincente rispetto agli altri, vendendo verità facili e a portata di mano, non fanno altro che andare verso la disfatta? Del resto, come diceva qualcuno, nell’era dell’informazione, l’ignoranza è una scelta.
Ci tengo a concludere con una citazione di uno dei miei artisti preferiti:
“Dal tunnel, da ogni tunnel, si esce cercando di pensare con la propria testa, di non farsi massificare e riuscire a costruire una visione del mondo individuale”
Caparezza.
Fatelo, ragazzi, fatelo!

Ebe
Tre sono le sue grandi passioni: la lettura, il cinema e le serie TV. Queste ultime le ha scoperte in tenera età. Tornava a casa da scuola intorno alle quattro del pomeriggio, si preparava una grossa tazza di latte e cereali, e rimaneva incollata allo schermo della televisione, affascinata dalle vicende raccontate in Dowson's Creek. Non a caso, Peacy è stato il suo primo amore. Friends, Girls, Scrubs e Black Mirror (per non parlare delle serie a cartone animato come South Park, i Simpsons e Death Note) le hanno letteralmente rubato il cuore. E anche il tempo che avrebbe dovuto impiegare per laurearsi (scherzo. O forse no).

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